Il figlio dottore.

Come cantava Paolo Pietrangeli nel 1966: “Del resto, mia cara, di che si stupisce? anche l’operaio vuole il figlio dottore”. E così è stato. Tanto che oggi in Italia ci sono sempre più dottori (intesi come laureati) e sempre meno operai. L’operaio del Sessantotto, voleva un figlio dottore perché voleva garantire al proprio figlio un futuro professionale sicuro e appagante. Cinquant’anni dopo però il mondo del lavoro è molto diverso. Una laurea non è garanzia di stabilità e lavoro. Anzi, lo è più saper fare un lavoro manuale. Quindi se nel 1966 l’operaio voleva il figlio dottore, un domani, forse, il dottore vorrà il figlio operaio.

A domani, Jacopo.


Lavoratori precari (di passaggio).

Qualche settimana fa ho letto un interessante articolo su Internazionale che parlava dei molti lavoratori, spesso precari e sotto pagati, dietro all’Intelligenza artificiale.

“L’intelligenza artificiale ha bisogno di scienziati ed esperti, ma anche di schiere di operai digitali, che raccolgono il materiale didattico per i sistemi e ne sorvegliano i progressi nell’apprendimento. Questi operai digitali svolgono compiti che richiedono poca intelligenza ma che non possono essere automatizzati. Redigono legende per immagini, traducono brevi testi, valutano le traduzioni, trascrivono il parlato, digitano il contenuto di moduli compilati a mano e diagnosticano sintomi di malattie. Lavorano da soli, senza contratto e senza previdenza sociale. Non lavorano a giornata ma a minuto, perché i compiti che le piattaforme d’intermediazione digitale gli affidano spesso si possono svolgere molto rapidamente. Il loro compenso è la somma di contributi da pochi centesimi.”

È uno dei tanti lati oscuri del progresso tecnologico che non conosciamo. E non a caso viene chiamato “Ghost Work”, lavoro fantasma, perché invisibile e volutamente tenuto nascosto. Funziona così per molte delle piattaforme che usiamo ogni giorno da Google a Facebook. Tuttavia penso sia una fase di passaggio che nel bene o nel male finirà. Nel bene perché vorrà dire che molti lavoratori che oggi vengono sfruttati e sottopagati smetteranno di essere sfruttati e sottopagati. Nel male perché molti lavoratori perderanno il loro lavoro e verranno rimpiazzati da un algoritmo.

A domani, Jacopo.


Lavorare e imparare.

Lavorare e imparare sono spesso viste come due entità separate. Prima vado a scuola e imparo poi vado al lavoro e lavoro. Ma non funziona così. Il modo migliore per imparare un lavoro è farlo. Così come il modo migliore per lavorare è non smettere mai di imparare. Non è una questione di aut aut, o imparo o lavoro. Ma di et et. Lavoro e imparo. Imparo e lavoro. Quando si smette di imparare si smette di lavorare. Quando si smette di lavorare si smette di imparare.

A domani, Jacopo.


Superumani?

Superhuman è un’app che permette di controllare 200 email in 15 minuti grazie a un un mix di intelligenza artificiale, design e insights dai social networks. E si mormora che abbia già in lista d’attesa centinaia di migliaia di persone che puntano ai “superpoteri” promessi dall’app.

Non so se funzionerà. E non so come reagirà il mercato. Quello che mi domando è se abbiamo veramente bisogno di essere dei “superumani”. Se abbiamo veramente bisogno di software che ci permettono di fare sempre di più in sempre meno tempo. Di essere sempre attivi. Di non staccare mai. Di rispondere sempre subito a tutto e a tutti. Senza neanche pensarci.

Forse no. Forse abbiamo bisogno del contrario. Abbiamo bisogno di organizzare meglio il nostro tempo. Di essere capaci di scegliere cosa fare e, soprattutto, cosa non fare. Abbiamo bisogno di prenderci il tempo per pensare alle nostre risposte. Per pensare cosa scrivere, quando scriverlo e a chi scriverlo.

Forse per essere dei “superumani” dovremmo tornare ad essere più umani.

A domani, Jacopo.


Lavori straordinari.

“One machine can do the work of fifty ordinary men. No machine can do the work of one extraordinary man.”
– E. Hubbard

Più di un secolo fa, l’autore americano Elbert Hubbard ebbe un’intuizione: una macchina può fare il lavoro di 50 uomini ordinari. Ma nessuna macchina può fare il lavoro di un uomo straordinario. E se questo era vero all’inizio del secolo passato, oggi lo è ancora di più. L’automatizzazione del lavoro riguarda unicamente i lavori ordinari, ovvero quei lavori che possono essere decodificati e quindi automatizzati. Mentre non riguarda e non potrà mai riguardare quei lavori straordinari che non possono essere tradotti in un algoritmo.

A domani, Jacopo.


Freelance (in pensione).

Sempre più giovani lavorano come freelance (ovvero professionisti in Partita Iva) e questo è un trend non solo in crescita ma anche di cui si parla molto. Quello di cui si parla meno è del numero sempre maggiori di pensionati freelance, ovvero di persone che per arrotondare la propria pensione devono (o vogliono) continuare a lavorare come freelance. In America è un fenomeno sempre più diffuso. Nel 2018 il 30% degli Americani over-55 ha fatto qualche lavoro da freelance e le stime per i prossimi anni sono in crescita.

All’inizio del Secolo passato, l’economista inglese John Maynard Keynes prevedeva che nel futuro, grazie alla tecnologia e all’automatizzazione del lavoro, l’uomo avrebbe lavorato sempre meno. E sulla carta aveva ragione. Abbiamo a disposizione una tecnologia sempre più evoluta che potrebbe automatizzare molti lavori e, di conseguenza, farci lavorare meno. Tuttavia, dobbiamo lavorare sempre di più e sempre più a lungo.

A domani, Jacopo.


Domande private (pubbliche).

Se a un colloquio di lavoro, l’intervistatore facesse domande sulla vita privata dell’intervistato, risulterebbe inopportuno, ai limiti dell’illegale. Se gli, o le, chiedesse se ha figli, dove va in vacanza, cosa fa la sera con gli amici, che luoghi frequenta, quali film guarda, come si sposta in città, che faccia ha il suo compagno o la sua compagna o se arrivasse a chiedere come sta in costume, o con l’ultimo vestito comprato risulterebbe molto fuori luogo. Ed effettivamente lo sarebbe. Perché sarebbero tutte informazioni private. Non pubbliche. Tuttavia sono tutte informazioni che noi per primi condividiamo sui nostri profili Social. E quindi sono informazioni di pubblico dominio.

A domani, Jacopo.


Ingegneria e Poesia.

“The engineers of the future will be poets.”
– T. McKenna

Negli anni Settanta il naturalista e filosofo americano Terence McKenna sosteneva che gli ingegneri del futuro sarebbero stati poeti. Quarant’anni dopo non mi sento di dire che avesse ragione. Oggi gli ingegneri-poeti sono veramente pochi. Tuttavia può essere che un domani Terence McKenna possa vere ragione. Perché, in un futuro fatto di automatizzazione del lavoro, di intelligenza artificiale e di computer sempre più sofisticati, gli elementi differenziali tra un uomo e una macchina non saranno tanto le doti tecnico-matematiche quanto quelle prettamente umane, come la poesia.

A domani, Jacopo.


Lavori dis-automatizzati.

Netflix sta sperimentando delle selezioni di film e serie fatte da curatori umani. Oggi si parla tanto di quali saranno i lavori che verranno automatizzati, ovvero fatti da robot. Si parla meno però dei lavori che verranno, dis-automatizzati. Ovvero di quei lavori che oggi vengono fatti dai robot, ma che un domani potrebbero essere fatti da esseri umani. La selezione di film da vedere, per esempio è uno di questi, perché per quanto una macchina potrà capire i miei gusti, non avrà mai il gusto e la sensibilità di un critico cinematografico.

A domani, Jacopo.


Lavoro nomade.

Pieter Levels è un programmatore che ha scelto di vivere la sua vita da nomade. Lavora da qualsiasi località nel mondo che abbia una connessione internet. Ha fatto del nomadismo digitale il suo stile di vita. E non è il solo. Negli anni ha costruito una community di persone che come lui lavorano in remoto. E ha anche mappato le città migliori dove lavorare. Le trovi qui.

A domani, Jacopo.


Social Media Explosion.

Qualche giorno fa un mio amico mi raccontava la storia di un suo amico. Il suo amico ha un locale e stava cercando un barman. Così crea un post sulla pagina Facebook del locale. Lo pubblicizza e raggiunge più di 50.000 visualizzazioni. Ma riceve solo due curriculum. Nel frattempo stava cercando anche un Social Media Manager, sempre per il suo locale. Così fa un post sulla sua pagina personale. Non lo pubblicizza e raggiunge qualche centinaio di persone. Tuttavia riceve decine di curriculum di persone che si offrono di lavorare (anche a gratis) come Social Media Manager.

Io non ho mai fatto il Social Media Manager, ma ho fatto il barman (o meglio con alcuni amici per tre anni ho avuto un locale dove facevo anche il barman), ed è un lavoro faticoso, vero, ma anche molto divertente che permette di conoscere persone sempre nuove e avere una vita sociale (off line) molto attiva. Tuttavia oggi nessuno vuole fare più il barman e tutti vogliono fare i Social Media Manager. Sembra che gestire media sociali on line, sia più interessante di gestire relazioni sociali off line.

A domani, Jacopo.


Più disciplina = meno stress.

Arrivare in ritardo è fonte di stress. Fare più cose contemporaneamente è fonte di stress. Avere troppe cose da fare e non riuscire a finirle è fonte di stress. Avere troppe scelte è fonte di stress. In un mondo dove siamo sempre più multitasking e abbiamo sempre più opportunità, la disciplina è un ottimo antidoto allo stress.

A domani, Jacopo


Gender pay gap.

Questo grafico riporta il rapporto tra lavoratori uomini e lavoratrici donne in alcune delle aziende High-Tech più innovative d’America. Nonostante la propaganda mediatica per la parità di genere, la disuguaglianza è ancora molto elevata. Tanto in America quanto nel resto del mondo. In Italia, per esempio, solo il 26% delle donne ricopre cariche manageriali e solo il 21,8% delle imprese italiane è guidato da donne. Nel mondo invece, ad oggi, c’è un gender pay gap del 23%, ovvero, a parità di ruolo, responsabilità e competenze, per ogni dollaro guadagnato dagli uomini le donne prendono 77 centesimi.

A domani, Jacopo.


Yes, Yes, Yes, No.

Ho trovato questo grafico su Twitter. È di Jimmy Daly e riassume come all’inizio della nostra carriera dobbiamo dire di sì a tutto, così da imparare quante più cose e sperimentare strade differenti per poi, più avanti negli anni, iniziare a dire di no, scegliere cosa fare e cosa non fare per focalizzare le nostre risorse e le nostre competenze su quello che sappiamo fare meglio. Concordo.

A domani, Jacopo.


Quoziente di adattabilità.

