Antifragile.

“Bad companies are destroyed by crisis. Good companies survive them. Great companies are improved by them.”
– Andy Grove

Nel mio libro (di qualche anno fa…) “L’impresa Concentrica” cito un concetto che considero ancora oggi molto attuale. Quello di “Antifragile”. È un concetto che ha coniato il filosofo libanese Nicholas Nassim Taleb. Secondo Taleb ci sono tre tipi di esseri umani: quelli fragili, quelli forti e quelli “antifragili”. Le persone fragili si danno da fare per difendersi dal caos della vita, ma si privano di esperienze che potrebbero renderle più intelligenti. Le persone forti affrontano il caos con determinazione, ma spesso non riescono ad accettare le necessarie trasformazioni. Le persone del terzo tipo, quelle antifragili, invece sfruttano il caos come stimolo per diventare più creative ed elastiche.

A domani, Jacopo.


Consumatori, prodotti o produttori.

Questa è un’epoca incredibile per essere consumatori. Possiamo avere tutto quello che vogliamo e spesso possiamo averlo gratis. Le aziende fanno di tutto per averci. Ci regalano musica, film, soldi (con il cashback), sconti, software, piattaforme, esperienze, prodotti e consegne gratis. Fantastico. Se dieci anni fa mi avessero detto che con il prezzo di un cd potevo avere tutta la musica che volevo per un mese non ci avrei creduto. Invece oggi funziona così. Tuttavia non riesco a togliermi dalla testa una frase che avevo letto diversi anni fa: “Quando qualcosa è gratis, il prodotto sei tu”.

Nessuno ci regala nulla. Soprattuto aziende che guadagnano milioni di dollari e hanno valorizzazioni di mercato da miliardi di dollari. Quindi se ci stanno regalando qualcosa è perché noi stiamo regalando qualcosa a loro. E ci sta. Basta esserne consapevoli.

Essere consapevoli che non siamo consumatori ma prodotti, o ancora meglio, produttori. Produttori di dati che vengono poi rivenduti. Produttori di informazioni che vengono poi usate per il machine learning, produttori di feedback che vengono poi usati per testare prodotti, produttori di contenuti che vengono usati per fare pubblicità. È un normale scambio. Al pari del do ut des dei Romani. Ricevo qualcosa in cambio di qualcos’altro.

A domani, Jacopo.


Bo Diddley è l’importanza di metterci la faccia.

Ellas Otha Bates McDaniel inizia a lavorare come camionista e poi come pugile. Ma la sua passione è da sempre la musica. Aveva già provato a suonare in qualche gruppo, ma non aveva funzionato. Agli inizi degli anni ’50 decide di riprovarci e questa volta vuole metterci tutto se stesso. Cambia il proprio nome in Bo Diddley e nel 1955 pubblica il suo primo singolo che porta il suo nome e racconta la storia di un cantante e del suo lavoro. Il singolo divenne un successo immediato negli Stati Uniti e raggiunse la vetta della classifica R&B restando in classifica un totale di 18 settimane.

Questo è quello che succede quando facciamo qualcosa mettendoci la faccia, quando firmiamo il nostro lavoro. Se facciamo qualcosa in prima persona, qualcosa in cui crediamo e che ci rappresenta siamo molto più coinvolti. Non è semplicemente un lavoro o un progetto. Ma è il nostro lavoro e il nostro progetto. È il più delle volte si traduce in un successo.

A domani, Jacopo.


Michelangelo e l’importanza di vedere un valore che nessun altro riesce a vedere.

Secondo la leggenda, nel 1502 a Firenze il gonfaloniere Pier Soderini stava cercando un artista che potesse valorizzare un magnifico pezzo di pietra grezza erroneamente rovinato da uno scultore. Nessun artista accettò l’incarico, perché tutti ritenevano la pietra troppo danneggiata e fragile per poterci fare qualcosa.

Un giorno però Michelangelo esaminò la pietra e, a differenza di tutti gli altri, ne capì il potenziale e realizzò il suo David. In quello che tutti vedevano come un inutile pezzo di marmo destinato solo a prendere polvere, Michelangelo ci vide una delle sue opere più importanti.

Come scriveva il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer, «chi ha talento colpisce un bersaglio che nessun altro riesce a colpire, mentre un genio colpisce un obiettivo che nessun altro riesce a vedere». E questo è quello che fanno gli imprenditori più illuminati. Là dove altri vedono crisi, loro vedono opportunità. Là dove altri vedono problemi, loro vedono bisogni di mercato. Là dove altri vedono oggetti privi di valore, loro vedono un nuovo prodotto o servizio da lanciare sul mercato.

A domani, Jacopo.


Orson Welles e l’importanza di pensare al futuro (più che al passato).

Durante un’intervista un presentatore americano chiese a Orson Welles se fosse d’accordo con chi sosteneva che il suo film “Quarto Potere” fosse il più gran film mai girato. Al che, il regista gli rispose: “No, certamente no, ma il mio prossimo lo sarà”. Così il presentatore gli chiese se potesse anticipargli il titolo del suo prossimo film e Welles rispose: “Non ho ancora deciso quale film sarà”.

Anche se Orson Welles non era propriamente un imprenditore, questo è un atteggiamento tipico degli imprenditori: essere sicuri che qualsiasi cosa accadrà nel futuro, saranno in grado di renderla migliore di quella che hanno fatto nel passato. Non a caso la risposta di Welles ricorda molto quella di Enzo Ferrari, che quando gli fu chiesto quale fosse il suo modello preferito, lui rispose il prossimo modello.

A domani, Jacopo.


