Alternative al digitale.

Qualche tempo fa ho letto un interessante articolo sui rischi di crescere figli in una società sempre più chiusa e competitiva. in un punto, l’autrice scrive:

“Many parents and pediatricians speculate about the role that screen time and social media might play in this social deficit. But it’s important to acknowledge that simply taking away or limiting screens is not enough. Children turn to screens because opportunities for real-life human interaction have vanished; the public places and spaces where kids used to learn to be people have been decimated or deemed too dangerous for those under 18.”

Ed è vero. Non basta pensare a cosa non far fare ai nostri figli (come per esempio non fargli usare YouTube o i Social Media) ma anche cosa fargli fare al posto di passare il tempo davanti a uno schermo.

A domani, Jacopo.


Testimonial universitari.

L’università telematica Pegasus ha scelto come testimonial Spider Man. Ovvero un personaggio dei fumetti. L’università on line e-campus invece ha scelto come testimonial Cristiano Ronaldo. Ovvero un giocatore di calcio che nello spot fa persino fatica a dire il nome dell’università.

In ambito pubblicitario, un testimonial dovrebbe rappresentare in toto i valori e la filosofia del brand per cui ci mette la faccia. Quali sono i valori di un’università che come riferimento ha un supereroe o un calciatore?

A domani, Jacopo.


Tecnologia, amica o guastafeste?

“La tecnologia può essere la nostra migliore amica ma può anche essere il più grande guastafeste della nostra vita. Interrompe le nostre storie, interrompe la nostra capacità di avere un pensiero o di sognare ad occhi aperti, di immaginare qualcosa di meraviglioso, perché siamo troppo occupati a stare al telefono mentre camminiamo dalla caffetteria al nostro ufficio”. — Lo ha detto Steven Spielberg e ha ragione. Sta a noi scegliere quanto spazio dare alla tecnologia. Se usarla o se farci usare. Se lasciare che la tecnologia ci migliori la vita oppure ce la peggiori. Se usarla per conoscere nuove cose e nuove persone. Oppure se isolarci e chiuderci nel nostro smartphone, perdendo di vista quello che ci capita attorno.

A domani, Jacopo.


Eco-Ansia.

Il futuro del pianeta è un tema molto sentito dai giovani, e anche dai giovanissimi. Questo sta generando un movimento di attivisti che spero sveglierà le coscienze di politici e imprenditori. Dall’altra parte però ci sono sempre più giovani che soffrono di eco-ansia. Vivono con l’ansia che il futuro del pianeta (e quindi anche il loro) sia stato compromesso da mezzo secolo di consumismo sfrenato.

È un’ansia giustificabile in parte dalla realtà (il cambiamento climatico) e in parte dalla “mediatizzazione” della realtà. Ovvero dal ruolo dei media e, nel particolare dei Social Media, che esasperano la realtà e, di conseguenza, la nostra percezione della realtà.

A domani, Jacopo.


Semplificarsi la vita.

Oggi, come sempre, gli uomini si dividono in due categorie: Gli schiavi e gli uomini liberi. Chiunque non abbia a disposizione per se stesso due terzi della sua giornata è uno schiavo, a prescindere da quale sia la sua occupazione: politico, uomo d’affari, funzionario, studioso. È una frase di Nietzsche che condivido e che ho scoperto guardando un video del filosofo francese Alain de Botton su come semplificarsi la vita.

Quello che chiamiamo stress è la richiesta della nostra mente di non essere sovraccaricata. Per mantenere la nostra vita semplice e tranquilla possiamo seguire questi cinque consigli:

– Meno persone, meno impegni.
– Dormire almeno sette ore.
– Media: meno notizie, meno social, meno informazioni.
– Pensare: ogni ora di vita ha bisogno di almeno 10 minuti di riflessione.
– Aspettative: evitare la selvaggia competizione professionale.

Perché la semplicità è la vera ricchezza.

A domani, Jacopo.


Perché ho un blog e non un Social Network.

Da questo grafico mancano i libri (che possono vivere per secoli) e gli articoli (che possono vivere per decenni). Ma sintetizza bene il motivo per cui ho un blog (e scrivo libri) ma non uso i Social Network. Preferisco scrivere meno contenuti, più ragionati e che durino nel tempo. Piuttosto che condividere ogni pensiero che mi passa per la testa con il solo fine di alimentare la fugace frenesia comunicativa che caratterizza i nostri tempi.

A domani, Jacopo.


Acquisire vs Fidelizzare.

Acquisire un nuovo cliente costa cinque volte di più rispetto a fidelizzarne uno già esistente. Tuttavia spesso le aziende preferiscono spendere molti più soldi per acquisire nuovi clienti piuttosto che spenderne meno per fidelizzare quelli già esistenti. Può apparire come un contro senso, ed effettivamente lo è. Ma è un contro senso dovute alla naturale ossessione di molte aziende per la crescita. Spesso fine a se stessa.

