Gianluca Diegoli.

Oggi su FIRED ho intervistato Gianluca Diegoli. Gianluca è un poliglotta dei media digitali. Abusa di internet dal 1995 e qualsiasi canale ci sia on line lui c’è. È su Tumblr, Twitter, Facebook, Medium, Instagram, Telegram, WhatsApp, LinkedIn e Messanger, ha un sito, un blog, un podcast, una newsletter. E in ogni canale parla un linguaggio differente. Su Instagram utilizza le fotografie per raccontare la sua Emilia con l’hashtag #emiliaisillinois, nei suoi podcast utilizza la voce e on line le parole scritte. Scrive da sempre, un po’ per scherzo, un po’ per passione e un po’ per non fare sport. Dopo 15 anni di management di marketing, decide di trasformare questa passione in una professione. Lascia il lavoro da dipendente, inizia a lavorare in proprio come independent marketing strategy advisor e nel 2004 apre uno dei blog di marketing più longevi e conosciuti in Italia: “Mini Marketing”.

Leggi l’intervista.

A domani, Jacopo


Quando le persone non ti comprendono, le persone non ti comprano.

Nella lingua italiana le parole “comprendere” e “comprare” non hanno la stessa etimologia. Tuttavia nel mondo del lavoro, sono tra loro molto legate. Perché qualsiasi sia il prodotto o servizio che vendiamo, quando le persone non ci comprendono, le persone non ci comprano. Pensare che siano i nostri clienti a dover far lo sforzo di comprenderci o che la forma non abbia importanza perché tanto il contenuto si “spiega da sé”, è molto rischioso. Perché se una persona non comprende subito il valore del nostro prodotto o servizio, è molto probabile che si rivolga a qualcun altro. Fare una bella presentazione, trovare lo slogan giusto, saper spiegare il proprio progetto con parole semplici, capire quale colore usare, sono tutte attività che richiedono tempo. Ma sono attività essenziali, perché mettono le persone nella condizione di capire il valore di quello che gli stiamo vendendo.

A domani, Jacopo


Social Scheletri.

Nel video “Rock DJ”, Robbie Williams balla e canta in mezzo a un gruppo di modelle che girano attorno a lui su dei pattini a rotelle. Lui è sicuro di sé, pensa di saperle intrattenere, ma nessuna delle ragazze lo considera. Così per attirare la loro attenzione, si toglie la maglietta, e poi i pantaloni. Ma nulla. Nessuna reazione. Allora Robbie ci pensa un po’ e si toglie anche le mutande. Pensa di aver fatto colpo, ma le ragazze sono indifferenti. Non sa cosa fare, ma non può fermarsi. Le guarda e poi si butta. Si strappa la pelle di dosso e poi i muscoli. Finalmente ha l’attenzione che cercava. Allora va avanti. Si toglie gli ultimi muscoli rimasti e poi tutti gli organi. Fino a restare uno scheletro esangue (ma felice). Il video è del 2001 ma tocca un tema molto attuale. Quanto siamo disposti a spingerci pur di attirare l’attenzione? Cosa siamo disposti a condividere pur di avere un Like? Le nostre foto? La nostra vita? Quella dei nostri figli? E soprattutto, qual è il limite? Ci ridurremo tutti a degli scheletri esangui senza più niente da mostrare o ci fermeremo prima?

A domani, Jacopo


La qualità è la nuova celebrità.

Settimana scorsa ho letto un’intervista all’attore Francesco Mandelli che si concludeva così: “Oggi essere famoso non è figo. Lo si può ottenere facilmente con Internet e una buona idea. Oggi realmente figo è fare cose belle”. E ha ragione. Negli anni Sessanta Warhol prevedeva che un domani chiunque avrebbe avuto diritto a 15 minuti di celebrità. A quei tempi la celebrità era un lusso che pochi divi potevano concedersi. Oggi però non è più così. La celebrità è diventata una sorta di commodity. Nasciamo e siamo già celebri. Non facciamo in tempo ad aprire gli occhi e abbiamo già una nostra foto su Facebook. Nel 2018, la persona più celebre di YouTube è stata un bambino di 7 anni che ha incassato 22 Milioni facendo dei video amatoriali in cui recensisce giocattoli. Di fronte a questa indigestione di celebrità in stile fast food (divento celebre in breve tempo con prodotti di scarsa qualità), penso che in futuro la vera celebrità sarà la qualità. Sarà avere la possibilità (e la capacità) di fare cose belle. Fare progetti che ci rappresentino in termini di qualità non di quantità. Progetti che ci rendano orgogliosi di averci investito tempo e risorse.

A domani, Jacopo