McGyver e l’importanza di costruire soluzioni.

Quando l’agente segreto MacGyver si trovava in una situazione di pericolo e doveva inventarsi qualcosa non pensava a cosa gli mancava e andava a comprarlo. Si guardava intorno, capiva cosa aveva a disposizione e costruiva quello che gli serviva con il solo aiuto del suo coltellino svizzero.

Non cercava risorse, ma costruiva soluzioni. E questo penso sia un buon esempio da seguire. Indipendentemente da quale sia il nostro lavoro, è sempre consigliabile iniziare valorizzando quello che già si ha è capire cosa si riesce a fare con quello.

In ambito imprenditoriale c’è un termine sempre più diffuso che esprime bene questo concetto: “Lean”, che in inglese vuole appunto dire snello. “Lean” vuol dire puntare sempre ad essere snelli, flessibili e agili. Tanto in termini economici quanto in termini strutturali. Vuol dire scrollarsi di dosso tutta la burocrazia e la pesantezza delle grandi aziende per pensare in grande, non in grosso. Perché essere lean, non è una questione di dimensione o di fatturato, ma di modo di pensare il nostro lavoro.

A domani, Jacopo.


Paul, Art e l’importanza di imitare prima e innovare poi.

Paul Simon e Art Garfunkel cominciarono la loro carriera imitando i grandi cantanti pop degli anni Cinquanta, ma poi trovarono il loro stile e diventarono Simon&Garfunkel. John Ray Cash iniziò imitando i grandi della musica country e gospel degli anni Quaranta, ma poi trovò il suo stile e divenne Johnny Cash. Ray Charles Robinson iniziò imitando i grandi della musica blues degli anni Trenta, ma poi trovò il suo stile e divenne Ray Charles.

Imitare di per sé non è sbagliato. Anzi ci aiuta a crescere. Fin da bambini tutti noi apprendiamo per imitazione. E così funziona anche nel mondo del lavoro. Molti imprenditori hanno lanciato le loro prime imprese copiando o avendo come riferimento qualcun altro. Ma solo chi a un certo punto ha smesso di imitare e ha cominciato ad innovare ha avuto veramente successo.

All’interno di un mercato competitivo, quando le aziende tendono a copiarsi l’un l’altra, si finisce con l’andare tutti nella stessa direzione. E questo spesso vuol dire che, metaforicamente parlando, se un’azienda si butta dal burrone, tutti le vanno dietro. Così come se c’è un’opportunità che nessuno sta cogliendo, nessuno la coglierà. Ed è così che nascono (ed esplodono) le bolle speculative.

A domani, Jacopo.


Startup e Futuro.

Investire nelle Startup vuol dire investire nel futuro del proprio paese. E non a caso, la più grande economia al mondo, gli Stati Uniti d’America, ha sempre investito più di qualsiasi altro paese nelle Startup. Fino a tre anni fa gli investimenti complessivi nelle Startup di tutto il mondo erano inferiori a quelli fatti nel solo territorio americano. Il che vuol dire che l’America da sola investiva in Startup più di tutto il resto del mondo messo insieme. Solo dal 2016, quando anche altri paesi (tra cui la Cina) hanno iniziato a capire l’importanza delle Startup, gli investimenti sono cresciuti, superando quelli americani.

A domani, Jacopo.


Pensare in grande, agire in piccolo.

Quando pensiamo al nostro progetto, è giusto pensare in grande. Essere ambiziosi, audaci e coraggiosi. Perché questo ci dà l’energia e l’entusiasmo per cominciare e per andare avanti quando le cose si fanno difficili. Quando invece stiamo lavorando al nostro progetto, allora è giusto pensare in piccolo. Essere pratici, concreti, razionali. Perché questo ci permette di trasformare le nostre idee in azioni e di portare a termine le cose.

A domani, Jacopo.


I Black Sabbath e l’importanza di crearsi le proprie occasioni.

Oggi i Black Sabbath sono uno dei gruppi più importanti della storia del Rock. Ma all’inizio non era così. All’inizio nessuno credeva in una band fatta da un chitarrista senza due falangi e un cantante dislessico e discinetico. Le occasioni per esibirsi erano molte poche, e così se le sono create.

La loro strategia era semplice ma efficace. Quando una band importante veniva nella loro città per un concerto, i Black Sabbath si mettevano fuori dal luogo del concerto e aspettavano, nella speranza che la band non si presentasse. Le probabilità erano molto basse, ma semmai fosse accaduto, loro avrebbero avuto l’occasione di esibirsi davanti a qualche migliaia di persone.

Non gli importava se il pubblico si sarebbe arrabbiato perché non erano la band che voleva ascoltare. A loro importava solo avere un palco su cui esibirsi. E alla fine lo hanno avuto. Una sera erano fuori nel loro furgone. In programma c’era un concerto dei Jethro Tull, che però all’ultimo non si presentano e così i Black Sabbath presero il loro posto e si esibirono davanti a migliaia di persone.

Magari le occasioni arrivano. Possiamo aspettarle. Oppure possiamo fare come i Black Sabbath e fare di tutto per crearci le occasioni che ci cambiano la vita.

A domani, Jacopo.


Cibo e bellezza.

Questo grafico indica la percentuale di progetti divisi per settore presentati in dieci anni di “Shark Tank” America, reality show dove aspiranti imprenditori raccontano la loro idea e il loro business plan a potenziali investitori. È interessante come i due settori con la percentuale maggiore sono il Food & Beverage (ovvero cibo e bevande) e Fashion/Beauty (ovvero moda e cosmetici). Il primo fa leva su un bisogno primario essenziale da sempre (bere e mangiare), il secondo su un bisogno che sta diventando sempre più primario (apparire e sentirsi belli).