In un mondo che cambia di continuo, il Quoziente di Adattabilità, più che quello di Intelligenza, diventerà un elemento chiave del successo (e della sopravvivenza) di una persona. Adattarsi a nuovi contesti. Cambiare idea. Cambiare mentalità. Cambiare strategia. Continuare a imparare e formarsi. Abbandonare i propri pregiudizi. Sbagliare. Fare test più che fare previsioni. Provare strade differenti e differenti modi di fare le cose. Perché come disse Churchill a un suo connazionale che gli domandava perché avesse, all’ultimo, cambiato idea sulla decisione di patteggiare con i Nazisti: «Coloro che non cambiano mai idea, non cambiano mai nulla».

A domani, Jacopo.


L’occupazione non è una questione quantitativa ma qualitativa.

In Italia, la disoccupazione è in calo. A giugno ha segnato la quarta flessione consecutiva, scendendo al 9,7%, in calo di 0,1 punti percentuali su maggio. E questo è positivo. Il tema però è che l’occupazione non è una questione meramente quantitativa ma anche qualitativa e qualitativamente il lavoro in Italia è sempre peggio. Il miglioramento percentuale della disoccupazione è dovuto al calo della popolazione e all’aumento del precariato. In Italia ci sono sempre più lavoratori precari, si guadagna in proporzione sempre meno e si lavora più ore. L’obiettivo quindi non dovrebbe essere quello di lavorare di più. Ma di lavorare meno e meglio. Ovvero aumentare la produttività e la qualità del lavoro e non solo diminuire la disoccupazione.

A domani, Jacopo.


Satisplay.

Satispay è una delle Startup più innovative e audaci che abbiamo in Italia. È stato un piacere parlare con loro di innovazione, lavoro e formazione. Puoi ascoltare tutto il podcast qui:

A domani, Jacopo.


20% Parlare 80% Ascoltare.

Mi sono dato questa regola e, anche se non è facile seguirla, ci sto provando. Quando parlo con qualcuno, durante una riunione, quando sono al telefono. Per l’80% del tempo ascolto. Per il 20% parlo. Mi aiuta a capire di più la persona che ho davanti e quello di cui stiamo parlando. E, soprattutto, mi permette di costruire dialoghi e non monologhi.

A domani, Jacopo.


Ma non puoi trovarti un lavoro in banca?

Deutsche Bank taglierà 18.000 posti di lavoro. Ovvero un dipendente su cinque. Il posto in banca è sempre stato sinonimo di sicurezza e a chi lavora in proprio, sarà capitato spesso di sentire frasi come: “Ma perché non ti trovi un lavoro in banca?”. I tempi però cambiano. E il mondo del lavoro sta cambiando radicalmente. Un tempo era più facile entrare in un’azienda come stagista a vent’anni e uscirne a sessanta come dirigente, con abbastanza soldi per passare il resto della propria vita in pensione senza dover più lavorare. Oggi invece bisogna re-inventrsi di continuo. Iniziamo la nostra carriera facendo un lavoro e la finiremo facendone un altro. A volte perché vogliamo cambiare lavoro, altre volte, come nel caso dei 18.000 dipendenti di Deutsche Bank, perché dobbiamo cambiare lavoro. Perché siamo messi nella condizione di doverci re-inventare come professionisti.

A domani, Jacopo


Il fatto che possiamo lavorare sempre non vuol dire che dobbiamo lavorare sempre.

Abbiamo strumenti che ci permettono di leggere la mail ovunque, ricevere telefonate ovunque e fare riunioni anche quando siamo lontani. E sono strumenti molto utili, che aumentano la nostra produttività. Ad una sola condizione. Avere la capacità di sapere quando non usarli. Perché più siamo liberi di lavorare quando e dove vogliamo. Più dobbiamo essere disciplinati nei nostri tempi di lavoro.

A domani, Jacopo.


David Dunn e l’importanza di trovare il proprio talento.

Nel film “Unbreakable”, Bruce Willis interpreta David Dunn, un ex giocatore di football, che lavora come guardia di sicurezza. Ogni mattina si sveglia ed è triste. È triste perché sente dentro di sé di avere qualcosa, un talento, una missione che però non riesce a comprendere. Così passa le sue giornate a fare sempre le stesse cose, sempre nello stesso modo. Fino a quando incontra Elijah Price, un personaggio misterioso che gli farà scoprire il suo talento e lo trasformerà in un super eroe. Nella scena finale del film, Elijah dice a David: “Sai qual è la cosa più spaventosa? Non sapere qual è il tuo posto in questo mondo. Non sapere perché sei qui.”

Tutti noi abbiamo un talento. Ma spesso non sappiamo di averlo. E questo può renderci infelici. Perché sappiamo che ci manca qualcosa ma non sappiamo cosa. Proprio come David Dunn, ci serve qualcosa o qualcuno che ci metta alla prova. Che ci tolga dalla nostra routine quotidiana e ci dia la possibilità di scoprire il nostro talento.

Nella lingua tedesca c’è una parola meravigliosa che vuol dire sia professione che vocazione – “beruf”. Beruf è quello che è capitato a David Dunn. Ed è quello che capita a tutti quelli che ogni mattina si svegliano sentendo di avere una missione, e si accaniscono e non si arrendono fino a quando non l’hanno trovata.

A domani, Jacopo


Invidia vs Insoddisfazione.

L’invidia riguarda quello che proviamo verso gli altri. L’insoddisfazione riguarda quello che proviamo verso noi stessi. Non possiamo cambiare quello che fanno o sono gli altri. Ma possiamo cambiare quello che facciamo o siamo noi. Quando siamo invidiosi di qualcuno, forse dovremmo guardarci dentro e capire cosa ci rende insoddisfatti, e lavorare su quello.

A domani, Jacopo


Farsi pagare è un lavoro (non retribuito).

Generalmente tendo a non lamentarmi. Ma se c’è una cosa che trovo estenuante di quando si lavora in proprio sono i tempi e i modi di pagamento. In Italia farsi pagare è un lavoro (ovviamente non retribuito). Spesso funziona così. Fai il lavoro, poi aspetti di ricevere il numero d’ordine da inserire in fattura, poi puoi emettere la fattura che ha di media dai 90 ai 120 giorni per il pagamento, che sono poi sempre di più perché spesso sono 90gg FM, ovvero fine mese. Il che vuol dire che se fai un lavoro a Febbraio, devi aspettare Marzo per poter emettere fattura, poi aspettare 90 gg FM e, se tutto va bene, i soldi arrivano ai primi di Luglio, ma visto che in Italia il 94% delle fatture viene pagato in ritardo, tra ferie e Agosto, i soldi arrivano sul conto a Settembre. Nel frattempo però, hai già versato il 22% di iva sulla fattura di Febbraio. E quindi per essere pagato non solo devi prevedere mesi senza percepire il compenso, non solo devi prevedere di anticipare il 22% di iva, ma devi mettere in conto un lungo lavoro di recupero crediti.

A domani, Jacopo


Crescita e Instabilità.

Di questo grafico ci sono due variabili che mi colpiscono. La prima è la stabilità del posto di lavoro che ormai è bassa in tutto il mondo, e non solo in Italia. Nel bene e nel male, sono convinto che il lavoro vada nella direzione di essere sempre più occasionale e flessibile. La seconda è l’arricchimento professionale. Su questa variabile invece in Italia c’è, a mio avviso, molto da lavorare. È una variabile importante perché l’essenza del lavoro risiede nella possibilità di crescere e migliorarsi ogni giorno. E qualsiasi contesto professionale dovrebbe dare alle persone la possibilità di farlo.

A domani, Jacopo


Non c’è lavoro come l’imprenditore.

Un giorno Steve Jobs disse che Jonathan Ive – ex “Chief Design Officer” di Apple – era la persona con più potere esecutivo in tutta l’azienda, dopo di lui. Ciò nonostante, settimana scorsa Ive ha deciso di lasciare la Apple per lanciare la propria azienda. Ive aveva potere, soldi e successo. Ma nessuna azienda può darci quello che può darci lavorare per la propria azienda. E, non a caso, il motivo numero uno per cui i dipendenti di Google lasciano Google (che penso sia una delle aziende che dà più benefit e libertà al mondo) è per lanciare una propria iniziativa imprenditoriale.

A domani, Jacopo


Glenn Gould e l’importanza di rinunciare a tutto (o quasi) per investire nel proprio progetto.

Glenn Gould è stato uno dei più grandi pianisti di tutti i tempi. Ha iniziato ad esibirsi a 13 anni. A 18 incise il suo primo album. A 25 anni, in piena Guerra Fredda, era in tour in Russia e a 28 vien diretto da Leonard Bernstein. A 30 anni è una leggenda della musica, vendette milioni di album e vinse 4 Grammys. Tuttavia, a 31 anni smette di esibirsi. Perché Glenn Gould non era solo uno dei migliori pianisti di sempre, ma anche uno dei più eccentrici. Era paranoico, ipocondriaco, suonava solo sulla sedia pieghevole che gli aveva fatto il padre, viaggiava con una valigia piena di medicine e in media annullava un concerto su tre. Quando durante un’intervista gli chiesero quale consiglio si sentisse di dare a un aspirante musicista, lui, senza pensarci molto, rispose: “Devi rinunciare a qualsiasi altra cosa per dedicarti unicamente alla musica”. È un consiglio azzardato, ma ha un fondo di verità, perché se vogliamo diventare veramente bravi in qualcosa, dobbiamo necessariamente rinunciare a qualcosa altro, così da avere il tempo e le risorse per investire nel nostro progetto.

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A domani, Jacopo


Fare = Scegliere di fare.

“You can do anything, but not everything”
– D. Allen

“Getting Things Done” è un grande classico della letteratura manageriale. Un giorno il suo autore, David Allen, scrisse che: “You can do anything, but not everything”. Puoi fare qualsiasi cosa, ma non puoi fare tutto. Ed è vero. Spesso il primo passo verso la realizzazione dei nostri progetti è scegliere cosa fare e, soprattutto, cosa non fare.

A domani, Jacopo


Il cliente è il nuovo capo.

Ai tempi della Gig Economy, della Sharing Economy e delle prestazioni di lavoro occasionale, l’idea di capo assume una forma nuova e ancora molto ambigua. Per i rider di Deliveroo è una piattaforma. Per chi ha partita iva è un cliente. Per chi lavora con Fiverr è uno strumento. E per chi mette le case su Airbnb, un collaboratore. Ci dice cosa fare e come farlo, ma non dice di farlo.

A domani, Jacopo


Meglio perdere sei mesi a 20 anni che una vita a 60.

