La felicità è una questione di metriche.

Qualche tempo fa ho ascoltato un’intervista allo scienziato Paul Dolan che sosteneva come per essere felici sia fondamentale conoscersi, sapere cosa ci fa stare bene e vivere secondo le proprie metriche, non quelle di qualcun altro. Ed ha ragione. Spesso giudichiamo la nostra vita non secondo le nostre metriche, secondo quello che noi vogliamo o quello che ci fa stare bene. Ma secondo quelle di qualcun altro. Quelle dei nostri genitori, quelle della società in cui viviamo, o delle persone che conosciamo. E questo ci rende profondamente infelici perché passiamo la vita a comparare la nostra felicità con quella di qualcun altro, spesso senza neanche sapere se questa persona sia veramente felice. Non pensiamo a quello che ci fa stare bene. Ma solo a quello che qualcuno ha (o pensiamo che abbia) e che noi non abbiamo. Soldi, Followers, Amici, Successo, Amore. È tutto una sfida. Con la beffa che non c’è limite alla sfida. Perché ci sarà sempre qualcuno migliore di noi. Se invece capiamo cosa conta veramente per noi, cosa ci fa stare bene e usiamo questa come unica metrica per la nostra felicità, allora non possiamo che migliorarci (ed essere felici) ogni giorno di più.

A domani, Jacopo


Un’infelicità tutta italiana.

Secondo il Report mondiale sulla felicità, l’Italia è al 47° posto della classifica dei Paesi più felici. Ma la cosa che preoccupa maggiormente è che l’Italia è tra i 25 Paesi con il tasso di decrescita della felicità più alto al mondo. Ovvero non solo siamo infelici ma siamo anche sempre più infelici. E questa è una cosa che non riesco a comprendere. Perché forse avremmo delle motivazioni per essere arrabbiati. Ma non certo per essere infelici. Viviamo in uno dei Paesi più belli al mondo, dove ci sono tutti gli ingredienti da manuale per rendere le persone felici (dal cibo alle relazioni sociali). Eppure siamo tristi. Ma forse siamo tristi perché non ci rendiamo conto della nostra felicità. Perché la diamo per scontata. E questo, in effetti, è molto triste.

A domani, Jacopo


La ricerca della Felicità.

“Nessuna carovana ha mai raggiunto l’utopia, ma è l’utopia che fa andare avanti le carovane”
– Proverbio magrebino

Alla fine l’ho visto. “The Pursuit of Happyness” di Muccino. Non l’avevo mai visto perché ero prevenuto. Mi sembrava una storia scontata. E un po’ lo è. È la classica storia dell’imprenditore americano che segue il sogno di fare successo nella San Francisco degli anni ’80, dove la felicità si misura in quanti soldi hai, quanto grande è la tua casa e quanto bella è la tua auto. All’inizio del film però c’è un monologo del protagonista, Chris, che trovo interessante. Una sera mentre corre a casa, Chris pensa a Thomas Jefferson e alla Dichiarazione di Indipendenza, quando parla del diritto alla vita e alla ricerca della felicità. Perché usa la parola ricerca? Perché non usa solo felicità? Non dice che tutti hanno il diritto ad essere felici, ma solo a ricercare la felicità. Perché? Forse perché la felicità è qualcosa che possiamo solo inseguire ma che non riusciremo mai a raggiungere. C’è un vecchio proverbio magrebino che dice nessuna carovana ha mai raggiunto l’Utopia, eppure è l’Utopia che fa muovere le carovane. In questo senso la felicità è simile all’Utopia. Magari è qualcosa che non raggiungeremo mai, ma è quel qualcosa che da la direzione alla nostra vita.

A domani, Jacopo


L’infelice felicità di noi Italiani.

Un po’ di tempo fa stavo parlando con un mio amico portoghese che vive in Italia. A un certo punto mi ha detto una cosa che penso ritragga bene la nostra cultura. “Sai Jacopo, voi Italiani siete molto felici, davvero, il problema è che non lo sapete, e allora vi lamentate sempre di tutto”. Spesso si dice che per comprendere le cose si deve guardarle da fuori, ed è vero. Se sei italiano e vivi in Italia immerso nella cultura e nei problemi del tuo paese, può succedere che perdi di vista tutto ciò che di positivo hai e passi il tempo a lamentarti di tutte le cose che non funzionano. L’Italia è piena di problemi – primo fra tutti una classe di politici incapaci di risolverli (ecco che viene fuori il mio lato lamentoso) – però è anche un paese meraviglioso, le cui meraviglie non andrebbero mai date per scontate. Fëdor Dostoevskij, che non a caso Nietzsche considerava il più grande psicologo di tutti i tempi, diceva che l’uomo è infelice perché non sa di essere felice. E penso che se noi italiani comprendessimo la nostra felicità saremmo subito più felici e più propositivi verso il futuro del nostro paese.

A domani, Jacopo


3 times a day, stop and look for something good in your life.

L’altro giorno ho ascoltato un podcast in cui Loretta Breuning (un dottore che un tempo lavorava a Wall Street) parla di come ripensare (lei dice “Hack”) il proprio cervello per essere felici. Una delle azioni che consiglia è quella di fermarsi tre volte al giorno per concentrarsi su ciò che di buono c’è nella propria vita. Lo trovo un suggerimento molto giusto. Spesso abbiamo la tendenza a dare troppo peso a alle cose negative e dare invece per scontato quelle positive. Nelle sue città invisibili, Italo Calvino, immaginava un dialogo tra Marco Polo e Kublai Kan in cui il viaggiatore italiano suggerisce al condottiero mongolo, due modi per non soffrire dell’inferno che abitiamo tutti i giorni. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo invece è cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non é inferno e farlo durare e dargli spazio. Io sono sempre stato un convinto sostenitore del secondo modo e focalizzarsi tre volte al giorno su quello che di positivo ci circonda lo trovo un buon metodo per dare spazio a tutto quello che non è inferno.

A domani, Jacopo


I problemi rendono felici.

Ogni volta che risolvo un problema sono felice di averlo risolto. Il che mi fa pensare che risolvere i problemi renda felici. E questo è anomalo perché i problemi sono sempre visti come qualcosa di negativo, qualcosa da evitare. E se invece fossero positivi? Se fossero l’origine della felicità? Lo dico perché quando invece non ho problemi da risolvere sono annoiato e tendo a creare non-problemi così da aver qualcosa da risolvere. Se anche tu la vedi così, ti propongo questo sillogismo: Lavorare vuol dire risolvere problemi, risolvere problemi rende felici, quindi lavorare rende felici. Morale: cerca (o inventati) un lavoro che ti permetta ogni giorno di risolvere un nuovo problema.

A domani, Jacopo