A domani, Jacopo.


Domande private (pubbliche).

Se a un colloquio di lavoro, l’intervistatore facesse domande sulla vita privata dell’intervistato, risulterebbe inopportuno, ai limiti dell’illegale. Se gli, o le, chiedesse se ha figli, dove va in vacanza, cosa fa la sera con gli amici, che luoghi frequenta, quali film guarda, come si sposta in città, che faccia ha il suo compagno o la sua compagna o se arrivasse a chiedere come sta in costume, o con l’ultimo vestito comprato risulterebbe molto fuori luogo. Ed effettivamente lo sarebbe. Perché sarebbero tutte informazioni private. Non pubbliche. Tuttavia sono tutte informazioni che noi per primi condividiamo sui nostri profili Social. E quindi sono informazioni di pubblico dominio.

A domani, Jacopo.


Viaggiare non è arrivare.

Viaggiare non vuol dire arrivare in un luogo. Il vero viaggio è la strada che ci porta in quel luogo. E questo vuol dire anche perdersi, provare strade diverse, fermarsi e cambiare rotta. Viaggiare non vuol dire impostare una meta su Google Maps e seguire un puntino blu che ci guida, camminando con la testa bassa e gli occhi fissi sul monitor nella speranza di arrivare il prima possibile. Viaggiare è un’esperienza. Non una meta.

A domani, Jacopo.


Be Here Now.

Siamo costantemente connessi. Ormai il cellulare prende sempre. E quindi siamo costantemente raggiungibile. Eppure ci sono dei luoghi dove essere connessi non va bene. Luoghi in cui essere costantemente connessi ci disconnette da quello che ci circonda. Luoghi come il lavoro, la scuola, il cinema. Quando insegno mi rendo conto di come gli smartphone siano una costante distrazione, per studenti di tutte le età. E mi rendo conto che oggi è molto difficile non lasciarsi distrarre dalle centinaia di notifiche che riceviamo ogni giorno.

Avevo letto una ricerca pubblicata dal Pew Research Center che mostrava come il 95% degli adolescenti ha accesso a uno smartphone e il 45% di loro è connesso 24 ore al giorno sette giorni su sette.

Per questo motivo stanno nascendo molte StartUp che propongono soluzioni per creare are WiFi Free, ovvero senza connessione. Tra queste c’è Yondr, che crea spazi liberi da telefonini. Il loro claim è “Be Here Now”, un concetto che ricorda l’heideggeriano “Esserci” e che si contrappone alla tendenza sempre più diffusa di essere fisicamente in un luogo ma essere con la mente da un’altra parte.

A domani, Jacopo.


Community.

“Although I am typically a loner in daily life, my consciousness of belonging to the invisible community of those whose strive for truth, beauty and justice has preserved me from feeling isolated.”
– A. Einstein

Un giorno Einstein scrisse che sebbene fosse un tipo tendenzialmente solitario, la consapevolezza di appartenere a una comunità invisibile di persone che si battono per la verità, la bellezza e la giustizia gli ha sempre evitato di sentirsi isolato. E questo, in sintesi, è il senso di una community: aggregare persone attorno a valori condivisi e farle sentire meno sole. Un concetto molto differente da quello di community sui social network che sebbene siano molto più visibili – tanto che il numero di follower è la prima cosa che si vede – non sono costruite attorno a valori e fanno sentire le persone più sole.

A domani, Jacopo.


La felicità è là fuori.

Qualche tempo fa ho letto una vignetta sull’Internazionale in cui c’erano due esploratori in mezzo a una giungla che stanno dando un computer portatile a un aborigeno. Mentre glielo consegnano un esploratore dice: “Vi abbiamo portato una connessione con il mondo moderno”. E poi, l’atro esploratore aggiunge: “Il mese prossimo torniamo con gli antidepressivi”.

È una vignetta, ma nasconde una grande verità: essere costantemente connessi e passare gran parte della nostra giornata al computer ci deprime. Siamo animali sociali. Non siamo fatti per chiuderci in noi stessi illuminati dalla sola luce iridescente di un monitor. Non stupisce quindi che – come dimostra questo grafico pubblicato dall’Economist – il solo fatto di prenderci un’ora per fare una passeggiata in un parco, ci renda molto più felici.

A domani, Jacopo.


Mudita.

C’è una bellissima parola in lingua Pali, “Mudita” che non è traducibile in italiano, ma significa godere del benessere altrui. È l’opposto dell’invidia, o di “Schadenfreude” un’altra parola, questa volta tedesca, che indica la gioia di chi prova piacere nel compiacersi delle disgrazie altrui. In un mondo dove il benessere altrui è costantemente ostentato e amplificato attraverso i Social Media penso che avere più “Mudita” farebbe stare tutti meglio.