Uno dei consigli che dò più spesso a chi ha appena finito il Liceo è di prendersi un po’ di tempo per capire cosa si vuole fare nella vita. Di fare tante esperienze, viaggiare, provare diverse professioni, conoscersi, scoprire il proprio talento e cosa ci fa stare bene. Quando siamo giovani abbiamo sempre fretta, e questa fretta può portarci a fare un lavoro che non c’entra nulla con quello che vogliamo fare veramente. Ma lo facciamo lo stesso, perché abbiamo paura di fermarci e perdere tempo. Arriviamo a sessant’anni e ci rendiamo conto che abbiamo dedicato la nostra vita a un lavoro che non ci ha permesso di realizzarci come persone e come professionisti. Ma a quel punto non si può tornare indietro. E allora meglio perdere sei mesi a vent’anni per capire cosa vogliamo fare, piuttosto che una vita a sessanta perché non ci siamo mai fermati a capire cosa avremmo voluto fare.

A domani, Jacopo


Stephen Fry e l’importanza di essere un verbo (non un nome).

È difficile imprigionare Stephen Fry in una categoria professionale. In un Job Title. È un attore, certo. Ma è anche uno scrittore, un regista, uno sceneggiatore, un ex-galeotto (da adolescente ha passato tre mesi in prigione per truffa con carta di credito…) e un attivista. Lui stesso un giorno disse di sé di non essere un nome ma un verbo: “Noi non siamo nomi, siamo verbi. Non sono una cosa – un attore, o uno scrittore – sono una persona che fa cose – scrivo e recito – e non so mai cosa farò un domani. Penso tu possa rimanere imprigionato se pensi a te stesso come un nome.” Ed effettivamente ha ragione. Quello che importa veramente non è il nome che ti dai, ma quello che fai ogni giorno. La sostanza, non il sostantivo. Un nome già lo hai. È il tuo nome. Lascia che siano le tue azioni a descrivere quello che fai.

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A domani, Jacopo


Ci viene insegnato come non cadere, ma non come rialzarci.

Più tempo passo con i miei figli, più mi rendo conto di come nella vita tendiamo molto di più a insegnare come non cadere, o come non fare errori, piuttosto che come rialzarsi quando si cade o come rimediare agli errori che si fanno. A scuola ci viene insegnato come fare bene qualcosa, ma non ci viene insegnato cosa fare quando le cose non funzionano. Quando ai nostri figli insegniamo ad andare in bicicletta, gli spieghiamo come non cadere, ma non gli spieghiamo come rialzarsi. E così succede anche al lavoro e nella vita di tutti i giorni. L’obiettivo è mettere le persone nelle condizioni di non fare errori. Ma visto che di errori ne facciamo in continuazione, forse sarebbe utile insegnare anche ad affrontarli, e non solo ad evitarli.

A domani, Jacopo


Il processo di costruire qualcosa dal nulla.

“Amo il processo di costruire qualcosa dal nulla. È più interessante del risultato”. Lo ha detto la fondatrice di 10 Corso Como, Carla Sozzani, durante un’intervista che ho letto qualche giorno fa su Monocle. Concordo. Spesso tendiamo a focalizzarci unicamente sul risultato, dimenticandoci dell’importanza del processo che porta a quel risultato.

A domani, Jacopo


Se non passi, non segni.

Qualche giorno fa ero al parco con i miei due figli e stavo osservando alcuni bambini giocare a calcetto. Tra tutti, c’era un bambino che era particolarmente bravo. Riusciva a fare tutto il campetto con il pallone attaccato ai piedi. Era molto bravo. Eppure non segnava mai. Non segnava perché non passava mai la palla. Voleva fare tutto lui. E quando i bambini della squadra avversaria lo hanno capito, hanno iniziato a marcarlo da tutte le direzioni. Risultato, appena prendeva la palla, tutti andavano su di lui e lui perdeva la palla prima di riuscire a tirarla in porta. Che Guevara, diceva che ognuno di noi da solo non vale nulla. Ed effettivamente è vero. Qualsiasi sia il gioco cui vogliamo giocare o il progetto che vogliamo realizzare, se non lo condividiamo con altre persone sarà molto più difficile portarlo a termine.

A domani, Jacopo


Non contano gli ingredienti che abbiamo ma come li mescoliamo.

“Rock the Kasbah” racconta una bella storia, ha una bella scenografia, una bella colonna sonora, una bella fotografia,uno splendido Bill Murray, un buon Bruce Willis e una sensuale Kate Hudson. Tutti gli ingredienti del film sono validi. Eppure è un film brutto. Un film che non mi sentirei di consigliare a nessuno. Perché avere dei buoni ingredienti non basta. Quello che conta veramente è come li mescoli. Cosa riesci a creare con quello che hai. A volte per fare un bel film non serve molto meno. Non serve un cast stellare o una regia d’autore. Quello che conta veramente è la storia e come viene raccontata. Ovvero la sceneggiatura. È questa che fa veramente la differenza. E in un mondo che va verso l’automazione di tutto, questa è, per noi umani una bella notizia. Perché la sceneggiatura è l’elemento più umano di un film. Oggi molte scenografie vengono fatte al computer, una volta sono stato ospite di una trasmissione su Sky dove le telecamere si muovevano da sole, è verosimile che un domani molti attori verranno creati in 3D. Ma è difficile che un computer riuscirà un domani a scrivere una sceneggiatura degna della creatività umana.

A domani, Jacopo


Festa del lavoro (e di chi se lo inventa).

Primo Maggio. Viva il lavoro e chi se lo inventa.


Riunioni.

Qualsiasi sia il lavoro che facciamo, per farlo, facciamo riunioni. È impossibile evitarle. Ma è possibile evitare che si trasformino in una gigantesca perdita di tempo con cinque semplici regole:

  • Condividere l’ordine del giorno con tutti i partecipanti almeno un paio i giorni prima della riunione così che tutti possano arrivare preparati e si possano saltare le introduzioni.
  • Invitare solo le persone strettamente necessarie. Meno si è e più si decide.
  • Darsi un tempo e, se possibile, dare un tempo ad ogni punto dell’ordine del giorno.
  • Essere propositivi e concreti. Individuare un problema chiaro e proporre soluzioni concrete.
  • Chiudere la riunione dando ad ognuno dei compiti chiari, concreti e fattibili.

A domani, Jacopo


Il problema numero uno dell’Italia: Il capitale umano.

Questo grafico, preso dal sito REDI della London School Of Economics, compara l’Italia del Nord Ovest con Londra e riassume molto bene il problema numero uno dell’Italia, ovvero il capitale umano. In Italia il problema non sono tanto i fondi o l’innovazione di processo (dove l’Italia del Nord Ovest e l’area metropolitana di Londra sono vicini), quanto le persone e il networking. E in un mondo del lavoro dove le persone sono la risorsa più strategica, questo è un problema serio. In Italia mancano i talenti. Non perché non ci siano, ma perché non vengono coltivati e valorizzati, e quindi abbandonano il nostro paese. Negli ultimi dieci anni il numero di italiani che si sono trasferiti all’estero è triplicato. Qualsiasi riforma e qualsiasi discussione sul tema del lavoro in Italia, dovrebbe, a mio avviso partire da questo punto. Come valorizzare le persone. Come creare un ecosistema che permetta alle persone di lavorare al meglio e valorizzare il proprio talento. Qualsiasi altro tema è secondario. Perché senza persone non c’è innovazione e senza innovazione non c’è futuro.

A domani, Jacopo


Charles Bukowski e l’importanza di tenere duro.

Charles Bukowski iniziò a scrivere quando era ancora un adolescente, pubblicò il suo primo racconto breve nel 1943 a ventitré anni e continuò a scrivere (e inviare a molte case editrici) poesie e racconti per tutta la sua vita. Eppure, nessuno si accorse del suo talento fino al 1969, quando un piccolo imprenditore di nome John Martin vide in lui il nuovo Walt Whitman e aprì una casa editrice chiamata Black Sparrow con il solo scopo di pubblicare il primo romanzo di Bukowski: “Post Office” che introdusse il personaggio di Henry Chinaski e lanciò la carriera di uno degli autori più significativi del Ventesimo secolo. Quando ti metti in proprio, a volte può andarti bene al primo colpo, ma il più delle volte devi tenere duro per anni prima di realizzare il tuo sogno. E questa è una bella notizia, perché più tieni duro e più ci credi, più avrai la costanza e la determinazione per far durare il successo della tua attività nel lungo periodo.

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A domani, Jacopo


Non vincono i migliori, ma i più tenaci.

Come ho letto qualche tempo fa sull’oroscopo di Rob Brezsny, per migliaia di generazioni i nostri antenati sono stati capaci di procurarsi il cibo di cui avevano bisogno usando una tecnica chiamata caccia per sfinimento. Di solito non erano veloci come gli animali che inseguivano, ma avevano un vantaggio: potevano braccare la loro preda senza fermarsi finché quella si stancava, anche perché avevano meno pelo e quindi soffrivano meno il caldo. Molti degli imprenditori che sono riusciti a realizzare i propri progetti non erano i più bravi o i più capaci, ma i più tenaci. Erano quelli che riuscivano a sopportare più a lungo la fatica e il disagio di continuare a provare a realizzare le proprie idee senza perdere l’entusiasmo e la determinazione. Erano sicuri che prima o poi ce l’avrebbero fatta e che la direzione era quella giusta, e sono sempre andati avanti per la loro strada.

A domani, Jacopo


Justification Narratives.

Ieri ho ascoltato un’intervista alla psicoterapeuta forense Gwen Adshead. Uno dei concetti più interessanti del podcast è quello di “Justification narratives”, ovvero le storie che ci creiamo nella nostra mente per giustificare le nostre decisioni. È un meccanismo psicologico molto comune, ma anche molto rischioso. Perché non ci permette di vedere la realtà per quella che è, ma solo per la versione che noi vogliamo darle. Funziona così tanto nella vita privata quanto in quella professionale. Dietro a molti fallimenti o errori spesso si nasconde proprio una “Justification narrative” che ha portato manager o imprenditori a cercare di più una storia per giustificare (in primis a se stessi) quello che avevano fatto piuttosto che una soluzione ai problemi che avevano creato.

A domani, Jacopo


Capire il problema è più importante che risolverlo.

Risolvere un problema è importante, e di “problem solver” è pieno il mondo. Ma quanti sono in grado di capire il problema da risolvere? Perché capire un problema e risolvere un problema sono due cose molto diverse. Se lo vediamo in un’ottica professionale, il compito di un consulente non è tanto risolvere un problema che un’azienda pensa di avere (anche se è pagato per questo…) quanto piuttosto capire quale sia il problema da risolvere, un problema che il più delle volte un’azienda non sa neanche di avere.

A domani, Jacopo


Max Tooney e l’importanza di andare dritto al punto.

In una scena del film “La leggenda del pianista sull’oceano”, Max Tooney è in coda davanti all’ufficio di reclutamento nella speranza di far parte del personale di bordo del transatlantico Virginian. Prima di lui, un signore si avvicina al reclutatore e alla domanda «Che sai fare?», risponde: «Ho fatto il cuoco, il fabbro, il sarto…», ma il reclutatore lo interrompe. Sono troppe le cose che ha fatto e così lo invita ad andarsene. Dopo di lui è il turno di Tooney che va dritto al punto: «So suonare la tromba. Nulla di più!» dice al reclutatore, che però non è interessato e lo manda via. Tooney allora apre la custodia della sua tromba e si mette a suonare tra la gente. Sentendolo, il reclutatore capisce il talento (e l’utilità) di Tooney e lo invita ad unirsi al personale di bordo. Quando ti proponi per un progetto o un lavoro, vai dritto al punto. Non confondere le idee raccontando tutto quello che hai fatto o sai fare. Capisci le persone che hai davanti e raccontagli quello che è veramente importante per loro. E se non lo capiscono, faglielo vedere (o sentire).

