{"id":878,"date":"2010-03-20T01:02:43","date_gmt":"2010-03-19T23:02:43","guid":{"rendered":"http:\/\/www.jacopoperfetti.it\/?p=878"},"modified":"2010-03-20T01:02:43","modified_gmt":"2010-03-19T23:02:43","slug":"b-s-s-brand-stendhal-syndrome","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.jacopoperfetti.com\/archive\/blog\/2010\/03\/20\/b-s-s-brand-stendhal-syndrome\/","title":{"rendered":"B.S.S. (Brand Stendhal Syndrome)"},"content":{"rendered":"<p>Ho sempre pensato che il segreto del marketing contemporaneo fosse creare le condizioni per immergere il proprio fruitore all\u2019interno di una moderna, e decisamente pi\u00f9 blanda, sindrome di Stendhal. Irretire e catturare l\u2019attenzione facendo scivolare il potenziale consumatore nelle meraviglie archetipe del brand. Attraverso qualsiasi mezzo. Promesse, immagini, emozioni, sensazioni e parole. Una fitta rete di messaggi e significanti il pi\u00f9 delle volte fini a se stessi, nati dalla sola volont\u00e0 di rompere la barriera tra l\u2019immagine del prodotto e il suo consumatore finale. Un lavoro molto simile al lento e meticoloso tesser tele del ragno che aspetta paziente l\u2019inciampar distratto della mosca nella sua ragnatela. Ora per\u00f2 nasce spontanea una considerazione. Da sempre la tela del ragno \u00e8 trasparente e la sua tecnica si fonda proprio sulla capacit\u00e0 di nascondersi nei pi\u00f9 sinistri pertugi cos\u00ec da non farsi scoprire dalla sua preda. E\u2019 la naturale evoluzione della specie animale. Eppure l\u2019uomo riesce, anche in questa liturgica caccia alla preda, a palesare tutta la sua innata arroganza. Se in natura vince il predatore che meglio si mimetizza, nello sfavillante mondo del marketing sembra regnare la legge contraria. Una corsa a chi pi\u00f9 ostenta il proprio nome. Una gara a chi ce l\u2019ha pi\u00f9 grosso che mi chiedo se oggi, in piena crisi economica e soprattutto in pieno bombardamento mass mediatico, ancora funzioni. In tutta onest\u00e0 questa \u00e8 una riflessione che non nasce dal caos pubblicitario che mi circonda e neanche dalla mia naturale propensione all\u2019analisi, ma piuttosto dal confronto tra le uniche due serie televisive con cui abbia mai avuto a che fare. Friends vs Scrubs che, nonostante i molti rimandi, appartengono a due generazioni televisive molto diverse. Friends nasce negli anni \u201890 e vive un decennio in bilico tra il luccichio fugace degli anni \u201980 e l\u2019ansia da prestazione di inizio secolo. Scrubs invece \u00e8 una serie televisiva pi\u00f9 contemporanea e sicura di s\u00e9 che si \u00e8 lasciata alle spalle il peso gravoso del XX secolo ed \u00e8 riuscita a parlare ancora di vita da ospedale senza scadere nel pietismo sentimentale di chi prima di lei. Eppure la differenza pi\u00f9 grande tra le due sit-com penso sia data dalla presenza, in Friends, delle risate registrate che scompaiono totalmente in Scrubs, come a voler segnare una nuova fase della televisione dove lo spettatore \u00e8 sufficientemente maturo da poter scegliere quando e come godere della propria sit-com. Penso sia questo un passo molto importante che segna una sorta di fine dell\u2019adolescenza televisiva e che lascia spazio ad una fruizione pi\u00f9 consapevole dell\u2019intrattenimento. Di fronte a questa rivoluzione mi chiedo se questa ingerenza dell\u2019altro fosse veramente necessaria. Se fosse veramente indispensabile avere un <em>direttore-di-risata<\/em> che scandisse i miei personali momenti di transfer mediatico. Io penso di no. Vista oggi una puntata di Friends mi sembra intrusiva e fastidiosamente artefatta come se violasse la dimensione intima della mia soggettiva fruizione della puntata. E cos\u00ec mi chiedo se questo non valga anche per il marketing e per tutte quelle situazioni in cui tra me e la fruizione di qualcosa c\u2019\u00e8 di mezzo un forzato terzo incomodo che infrange la magia dell\u2019incontro e frantuma l\u2019immaginario contro il gravoso piano del reale, impedendomi di immergermi nell\u2019altro. Perch\u00e9 i brand sono ancora cos\u00ec legati alla presenza, quanto pi\u00f9 grande possibile, del proprio logo? Cosa vale di pi\u00f9, una scritta o un mondo di valori e immaginari? Forse il mondo del marketing \u00e8 ancora troppo spaventato dalla crisi per lasciarsi andare e avere fiducia del proprio consumatore, o forse \u00e8 troppo pigro per rendersi conto che la fruizione di un brand \u00e8 cambiata e non basta pi\u00f9 spendere milioni di euro per comprare spazi pubblicitari sempre pi\u00f9 grandi che per\u00f2 non emozionano pi\u00f9 nessuno. Oggi vincono le emozioni e le emozioni non si possono comprare. Ma soprattutto non si possono comandare. Scrubs ti invita a ridere ma non ti dice quando ridere. Riporta il soggetto al centro del suo fare televisione senza l\u2019ambizione di guidare il proprio pubblico verso una comune risata pre-stabilita. Il marketing deve necessariamente rendersi conto che la consapevolezza di un brand non \u00e8 pi\u00f9 sbilanciata sul numero di persone che conoscono il nome di un\u2019azienda ma da quante persone sposano i valori di una marca e sono disposti ad immergersi nel suo immaginario, spontaneamente, senza essere comandati o forzati.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ho sempre pensato che il segreto del marketing contemporaneo fosse creare le condizioni per immergere il proprio fruitore all\u2019interno di una moderna, e decisamente pi\u00f9 blanda, sindrome di Stendhal. Irretire e catturare l\u2019attenzione facendo scivolare il potenziale consumatore nelle meraviglie archetipe del brand. Attraverso qualsiasi mezzo. Promesse, immagini, emozioni, sensazioni e parole. 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