A domani, Jacopo.


3310: Il cellulare che non posso permettermi.

Il mio primo smartphone era un Blackberry, ma visto che era molto poco smart, sono subito passato all’iPhone. E da allora (era il 2010) ho sempre avuto un iPhone. Con lo smartphone ho un rapporto di amore e odio. È molto comodo. Mi permette di essere sempre connesso e usare molte applicazioni utili. Ma dall’altra parte spesso avrei voglia di tornare al cellulare per avere meno distrazioni mentali. Mi piacerebbe prendere un Nokia 3310. Ma mi sono reso conto di non potermelo permettere. Non me lo posso permettere non per motivi economici, visto che costa sensibilmente meno di un iPhone. Non me lo posso permettere per motivi socio-culturali. Potrei vivere senza WhatsApp? Vorrei, ma non posso. Potrei vivere senza avere la mail sempre con me? Vorrei, ma non posso. Potrei vivere senza tutte le app che mi permettono di usare tutti i servizi di car/bike/moto sharing che uso? Vorrei, ma non posso. Potrei vivere senza Dropbox, senza Google Calendar, senza Kindle, senza una video/fotocamera e senza Wikipedia sempre con me? Penso di no. E quindi, anche se lo vorrei, non posso vivere senza lo smartphone.

A domani, Jacopo.


Creare community.

Lasciando stare la politica, e persino il contenuto, nel suo discorso di ieri, a seguito della votazione su Rousseau, Luigi Di Maio ha fatto quello che chiunque voglia creare una community dovrebbe saper fare: ha fatto sentire le persone della sua community importanti. Per tutta la prima parte del discorso, Di Maio ha sottolineato come le 80.000 persone che hanno votato su Rousseau abbiano avuto, grazie al Movimento 5 Stelle, la possibilità di “incidere nelle scelte politiche di questo paese” e quindi, indipendentemente da chi sono o cosa fanno, gli iscritti al movimento sono importanti.

E far sentire le persone importanti è la chiave per costruire e gestire una community. Lo sa bene Facebook che ha costruito il suo business sull’idea di dare a chiunque la possibilità (o l’illusione) di essere importante. Lo sanno Di Maio e tutti i fondatori del Movimento 5 Stelle. E lo sa bene anche Simon Cowell, il fondatore di X-Factor, che quando, da giovane, chiese a suo padre come gestire un’azienda lui gli rispose: «È molto semplice, tutti hanno un cartello in fronte con scritto: “Fammi sentire importante”».

A domani, Jacopo.


Simulatore di Fake News.

“What is the cost of lies? It’s not that we’ll mistake them for the truth. The real danger is that if we hear enough lies, then we no longer recognize the truth at all.”
– V. Legasov

Come dice Valery Legasov in “Chernobyl”, il vero pericolo delle bugie è che a furia di sentirle non siamo più in grado di riconoscere quello che è vero da quello che non lo è. E questa è una grande verità. Una verità che nel 1986 ha causato il disastro di Chernobyl e che oggi sta causando il disastro delle Fake News (con tutti i suoi derivati). “Bad News” è un simulatore di Fake News. Nel sito possiamo simulare le conseguenze del dire falsità. Quanti nuovi follower guadagniamo e come possiamo costruirci una personalità mediatica senza scrupoli.

A domani, Jacopo.


Social Media Explosion.

Qualche giorno fa un mio amico mi raccontava la storia di un suo amico. Il suo amico ha un locale e stava cercando un barman. Così crea un post sulla pagina Facebook del locale. Lo pubblicizza e raggiunge più di 50.000 visualizzazioni. Ma riceve solo due curriculum. Nel frattempo stava cercando anche un Social Media Manager, sempre per il suo locale. Così fa un post sulla sua pagina personale. Non lo pubblicizza e raggiunge qualche centinaio di persone. Tuttavia riceve decine di curriculum di persone che si offrono di lavorare (anche a gratis) come Social Media Manager.

Io non ho mai fatto il Social Media Manager, ma ho fatto il barman (o meglio con alcuni amici per tre anni ho avuto un locale dove facevo anche il barman), ed è un lavoro faticoso, vero, ma anche molto divertente che permette di conoscere persone sempre nuove e avere una vita sociale (off line) molto attiva. Tuttavia oggi nessuno vuole fare più il barman e tutti vogliono fare i Social Media Manager. Sembra che gestire media sociali on line, sia più interessante di gestire relazioni sociali off line.

A domani, Jacopo.


Il tempo per pensare.