A domani, Jacopo.


Crescere troppo in fretta.

Crescere è spesso un imperativo di molte startup. Un imperativo talvolta fine a se stesso. Crescere per crescere. Ignorando altri obiettivi altrettanto importanti come la sostenibilità (economica e ambientale) e la profittbilità. Alcuni anni fa, uno studio fatto da The Startup Genome Project, che ha preso in analisi 3.200 high growth internet startup, ha messo in luce i risultati (spesso negativi) di crescere troppo velocemente:

1. Il 74% delle high growth internet startup sono fallite a causa di una crescita prematura.

2. Nessuna startup che è crescita troppo in fretta ha raggiunto i 100.000 user.

3. Le startup che crescono lentamente crescono 20 volte più velocemente di quelle che crescono prematuramente.

4. Il 93% delle startup che crescono prematuramente non raggiungono i 100.000 dollari di revenue mensili.

A domani, Jacopo.


Regole vs principi.

Durante il mio ultimo corso in SDA Bocconi, ho invitato Tino Canegrati, Amministratore Delegato di HP, a raccontare all’aula come mantenere vivo uno spirito imprenditoriale all’interno di un’azienda. In una slide, Tino, ha mostrato la differenza tra regole e principi. Le regole devono essere rispettate. I principi possono essere fatti propri. Concordo. Sono due concetti molto diversi. Le regole limitano, i principi ispirano. Un’azienda guidata da regole è più facile da controllare ma è difficile che in un contesto fatto solo di regole nasca un ecosistema di innovazione e creatività.

A domani, Jacopo.


Gender pay gap.

Questo grafico riporta il rapporto tra lavoratori uomini e lavoratrici donne in alcune delle aziende High-Tech più innovative d’America. Nonostante la propaganda mediatica per la parità di genere, la disuguaglianza è ancora molto elevata. Tanto in America quanto nel resto del mondo. In Italia, per esempio, solo il 26% delle donne ricopre cariche manageriali e solo il 21,8% delle imprese italiane è guidato da donne. Nel mondo invece, ad oggi, c’è un gender pay gap del 23%, ovvero, a parità di ruolo, responsabilità e competenze, per ogni dollaro guadagnato dagli uomini le donne prendono 77 centesimi.

A domani, Jacopo.


Meno soldi, più creatività (I).

Mi è capitato spesso di invitare Cecilia Nostro, co-fondatrice di Friendz, a parlare in SDA Bocconi. Quello che mi ha sempre colpito della sua Startup non è tanto quello che hanno fatto, ma come lo hanno fatto. Come hanno raccolto fondi (con una ICO), come hanno reclutato persone e come hanno trovato i primi clienti. Durante un intervento, Cecilia ha detto che hanno sempre dovuto fare le cose in maniera creativa perché non avevano i soldi per farle in maniera tradizionale.

Ed è vero. Spesso non avere budget, ci costringe ad essere creativi. A pensare (e fare) le cose in maniera non tradizionale. Che è poi il principio della Jugaad Innovation, ovvero il processo di riduzione della complessità e dei costi di produzione di un bene con il fine di creare prodotti più economici e duraturi.

Non a caso la Jugaad Innovation è nata e si è sviluppata in paesi come l’India dove l’assenza di risorse ha obbligato molte persone a inventare nuovi prodotti e nuovi modi di fare le cose, creando innovazioni che sono state poi esportate in tutto il mondo. Dalla Tata Nano in India, la city car più economica al mondo, al Nokia 1100, divenuto il cellulare più venduto di tutti i tempi, e alla versione low-cost dell’impianto EGC Mac 400 della GE, un capolavoro di semplificazione pensato per gli ospedali in India ma poi esportato anche negli Stati Uniti, o al brand Denizen della Levi’s, creato nel 2010 per il mercato cinese e asiatico e poi lanciato nel 2011 negli Stati Uniti e, nel 2013, in Canada.

A domani, Jacopo.


Creare se stessi.

“La vita non è una questione di trovare te stesso, o trovare qualcosa. La vita è una questione di creare te stesso. E creare cose.”
– B. Dylan

“La vita non è una questione di trovare te stesso, o trovare qualcosa. La vita è una questione di creare te stesso. E creare cose.” Lo dice Bob Dylan nel documentario “Rolling Thunder Revue”, diretto da Martin Scorsese. È un concetto interessante, che sintetizza bene l’epoca “Do It Yourself” che stiamo vivendo. Un’epoca più protestante che cattolica. Dove, nel bene e nel male, vince l’etica anglosassone del “Self Made Man”, che si è creato la propria vita e non ha aspettato di trovarla per caso da qualche parte.

A domani, Jacopo.


Netflix vs il resto del mondo (video).

Guardando questo grafico fa strano pensare che nel 2008 l’allora CEO di Blockbuster Jim Keyes disse: «Neither RedBox nor Netflix are even on the radar screen in terms of competition». Nel 2008 Netflix esisteva già da 11 anni e Internet era ormai diffuso in mezzo mondo. Tuttavia per Blockbuster, Netflix non era un competitor e lo streaming on line non era un’opportunità di mercato interessante. Del resto questo è quello che succede quando siamo troppo focalizzati sugli obiettivi a breve termine (come il fatturato del quadrimestre) e ci concentriamo solo sul nostro settore, ignorando tutto quello che ci succede attorno.

A domani, Jacopo.


I sogni sono progetti senza numeri.

