Bo Diddley è l’importanza di metterci la faccia.

Ellas Otha Bates McDaniel inizia a lavorare come camionista e poi come pugile. Ma la sua passione è da sempre la musica. Aveva già provato a suonare in qualche gruppo, ma non aveva funzionato. Agli inizi degli anni ’50 decide di riprovarci e questa volta vuole metterci tutto se stesso. Cambia il proprio nome in Bo Diddley e nel 1955 pubblica il suo primo singolo che porta il suo nome e racconta la storia di un cantante e del suo lavoro. Il singolo divenne un successo immediato negli Stati Uniti e raggiunse la vetta della classifica R&B restando in classifica un totale di 18 settimane.

Questo è quello che succede quando facciamo qualcosa mettendoci la faccia, quando firmiamo il nostro lavoro. Se facciamo qualcosa in prima persona, qualcosa in cui crediamo e che ci rappresenta siamo molto più coinvolti. Non è semplicemente un lavoro o un progetto. Ma è il nostro lavoro e il nostro progetto. È il più delle volte si traduce in un successo.

A domani, Jacopo.


Inizia.

“Start where you are. Use what you have. Do what you can.”
– A. Ashe

Potremmo avere più soldi. Più tempo. Più competenze. Più conoscenze. Potremmo essere in un altro paese. In un altro tempo. In un altro contesto. Ma abbiamo quel che abbiamo e siamo dove siamo. E, se crediamo veramente in noi stessi e in quello che vogliamo fare, questo è abbastanza per partire.

A domani, Jacopo.


Perfezionismo vs Coraggio.

Il perfezionismo. Cercare di fare quello che vogliamo fare al meglio è giusto. Purché non divenga una scusa per continuare a rimandare qualcosa che vorremmo fare ma non abbiamo il coraggio id fare.

A domani, Jacopo


Be Here Now.

Siamo costantemente connessi. Ormai il cellulare prende sempre. E quindi siamo costantemente raggiungibile. Eppure ci sono dei luoghi dove essere connessi non va bene. Luoghi in cui essere costantemente connessi ci disconnette da quello che ci circonda. Luoghi come il lavoro, la scuola, il cinema. Quando insegno mi rendo conto di come gli smartphone siano una costante distrazione, per studenti di tutte le età. E mi rendo conto che oggi è molto difficile non lasciarsi distrarre dalle centinaia di notifiche che riceviamo ogni giorno.

Avevo letto una ricerca pubblicata dal Pew Research Center che mostrava come il 95% degli adolescenti ha accesso a uno smartphone e il 45% di loro è connesso 24 ore al giorno sette giorni su sette.

Per questo motivo stanno nascendo molte StartUp che propongono soluzioni per creare are WiFi Free, ovvero senza connessione. Tra queste c’è Yondr, che crea spazi liberi da telefonini. Il loro claim è “Be Here Now”, un concetto che ricorda l’heideggeriano “Esserci” e che si contrappone alla tendenza sempre più diffusa di essere fisicamente in un luogo ma essere con la mente da un’altra parte.

A domani, Jacopo.


Startup e Futuro.

Investire nelle Startup vuol dire investire nel futuro del proprio paese. E non a caso, la più grande economia al mondo, gli Stati Uniti d’America, ha sempre investito più di qualsiasi altro paese nelle Startup. Fino a tre anni fa gli investimenti complessivi nelle Startup di tutto il mondo erano inferiori a quelli fatti nel solo territorio americano. Il che vuol dire che l’America da sola investiva in Startup più di tutto il resto del mondo messo insieme. Solo dal 2016, quando anche altri paesi (tra cui la Cina) hanno iniziato a capire l’importanza delle Startup, gli investimenti sono cresciuti, superando quelli americani.

A domani, Jacopo.


Da 1 Miliardo a 20 Milioni.