“All of humanity’s problems stem from man’s inability to sit quietly in a room alone.”
– B. Pascal

Secondo uno studio pubblicato da Timothy Wilson su Science, le persone preferirebbero ricevere delle scariche di Elettroshock piuttosto che stare da soli con i propri pensieri. Evitiamo tutto quello che ci metterebbe nella scomoda situazione di stare da soli con i nostri pensieri. Non ci annoiamo. Cerchiamo di riempire ogni vuoto con il nostro cellulare. E siamo sempre alla ricerca di qualcosa di rapido e indolore che attiri la nostra attenzione.

Non ci concediamo più il tempo di pensare. Ci sta. È espressione della società e dei tempi che viviamo. Tempi in cui vogliamo fare più che pensare. Vogliamo condividere i nostri pensieri ancora prima di averli pensati. Tuttavia è un sistema che non lascia spazio al ragionamento. Non lascia spazio a quello che Daniel Kahneman, nel suo libro “Pensieri lenti e veloci”, chiama Sistema 2, ovvero quella parte del cervello più lenta, razionale e deliberativa che ci permette di trasformare i nostri istinti e le nostre intuizioni in idee strutturate e sensate.

A domani, Jacopo.


Il mezzo non giustifica il messaggio.

Ai tempi della televisione, tutti la guardavano. Ma non tutti – anzi molto pochi – erano in grado di produrre un proprio programma. Oggi tutti usano i Social Media, e tutti sono in grado di creare un proprio canale Instagram, Facebook o Twitter. Il fatto però che sappiamo usare il mezzo, non vuol dire che dobbiamo sempre avere qualcosa da dire o condividere. Il mezzo non giustifica il messaggio. Se non abbiamo niente di rilevante da dire, potremmo concederci il lusso di usare i Social Media passivamente. Come un tempo si usava la televisione. Guardavamo un programma senza sentire il bisogno di fare un nostro programma.

A domani, Jacopo.


Business Face.

La faccia, o meglio il riconoscimento facciale è uno dei mercati più in crescita. Oltre a Faceapp (la app che crea una versione “vecchia” di chi carica le proprie foto), sono molte le app che operano nel settore del restyling virtuale del volto. Qualche giorno fa Facetune, app con sede a Tel Aviv che permette di ritoccare i propri selfie, ha raccolto 135 Milioni di dollari in investimenti con una valorizzazione post-money di 1 Miliardo. Il tema però non è solo economico (quanto può valere un app per il restyling del selfie) o sociale (perché così tante persone sentono il bisogno di ritoccare i propri selfie), ma anche etico. Non è infatti chiaro come e perché vengano archiviate le migliaia (se non milioni) di fotografie che vengono caricate ogni giorno.

A domani, Jacopo.


50 Milioni.

Questo grafico mostra quanto tempo è stato necessario a un servizio o a un prodotto per raggiungere i primi 50 milioni di utilizzatori. 62 anni per le automobili. 50 anni per il telefono. 22 anni per la televisione. 12 anni per il cellulare. E poi è arrivato Internet e il famigerato network effect amplificato dal digitale. Facebook ci ha messo 3 anni per raggiungere 50 milioni di utenti. WeChat 1 anno. E Pokémon Go solo 19 giorni. È normale. Il punto è capire la sostenibilità di questa crescita. L’auto ci ha messo 62 anni a raggiungere 50 milioni di utenti – vero, ma dopo 100 anni ancora esiste e penso esisterà per molto tempo. Pokémon Go ci ha messo 19 giorni, ma quanto durerà?

A domani, Jacopo


Le persone sono l’asset più importante.

Questo grafico mostra le acquisizioni fatte dalle FAMGA (Facebook, Amazon, Microsoft, Google e Apple) negli ultimi 10 anni. Le due acquisizioni più importanti, in termine di valore, sono Linkedin ($24,4 B) e WhatsApp ($18,0 B), il cui valore non è dato tanto dalla tecnologia ma dal network. Dal numero di utenti che sono riusciti ad aggregare. La tecnologia ha valore. Il Brand ha valore. Ma nulla vale quanto valgono le persone.

A domani, Jacopo.


Qual è (senza apostrofo).

L’altro giorno ho visto un video sul sito del Corriere della Sera. Il video era sottotitolato. A un certo punto nei sottotitoli leggo “Qual’è”, con l’apostrofo. Un errore sempre più diffuso. Che può starci in un commento on line o in un post scritto velocemente. Ma non in un video di una delle testate più importanti d’Italia. Oggi abbiamo Internet che ci toglie ogni dubbio nel tempo di un click. Abbiamo Word che ci corregge quello che scriviamo. E abbiamo anche sofisticati sistemi di dettatura che scrivono quello che gli diciamo di scrivere. Ma questo non vuol dire che dobbiamo dimenticarci come si scrive.

A domani, Jacopo.


Meglio credenti che creduloni.