“Dreams don’t work unless you do.”
– J. C. Maxwell

La differenza tra un sogno e un progetto sono i numeri. Un’idea senza numeri è un sogno. Un’idea con i numeri è un progetto. I numeri sono l’espressioni dei ragionamenti che stanno dietro l’idea. Sono le stime. Sono i risultati dei test di mercato. Sono il razionale. E sono tutto quello che rende il nostro sogno più credibile.

A domani, Jacopo.


Farsi pagare è un lavoro (non retribuito).

Generalmente tendo a non lamentarmi. Ma se c’è una cosa che trovo estenuante di quando si lavora in proprio sono i tempi e i modi di pagamento. In Italia farsi pagare è un lavoro (ovviamente non retribuito). Spesso funziona così. Fai il lavoro, poi aspetti di ricevere il numero d’ordine da inserire in fattura, poi puoi emettere la fattura che ha di media dai 90 ai 120 giorni per il pagamento, che sono poi sempre di più perché spesso sono 90gg FM, ovvero fine mese. Il che vuol dire che se fai un lavoro a Febbraio, devi aspettare Marzo per poter emettere fattura, poi aspettare 90 gg FM e, se tutto va bene, i soldi arrivano ai primi di Luglio, ma visto che in Italia il 94% delle fatture viene pagato in ritardo, tra ferie e Agosto, i soldi arrivano sul conto a Settembre. Nel frattempo però, hai già versato il 22% di iva sulla fattura di Febbraio. E quindi per essere pagato non solo devi prevedere mesi senza percepire il compenso, non solo devi prevedere di anticipare il 22% di iva, ma devi mettere in conto un lungo lavoro di recupero crediti.

A domani, Jacopo


Non c’è lavoro come l’imprenditore.

Un giorno Steve Jobs disse che Jonathan Ive – ex “Chief Design Officer” di Apple – era la persona con più potere esecutivo in tutta l’azienda, dopo di lui. Ciò nonostante, settimana scorsa Ive ha deciso di lasciare la Apple per lanciare la propria azienda. Ive aveva potere, soldi e successo. Ma nessuna azienda può darci quello che può darci lavorare per la propria azienda. E, non a caso, il motivo numero uno per cui i dipendenti di Google lasciano Google (che penso sia una delle aziende che dà più benefit e libertà al mondo) è per lanciare una propria iniziativa imprenditoriale.

A domani, Jacopo


Crisi e opportunità.

La musica esiste da migliaia di anni. Eppure nessuno era riuscito a metterla a profitto trasformandola in un canale pubblicitario prima di Shazam e Spotify. Anche le relazioni tra persone esistono da sempre, eppure nessuno era riuscito a trasformarle in un business da miliardi di dollari prima di Facebook e degli altri Social Network. Oppure pensa alle macchine. L’uomo viaggia da solo in auto da più di cento anni. Eppure nessuno era riuscito a trasformare i posti vuoti in un profitto prima di BlaBlaCar. Per non parlare di Airbnb che ha messo a profitto le case vuote – che esistono da migliaia di anni. Viviamo in un’epoca di straordinari cambiamenti. Tecnologici, sociali e culturali. Qualcuno la chiama crisi. Io preferisco chiamarla opportunità. Opportunità di sperimentare. Opportunità di innovare. Ma soprattutto, opportunità di vedere tutto quello che ci circonda da un altro punto di vista.

A domani, Jacopo


Una parola: Gambiarra.

“Gambiarra” è una parola brasiliana meravigliosa che potrebbe essere tradotta come la capacità di una persona di cambiare il destino trasformando le proprie debolezze in punti di forza e affrontare qualsiasi avversità. È una parola che sintetizza molto bene l’approccio alla vita tipico di un imprenditore o un innovatore: qualsiasi cosa succeda è un’opportunità per pensare in modo innovativo e trovare soluzioni che altri non hanno trovato.

A domani, Jacopo


Alessandra Lomonaco.

Questa settimana su FIRED ho intervistato Alessandra Lomonaco. Come scrisse il filosofo statunitense David Weinberger, quando sei la persona più intelligente nella stanza, vuol dire che sei nella stanza sbagliata. E nel 2013, dopo vent’anni di carriera nel campo del controllo aziendale, Alessandra ha sentito il bisogno di cambiare stanza. Ha capito che la carriera in azienda, non faceva per lei. Ha capito che aveva bisogno di nuovi stimoli, di imparare ogni giorno cose nuove e, soprattutto, di avere maggiore autonomia. Così, dopo un Executive MBA decide di cambiare non solo stanza, ma anche vita. Lascia il lavoro da manager e si mette in proprio. Entra nel mondo delle start up e della consulenza. E dal quel momento non torna più indietro, perché, usando le sue stesse parole, quando lasci la carriera da dipendente per metterti in proprio, non stai solo cambiando lavoro, ma stai cambiando identità e questo è un passaggio irreversibile.

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A domani, Jacopo


Charles Bukowski e l’importanza di tenere duro.

Charles Bukowski iniziò a scrivere quando era ancora un adolescente, pubblicò il suo primo racconto breve nel 1943 a ventitré anni e continuò a scrivere (e inviare a molte case editrici) poesie e racconti per tutta la sua vita. Eppure, nessuno si accorse del suo talento fino al 1969, quando un piccolo imprenditore di nome John Martin vide in lui il nuovo Walt Whitman e aprì una casa editrice chiamata Black Sparrow con il solo scopo di pubblicare il primo romanzo di Bukowski: “Post Office” che introdusse il personaggio di Henry Chinaski e lanciò la carriera di uno degli autori più significativi del Ventesimo secolo. Quando ti metti in proprio, a volte può andarti bene al primo colpo, ma il più delle volte devi tenere duro per anni prima di realizzare il tuo sogno. E questa è una bella notizia, perché più tieni duro e più ci credi, più avrai la costanza e la determinazione per far durare il successo della tua attività nel lungo periodo.