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A domani, Jacopo


Analfabeti.

“Gli analfabeti del XXI secolo non saranno quelli che non sanno leggere o scrivere, ma quelli che non sanno imparare, disimparare e poi re-imparare.”
– Alvin Toffler

Il 65% dei bambini che hanno iniziato le elementari affronteranno lavori di cui oggi non conosciamo le caratteristiche. Saranno lavori nuovi che ancora ci dobbiamo inventare. Il problema però non è quali lavori faranno i nostri figli, ma come potremo insegnarglieli. Oggi il mondo della formazione e il mondo del lavoro vanno sempre di più a due velocità differenti. Le università fanno fatica ad andare alla velocità dell’innovazione. C’è un gap di competenze. Le scuole spesso non hanno gli strumenti per formare i lavoratori di domani. E gli studenti rischiano di passare gran parte del loro tempo ad acquisire competenze inutili. Di fronte a questo scenario, sarà più importante valorizzare l’attitudine e le soft skills, piuttosto che le competenze e le hard skills. Ma soprattutto, sarà essenziale avere la capacità di continuare a imparare, disimparare e poi re-imparare.

A domani, Jacopo


Meglio influenzare che lavorare in un posto influente.

Qualche giorno fa ho letto un articolo di Adam Grant, dove l’autore americano parlava di come scegliere il posto di lavoro: Meglio essere un pesce piccolo in una vasca grande o un pesce grande in una vasca piccola? All’interno dell’articolo Grant esprime un concetto interessante. Le opportunità di crescita più importanti non sono sempre nel posto più influente ma nel posto dove puoi essere tu più influente. Il posto dove puoi accumulare competenze e capitale sociale. Ed ha ragione. Aggiungo solo che spesso il posto migliore per avere questo tipo di influenza è il posto che ti crei, la tua azienda o il tuo contesto lavorativo. Perché quando lavori in proprio ogni giorno è un’occasione (necessaria) per crescere e migliorarsi.

A domani, Jacopo


Tarzan e l’importanza di trovare la propria identità.

Da quando sono padre, guardo molti film insieme ai miei figli e uno dei loro film preferiti è “Tarzan 2”. Quando aveva pochi mesi, Tarzan perde entrambi i genitori e viene allevato nella foresta da un gruppo di gorilla. Un giorno però, si rende conto di non essere un gorilla e comincia un percorso di scoperta di sé. Prova a stare in mezzo alle rane, ma capisce subito di non essere una rana. Prova allora con gli elefanti e poi con i pesci. Ma nessuno è come lui. Non si dà pace, fino a quando un gorilla gli dà la risposta: “Tu sei Tarzan! Tu riesci a fare cose che nessun altro riesce a fare!”. In quel momento, Tarzan capisce di essere unico e trasforma le sue paure in strumenti per valorizzare il suo talento. Anche sul lavoro a volte succede così. Molte delle persone che intervisto per FIRED non appartengono a nessuna categoria. Sono persone che hanno scoperto la propria identità professionale e si sono costruite un lavoro che potesse valorizzarla. E penso che questa sia la strada giusta, perché in futuro ci saranno sempre meno categorie, sempre meno Job Title e sempre più persone con il loro nome.

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A domani, Jacopo


L’importanza dell’oggettività.

Prima di ricevere il Nobel, Einstein riteneva che la sua teoria sulla relatività lo facesse sembrare un ciarlatano. Quando finì il suo primo romanzo, “Carrie”, Stephen King lo ritenne talmente scarso che lo gettò nella spazzatura. Rino Gaetano considerava “Gianna” la sua peggior canzone. E quando a Francis Ford Coppola proposero “Il padrino”, il regista americano si disperò all’idea di dirigere una simile spazzatura. Inutile dirti che la teoria della relatività ha cambiato le sorti del mondo, “Carrie” è stato uno dei romanzi Horror più di successo (e più censurati) della letteratura americana, “Gianna” uno delle canzoni italiane più popolari e “Il padrino” un capolavoro del cinema. Nel bene e nel male, ognuno di noi è la persona meno indicata per giudicare la validità della propria idea. A volte abbiamo grandi idee, ma le consideriamo degne solo della spazzatura. Altre volte pensiamo di aver avuto l’idea del secolo, ma in realtà sono l’opposto. Come sempre, la soluzione sta nel mezzo. Ovvero in mezzo alle persone con cui condividiamo le nostre idee e che ci possono dare dei giudizi più oggettivi dei nostri.

A domani, Jacopo


L’unico lavoro che puoi fare.

“Be yourself; everyone else is already taken.”
– Oscar Wilde

Oscar Wilde era molto eccentrico e teneva molto alla sua unicità. Non stupisce dunque che esortasse le persone ad essere se stesse. Anche solo per il fatto che qualsiasi altro posto era già preso. Ed effettivamente aveva ragione. Possiamo passare la vita provando ad essere qualcun altro. Oppure possiamo lavorare ogni giorno per essere la versione migliore di noi stessi. Essere quello che ognuno di noi vuole essere. E non quello che sono gli altri o che pensiamo gli altri vogliano che noi siamo. In quest’ottica, essere te stesso è l’unico lavoro che tu possa fare nella vita, perché qualsiasi altro è già preso.

A domani, Jacopo


L’importanza del gioco.

Come molti bambini, anche i miei figli ogni tanto fanno i capricci perché non vogliono mangiare. Allora mi invento una storia che trasforma il pranzo o la cena in un gioco. E, senza neanche accorgersene, i miei bimbi mangiano tutto. Noi (adulti) non siamo bambini, ma molte logiche rimangono le stesse. Qualsiasi cosa facciamo, se riusciamo a trasformarla in un gioco, diventa più interessante, coinvolgente e stimolante. Questo vale tanto nella vita quanto nel lavoro. Non conta cosa fai, ma come lo fai. Conta la storia che ci costruisci attorno. Se riesci a trasformare il tuo lavoro in un gioco, anche le attività più ripetitive, noiose e monotone diventano coinvolgenti, il tuo cervello è più propenso all’apprendimento e anche la tua produttività aumenta.

A domani, Jacopo


L’improvvisazione (unita alla visione) è la nuova pianificazione.

Agli albori della Strategia Competitiva, i manager si chiudevano nei loro uffici, fumavano centinaia di sigarette, definivano una strategia e poi la portavano avanti per anni. Erano i tempi della strategia classica e della SWOT. Poi però arrivano gli anni Ottanta e iniziano a nascere strategie più “adattive”, arriva Mintzberg con la sua strategia a due vie: un po’ si pianifica e un po’ si colgono nuove opportunità che si incontrano lungo il cammino. Infine arriva il XXI Secolo con la sua schizofrenia dei mercati e le sue ventate di innovazione tecnologica. Tutto cambia e, di fronte a questo cambiamento, viene naturale domandarsi se oggi abbia ancora senso pianificare oppure se sia meglio improvvisare. Difficile dirlo. Quello che penso è che mai come oggi sia fondamentale avere una visione chiara nel lungo periodo, avere un obiettivo che ci guidi e, al contempo, essere disposti a cambiare completamente la propria strategia se le cose non vanno come le avevamo pianificate. Un po’ come Colombo. Era partito per conquistare una nuova terra e aveva pianificato di arrivare alle Indie. Ma non importa che abbia rispettato il piano. Quello che importa è che abbia rispettato l’obiettivo.

A domani, Jacopo


Come trovare il proprio partner (di lavoro).

È San Valentino! E, visto che trovare le persone con cui fondare un’impresa è un po’ come sposarsi, ecco cinque riflessioni per trovare il giusto partner (di lavoro):

1) Mai sposarsi troppo presto, prima meglio testare la relazione: Prima di lanciare un’azienda, lavora su un progetto per capire se funzionate bene insieme.

2) Inutile provare a sposare qualcuno che è già sposato: È uno spreco di tempo e risorse. Se qualcuno ha già un lavoro, non lascerà mai il suo lavoro per te. Ma non riuscirà a dirtelo e quindi cercherà solo di farti aspettare il più a lungo possibile.

3) La regola dell’amico: Gli amici sono amici, i partner sono partner. Professionalmente parlando, a volte l’amicizia può essere la peggior situazione in cui trovarsi.

4) Firmare sempre un accordo: Basta anche un accordo privato su carta semplice, ma prima di aprire un’azienda insieme meglio definire almeno i punti essenziali come l’equity, i ruoli, come vi dividete il lavoro e cosa fare in caso di vendita o chiusura della società.

5) Non sposarsi con se stesso: Una squadra funziona se al suo interno ci sono persone diverse che possano apportare valori e risorse differenti al progetto.


Il lavoro non è un ergastolo (non renderlo tale).

Mi ha sempre colpito il fatto che la parola “ergastolo” venga dal greco antico “ergazomai”, ovvero lavorare. Già nell’antichità infatti, il lavoro a vita era visto come una delle pene maggiori che si potessero infliggere all’uomo (la Genesi insegna…). E, in un certo senso, avevano ragione. Fare qualcosa che non ami, qualcosa che ti rende infelice, frustrato e brutto è molto simile a passare tutta la vita in prigione. Tuttavia, il lavoro non è un ergastolo. Anzi può, e deve, essere l’opposto. Il lavoro deve essere qualcosa che ti realizza e ti renda la versione migliore di te dandoti la possibilità di valorizzare il tuo potenziale. Non sempre è facile. Ma sta molto a te. Sta a te tanto il lavoro che scegli di fare, quanto il modo in cui scegli di farlo. Max Fisher, l’eccentrico protagonista di “Rushmore”, pensa che il segreto sia trovare qualcosa che ami fare e farlo per tutta la vita. Cosa facile da dire ma difficile da fare, perché spesso il problema non è tanto fare quello che ami fare, quanto trovare quello che ami fare. Ma una volta che lo hai trovato, sei già con un piede fuori dalla prigione.

A domani, Jacopo


Masaru Ibuka e l’importanza della motivazione.


Quando Masaru Ibuka fondò la Sony nel 1946 non aveva soldi, nonostante aveva prodotti, non aveva brevetti e non aveva neanche contatti. Ma aveva un’idea. E l’idea era quella di creare un luogo di lavoro dove gli ingegneri potessero provare la gioia dell’innovazione tecnologica, essere consci della loro missione nella società e lavorare finché ne avessero voglia. È un’idea molto innovativa per l’epoca, che si fonda sul principio per cui il contesto in cui si lavora e, soprattutto, la motivazione che ci spinge a fare il nostro lavoro valgono di più delle competenze, dell’esperienza o delle risorse. Ed è vero. Le competenze cambiano e le risorse si esauriscono ma la motivazione, se è condivisa, rimane e anche quando non si ha nulla, è il punto di partenza per costruire tutto.