Nella canzone “Baby Fiducia”, Manuel Agnelli cantava che la sua generazione aveva un trucco buono: criticar tutti per non criticar nessuno. La canzone è del 1999 e la generazione di cui parla Manuel Agnelli è la Generazione X. Ma vale anche per la generazione Y e Z. Tutti criticano tutti, e alla fine nessuno critica nessuno. Sebbene sia un sostenitore della critica, lo sono meno della critica fine a se stessa. Del credere solo a chi ci dice di non credere a nessuno.

A domani, Jacopo


La banalità dell’originalità a tutti i costi.

“Imprenditore seriale, Autore di Successo, Speaker, e Super eroe (ma solo di notte).” Nei social e nei siti, leggo sempre più bio così. Pompose, al limite dell’eccessivo e poi inutilmente originali. Come se oggi tutti avessero l’obbligo di dire qualcosa di originale. Il che, paradossalmente, ci rende tutti banali. Perché l’originalità sta nel dire qualcosa di diverso che nessuno dice. Non nel dire diversamente quello che dicono tutti. Quando l’originalità diventa lo status quo. La non-originalità diventa originale.

A domani, Jacopo


Riempire il vuoto.

Un tempo moltissime persone fumavano. Oggi sempre meno persone fumano. Un tempo quasi tutte le persone erano credenti. Oggi sempre meno persone sono credenti. Un tempo molte persone avevano una passione per la politica. Oggi sempre meno persone hanno una passione per la politica. Un tempo molte persone vivevano in una famiglia (almeno in apparenza) solida e unita. Oggi sempre meno persone vivono in una famiglia solida e unita. Viviamo in un’epoca di grandi cambiamenti in cui molti dei pilastri su cui la società si è retta per secoli (famiglia, chiesa, politica…) così come molte delle abitudini che ci hanno caratterizzato, stanno venendo meno. E questo lascia un vuoto nelle persone. Un vuoto di cui non ci rendiamo conto, ma che emerge in tutte le nostre insicurezze e in tutto il nostro bisogno continuo di far parte di qualcosa di più grande. Abbiamo Facebook per illuderci di sentirci meno soli. E abbiamo tonnellate di Brand per illuderci di sentirci parte di una grande famiglia che condivide gli stessi ideali. Ma forse questo non basta.

A domani, Jacopo


Meglio un vero ignorante che un falso esperto.

Nel film “La Sirenetta” Scuttle è un gabbiano che dà informazioni ad Ariel sugli usi e costumi del mondo umano. In realtà Scuttle non ne sa nulla degli usi e costumi degli umani, eppure si vende come il massimo esperto in materia. Così quando la Sirenetta gli mostra alcuni degli oggetti che ha trovato in un relitto, lui le spiega che la forchetta è in realtà un pettine e una pipa è uno strumento musicale. La Sirenetta è un film d’animazione, ma il mondo è pieno di personaggi come Scuttle. Personaggi che non si fanno nessun problema a mentire pur di apparire esperti generando mostri mediatici e Fake News. E allora molto meglio un vero ignorante che un falso esperto. Perché l’ignoranza può generare conoscenza. Mentre la finta conoscenza genera solo ignoranza.

A domani, Jacopo


Gianluca Diegoli.

Oggi su FIRED ho intervistato Gianluca Diegoli. Gianluca è un poliglotta dei media digitali. Abusa di internet dal 1995 e qualsiasi canale ci sia on line lui c’è. È su Tumblr, Twitter, Facebook, Medium, Instagram, Telegram, WhatsApp, LinkedIn e Messanger, ha un sito, un blog, un podcast, una newsletter. E in ogni canale parla un linguaggio differente. Su Instagram utilizza le fotografie per raccontare la sua Emilia con l’hashtag #emiliaisillinois, nei suoi podcast utilizza la voce e on line le parole scritte. Scrive da sempre, un po’ per scherzo, un po’ per passione e un po’ per non fare sport. Dopo 15 anni di management di marketing, decide di trasformare questa passione in una professione. Lascia il lavoro da dipendente, inizia a lavorare in proprio come independent marketing strategy advisor e nel 2004 apre uno dei blog di marketing più longevi e conosciuti in Italia: “Mini Marketing”.

Leggi l’intervista.

A domani, Jacopo


Social Scheletri.

Nel video “Rock DJ”, Robbie Williams balla e canta in mezzo a un gruppo di modelle che girano attorno a lui su dei pattini a rotelle. Lui è sicuro di sé, pensa di saperle intrattenere, ma nessuna delle ragazze lo considera. Così per attirare la loro attenzione, si toglie la maglietta, e poi i pantaloni. Ma nulla. Nessuna reazione. Allora Robbie ci pensa un po’ e si toglie anche le mutande. Pensa di aver fatto colpo, ma le ragazze sono indifferenti. Non sa cosa fare, ma non può fermarsi. Le guarda e poi si butta. Si strappa la pelle di dosso e poi i muscoli. Finalmente ha l’attenzione che cercava. Allora va avanti. Si toglie gli ultimi muscoli rimasti e poi tutti gli organi. Fino a restare uno scheletro esangue (ma felice). Il video è del 2001 ma tocca un tema molto attuale. Quanto siamo disposti a spingerci pur di attirare l’attenzione? Cosa siamo disposti a condividere pur di avere un Like? Le nostre foto? La nostra vita? Quella dei nostri figli? E soprattutto, qual è il limite? Ci ridurremo tutti a degli scheletri esangui senza più niente da mostrare o ci fermeremo prima?