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A domani, Jacopo


Non vincono i migliori, ma i più tenaci.

Come ho letto qualche tempo fa sull’oroscopo di Rob Brezsny, per migliaia di generazioni i nostri antenati sono stati capaci di procurarsi il cibo di cui avevano bisogno usando una tecnica chiamata caccia per sfinimento. Di solito non erano veloci come gli animali che inseguivano, ma avevano un vantaggio: potevano braccare la loro preda senza fermarsi finché quella si stancava, anche perché avevano meno pelo e quindi soffrivano meno il caldo. Molti degli imprenditori che sono riusciti a realizzare i propri progetti non erano i più bravi o i più capaci, ma i più tenaci. Erano quelli che riuscivano a sopportare più a lungo la fatica e il disagio di continuare a provare a realizzare le proprie idee senza perdere l’entusiasmo e la determinazione. Erano sicuri che prima o poi ce l’avrebbero fatta e che la direzione era quella giusta, e sono sempre andati avanti per la loro strada.

A domani, Jacopo


L’importanza di mettersi in gioco e risolvere un problema.

Qualche giorno fa, girando per la rete ho visto il video con cui David Barnett, ai tempi professore di filosofia, aveva lanciato una campagna su Kickstarter per finanziare la produzione dei suoi PopSocket. I PopSocket sono le cover (ormai molto popolari) con i due bottoni grossi che permettono di appoggiare lo smartphone durante una videochiamata oppure arrotolare le cuffie. Il video è assurdo. Barnett balla con il cellulare in mano mentre mostra le incredibili funzioni della sua invenzione. Mentre lo guardavo ho pensato due cose: 1) Quanto sia importante, quando si lancia un proprio prodotto, mettersi in gioco, con la propria faccia. 2) Quanto sia importante lanciare un prodotto che risolva un problema (anche piccolo) ma reale a quante più persone possibile. PopSocket ha entrambe queste caratteristiche e, non a caso, David Barnett, ha venduto centinaia di milioni di copie della sua invenzioni guadagnando milioni di dollari.

A domani, Jacopo


Meglio influenzare che lavorare in un posto influente.

Qualche giorno fa ho letto un articolo di Adam Grant, dove l’autore americano parlava di come scegliere il posto di lavoro: Meglio essere un pesce piccolo in una vasca grande o un pesce grande in una vasca piccola? All’interno dell’articolo Grant esprime un concetto interessante. Le opportunità di crescita più importanti non sono sempre nel posto più influente ma nel posto dove puoi essere tu più influente. Il posto dove puoi accumulare competenze e capitale sociale. Ed ha ragione. Aggiungo solo che spesso il posto migliore per avere questo tipo di influenza è il posto che ti crei, la tua azienda o il tuo contesto lavorativo. Perché quando lavori in proprio ogni giorno è un’occasione (necessaria) per crescere e migliorarsi.

A domani, Jacopo


Puccini e l’importanza di imparare dalle critiche.

La Madama Butterfly è una delle mie opere preferite. E “Un bel dì vedremo” è in assoluto la mia aria preferita. Dal 1904 ad oggi, l’opera è stata eseguita migliaia di volte in tutti i principali teatri del mondo. Ciò nonostante, la prima rappresentazione, che ebbe luogo al Teatro alla Scala di Milano, il 17 febbraio 1904 fu un fiasco colossale. Il pubblico accolse l’opera con una “ubriacatura d’odio” come scrisse in una lettera all’amico Camillo Bondi lo stesso Puccini. Fortunatamente però tanto l’autore quanto l’editore, credevano molto nel progetto e così raccolsero le critiche e decisero di sottoporre l’opera ad un’accurata revisione che la rese più agile e proporzionata. Dopo tre mesi riproposero l’opera al Teatro Grande di Brescia dove il pubblico la accolse con entusiasmo e diede inizio a un successo che dura ancora oggi. Ricevere critiche non è mai bello. Tuttavia, come abbiamo visto anche settimana scorsa con la storia di Freddie Mercury, dalle critiche si può imparare molto. Sono il modo migliore per capire come aggiustare il proprio prodotto.

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A domani, Jacopo


Un documentario: FYRE.

“Fyre” racconta l’inquietante storia dell’imprenditore Billy McFarland e della sua truffa da 27 milioni di dollari. Billy è il classico ragazzo che vuole fare più soldi possibili nel minor tempo possibile con un’innata capacità di vendere di tutto, anche quando non ha nulla da vendere. Nel 2017 organizza un “luxury music festival” in un’isola, un tempo proprietà di Pablo Escobar, con l’idea di dare ai propri clienti la possibilità di vivere come il celebre narcotrafficante. Il problema è che né lui né il suo socio, il rapper Ja Rule, hanno idea di come si organizzi un festival. Ma ai tempi di Instagram cosa importa della sostanza? Basta l’apparenza e così invitano delle modelle sull’isola e cominciano a postare foto su Instagram. Il progetto diventa virale, centinaia di “Influencer” lo supportano e migliaia di persone si iscrivono. Risultato: il Festival non avrà mai luogo, migliaia di persone e centinaia di lavoratori vengono truffati e Billy McFarland viene condannato a sei anni di prigione. Come dice una delle persone intervistate, “Fyre ha portato alla vita Instagram”, e ha messo in luce come ci sia una distanza sempre maggiore tra quello che si racconta sui Social Media e quella che è la realtà.

