Il tricolore dell’imprenditoria italiana

Fare l’imprenditore in Italia non è facile. E questo è risaputo. Talmente risaputo che può apparire banale dirlo. Ma, dal mio punto di vista, si dovrebbe smettere di parlare di qualcosa non quando questo qualcosa diventa banale o già sentitio ma quando questo qualcosa è, di fatto stato, risolto. E il tema dell’imprenditoria, e più in generale del lavoro, in Italia oggi non è stato risolto per nulla. A fronte di una spesa media europea di 372€, per aprire una società in Italia ci vogliono 2.100€ contro circa 80€ in Danimarca e Francia, 50€ in Irlanda e 30€ in Inghilterra. L’Italia è alla 65° posizione del ranking mondiale di DoingBusiness, alla 138° su 189 paesi per il pagamento delle tasse e al 90° per l’avviamento di una Start Up. I fondi di Venture Capital italiani si contano sulle dita di una mano e le imprese finanziate sono poche decine ogni anno. I Business Angels stranieri quando, e se, passano in Europa guardano a Londra, magari passano per qualche capitale del nord Europa o, se hanno tempo, per Berlino e Parigi, ma non per Milano. L’Italia è all’86° posto (su 178) del ranking 2014 dell’Economic Freedom, inserita al limite dei paesi “Mostly Unfree” vicino a paesi come l’Uganda, il Burkina Faso e Zambia e sotto paesi come il Guatemala e l’Azerbaijin. L’Italia è inoltre il paese che ha conosciuto il maggiore declino dal 1995 al 2010, in quello che è l’indicatore fondamentale della produttività di un paese: il PIL per ora lavorata. Nel Luglio 2013 i ricavi derivanti dalla tassazione diretta sono diminuiti del 7%, il rapporto deficit/Pil è maggiore del 3% e il debito pubblico ben al di sopra del 130%. L’IVA è pari al 22%. Negli ultimi anni il 15% del settore manifatturiero in Italia, prima della crisi il più grande in Europa dopo la Germania, è stato distrutto e circa 32.000 aziende sono scomparse. L’Italia ha attualmente il livello di tassazione sulle imprese più alto dell’UE e uno dei più alti al mondo. Gli imprenditori stanno abbandonando il paese. I cervelli stanno abbandonando il paese. Ogni anno il numero di laureati che lascia il nostro paese è superiore al numero di laureati che vi arriva. Tra il 1990 e il 2000 il numero di laureati italiani che se n’è andato all’estero è quadruplicato. Il problema è che, come scrive l’Economist «la produttività dei lavoratori dipende dalle loro competenze, dall’entità del capitale investito per aiutarli a fare il loro lavoro, e dalla capacità di fare innovazione». Nel 2014 il tasso di disoccupazione giovanile ha toccato il record storico del 46% e il numero di giovani inattivi è pari a 4,4 milioni. In ultimo, ma non per importanza, secondo una recente (Aprile 2014) indagine pubblicata dal TIME, il 96% degli Italiani considera lo Stato come un intralcio nel lancio della propria StartUp.
Possiamo sintetizzare questi dati in tre macro problemi: Il problema verde, il problema rosso e il problema bianco.
1) Problema verde: La tassazione.
Fare impresa in Italia è molto costoso. Iva, Inps, Ires e Irap azzerano l’utile. Soffocano il working capital, gli investimenti e, di conseguenza, le possibilità di crescita. Facendo un conteggio approssimativo, se un professionista vende un suo servizio a 12€ lordi, 2€ circa se ne vanno in IVA, ipotizzando un costo del venduto di 6€ gli rimangono 4€, poi ci sono i costi per consulenti, commercialisti, avvocati e tutta quella pletora di professionisti che serve per destreggiarsi in un sistema così burocratico e macchinoso come quello italiano. Ipotizzando un utile di 1€ che con l’ires al 30% circa e l’irap al 4% circa e l’inps diventa circa 0,45€. Per non parlare di eventuali eventuali investimenti che però non sono deducibili al 100% nello stesso anno e quindi di fatto spende 100 ma deduce 20 e quindi paga le tasse per 80. In ultimo ci sono li acconti sulle tasse dell’anno successivo che il primo anno, di fatto, duplicano le tasse da pagare. Secondo questa veloce panoramica, non solo l’utile si azzera ma l’imprenditore rischia di doverci mettere soldi di tasca propria per finanziare la tassazione della propria società.
2) Problema rosso: La complessità.
Fare impresa in Italia non solo è costoso (in termini di tassazione, elettricità, costi del lavoro etc etc) ma è anche enormemente complesso. E la complessità si traduce in tempo (perso) e costi. Vuol dire dover sempre fare affidamento su consulenti (cari) e dover prevedere nel flusso di produzione del proprio servizio o prodotto tempi di “set up” unicamente legati all’apparato burocratico.
3) Problema bianco: Il rischio.
Fare impresa in Italia non è solo costoso e complesso ma è anche molto rischioso. I clienti non sempre pagano e, quando pagano, pagano con tempi molto lunghi (mesi) il che espone l’imprenditore a un rischio economico sempre maggiore (a meno di non accettare il sistema e pagare di conseguenza i propri fornitori a 90, 120, 150 giorni). Ma se i fornitori sono le banche, le banche a fine mese chiedono la rata del mutuo. Non aspettano 90 giorni. Poi c’è l’investimento sul lavoro. In Italia spesso si lavora per mesi su progetti che all’ultimo non vengono confermati e il lavoro svolto fino a quel momento non viene neanche rimborsato, lasciando l’imprenditore con, non solo un mancato guadagno, ma con anche un costo da sostenere. A questo va aggiunta la corruzione, la politica instabile, lo spread, il rischio di default del paese e così via.