A domani, Jacopo


Ipocondria mediatica.

“Se un tempo avere potere significava avere accesso all’informazione, oggi avere potere significa sapere cosa ignorare.”
– Y. Harari

Riceviamo sempre più informazioni, da sempre più fonti e sempre più spesso. A volte in tempo reale, altre volte con poche ore di distanza dall’accaduto. Se da una parte questo è positivo, perché ci permette di osservare il mondo da più punti di vista, dall’altro rischia di alimentare un’ansia costante verso il futuro. È una reazione naturale. Una propensione innata alla sopravvivenza. Leggiamo di un’emergenza e subito pensiamo al peggio. Anche se molto spesso il peggio non accade. O, quanto meno, non accade subito. E quando accade noi siamo troppo concentrati sulla prossima possibile minaccia per accorgercene. Viviamo una sorta di ipocondria mediatica per cui tutto potrebbe accadere. E l’unico modo per tenerla a bada è mettere un filtro. Avere la capacità di capire cosa è importante e cosa non lo è. Come scrive il filosofo iraniano Harari nel suo “Homo Deus” se un tempo avere potere significava avere accesso all’informazione, oggi avere potere significa sapere cosa ignorare.

A domani, Jacopo


La qualità è la nuova celebrità.

Settimana scorsa ho letto un’intervista all’attore Francesco Mandelli che si concludeva così: “Oggi essere famoso non è figo. Lo si può ottenere facilmente con Internet e una buona idea. Oggi realmente figo è fare cose belle”. E ha ragione. Negli anni Sessanta Warhol prevedeva che un domani chiunque avrebbe avuto diritto a 15 minuti di celebrità. A quei tempi la celebrità era un lusso che pochi divi potevano concedersi. Oggi però non è più così. La celebrità è diventata una sorta di commodity. Nasciamo e siamo già celebri. Non facciamo in tempo ad aprire gli occhi e abbiamo già una nostra foto su Facebook. Nel 2018, la persona più celebre di YouTube è stata un bambino di 7 anni che ha incassato 22 Milioni facendo dei video amatoriali in cui recensisce giocattoli. Di fronte a questa indigestione di celebrità in stile fast food (divento celebre in breve tempo con prodotti di scarsa qualità), penso che in futuro la vera celebrità sarà la qualità. Sarà avere la possibilità (e la capacità) di fare cose belle. Fare progetti che ci rappresentino in termini di qualità non di quantità. Progetti che ci rendano orgogliosi di averci investito tempo e risorse.

A domani, Jacopo


Social Media e Soft Skills.

Lunedì sono stato ospite di Radio Rai per parlare di lavoro e, in particolare di come promuoversi on line. Tra i temi emersi:

  1. Oggi nessun professionista può ignorare i Social Media, per il semplice fatto che chiunque li usa e, soprattutto, chiunque li può leggere. Tanto i tuoi amici quanto il tuo capo, il tuo futuro datore di lavoro o i tuoi clienti. Quindi serve una strategia e serve consapevolezza. È importante essere consapevoli che qualsiasi cosa scriviamo o postiamo è pubblica.
  2. Oggi le soft skills, valgono di più delle hard skills, perché in un mondo del lavoro sempre più dinamico, chi sei, la tua attitudine al lavoro e il tuo potenziale, vale di più di cosa hai fatto, delle tue competenze tecniche e del tuo passato. E i social media sono un ottimo strumento per raccontarti e valorizzare le tue soft skills.
  3. Su Internet non si può fingere, il tuo racconto deve rispecchiare la tua persona. È importante usare dei canali dove ci si possa esprimere senza forzature. Se non ti senti a tuo agio con i social network, esistono i blog, le newsletter (di cui sono un sostenitore…) o molti altri strumenti tra cui scegliere.

A domani, Jacopo


L’anonimato è un super potere.