A domani, Jacopo


Coltiva i tuoi hobby come Benjamin Franklin.


Benjamin Franklin è stato uno degli uomini più prolifici e poliedrici della storia degli Stati Uniti. Grazie a un raro miscuglio di Puritanesimo e Illuminismo riuscì a strappare lo scettro ai tiranni e il fulmine al cielo. Come politico e attivista è stato tra i protagonisti della Rivoluzione americana. Mentre come inventore e scienziato ha inventato il parafulmine, le lenti bifocali, l’armonica a bicchieri e le pinne. Nonostante la sua intensa attività professionale, riuscì sempre a ritagliarsi il tempo per coltivare i suoi molti hobby (tra cui la lettura, il nuoto, gli scacchi, la musica, la filosofia, la scienza e la politica). E furono proprio questi hobby che gli permisero di eccellere e distinguersi in tutte le sue attività. Ti ho raccontato la storia di Benjamin Franklin perché, indipendentemente da quale sia il tuo lavoro, avere degli hobby e dedicargli del tempo, ti darà la possibilità di avere nuove idee, vedere il tuo lavoro da diversi punti di vista e stimolare il tuo lato creativo.

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A domani, Jacopo


Perché lavoro in proprio.

“Le tre dipendenze più nocive sono l’eroina, i carboidrati e uno stipendio mensile.”
-Nassim Nicholas Taleb

Ok, forse questa citazione di Taleb è eccessiva. I carboidrati non mi hanno mai dato dipendenza. Sull’eroina e lo stipendio mensile invece non ti so dire. La prima non l’ho mai provata, il secondo non l’ho mai avuto. Da quando ho 18 anni lavoro in proprio. E, dal mio punto di vista, non potrebbe esserci modo migliore di lavorare. Perché quando lavori in proprio sei libero di scegliere. Non hai capi che ti dicono cosa fare o non fare. Sei libero di decidere quando e quanto lavorare. Hai uno stile di vita più flessibile. Sei libero di dire no, quando non sei d’accordo. Sei libero di fare errori e imparare a modo tuo. Sei libero di scegliere le persone con cui lavorare e la tipologia di progetti che vuoi sviluppare. Puoi guadagnare tanto o poco. Sta a te. Se guadagni 100 prendi 100. Non devi aspettare per un aumento. Puoi lavorare dove vuoi. Puoi andare in vacanza quando tutti lavorano e lavorare quando tutti sono in vacanza. Sei più coinvolto in quello che fai. Perché sai che dipende da te. Sai che puoi essere tu, in prima persona, il cambiamento che vorresti vedere nella tua vita e nel mondo.

A domani, Jacopo


Anno nuovo, lavoro nuovo.

Anno nuovo, lavoro nuovo. Gennaio è il mese dei buoni propositi e se stai cercando (o ti stai inventando…) un nuovo lavoro, queste sono tre caratteristiche da tenere in considerazione:

  • Motivazione: fai qualcosa in cui credi, qualcosa che per te è importante. Qualcosa che ti permetta di sentirti parte di un movimento più grande e ti dia la possibilità di avere un impatto (anche piccolo, ma positivo) sul mondo.
  • Realizzazione: fai qualcosa in cui sei bravo o puoi diventare bravo. Qualcosa che ti permetta di valorizzare quelle che gli psicologi chiamano le Signature Strengths (i tuoi tratti distintivi) e che ti dia la possibilità di migliorarti ogni giorno.
  • Remunerazione: fai qualcosa per cui sei pagato il giusto. Dove “giusto” vuol dire né troppo poco ma neanche troppo, perché se sei pagato troppo, la remunerazione assume un’importanza maggiore rispetto alle altre due caratteristiche e l’equilibrio si rompe.

Buon anno (e buon lavoro)!

A domani, Jacopo


Nel lungo periodo i secondi arrivano sempre primi.

Nella storia della musica, il 14 agosto 1995 è ricordato come il giorno della battaglia delle band, quando le due più importanti band britanniche degli anni Novanta – i Blur e gli Oasis – uscivano in contemporanea con il loro nuovo singolo. All’inizio, sono i Blur a vincere la battaglia ma, nel lungo periodo gli Oasis venderanno molti più dischi e terranno, l’11 agosto 1996 a Knebworth, il più grande concerto a pagamento della storia. Spesso arrivare primi non è garanzia di successo, anzi è vero il contrario. Se pensiamo alla tecnologia, la storia è piena di secondi che si sono poi imposti come primi. Yahoo è arrivato prima di Google. Hotmail è arrivata prima di Gmail. Messenger è arrivato prima di Skype che è arrivato prima di Whatsapp. Così come MySpace è arrivato prima di Facebook e Nokia prima di Apple. Qualsiasi cosa tu stia pensando di fare, è verosimile che sul mercato ci sia già un player che propone il tuo stesso prodotto o servizio. Ma questo non deve essere un pretesto per rinunciare. Anzi, è un’occasione per imparare dagli errori degli altri e offrire qualcosa di migliore o diverso che possa, nel lungo periodo, essere più sostenibile.

A domani, Jacopo


5 film da imprenditori da vedere su Prime Video.

Se su Netflix non ci sono molti film “da imprenditori” validi, su Amazon ce ne sono ancora meno. Però se ne stai cercando qualcuno, puoi vedere:

  • Fight Club: guardalo per capire come costruire un brand.
  • The Internship: guardalo per capire come attrarre nuovi talenti.
  • Big Fish: guardalo per capire come cambiare professione di continuo.
  • Family Business: guardalo per capire come gestire un business di famiglia.
  • Smetto quando voglio: guardalo per capire come re-inventarsi.