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A domani, Jacopo


Not Everything Makes The Cut.

L’ultimo spot di Amazon – presentato qualche giorno fa al Super Bowl – si chiama “Not Everything Makes The Cut” ed è una celebrazione ironica dei fallimenti di alcune funzioni di Alexa. Fantastico. Amazon è un’azienda così di successo da potersi permettere di celebrare i propri insuccessi. Ma del resto è sempre stato così. Amazon è un’azienda con una cultura fortemente incentrata sul fallimento e sulla condivisione degli errori. È un’azienda che è stata in grado di trasformare ogni insuccesso in un test per creare prodotti di successo. Basta pensare al telefono FIRE. Le sue vendite sono state talmente basse che neanche quando lo provarono a vendere a 1 dollaro la gente lo comprava. Tuttavia, chi ha avuto l’idea di lanciare un telefono Amazon, non solo non è stato licenziato, ma ora ricopre una carica manageriale molto più elevata rispetto ai tempi del FIRE. Questo perché di fronte a un insuccesso non hanno cercato un capro espiatorio così da risolvere il problema il più velocemente possibile e quindi evitare di risolverlo. Ma, al contrario, hanno affrontato il problema, hanno cercato di capire cosa non ha funzionato e sono andati avanti utilizzando le lezioni imparate da FIRE per creare due prodotti di successo: il tablet Amazon e Echo.

A domani, Jacopo


Vita ordinata, lavoro disordinato.

“Sii regolare e ordinato nella vita così da poter essere irruente e disordinato nel lavoro”.
– Gustave Flaubert

Come disse lo scrittore Gustave Flaubert: “Sii regolare e ordinato nella vita così da poter essere irruente e disordinato nel lavoro”. Ed aveva ragione. L’equilibrio tra ordine e disordine regola il mondo (dai tempi dello Yin e lo Yang), ed è importante, nella vita di tutti i giorni, averli entrambi bilanciando con un piede ben piantato nella sicurezza e nell’ordine e uno nell’avventura e nelle possibilità. Troppo ordine non ti fa scoprire nulla di nuovo e finisci per avere una vita noiosa e monotona. Troppo disordine al contrario non ti permette di concretizzare nulla e, soprattutto, non è sostenibile nel lungo periodo. L’ideale è quindi seguire il consiglio di Flaubert e avere un lavoro disordinato e avventuroso da una parte e una vita privata regolare e sicura dall’altra.

A domani, Jacopo


Il rischio di non rischiare.

Oggi non rischiare è, paradossalmente un grande rischio. C’è stato un tempo in cui potevamo anche non rischiare. Un tempo in cui l’economia girava di più, le cose accadevano e anche se non si faceva nulla, si andava avanti lo stesso. Oggi invece dobbiamo rischiare. Dobbiamo provare a fare le cose in maniera differente. Dobbiamo lanciarci. Sbagliare e riprovare. Perché se non rischiamo, qualcuno rischierà per noi e noi ci troveremo fuori dal mercato. Tanto come imprenditori, quanto come dipendenti. Un’azienda che non rischia è un’azienda che non innova, e oggi qualsiasi azienda deve innovarsi. Un dipendente che non rischia è un dipendente che non si evolve, e oggi qualsiasi dipendente deve evolversi. Deve imparare nuove competenze, deve metterci del suo e deve creare valore. Rischiare è sempre rischioso, ma non rischiare oggi è ancora più rischioso.

A domani, Jacopo


Il futuro sono le persone.

Per gran parte del Novecento la Finlandia è stato uno dei paesi più poveri d’Europa. Oggi invece è uno dei paesi più innovativi, dinamici e con il PIL procapite più alto del mondo. Come è stato possibile? Semplice, hanno puntato sulle persone. In un’intervista uscita sul magazine Monocle di questo mese, Juha Leppanen, direttore del thing-tank Demos a Helsinki, dice una cosa molto interessante: “L’unica soluzione per un paese come il nostro, molto lontano e con un clima terribile, era focalizzarsi sulle persone”. È ha ragione. La vita sono le persone che incontriamo, il lavoro sono le persone con cui lavoriamo e il futuro sono le persone che lo costruiranno. In un mondo che cambia sempre più in fretta, investire sulle persone è la scelta più intelligente che possiamo fare. Perché le macchine non si adattano. I soldi si svalutano. Gli immobili si rovinano. Le persone invece possono guidare il cambiamento e creare valore anche dove nessuno lo vede.

A domani, Jacopo


Perché lavoro in proprio.

“Le tre dipendenze più nocive sono l’eroina, i carboidrati e uno stipendio mensile.”
-Nassim Nicholas Taleb

Ok, forse questa citazione di Taleb è eccessiva. I carboidrati non mi hanno mai dato dipendenza. Sull’eroina e lo stipendio mensile invece non ti so dire. La prima non l’ho mai provata, il secondo non l’ho mai avuto. Da quando ho 18 anni lavoro in proprio. E, dal mio punto di vista, non potrebbe esserci modo migliore di lavorare. Perché quando lavori in proprio sei libero di scegliere. Non hai capi che ti dicono cosa fare o non fare. Sei libero di decidere quando e quanto lavorare. Hai uno stile di vita più flessibile. Sei libero di dire no, quando non sei d’accordo. Sei libero di fare errori e imparare a modo tuo. Sei libero di scegliere le persone con cui lavorare e la tipologia di progetti che vuoi sviluppare. Puoi guadagnare tanto o poco. Sta a te. Se guadagni 100 prendi 100. Non devi aspettare per un aumento. Puoi lavorare dove vuoi. Puoi andare in vacanza quando tutti lavorano e lavorare quando tutti sono in vacanza. Sei più coinvolto in quello che fai. Perché sai che dipende da te. Sai che puoi essere tu, in prima persona, il cambiamento che vorresti vedere nella tua vita e nel mondo.

A domani, Jacopo


David Steindl-Rast e l’importanza di fermarsi, guardare e poi agire.

David Steindl-Rast è un monaco benedettino austriaco emigrato a 26 anni negli Stati Uniti. Nella sua vita si è fatto portavoce del dialogo interreligioso e dell’importanza di essere grati (come via per essere felici). Durante un Ted Talk di qualche anno fa, ha riassunto la via per la gratitudine in tre semplici passaggi: Stop, Look, Go. Un po’ come quando da piccolo ti insegnano ad attraversare la strada. Fermati, guarda e poi vai. E questo vale tanto nella vita personale quanto in quella professionale. Fermati, prenditi del tempo per conoscerti, metti di tanto in tanto dei segnali di stop nella tua vita. Poi guarda, apri gli occhi, il naso, le orecchie e osserva quello che ti circonda. E infine, vai, agisci, fai qualcosa di concreto, costruisci il cambiamento che vuoi vedere nella tua vita. Lo considero un buon consiglio che voglio condividere anche con te. Perché qualsiasi sia il tuo lavoro è importante fermarsi di tanto in tanto per capire se la direzione in cui si sta andando è quella verso cui si vuole andare.

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A domani, Jacopo


Flow.

Qualche giorno fa ho visto un TED, piuttosto noioso ma interessante, in cui lo psicologo ungherese Mihaly Csikszentmihalyi, parla del concetto di Flow (uno stato mentale in cui la persona è completamente immersa in un’attività) come percorso per raggiungere la felicità. Il pensiero di Csikszentmihalyi parte dal presupposto che la felicità sia raggiungibile facendo attività che ci realizzano e ci portano quindi a raggiungere uno stato emotivo descrivibile in sette fattori:

1) Essere completamenti focalizzati su quello che si sta facendo.
2) Percepire un senso di estasi, come se si fosse fuori dalla routine quotidiana.
3) Avere chiaro il proprio ruolo e quello che deve essere fatto.
4) Sapere che l’attività è realizzabile e si hanno le competenze per farla.
5) Essere sereni.
6) Perdere il senso del tempo, ci si dimentica di sé e ci si sente parte di qualcosa di più grande.
7) Avere una motivazione intrinseca, si sa che quello che si sta facendo vale la pena di essere fatto anche solo per il gusto di farlo.

Per raggiungere questo stato mentale è necessario unire un alto grado di competenze (fare qualcosa in cui siamo bravi) ad un alto livello di sfida (fare qualcosa che ci coinvolga).

A domani, Jacopo


Le nuove idee non lavorano dove lavori tu.

L’idea per il mio primo libro l’ho avuta mentre facevo la doccia dopo aver corso. L’idea per il secondo libro l’ho avuta mentre davo da mangiare a mio figlio di fronte al mare di San Vito Lo Capo. Quella per il terzo libro mentre ero in tram e quella per il mio primo romanzo (che non ho ancora scritto, ma che prima o poi scriverò!) mentre mi stavo stirando una camicia. Te lo scrivo perché sono convinto che le nuove idee non lavorano dove lavori tu. E neanche dove lavoro io. Perché il modo migliore per avere nuove idee è uscire dal luogo dove lavori tutti i giorni. Tutti i più grandi creativi facevano così. Gustav Mahler componeva in un cottage tra le Alpi e ogni giorno camminava ore per avere l’ispirazione per scrivere nuova musica. Charles Dickens scriveva per cinque ore al giorno e poi faceva una passeggiata di tre ore per avere nuove idee. Sono buoni esempi. Scegli tu cosa fare. Puoi fare una passeggiata come Dickens o Mahler, oppure andare a correre, o a vedere una mostra, o qualsiasi altra cosa, purché sia fuori dal tuo ufficio.

A domani, Jacopo


Il misterioso naufragio della barca di Van Gogh.

“Chi sono io agli occhi della gente? Una nullità. Ebbene, anche se ciò fosse vero, vorrei un giorno che le mie opere mostrassero cosa c’è nel cuore di questa eccentrica nullità.”
– Vincent van Gogh

Parafrasando la versione cinematografica del poeta americano Rene Ricard, nel film del 1996 Basquiat: quale artista non vorrebbe salire sulla barca di Van Gogh? Dal 1890 in avanti l’intera storia dell’arte è stata un risarcimento (non tanto a lui quanto agli artisti dopo di lui) per aver ignorato l’artista olandese. Oggi sembra impensabile che un artista come Van Gogh fosse in vita un’eccentrica nullità (come lui stesso si definiva). È un mistero come il mondo non si sia accorto di lui. Van Gogh era l’uomo giusto (un pittore geniale) al posto giusto (Parigi) nel momento giusto (la Parigi di fine Ottocento) con i contatti giusti (dal fratello gallerista Theo ai molti amici pittori da Renoir a Gauguin). Eppure non è mai stato in grado di emergere e realizzarsi, e ha passato la sua vita a combattere contro i propri demoni senza mai sentirsi a casa in nessun luogo. Perché non basta essere nel posto giusto al momento giusto. Fino a quando non si trova la propria dimensione e il proprio equilibrio, qualsiasi contesto è quello sbagliato.

A domani, Jacopo


Anno nuovo, lavoro nuovo.