Nel 2013 Yahoo acquistò Tumblr per 1,1 miliardi di dollari. Da allora la piattaforma ha continuato a perdere utenti e popolarità. Così, un mese fa Verizon, l’azienda che due anni fa ha comprato Yahoo (e quindi Tumblr), ha deciso di vendere la piattaforma di microblogging a Automattic (azienda che ha creato WordPress) per 20 Milioni di dollari. In meno di sei anni, il valore di Tumblr è sceso da 1 miliardo a 20 milioni. Questo è quello che succede quando si decide di acquistare un’azienda quando è di moda, come lo era Tumblr nel 2013.

A domani, Jacopo.


Cibo e bellezza.

Questo grafico indica la percentuale di progetti divisi per settore presentati in dieci anni di “Shark Tank” America, reality show dove aspiranti imprenditori raccontano la loro idea e il loro business plan a potenziali investitori. È interessante come i due settori con la percentuale maggiore sono il Food & Beverage (ovvero cibo e bevande) e Fashion/Beauty (ovvero moda e cosmetici). Il primo fa leva su un bisogno primario essenziale da sempre (bere e mangiare), il secondo su un bisogno che sta diventando sempre più primario (apparire e sentirsi belli).

A domani, Jacopo.


Lavoro nomade.

Pieter Levels è un programmatore che ha scelto di vivere la sua vita da nomade. Lavora da qualsiasi località nel mondo che abbia una connessione internet. Ha fatto del nomadismo digitale il suo stile di vita. E non è il solo. Negli anni ha costruito una community di persone che come lui lavorano in remoto. E ha anche mappato le città migliori dove lavorare. Le trovi qui.

A domani, Jacopo.


Crescere troppo in fretta.

Crescere è spesso un imperativo di molte startup. Un imperativo talvolta fine a se stesso. Crescere per crescere. Ignorando altri obiettivi altrettanto importanti come la sostenibilità (economica e ambientale) e la profittbilità. Alcuni anni fa, uno studio fatto da The Startup Genome Project, che ha preso in analisi 3.200 high growth internet startup, ha messo in luce i risultati (spesso negativi) di crescere troppo velocemente:

1. Il 74% delle high growth internet startup sono fallite a causa di una crescita prematura.

2. Nessuna startup che è crescita troppo in fretta ha raggiunto i 100.000 user.

3. Le startup che crescono lentamente crescono 20 volte più velocemente di quelle che crescono prematuramente.

4. Il 93% delle startup che crescono prematuramente non raggiungono i 100.000 dollari di revenue mensili.

A domani, Jacopo.


Nuovi modelli.

Nonostante i Quaccheri. Nonostante la Guerra Civile. Nonostante Abramo Lincoln e Frederick Douglass, per molti afroamericani degli Stati del Sud, la situazione lavorativa non era cambiata di molto. Schiavi erano e come schiavi continuavano ad essere trattati. Tutto cambiò quando nel 1944 venne inventata la raccoglitrice meccanica di cotone, ovvero una macchina in grado di svolgere il lavoro di 50 braccianti. Grazie a questo nuovo modello, che ha reso obsoleto l’utilizzo di schiavi, è stato possibile liberare i neri americani dal giogo della schiavitù latifondista. Come sosteneva, a ragione, Buckminster Fuller, a volte il modo migliore per cambiare le cose non è provare a combatterle, ma costruire nuovi modelli che le rendano obsolete.

A domani, Jacopo.


Immigrant Start Up.

“L’America è la più grande economia al mondo perché alcuni tra i più grandi al mondo sono emigrati in America.”

WeWork, SpaceX, Stripe, Palanti, Paypal, DoorDash, Instacar, Slack, e molte altre. Sono tutte StartUp americane con valorizzazioni di mercato miliardarie che sono state fondate da immigrati di prima generazione. Persone nate fuori dagli Stati Uniti d’America, ma che hanno scelto l’America per creare la propria azienda e con questa stanno contribuendo a rendere l’economia americana più ricca e forte. Oggi in America (come in molti altri luoghi del mondo) si costruiscono muri per bloccare l’immigrazione. Dimenticandoci che l’America è una delle economie più grandi al mondo perché da più di un secolo alcune delle persone più grandi al mondo sono andate a lavorare in America.