A domani, Jacopo


Se sai venderti, non ti serve nessun capo.

Lavoro in proprio da quando ho 18 anni. Il mio primo lavoro è stato il programmatore di siti internet. Era il 1999 e ai tempi Internet era un mistero di cui tutti parlavano (un po’ come la Block Chain oggi) e chi sapeva fare un sito poteva guadagnare molto bene. All’inizio avevo fatto un colloquio con una grossa agenzia, ma per fortuna non mi presero e così decisi di aprire la mia agenzia. Dopo un po’ di anni ho smesso di programmare, e ho iniziato a fare altro. Ma quel lavoro mi ha insegnato una cosa molto importante, che mi è stata utile per qualsiasi altro lavoro abbia fatto: la regola numero uno per lavorare in proprio o fare l’imprenditore è saperti vendere. Ovvero devi essere in grado di vendere il tuo lavoro. Se non sei in grado di farlo, allora dovrai sempre dipendere da qualcun altro. Se invece sai venderti, non ti serve nessun capo.

A domani, Jacopo


L’inquietudine salverà il mondo.

Come scrissero Marx e Engels nel loro Manifesto, il mondo moderno ha bisogno della confusione e dell’incertezza per crescere e prosperare. Ed è vero. Quella spiacevole sensazione che chiamiamo inquietudine è il motore della nostra vita. Senza di essa sprofonderemmo nella noia di un’esistenza routinaria. Senza inquietudine non potrebbe più esserci innovazione e mai come oggi il mondo oggi ha bisogno d’innovazione. Ha bisogno di nuove soluzioni per risolvere vecchi problemi. Gli imprenditori, i rivoluzionari, gli inventori e gli artisti sono tutte persone inquiete che proprio grazie alla loro inquietudine hanno cambiato le cose e contribuito al progresso dell’umanità. Ed è sempre stato così. Nel film “The Third Man”, Harry Lime ci ricorda come in Italia, sotto i Borgia, per trent’anni ci siano state guerre, terrore e spargimenti di sangue. Ma tutto questo ha prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera invece hanno avuto 500 anni di democrazia e pace, e cosa ha prodotto? L’orologio a cucù. La comfort zone raramente ti farà avere nuove idee, l’inquietudine invece stimola la creatività.

A domani, Jacopo


The Start-up of You.

Questa settimana ho letto “The Start-up of You” scritto dal fondatore di LinkedIn Reid Hoffman. Un libro che parte da un concetto molto chiaro: tutti gli umani sono imprenditori, per il semplice fatto che la volontà di creare è innata nel nostro DNA. E da persona che si “inventa” il proprio lavoro da sempre, non posso che essere d’accordo. Il libro è pieno di spunti, teorie e consigli per mettersi in proprio. Da come sviluppare un proprio vantaggio competitivo, a come costruirsi un network (del resto l’autore è il fondatore di LinkedIn e ci tiene a sottolineare che una persona con 170 connessioni su LinkedIn è al centro di un network professionale di più di 2 milioni di persone), fino all’importanza di avere un piano A (quando le cose vanno bene), un piano B (quando le cose potrebbero andare meglio) e un piano Z, ovvero quello che ti salva quando il tuo progetto affonda. E anche su questo concordo. Avere un piano Z è importante perché il suo pensiero ti aiuterà nei momenti in cui le cose vanno male e ti farà stare più con i piedi per terra quando vanno bene.

A domani, Jacopo


Il pessimismo è un lusso che non possiamo più permetterci.

All’inizio del documentario “Requiem For The American Dream” l’attivista americano Noam Chomsky racconta come, durante la crisi del ’29 in Americana, nonostante ci fosse molta povertà e disoccupazione (molto più di oggi), le persone avessero la convinzione che le cose sarebbero andate meglio. C’era un reale senso di speranza verso il futuro. Cosa che oggi, secondo Chomsky, non c’è più. Sono d’accordo e penso che oggi il pessimismo sia un lusso che non possiamo più permetterci. Forse un tempo, durante Les Trente Glorieuses – i trent’anni dal 1945 al 1975 in cui le economie dei Paesi sviluppati avevano una crescita costante – potevamo anche permetterci di essere pessimisti, tanto le cose attorno a noi accadevano comunque. L’economia girava. Molti Paesi, come l’Italia o la Francia erano in pieno boom economico. Se perdevi il lavoro ne trovavi un altro poco dopo. Oggi non è più così. In Europa il tasso di disoccupazione ha superato il 10% e quello di inattivi è ancora più alto. Non possiamo più lasciarci andare al pessimismo. Ritrovare fiducia nel futuro è una condizione necessaria perché senza questa spinta è difficile riuscire ad andare oltre la crisi e costruire nuovi scenari.

A domani, Jacopo


Se rimaniamo intrappolati nel sogno di qualcun altro, siamo fottuti.

“Si vous êtes pris dans le rêve de l‘autre; vous êtez foutus.”
– Gilles Deleuze

È vero, aveva ragione il filosofo francese Gilles Deleuze quando scriveva: “Si vous êtes pris dans le rêve de l‘autre; vous êtez foutus.” Se rimaniamo intrappolati nel sogno di qualcun altro, siamo fottuti. Questo vale tanto da un punto di vista filosofico, quanto da quello personale o professionale. Viviamo nell’era della vita condivisa. Ogni giorno, attraverso i Social Media, guardiamo nella vita di migliaia di persone (o almeno nella loro versione mediatica). E penso sia inevitabile comparare la vita dell’altro con la nostra. Migliore o peggiore che sia, sentiamo il bisogno di confrontarci con gli altri e questo spesso crea invidie, disagi e frustrazioni (non a caso la FOMO – paura di rimanere esclusi – è una delle principali patologie del nuovo Secolo). Io mi occupo di imprenditoria e posso dirti che dal punto di vista del lavoro, viviamo un periodo storico dove ci sono molte più possibilità di un tempo di seguire il proprio sogno, grande o piccolo che sia, e trasformarlo nel proprio lavoro. Perché allora perdersi dietro quello che fanno gli altri? Perché provare a fare quello che è già stato fatto? Molto meglio credere nel proprio sogno e fare qualcosa che solo tu potresti fare.