Anno nuovo, lavoro nuovo. Gennaio è il mese dei buoni propositi e se stai cercando (o ti stai inventando…) un nuovo lavoro, queste sono tre caratteristiche da tenere in considerazione:

  • Motivazione: fai qualcosa in cui credi, qualcosa che per te è importante. Qualcosa che ti permetta di sentirti parte di un movimento più grande e ti dia la possibilità di avere un impatto (anche piccolo, ma positivo) sul mondo.
  • Realizzazione: fai qualcosa in cui sei bravo o puoi diventare bravo. Qualcosa che ti permetta di valorizzare quelle che gli psicologi chiamano le Signature Strengths (i tuoi tratti distintivi) e che ti dia la possibilità di migliorarti ogni giorno.
  • Remunerazione: fai qualcosa per cui sei pagato il giusto. Dove “giusto” vuol dire né troppo poco ma neanche troppo, perché se sei pagato troppo, la remunerazione assume un’importanza maggiore rispetto alle altre due caratteristiche e l’equilibrio si rompe.

Buon anno (e buon lavoro)!

A domani, Jacopo


Open Space.


Ieri ho letto l’ennesimo articolo che mette in luce i limiti degli Open Space. Diminuiscono la produttività, riducono le interazioni e aumentano le distrazioni e la possibilità di ammalarsi. Tanto che il 60% delle persone che ci lavora non è contenta. E più ci penso più sono d’accordo. Personalmente non mi piace lavorare tutto il giorno in un Open Space. Li considero più una moda che qualcosa di realmente utile. Sono una fucina di distrazioni e interruzioni (esattamente come molti degli strumenti di instant messaging che usiamo ogni giorno) che riducono la concentrazione e quindi la produzione. Ci mettiamo più tempo a fare qualsiasi cosa perché siamo continuamente distratti da quello che ci succede attorno. Avere degli spazi aperti nel luogo del lavoro ci sta. Possono essere utili per fare delle riunioni o per stimolare la creatività e la condivisione di informazioni, ma dovrebbero essere circoscritti a delle aree specifiche, non essere la norma.

A domani, Jacopo


Scrivere.

“Scrivere è l’unica cosa che non mi dà la sensazione che sarebbe meglio se facessi altro”.
— Gloria Steinem

Un giorno Gloria Steinem disse che per lei scrivere era l’unica cosa che non le desse la sensazione che sarebbe meglio se facesse altro. Per me non è l’unica cosa, ma è una delle poche attività che mi piace fare indipendentemente dal risultato. Mi piace scrivere anche se poi non pubblico quello che ho scritto. E questo è il motivo per cui scrivo almeno un breve post ogni giorno. Il 2019 è appena iniziato e, generalmente Gennaio è un buon momento dell’anno per riflettere sul proprio lavoro e su quello che si vuole o non vuole fare. Se tra le tante attività che fai, ce ne è una che ti fa sentire realizzato e non ti dà la sensazione che sarebbe meglio se facessi altro, quest’anno potrebbe essere quello giusto per dedicarci più tempo e trasformarla nella tua professione.

A domani, Jacopo


Sorry To Bother You.


Qualche sera fa ho visto un film che volevo vedere da diverso tempo. “Sorry to Bother You” di Boots Riley. Il titolo del film si rifà a una delle frasi che il protagonista, Cassius “Cash” Green, dice più spesso: “Scusa il disturbo”. Cassius lavora infatti come telemarketer in una società che non paga lo stipendio ma dà solo commissioni. Quindi se vendi vieni pagato, se non vendi non vieni pagato. È un film che con ironia e satira, ritrae bene la condizione di precarietà lavorativa (e quindi anche personale) con cui sempre più persone devono avere a che fare, tanto in America quanto nel resto del mondo (Italia in primis). Oltre a mettere in discussione il sogno americano e tutta quell’idea di società orientata al successo e alla scalata sociale, che molto spesso si traduce in un’insostenibile chimera.

A domani, Jacopo


Qualsiasi cosa fai, all’inizio ti sentirai ridicolo (e va bene così).

“Imperfection is beauty, madness is genius and it’s better to be absolutely ridiculous than absolutely boring.”
– E. Monroe

Se ripenso a tutte le mie prime volte mi sento ridicolo. La prima volta che ho insegnato in università: ridicolo. La prima volta che ho insegnato in università in inglese: utterly ridiculous. La prima volta che ho parlato in pubblico. La prima volta che ho chiesto soldi a degli investitori. La prima volta che ho venduto qualcosa. Ridicolo, ridicolo e ridicolo. Eppure è proprio grazie a quelle prime volte che oggi posso fare quello che faccio. E funziona sempre così: qualsiasi cosa tu decida di fare, è molto probabile che all’inizio ti sentirai ridicolo, magari un po’ goffo o, quanto meno, inesperto. È normale. Fattene una ragione e, soprattutto, non lasciare che questo ti inibisca. Essere, o meglio apparire, ridicolo è un elemento cruciale per sviluppare il tuo approccio imprenditoriale, perché significa essere aperto a provare nuove strade, fare errori e, di conseguenza, imparare e migliorare se stessi. Tutte le grandi innovazioni o invenzioni sono passate da alcuni momenti ridicoli, come quando i primi pionieri del volo provavano a volare attaccandosi enormi ali alle braccia. Potevano apparire ridicoli, vero, tuttavia oggi tutti noi possiamo volare anche grazie a quelle “ridicole” invenzioni.

A domani, Jacopo


Usa i social come Mark Twain!

Mark Twain aveva una buona abitudine. Prima di mandare una lettera dai toni accesi, la teneva in tasca per 5 giorni e se dopo 5 giorni ne era ancora convinto, allora la mandava. Ai tempi della comunicazione instantanea e dei Social Media, penso che il suo monito sia più attuale che mai. Nell’ultimo anno, Trump per poco non dava inizio a una guerra nucleare per i suoi Tweet contro Kim Jong Un, Elon Musk stava per far fallire la Tesla a causa di un suo Tweet in cui condivideva l’idea di privatizzare la sua azienda e, qualche giorno, fa Dolce e Gabbana si sono inimicati un intero paese (la Cina….) per un video e un commento su Instagram. Di fronte a tutto questo, mi viene da pensare che forse aveva ragione Mark Twain. Forse serve tempo per essere sicuri di un proprio pensiero, prima di condividerlo. Soprattutto se si è un personaggio pubblico o un imprenditore. Perché, prendendo ispirazione dalla celebre frase che lo zio di Spider Man diceva sempre a suo nipote: con grande visibilità arrivano grandi responsabilità.

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Ogni tanto ci ricasco.

Ogni tanto ci ricasco… Per molti anni l’arte è stata la mia passione e la mia professione. Poi è rimasta una grande passione. L’arte è fondamentale nella vita di ogni persona, perché ti spinge sempre a farti domande e vedere la quotidianità da un altro punto di vista. Adoro visitare mostre e, ancora di più, curarle. Così ogni tanto ricasco in qualche progetto artistico. Tre settimane fa sono stato a Torino per presiedere una giuria di esperti e nominare i vincitori di un bando internazionale di Street Art promosso dalla Fondazione Contrada. Sono arrivate quasi 100 proposte da tutto il mondo. Le abbiamo viste e analizzate una ad una. Abbiamo selezionato i finalisti e poi abbiamo lasciato la parola ai cittadini che hanno scelto i tre vincitori. Sono molto contento di questa scelta perché penso sia giusto lasciare la decisione finale a chi condividerà ogni giorno la sua vita con le opere d’arte che i tre artisti vincitori realizzeranno su delle enormi facciate cieche nel loro quartiere.

A domani, Jacopo


Troppi sogni sono un incubo di frustrazione.

Sono un sognatore. Per lo più un sognatore entusiasta. Ovvero uno di quelli che si innamora delle idee. E questo non sempre è un bene, perché si tende a non voler rinunciare a nulla, seguendo l’ambizione (irreale) di realizzare tutti i propri sogni. E credimi, troppi sogni finiscono per essere un incubo di frustrazione. Vorresti fare tutto e finisci per non fare nulla. Così, da qualche anno, mi sono dato una regola molto semplice. Se investo in un nuovo progetto, disinvesto in un altro progetto. Immaginalo così. Stai guidando una macchina da cinque posti, di cui uno è occupato da te. Ne restano quattro. Se hai già quattro passeggeri e, per strada, vuoi far salire un altro passeggero, devi per forza far scendere qualcuno. E questo vale anche per il lavoro. Scegli tu se avere un sidecar, una macchina o un camper (ma ricordati che più il mezzo è grande e meno libertà di movimento hai). Ma se stai già lavorando a diversi progetti, prima di iniziare a lavorare a un nuovo progetto capisci quale progetto chiudere. Perché, per quanto tu sia bravo, il tuo tempo e le tue risorse sono limitate, esattamente come lo spazio in una macchina.

A domani, Jacopo


Se sai venderti, non ti serve nessun capo.

Lavoro in proprio da quando ho 18 anni. Il mio primo lavoro è stato il programmatore di siti internet. Era il 1999 e ai tempi Internet era un mistero di cui tutti parlavano (un po’ come la Block Chain oggi) e chi sapeva fare un sito poteva guadagnare molto bene. All’inizio avevo fatto un colloquio con una grossa agenzia, ma per fortuna non mi presero e così decisi di aprire la mia agenzia. Dopo un po’ di anni ho smesso di programmare, e ho iniziato a fare altro. Ma quel lavoro mi ha insegnato una cosa molto importante, che mi è stata utile per qualsiasi altro lavoro abbia fatto: la regola numero uno per lavorare in proprio o fare l’imprenditore è saperti vendere. Ovvero devi essere in grado di vendere il tuo lavoro. Se non sei in grado di farlo, allora dovrai sempre dipendere da qualcun altro. Se invece sai venderti, non ti serve nessun capo.

A domani, Jacopo


Robot Ritrattisti.

Uno degli argomenti su cui mi capita di più di fare ricerche è il futuro del lavoro. E una delle domande che mi viene fatta più spesso riguarda l’automatizzazione del lavoro, ovvero: “Un domani potrei essere sostituito da un robot?”. Fare previsioni è sempre difficile, ma in questo caso è verosimile che sempre più lavori verranno automatizzati. Anche solo per il fatto che questo sta accadendo da più di un secolo (dal Bancomat che ha sostituito il cassiere in banca, alla spoletta volante di John Kay nell’Inghilterra del Settecento). Come regola generale, più un lavoro richiede creatività, minori sono le possibilità che venga automatizzato. In quest’ottica, il lavoro del pittore dovrebbe avere basse probabilità di essere sostituito da un robot. Tuttavia, due ricercatori italiani, Mauro Martino e Luca Stornaiuolo, hanno progettato un software di AI in grado di creare un tuo ritratto partendo da quello che ha imparato studiando migliaia di volti di persone famose. Il che darà un taglio più holliwoodiano al tuo volto. Quello in alto è il mio ritratto, puoi fare fare il tuo qui: https://aiportraits.com/

A domani, Jacopo


È Venerdì, ricomincia da capo come Bill Murray.