A domani, Jacopo.


Crescere con il mercato.

Ogni settimana mando una newsletter e per farlo uso Mailchimp. Ora Mailchimp è un’azienda che fattura centinaia di milioni di dollari e che ha un valore di mercato di qualche miliardo di dollari. Tuttavia, è un’azienda che si è sempre auto-finanziata ed è cresciuta in quello che considero il modo migliore per crescere: con il mercato. Non è cresciuta grazie a continue iniezioni di capitali. È cresciuta grazie all’abilità dei suoi fondatori di farla crescere. In un’intervista, il fondatore di Mailchimp, Ben Chestnut, ha detto che poco dopo aver fondato la sua start up, stava mangiando a un McDonald’s e, mentre mangiava un panino, stava sognando di avere un domani abbastanza soldi per mangiare dall’altra parte della strada, da Fuddruckers, dove un hamburger costa 8 dollari. Così ha pensato: “Come posso fare in modo che Mailchimp faccia abbastanza soldi per darmi la possibilità di pagarmi un pranzo come si deve ogni giorno?” E per molto tempo questa è stata la motivazione che ha spinto Ben Chestnut a far crescere la sua attività. Lavorare per guadagnarsi da vivere. E questa penso sia ancora una delle motivazioni più sane per lanciare una propria attività.

A domani, Jacopo


L’originalità della difficoltà.

“Se vuoi davvero distinguere il tuo lavoro da quello degli altri, tutte le volte che sei davanti ad un bivio, non pensare a quale strada prendere; scegli in automatico quella più difficile. Tutti gli altri prenderanno quella più facile”
– R. Serra

L’artista Richard Serra ha un buon metodo per essere sempre originali: ogni volta che sei di fronte a un bivio non pensare a quale strada prendere. Scegli in automatico la più difficile, perché tutti gli altri sceglieranno quella più facile. Ed effettivamente ha ragione. Non tanto perché la via più facile sia sempre da evitare, ma perché sono le difficoltà a stimolare la nostra creatività e la nostra creatività è ciò che ci permette di distinguerci dagli altri ed essere originali. È un ragionamento controintuitivo. L’essere umano è di natura portato a scegliere la via più facile cercando di semplificarsi la vita. È una primordiale questione di sopravvivenza. Dobbiamo risparmiare la nostra energia fisica e celebrale. Se scegliamo la via più facile la risparmiamo in automatico. Se invece scegliamo la via più difficile dobbiamo inventare qualcosa di nuovo per rendere semplice qualcosa di complesso. E questo ci porta ad essere più innovativi.

A domani, Jacopo


L’Italia è una Comfort Country.

Faccio una critica controintuitiva al nostro paese: in Italia si sta troppo bene. E questo può essere un problema. In Italia si mangia bene, si vive bene, se stiamo male c’è chi ci cura gratis, il costo della vita è relativamente contenuto, c’è un clima fantastico e, con il reddito di cittadinanza, potremmo addirittura ambire a vivere senza lavorare. L’Italia è un comfort country. È la comfort zone fatta a paese. Il problema è che, come è noto, il comfort è il nemico numero uno dell’innovazione. Perché fare innovazione quando non hai problemi quotidiani da risolvere? Non a caso i paesi più innovativi sono quelli dove di base si sta peggio. Dove o innovi o sei perduto. Quando invece si vive nella propria zona di comfort si tende a chiudersi in se stessi, ad avere paura di tutto quello che viene da fuori e a fare di tutto per evitare che le cose cambino. Non si guarda al lungo periodo, ma solo al breve. Un po’ come l’uomo che cade da un palazzo di 50 piani, e pensando di saper volare si ripete: “Fino a qui, tutto bene”. Ma ignora che il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.