Come un giorno disse lo street artist Banksy: “Non capisco perché le persone siano così entusiaste di condividere pubblicamente i dettagli della propria vita privata, si sono dimenticati che essere invisibili è un super potere”. Ed ha ragione. L’invisibilità, l’anonimato e la privacy sono super poteri sempre più rari e quindi sempre più preziosi. Perché se negli anni settanta, come sosteneva Andy Warhol, in futuro ognuno avrebbe avuto diritto a 15 minuti di celebrità, oggi possiamo prevedere che in futuro ognuno avrà diritto a 15 minuti di anonimato. L’anonimato sarà il super potere del XXI secolo. Essere completamente anonimi, lontani da qualsiasi riflettore, ricerca, database, anagrafe o archivio reale o virtuale sarà il sogno proibito delle prossime generazioni.

A domani, Jacopo


Ascoltare non vuol dire sentire.

L’edicolante della fermata della metropolitana Moscova a Milano, ha un cartello appeso vicino alla cassa che mi fa sempre pensare. È un A4 plastificato con una scritta nera su sfondo bianco: “Non serviamo persone che parlano al cellulare”. Chiarissimo. Lo condivido a pieno. Che senso ha parlare se nel frattempo con la testa siamo da un’altra parte? Piuttosto non parliamo, o parliamo meno, ma se parliamo, parliamo e basta. Parlare non vuol dire sentire e annuire. Vuol dire ascoltare, pensare e rispondere. E queste tre azioni richiedono concentrazione. Ascoltare e sentire sono due cose molto differenti. Se mentre parliamo stiamo leggendo una mail o controllando il nostro profilo Facebook, stiamo sentendo quello che la persona ci sta dicendo (sentire è un gesto meccanico), ma non stiamo ascoltando e quindi non stiamo capendo. E quando non si capisce, è più difficile parlare.

A domani, Jacopo


Non è la tecnologia che hai ma come la usi.


Nel 2008 ero a New York e una delle cose che più mi colpiva era la quantità di persone che in metropolitana guardavano il proprio smartphone. Anche in Italia c’erano gli smartphone, ma non mi era mai capitato di vederne così tante. Ogni volta che entravo in metro erano tutti con la testa chinata sul loro cellulare. Oggi è la normalità ovunque. Il che potrebbe giustificare la teoria per cui la tecnologia ci isola. Fisicamente siamo in un luogo, ma con la testa siamo da un’altra parte. E questo in parte è vero. Il punto però non è la tecnologia in sé, ma l’utilizzo che se ne fa. Quello che conta veramente è il contenuto non il contenitore. Prima degli smartphone, la gente in metropolitana leggeva i libri o i quotidiani e questa era un’abitudine sana. Io leggo un libro a settimana e gli spostamenti sono ideali per ritagliarmi del tempo per leggere. La tecnologia di cui disponiamo oggi ci dà la possibilità di avere accesso a tutto il sapere sempre a portata di mano, ci semplifica la vita e ci permette di comunicare con tutto il mondo. Ovviamente sta a ognuno di noi decidere come e perché usarla.

A domani, Jacopo


Usa i social come Mark Twain!

Mark Twain aveva una buona abitudine. Prima di mandare una lettera dai toni accesi, la teneva in tasca per 5 giorni e se dopo 5 giorni ne era ancora convinto, allora la mandava. Ai tempi della comunicazione instantanea e dei Social Media, penso che il suo monito sia più attuale che mai. Nell’ultimo anno, Trump per poco non dava inizio a una guerra nucleare per i suoi Tweet contro Kim Jong Un, Elon Musk stava per far fallire la Tesla a causa di un suo Tweet in cui condivideva l’idea di privatizzare la sua azienda e, qualche giorno, fa Dolce e Gabbana si sono inimicati un intero paese (la Cina….) per un video e un commento su Instagram. Di fronte a tutto questo, mi viene da pensare che forse aveva ragione Mark Twain. Forse serve tempo per essere sicuri di un proprio pensiero, prima di condividerlo. Soprattutto se si è un personaggio pubblico o un imprenditore. Perché, prendendo ispirazione dalla celebre frase che lo zio di Spider Man diceva sempre a suo nipote: con grande visibilità arrivano grandi responsabilità.

Leggi la mia newsletter di oggi.


Siamo diventati tutti Giapponesi.

Il bimbo in questa foto è mio figlio Leone due anni fa a Kyoto, poco prima di iniziare la camminata verso il santuario di Fushimi Inari-taisha. E la folla attorno a lui sono alcuni dei molti Giapponesi che, ogni volta che lo vedevano, gli facevano una foto. Mio figlio è di carnagione molto chiara, con i capelli biondi e gli occhi azzurri. Tratti non comuni a un Giapponese. E così spesso veniva fotografato. Meno di vent’anni fa, lo stereotipo del turista Giapponese con la macchina fotografica sempre in mano pronto a fotografare qualsiasi cosa era un luogo comune di cui spesso si rideva. Oggi è la normalità per tutti. Siamo tutti diventati come lo stereotipo del turista giapponese. Come scrive Yuval Noah Harari in Homo Deus, il nostro nuovo motto è: ‘If you experience something – record it. If you record something – upload it. If you upload something – share it.’ Ed è vero, un tempo godevamo di una esperienza, oggi godiamo nel condividerla su un qualche Social Media.