Nel 1984 Bill Murray è all’apice del successo. Nello stesso anno escono due film che lo vedono protagonista: “Ghostbusters” che diventerà la commedia con gli incassi più alti di tutti i tempi, e “Il filo del rasoio”, un film fortemente voluto da Murray, che però sarà un clamoroso flop. Di fronte a questo insuccesso, l’attore americano conosce la prima grande battuta d’arresto della sua carriera. Così decide di prendersi una pausa dal mondo dello spettacolo, si trasferisce a Parigi, dove studia Storia e Filosofia alla Sorbona, e per quattro anni declina ogni proposta di lavoro. Fino a quando non si sente pronto per il grande ritorno nel 1989 con “S.O.S. fantasmi” e poi nel 1993 con il successo di “Ricomincio da capo”. Ti ho raccontato questa storia perché nell’arco della tua vita professionale può succedere che ci siano dei momenti di blocco dove magari non sai cosa fare o sei meno motivato. In questi momenti, cogli l’occasione per cambiare aria e imparare qualcosa di nuovo. Cerca nuovi stimoli che possano darti nuove energie e nuove idee per “ricominciare da capo” con ancora più entusiasmo di prima.

A domani, Jacopo


L’immigrazione è il motore dell’economia.

L’America è la più grande economia al mondo perché alcuni tra i più grandi al mondo sono emigrati in America. La Bank Of America è stata fondata da un italiano (Amedeo Giannini). Il liberismo è stato “inventato” da un economista austriaco (Hayek) e il calvinismo da un umanista francese (Calvino). Persino il nonno di Trump era un immigrato tedesco che fece fortuna con i bordelli. L’immigrazione è sempre stata il motore dell’economia. E non capisco come oggi questo concetto venga messo in discussione. Soprattutto in Italia dove, dal mio punto di vista, il vero problema non sono i giovani immigrati che vorrebbero entrare nel nostro Paese (e contribuire con il loro lavoro alla nostra economia), ma i giovani italiani che vorrebbero abbandonarlo. Un Paese che, da una parte blocca l’ingresso di nuova forza lavoro e dall’altro non fa nulla per trattenere i propri talenti, è destinato a esaurire la propria competitività in breve tempo. Chi governa il nostro Paese ha invertito il problema con l’opportunità. I migranti sono un’opportunità mentre i talenti in fuga sono una minaccia, tanto per la nostra economia quanto per il nostro futuro.

A domani, Jacopo


Siamo tutti Futuristi.

Secondo una ricerca fatta da CBInsights, tra i job-title più usati su Linkedin e Twitter, quelli che più fanno perdere di credibilità chi li usa sono “Thought Leader” e “Futurist” (fortunatamente ai tempi di Marinetti LinkedIn e Twitter ancora non esistevano…). E non posso che essere d’accordo. In un mercato del lavoro in continuo cambiamento, ha ancora senso darsi una definizione? Forse conta di più quello che fai e il contributo che dai ogni giorno alla tua impresa, piuttosto che quello che dichiari di essere sulla tua pagina social. Il job-title è più una questione di status che di utilità. Seguendo questa tendenza, qualche tempo fa Elon Musk, si è definito il “Nulla” di Tesla e ha annunciato che non avrà più alcuna job-title all’interno della sua azienda. Le cose cambiano troppo in fretta per incastrare una persona in una job-title. In un futuro del lavoro sempre più automatizzato, penso sia molto più importante valorizzare la singola persona più che il ruolo che ricopre, perché un ruolo può essere automatizzato (ovvero fatto da un robot), una persona invece no.

A domani, Jacopo


Un libro: La civiltà del dopo lavoro.

Questa settimana ho letto “La civiltà del dopo lavoro” di Nicola Zanardi, un libro breve lunghissimo. Breve nella forma (sono poco più di 100 pagine) ma che tocca moltissimi argomenti. Dal lavoro, che è il tema centrale, alla politica, le città, l’innovazione e la sostenibilità. Ma al centro di ogni riflessione c’è l’uomo. E questo è un tema molto attuale, perché oggi, per la prima volta nella storia, l’uomo sta rischiando di perdere la sua centralità. Oggi è possibile pensare a un futuro del mondo anche senza un futuro dell’uomo. O almeno dell’uomo come lo conosciamo noi. Il filosofo israeliano Harari, per esempio, parla di Homo Deus, ovvero dell’evoluzione dell’Homo Sapiens che supera se stesso e si avvicina più all’idea di essere divino che essere umano. Se pensiamo al futuro del pianeta, iniziamo a pensare (o meglio temere) un futuro apocalittico dove il cambiamento climatico estinguerà l’uomo. E quando pensiamo al futuro del lavoro, iniziamo anche a pensarlo in un’ottica automatizzata dove l’uomo potrebbe perdere la suo funzione e risultare quindi inutile. Da cui la domanda chiave alla base del libro di Nicola è più attuale che mai: può esistere un’identità della persona non più fondata sul lavoro?

A domani, Jacopo


BookCity, lavoro e disuguaglianza.

Sabato sono stato ospite di BookCity dove ho parlato di lavoro e futuro del lavoro insieme a Donatella Sciuto, Ivan Berni, Alberto Meomartini e Nicola Zanardi. Sono emersi molti spunti interessanti. Tra questi c’è un tema, di cui ho parlato anche in altre occasioni, ma che trovo fondamentale. Il tema della automazione del lavoro è molto legato a quello della disuguaglianza economico-finanziaria perché un futuro in cui i robot faranno il lavoro dell’uomo è un futuro di abbondanza, un futuro in cui si potrà produrre più ricchezza con meno costi. Il punto è capire se sarà un’abbondanza distribuita e quindi di uguaglianza, oppure un’abbondanza accentrata e quindi disuguale. Nel primo caso (abbondanza distribuita) saremo di fronte a un futuro radioso in cui si avvererà la previsione di Keynes per cui l’uomo lavorerà meno ore senza abbassare il proprio tenore di vita, e quindi avrà il “problema” di tenersi occupato. Nel secondo caso invece (abbondanza accentrata) saremo di fronte a uno scenario apocalittico fatto di disoccupazione e povertà di massa da una parte, e immensa ricchezza nelle mani di pochi individui dall’altra. Con il risultato che i ricchi saranno sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

A domani, Jacopo


Quando non sai cosa fare: Give it a try!

Durante i due anni di MBA ho fatto un percorso di Coaching. Ai tempi non sapevo neanche cosa fosse il Coaching, ma era incluso nel pacchetto e così l’ho fatto. Un giorno mentre stavo inondando la mia Coach di dubbi e domande su cosa scegliere tra i tanti progetti che avevo in testa, lei mi interrompe e mi dice: “Jacopo, Give it a try!”. Ovvero, dai ai tuoi progetti una possibilità, vedi come vanno e poi decidi. Ed è un buon consiglio. Oggi viviamo in un’epoca molto complessa dove è tanto difficile scegliere e fare decisioni, quanto è facile fare un test di mercato e provare a vedere se un’idea che hai in testa può funzionare. Quindi piuttosto che perdere tempo a scegliere su quale progetto puntare, dagli una possibilità. Metti insieme il minimo di risorse che ti servono per fare un test di mercato e vedi come va. Raccogli feedback, impara tutto quello che puoi e poi decidi.


Le donne (imprenditrici) cambieranno il mondo.

Secondo una ricerca fatta da StartUp Genome, il 56% delle donne imprenditrici lancia la propria azienda con l’obiettivo di cambiare il mondo (gli uomini che lo fanno sono solo il 41%). Questo è un dato molto importante perché in un mondo del lavoro dove (in Italia) solo il 26% delle donne ricopre cariche manageriali, c’è un generd pay gap di quasi il 30% (ovvero per ogni euro guadagnato dagli uomini le donne prendono 70 centesimi) e solo il 21,8% delle imprese italiane è guidato da donne, penso che l’imprenditoria possa essere l’unica soluzione per ridurre, se non eliminare, le differenze di genere sul lavoro.


Fai le cose a modo tuo come Enrico VIII.

Come è noto il re d’Inghilterra Enrico VIII ebbe sei mogli (nessuna delle quali fece una bella fine…). Ciò nonostante, ai suoi tempi annullare un matrimonio per un re non era per nulla facile. Serviva l’autorizzazione del papa. Così quando papa Clemente VII non diede ad Enrico VIII l’autorizzazione per annullare il suo matrimonio con Caterina D’Aragona, il re decise per la separazione dalla Chiesa cattolica di Roma e proclamò lo scisma. Questo atteggiamento riassume bene l’attitudine degli anglosassoni verso il proprio lavoro e, più in generale, la propria vita. All’inizio ci provano per le vie tradizionali, ma se queste non funzionano lo fanno a modo loro. E questa è una delle grandi differenze (culturali ancor prima che economiche) tra noi italiani (cattolici e votati al martirio) e gli americani (protestanti e votati al successo). Se un giovane italiano manda decina di curricula e non riceve alcun risposta si deprime e diventa inattivo. Se invece un giovane americano non riceve alcuna risposta, fonda la propria azienda con la convinzione di riuscire un domani a far fallire l’azienda che non lo ha voluto assumere. Inutile dirti che, se vuoi metterti in proprio, è consigliabile un’attitudine più anglosassone.

A domani, Jacopo


Trova il tuo Miles Davis.

Nel 1967 Miles Davis è a Stoccolma, per un concerto con il suo nuovo quintetto formato, tra gli altri, anche dal pianista Herbie Hancock. A un certo punto, Hancock sbaglia un accordo durante un assolo di Davis. Miles si ferma per un attimo e poi suona delle note che rendono l’accordo di Hancock corretto, trasformando qualcosa di sbagliato in qualcosa di giusto. Per tutta la sua esistenza, Miles Davis è stato un catalizzatore di talenti. È riuscito a scoprire e valorizzare musicisti come George Coleman, Wayne Shorter o Bill Evans. Ovunque si trovasse riusciva sempre a creare un ecosistema di talenti che si ispiravano e crescevano a vicenda. L’ecosistema in cui decidi di stare influenza molto la tua creatività e la capacità di esprimere il tuo talento. Se sei all’interno di un contesto dinamico e stimolante è più facile avere nuove idee e realizzarle. Se invece ti chiudi nella comfort zone di un ecosistema protetto e monotono è molto più difficile trovare persone che possano valorizzare il tuo talento.

A domani, Jacopo


Non diventerai mai ricco svendendo il tuo tempo.

