Non-intelligenza.


Il pioniera dell’informatica Alan Turing, aveva una teoria, o meglio un test, per determinare se una macchina fosse in grado di pensare: possiamo definire un computer intelligente se questo è in grado di far credere a un essere umano che sta conversando con un altro essere umano, al posto che con un computer.

È un test interessante (e molto celebre). Anche quando viene usato al contrario. Ovvero per valutare la non-intelligenza di un essere umano. Come suggerisce l’autore libanese Taleb, si potrebbe dire che un essere umano è non-intelligente se è possibile replicare i suoi discorsi con un computer e far credere a un’altra persona che tali discorsi sono stati prodotti da un essere umano.

Oggi ci preoccupiamo molto delle conseguenze dell’Intelligenza Artificiale. Di cosa potrebbe accadere se un domani una macchina potesse pensare come un essere umano.

Tuttavia, la mia più grande paura non è che la macchina inizi a pensare come l’uomo, ma che l’uomo inizi a pensare come la macchina, e quindi smetta di pensare.

La nostra capacità di risolvere problemi, di prendere decisioni in situazioni complicate e non prevedibili, e di disegnare piani di sviluppo ha molto più valore di competenze puramente meccaniche come l’elaborazione di dati.

In quest’ottica, coltivare la nostra creatività e la nostra abilità di risolvere i problemi senza usare le stesse logiche che li hanno creati, diventa un fattore critico di successo per non essere sostituiti da un robot.

A domani, Jacopo.