A domani, Jacopo


Comunica come Houdini!

Nonostante il successo mondiale che negli anni Houdini era riuscito a guadagnare grazie alle sue spettacolari imprese, verso i primi anni del Novecento la sua carriera conosce una prima crisi. La gente comincia a partecipare sempre meno numerosa alle sue performance in teatro e le vendite dei biglietti iniziano a calare. Così l’illusionista ha un’idea tanto semplice quanto geniale: «If I can’t bring the folks to the theatre, I’ll bring the theatre to the folks». Se non riesco a portare le persone a teatro, porterò il teatro alle persone. Comincia così una serie di spettacoli all’aperto in cui si lancia da ponti dentro fiumi ghiacciati, si fa appendere da palazzi completamente legato e organizza altri prodigiosi eventi che lasciano tutti esterrefatti. Così facendo, la sua carriera riprende e il suo nome è di nuovo sulla bocca di tutti. Con un secolo di anticipo, Houdini aveva compreso un principio fondamentale del marketing: è più efficace portare il tuo prodotto dove già ci sono le persone interessate a comprarlo, piuttosto che far spostare le persone e portarle da te. Il più delle volte infatti, la tua community già esiste, anche se tu non ne sei ancora consapevole.


Scrivere per avere Like o avere Like per scrivere?

Da quando ho iniziato a pubblicare il mio blog su Instagram, uno dei consigli che mi sento dare più spesso è di aggiungere qualche fotografia. Ed è un consiglio corretto, dal momento che oggi tendiamo a guardare più che leggere. Tuttavia questa tendenza può, a mio avviso, nascondere una pericolosa deriva. Ovvero invertire il fine con il mezzo. Penso che chiunque scriva on line dovrebbe chiedersi: “Perché scrivo? Scrivo per avere dei Like, oppure ho dei like per quello che scrivo?”. Sono due punti di vista molto differenti. Io scrivo perché adoro scrivere e perché spero di darti qualcosa di interessante o utile da leggere. Diverso è scrivere un articolo con il fine unico di prendere quanti più like possibile e quindi invertire il fine (informare) con il mezzo (il media attraverso cui si informa).

A domani, Jacopo


Se rimaniamo intrappolati nel sogno di qualcun altro, siamo fottuti.

“Si vous êtes pris dans le rêve de l‘autre; vous êtez foutus.”
– Gilles Deleuze

È vero, aveva ragione il filosofo francese Gilles Deleuze quando scriveva: “Si vous êtes pris dans le rêve de l‘autre; vous êtez foutus.” Se rimaniamo intrappolati nel sogno di qualcun altro, siamo fottuti. Questo vale tanto da un punto di vista filosofico, quanto da quello personale o professionale. Viviamo nell’era della vita condivisa. Ogni giorno, attraverso i Social Media, guardiamo nella vita di migliaia di persone (o almeno nella loro versione mediatica). E penso sia inevitabile comparare la vita dell’altro con la nostra. Migliore o peggiore che sia, sentiamo il bisogno di confrontarci con gli altri e questo spesso crea invidie, disagi e frustrazioni (non a caso la FOMO – paura di rimanere esclusi – è una delle principali patologie del nuovo Secolo). Io mi occupo di imprenditoria e posso dirti che dal punto di vista del lavoro, viviamo un periodo storico dove ci sono molte più possibilità di un tempo di seguire il proprio sogno, grande o piccolo che sia, e trasformarlo nel proprio lavoro. Perché allora perdersi dietro quello che fanno gli altri? Perché provare a fare quello che è già stato fatto? Molto meglio credere nel proprio sogno e fare qualcosa che solo tu potresti fare.

A domani , Jacopo


Non ci facciamo più domande, non cerchiamo più risposte, vogliamo solo conferme.

Già nel 1921, James Harvey Robinson nel suo libro “The Mind in the Making” sosteneva che l’essere umano avesse una naturale propensione a difendere le proprie convinzioni e quindi la propria (presunta) saggezza. Quasi 100 anni dopo, le cose non sono cambiate, anzi, le “Filter bubble” dei Social Media, hanno enfatizzato questa tendenza dando a chiunque la possibilità di crearsi un sistema mediatico che non fa altro che confermare le nostre convinzioni. Stiamo smettendo di farci domande o cercare risposte. Mentre siamo sempre di più alla ricerca di conferme. Oggi il problema non è solo un’informazione fatta di Fake News ma di Self News. Ovvero una rete di informazioni che ci danno l’illusione di essere sempre nel giusto e ci evitano in tutti i modi il disagio di metterci in discussione.

A domani, Jacopo