Quando lavori in proprio, sei il capo di te stesso, il che ti dà la possibilità di lavorare quando e quanto vuoi. E questa flessibilità non ha prezzo. Puoi seguire i ritmi folli della Silicon Valley provando a raggiungere il tuo sogno miliardario, oppure puoi lavorare solo sei mesi all’anno o tre ore al giorno. Sta a te. Dall’altra parte però, nessuno ti paga se perdi tempo o se lo investi nel progetto sbagliato. I risultati e il mercato sono il tuo solo capo. In quest’ottica, il tempo diviene la tua risorsa più preziosa, quindi usala al meglio. Il tempo è una questione di qualità, non di quantità. Puoi essere l’uomo più ricco ed influente al mondo, ma avrai sempre 24 ore al giorno e 365 giorni all’anno. Questo è il motivo per cui il tempo è più prezioso dei soldi. I soldi sono potenzialmente illimitati, ma il tempo non lo è ed economicamente parlando, una risorsa limitata è generalmente più preziosa di una illimitata. Tieni quindi traccia del tuo tempo e dagli un prezzo. Traccia ogni ora che spendi a lavorare su un progetto così da definire al meglio il prezzo del tuo lavoro. Perché quando svendi il tuo tempo, stai svendendo te stesso.

A domani, Jacopo


Per avere culo, bisogna farselo.

Un giorno una mia amica (che fa l’imprenditrice), mi disse: “È incredibile, più mi faccio il culo, più ho culo”. Il che mi ha fatto pensare a una frase che avevo letto su un libro di Bo Peabody (anche lui imprenditore): The best way to ensure that lucky things happen is to make sure that a lot of things happen. Ed è vero. Spesso delle persone si ricordano solo i colpi di fortuna che hanno avuto, ma si dimenticano tutto il lavoro che hanno dovuto fare per arrivare a quella fortuna. E questo è un peccato, perché si finisce con il pensare che la fortuna sia una questione di casualità, quando spesso è anche una questione di costanza.

A domani, Jacopo


Kim Ki-duk e ToDo List.

Il mio film preferito di Kim Ki-duk è “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera”. Nel film, un anziano monaco vive in un eremo galleggiante al centro di un lago. L’eremo non ha pareti interne, le stanze sono tra loro comunicanti, però tra uno spazio e l’altro ci sono delle porte, che il monaco apre e chiude ogni volta che entra in una stanza. Potrebbe passargli accanto ma, invece, ogni volta che passa da un luogo all’altro utilizza la porta. La trovo un’immagine stupenda. Oggi viviamo nell’era del multitasking, del caos e della velocità, ed è importante avere una mente completamente aperta senza muri dove i pensieri possano scorrere liberi tra loro e generare nuove connessioni e nuove idee. Ma proprio per questo, mai come oggi è altrettanto fondamentale che tra un pensiero e l’altro ci siano delle porte che sanciscano la fine di un lavoro e l’inizio di uno nuovo. Quindi, io faccio così. Ogni volta che finisco un lavoro, chiudo tutte le cartelle che ho aperte, riordino il desktop e la scrivania, tiro una riga sulla mia ToDo List, mi prendo una pausa di qualche minuto e poi passo al lavoro successivo.

A domani, Jacopo


Don’t be what they made you.

Di tutta la saga dei film tratti dai fumetti della Marvel, “LOGAN” è il mio preferito. Il film non ha molti dialoghi, ma a un certo punto, verso la fine, Wolverine dice a Laura, sua “figlia” creata in laboratorio clonando il suo DNA: “Don’t be what they made you”, ovvero non essere ciò che loro ti hanno fatto. È una frase che riassume tutto il senso del film e che sul lavoro mi è capitato spesso di vedere nelle persone e in me stesso. Lavoriamo molto, ma raramente ci fermiamo a pensare se quello che stiamo facendo sia quello che vogliamo fare veramente. E così finiamo per essere quello che altri hanno voluto che noi fossimo. Iniziamo un percorso di studi, conosciamo delle persone, cogliamo delle occasioni. Non ci fermiamo mai. Quando invece è importante capire cosa vogliamo essere, cosa vogliamo fare. Perché se lo si capisce troppo tardi poi è difficile tornare indietro.

A domani, Jacopo


Più il lavoro è indisciplinato più serve disciplina.

“Ho infranto il muro dell’arte con disciplina da militare”.
– Salvador Dalì

Diversi anni fa sono stato a una mostra di Dalì e sul muro ho letto una frase che non ho poi ritrovato da nessun’altra parte. Diceva più o meno così: “Ho infranto il muro dell’arte con disciplina da militare”. Nella mia vita ho lavorato con molti artisti e creativi e mi ritrovo molto nella frase di Dalì. Più il lavoro che fai è indisciplinato, più serve disciplina per portarlo a termine. Serve auto-controllo, costanza e determinazione. Altrimenti si finisce vittima della propria creatività. Oggi viviamo in un mondo pieno di opportunità. Possiamo fare molte cose in molti modi diversi. E questo è un vantaggio, a patto che le opportunità non si trasformino in distrazioni che ci fanno perdere la nostra direzione. Quando si lavora in proprio non c’è nessuno che ci dice cosa fare o cosa non fare. Possiamo lavorare quattordici ore al giorno come passare la giornata sul divano a guardare serie televisive. Sta solo a noi e alla nostra capacità di essere disciplinati e portare a casa il risultato che vogliamo ottenere.

A domani, Jacopo


I problemi rendono felici.

Ogni volta che risolvo un problema sono felice di averlo risolto. Il che mi fa pensare che risolvere i problemi renda felici. E questo è anomalo perché i problemi sono sempre visti come qualcosa di negativo, qualcosa da evitare. E se invece fossero positivi? Se fossero l’origine della felicità? Lo dico perché quando invece non ho problemi da risolvere sono annoiato e tendo a creare non-problemi così da aver qualcosa da risolvere. Se anche tu la vedi così, ti propongo questo sillogismo: Lavorare vuol dire risolvere problemi, risolvere problemi rende felici, quindi lavorare rende felici. Morale: cerca (o inventati) un lavoro che ti permetta ogni giorno di risolvere un nuovo problema.

A domani, Jacopo


La produttività non è una questione di quantità di lavoro ma di qualità.

Una delle cose che più mi ha colpito dell’intervista che David Rubenstein ha fatto a Jeff Bezos, è che il fondatore di Amazon dorme 8 ore per notte e dopo le 5 del pomeriggio non prende più decisioni. Mi ha colpito perché questa immagine va contro lo stereotipo del manager o dell’imprenditore stacanovista che fa a gara con i suoi colleghi a chi lavora più ore, e mette in luce un aspetto importante del lavoro, ovvero che la produttività non è una questione di quantità ma di qualità. Non conta quanto lavoriamo ma come lavoriamo. Lavorare tutti i giorni senza avere orari non solo è insostenibile (prima o poi le energie si esauriscono) ma è anche controproducente perché limita la nostra capacità di concentrarci e quindi prendere le giuste decisioni o avere la giusta visione. In un recente post su LinkedIn Adam Grant, professore e autore di bestseller internazionali, ha dimostrato come per avere più successo ed essere più produttivi dovremmo lavorare massimo sei ore al giorno, ovvero finire la giornata lavorativa alle 15.00. Magari finire alle 15.00 è esagerato ma penso che una vita lavorativa più organizzata e più breve ci permetterebbe di lavorare molto meno e molto meglio.

A domani, Jacopo


L’agitazione dell’imprenditore.

Per essere liberi, diceva Tocqueville nel suo “Viaggio in Inghilterra”, bisogna essere abituati a una vita piena di agitazione, cambiamento e pericolo. E questo vale tanto per la vita personale, quanto per quella professionale. Nel momento in cui decidi di metterti in proprio, perdi la certezza di uno stipendio fisso, rischi il tuo capitale (e il tuo tempo) e spesso sei molto agitato. Ma sei anche molto più libero e, per me che lavoro in proprio da quasi vent’anni, questa libertà non ha prezzo. Spesso dico che sono un “Nativo Precario”, nel senso che non ho mai avuto un posto fisso o uno stipendio mensile. E, in tutta onestà, non mi è mai mancato. Perché questa “precarietà” è ciò che mi tiene vivo ogni giorno. Ogni giorno so che dovrò inventarmi qualcosa di nuovo, perché nessuno se la inventerà per me.

A domani, Jacopo


L’evoluzione (in piccolo).

L’ultimo film con Jason Statham si chiama “The Meg” e parla di un improbabile ritrovamento di un Megalodonte, ovvero una specie di squalo vissuta più di due milioni di anni fa e lunga 20 metri. Sebbene il film non sia nulla di ché (fa un po’ rimpiangere i tempi di Jason Statham in Crank…), la storia del Megalodonte è il classico esempio di come spesso il modo migliore per sopravvivere non sia diventare più grandi, ma più piccoli. E questa è una lezione che ogni imprenditore dovrebbe sempre ricordarsi. L’imperativo della crescita fine a se stessa è molto pericoloso perché inverte il fine con il mezzo. Diventare più grandi ha senso se serve per raggiungere il proprio obiettivo. Altrimenti non ha senso. Pensaci. Mentre molte aziende piccole vorrebbero essere più grandi, grandi aziende sognano di diventare più piccole per essere più agili e flessibili. Perché una volta che sei grande è molto difficile restringersi senza licenziare persone, demoralizzarsi e cambiare il modo in cui fai il tuo lavoro.

A domani, Jacopo


Un’idea non è mai bella o brutta ma migliore o peggiore di un’altra.

Negli ultimi 4 anni ho lavorato a molti (forse troppi) progetti. Ovvero ho disperso le mie energie in molte direzioni. E dopo 4 anni posso dirti che non ne vale la pena. Ogni cosa per essere fatta bene richiede molto tempo. E questo è positivo perché ti obbliga a focalizzarti solo sulle cose che importano veramente. Quindi adesso ogni volta che penso a un progetto, o mi viene proposto un progetto, mi domando se quel progetto vale più di tutti quelli che sto già seguendo. Perché un’idea non è mai bella o brutta, ma sempre migliore o peggiore di un’altra. Non è una questione di avere l’idea giusta ma di saper scegliere l’idea giusta, perché ogni volta che scegli di dedicare tempo e risorse a un progetto stai decidendo di togliere tempo e risorse a un altro progetto, anche se magari non te ne rendi conto. Su questo tema, questa settimana ho letto un libro che ti consiglio: “Essentialism” di Greg McKeown una guida sul come focalizzarsi su una sola idea (quella che conta veramente) e non disperdere le proprie energie.

A domani, Jacopo


Un breve inizio.

Se c’è una cosa che ho capito dalla mia newsletter settimanale è che la costanza non solo premia, ma stimola nuovi pensieri e nuove idee. E così l’assecondo sempre. Mi piace confrontarmi con progetti editoriali basati sulla costanza. Dal 1 Settembre 2009 ogni giorno mi segno una breve lezione che ho imparato (ovvero – ad oggi – 3.316 lezioni…), dal 1 Gennaio 2016 tutti i giorni riprendo un secondo della mia vita e ogni giorno mi ritaglio almeno 40 minuti per leggere un libro. Con oggi voglio cominciare una nuova sfida che condivido subito (così mi sento più motivato): scrivere ogni giorno un micro post di massimo 200 parole su vita, lavoro e altre cose interessati. Il che è una doppia sfida. Non solo essere costante, ma anche essere breve e, tenendo conto che per me è più facile scrivere un libro piuttosto che un tweet, non sarà una sfida facile.

A domani, Jacopo