A domani, Jacopo


Il mercato vale di più delle previsioni.

Qualche giorno fa stavo parlando con un giovane imprenditore entrato da poco nel mondo degli investimenti privati. Con una certa incredulità mi domandava come funzionasse la valorizzazione di un’azienda. In base a cosa un’azienda avesse un determinato valore economico e quindi quanto potesse chiedere in cambio di una parte di equity. Certo, si possono attualizzare previsioni sui fatturati o fare quantificazioni legate all’ampiezza del mercato di riferimento. Ma alla fine quello che conta veramente è il mercato degli investitori. Quello che conta è quanti soldi sono stati messi da altri investitori per la stessa parte di equity. Se riesci a convincere un investitore a darti 250.000 € per il 25% della tua start up, allora la tua StartUp vale 1 milione. Funziona così per tutto. Uber ha una valorizzazione di mercato che supera i 70 Miliardi perché continua ad attrarre investitori che credono nel progetto e iniettano capitale. E più capitale iniettano più l’azienda vale. Quando facevo il curatore d’arte vedevo la stessa logica applicata alle opere d’arte. Era un’asta. Più persone volevano un’opera e più erano disposti a spendere, più l’opera valeva. Punto. È la regola della domanda e dell’offerta. Vale tanto per l’arte quanto per le StartUp.

A domani, Jacopo


Chris Rock e l’importanza di testare le proprie idee.

Quando ero giovane (ai tempi dell’università) con alcuni amici avevo un club, si chiamava S’agapò, e ogni Martedì sera organizzavamo spettacoli di cabaret dove attori (e aspiranti tali) venivano per sperimentare le proprie battute. Per chi fa cabaret, è importante avere dei momenti dove testare le proprie idee. Il comico americano Chris Rock per esempio fa così. Va in un locale e, senza farsi annunciare, sale sul palco. Prova battute, espressioni e gag. E poi si appunta le reazioni del pubblico. La gran parte delle battute non funzionano, ma alcune sì. Così Rock se le segna, ci lavora e, dopo mesi passati tra i club, è pronto per fare i suoi show da un’ora dove ogni battuta funziona. I comici usano le serate nei club per fare dei test e capire cosa tenere e cosa togliere. Gli imprenditori invece usano il mercato. Il modo migliore per capire se l’idea che hai in testa funziona è fare tanti test di mercato con pubblici differenti, prendere nota di cosa funziona e cosa non funziona e aggiustare il tuo prodotto o servizio prima di risalire sul palco.

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A domani, Jacopo


L’illegale è il nuovo legale.

Come dice lo street artist Banksy è meglio chiedere il perdono che il permesso. Ed effettivamente nella Street Art funziona così. Chi fa un’opera in strada al massimo chiede il perdono ma non certo il permesso. È il compito dell’arte, shoccare e stupire. Ultimamente però, anche il mondo dell’impresa sembra andare in questa direzione. Molte delle più importanti Start Up a livello globale, da Uber a Airbnb, poggiano il loro modello di business su un’attività ai limiti del legale. Non hanno chiesto il permesso. Non si sono domandate se fosse possibile farlo. Lo hanno fatto. E al massimo un domani chiederanno il perdono (ovvero pagheranno qualche multa), ma intanto stanno rivoluzionando interi settori. Ed è normale, perché l’innovazione ha sempre rotto le regole delle istituzioni. E, mai come oggi, l’innovazione va a una velocità tale da infrangere ogni regola, ancor prima che chi dovrebbe garantire la regolarità dei mercati se ne possa accorgere.

A domani, Jacopo


Jazzentrepreneur.

“Quando non sai cos’è, allora è Jazz!”
– A. Baricco

Come scrisse Baricco nel suo Novecento, “Quando non sai cos’è, allora è Jazz!”. E fare l’imprenditore è un po’ come fare Jazz. L’imprenditore è quel lavoro che fai quando non sai cosa stai facendo. Per fare l’imprenditore devi sapere improvvisare, più che eseguire. Quando fai l’imprenditore non ci sono strade predefinite o regole certe. Conta il risultato e l’armonia che si riesce a creare quando si lavora con altre persone.