A domani , Jacopo


L’agitazione dell’imprenditore.

Per essere liberi, diceva Tocqueville nel suo “Viaggio in Inghilterra”, bisogna essere abituati a una vita piena di agitazione, cambiamento e pericolo. E questo vale tanto per la vita personale, quanto per quella professionale. Nel momento in cui decidi di metterti in proprio, perdi la certezza di uno stipendio fisso, rischi il tuo capitale (e il tuo tempo) e spesso sei molto agitato. Ma sei anche molto più libero e, per me che lavoro in proprio da quasi vent’anni, questa libertà non ha prezzo. Spesso dico che sono un “Nativo Precario”, nel senso che non ho mai avuto un posto fisso o uno stipendio mensile. E, in tutta onestà, non mi è mai mancato. Perché questa “precarietà” è ciò che mi tiene vivo ogni giorno. Ogni giorno so che dovrò inventarmi qualcosa di nuovo, perché nessuno se la inventerà per me.

A domani, Jacopo


L’idea giusta.

Per il lavoro che faccio e i temi che tratto (imprenditoria e lavoro), una delle domande che le persone mi fanno più spesso è se l’idea che hanno in testa potrebbe funzionare. Ovviamente non esiste una risposta universale a questa domanda. Ma posso dirti che un’idea per funzionare deve essere il punto di incontro tra te (le tue competenze, i tuoi valori, la tua passione, le tue risorse, quello che ti motiva etc etc) e il mercato, ovvero rispondere a un bisogno di mercato (quello di cui hanno bisogno i tuoi clienti potenziali) e differenziarti dai competitor (le realtà che già fanno quello che vuoi fare tu).

A domani, Jacopo


Senza domanda non può esserci offerta.

Il mese scorso sono stato ospite del Festival della Letteratura di Mantova e una delle cose che più mi ha colpito è stato vedere code lunghissime di persone che aspettavano ore per assistere ad un evento letterario. Mi ha colpito perché, in un mondo dove milioni di persone fanno ore di coda per avere l’ultima versione di smartphone, fa bene sapere che ci sono persone che allo smartphone preferiscono i libri. Ma se ci sono persone così, perché l’editoria è in crisi? Semplice: perché le case editrici si sono dimenticate del principio base dell’economia, ovvero l’equilibrio tra domanda e offerta. In Italia, tra il 1980 e il 2016 la produzione di libri è aumentata del 400%. E nel mondo, dall’inizio dell’anno, sono stati pubblicati quasi 2 milioni di libri. Ovvero, l’offerta è aumentata esponenzialmente. È questo è un bene. Il problema è che le case editrici non hanno la minima idea di come vendere tutti i libri che stampano e quindi non sono in grado di stimolare la domanda. Si stampano più libri possibili, nella speranza che qualcuno si venda da sé. Quando forse bisognerebbe concentrarsi anche sulla domanda e non solo sull’offerta.

A domani, Jacopo


Non conta cosa fai o dove lo fai ma come lo fai.

Qualche settimana fa Amazon ha raggiunto la valorizzazione record di 1.000 miliardi (seconda solo ad Apple). Il che mi ha fatto pensare alla relatività del settore. Spesso quando si prende in analisi un’idea di business, si valuta se il settore in cui opera sia un settore ricco o povero, seguendo il principio (un po’ datato) per cui sia il settore ad influenzare l’impresa e non viceversa. Esempi come Amazon invece vanno nella direzione opposta. Quando Jeff Bezos ha lanciato Amazon non si è focalizzato sui limiti del settore dell’editoria, ma su come poteva cambiarlo per creare valore per lui e per la sua azienda. E lo stesso ha fatto Guy Laliberté con il Cirque du Soleil. Morale della storia: non conta quello che fai o in che settore lo fai. Conta solo come lo fai.

A domani, Jacopo


Un’idea non è mai bella o brutta ma migliore o peggiore di un’altra.

Negli ultimi 4 anni ho lavorato a molti (forse troppi) progetti. Ovvero ho disperso le mie energie in molte direzioni. E dopo 4 anni posso dirti che non ne vale la pena. Ogni cosa per essere fatta bene richiede molto tempo. E questo è positivo perché ti obbliga a focalizzarti solo sulle cose che importano veramente. Quindi adesso ogni volta che penso a un progetto, o mi viene proposto un progetto, mi domando se quel progetto vale più di tutti quelli che sto già seguendo. Perché un’idea non è mai bella o brutta, ma sempre migliore o peggiore di un’altra. Non è una questione di avere l’idea giusta ma di saper scegliere l’idea giusta, perché ogni volta che scegli di dedicare tempo e risorse a un progetto stai decidendo di togliere tempo e risorse a un altro progetto, anche se magari non te ne rendi conto. Su questo tema, questa settimana ho letto un libro che ti consiglio: “Essentialism” di Greg McKeown una guida sul come focalizzarsi su una sola idea (quella che conta veramente) e non disperdere le proprie energie.

A domani, Jacopo