A domani, Jacopo


Alessandra Lomonaco.

Questa settimana su FIRED ho intervistato Alessandra Lomonaco. Come scrisse il filosofo statunitense David Weinberger, quando sei la persona più intelligente nella stanza, vuol dire che sei nella stanza sbagliata. E nel 2013, dopo vent’anni di carriera nel campo del controllo aziendale, Alessandra ha sentito il bisogno di cambiare stanza. Ha capito che la carriera in azienda, non faceva per lei. Ha capito che aveva bisogno di nuovi stimoli, di imparare ogni giorno cose nuove e, soprattutto, di avere maggiore autonomia. Così, dopo un Executive MBA decide di cambiare non solo stanza, ma anche vita. Lascia il lavoro da manager e si mette in proprio. Entra nel mondo delle start up e della consulenza. E dal quel momento non torna più indietro, perché, usando le sue stesse parole, quando lasci la carriera da dipendente per metterti in proprio, non stai solo cambiando lavoro, ma stai cambiando identità e questo è un passaggio irreversibile.

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A domani, Jacopo


L’età giusta per fare l’imprenditore.

Spesso si pensa che l’età giusta per fare l’imprenditore sia vent’anni, quando si è ancora giovani e si ha poco da perdere. Il mito dello Startupper ventenne che lascia l’università per fondare la propria azienda miliardaria ha generato una visione alterata dell’imprenditoria. Ma la realtà è molto diversa. Uno studio pubblicato dall’Harvard Business Review, ha messo in luce che l’età media dei fondatori di Start Up di successo (ovvero che durano nel tempo), non sia vent’anni, ma 45. Quindi, se vuoi fare l’imprenditore non rinunciare al tuo sogno solo perché non hai più vent’anni.

A domani, Jacopo


Il problema numero uno dell’Italia: Il capitale umano.

Questo grafico, preso dal sito REDI della London School Of Economics, compara l’Italia del Nord Ovest con Londra e riassume molto bene il problema numero uno dell’Italia, ovvero il capitale umano. In Italia il problema non sono tanto i fondi o l’innovazione di processo (dove l’Italia del Nord Ovest e l’area metropolitana di Londra sono vicini), quanto le persone e il networking. E in un mondo del lavoro dove le persone sono la risorsa più strategica, questo è un problema serio. In Italia mancano i talenti. Non perché non ci siano, ma perché non vengono coltivati e valorizzati, e quindi abbandonano il nostro paese. Negli ultimi dieci anni il numero di italiani che si sono trasferiti all’estero è triplicato. Qualsiasi riforma e qualsiasi discussione sul tema del lavoro in Italia, dovrebbe, a mio avviso partire da questo punto. Come valorizzare le persone. Come creare un ecosistema che permetta alle persone di lavorare al meglio e valorizzare il proprio talento. Qualsiasi altro tema è secondario. Perché senza persone non c’è innovazione e senza innovazione non c’è futuro.

A domani, Jacopo


Non vincono i migliori, ma i più tenaci.

Come ho letto qualche tempo fa sull’oroscopo di Rob Brezsny, per migliaia di generazioni i nostri antenati sono stati capaci di procurarsi il cibo di cui avevano bisogno usando una tecnica chiamata caccia per sfinimento. Di solito non erano veloci come gli animali che inseguivano, ma avevano un vantaggio: potevano braccare la loro preda senza fermarsi finché quella si stancava, anche perché avevano meno pelo e quindi soffrivano meno il caldo. Molti degli imprenditori che sono riusciti a realizzare i propri progetti non erano i più bravi o i più capaci, ma i più tenaci. Erano quelli che riuscivano a sopportare più a lungo la fatica e il disagio di continuare a provare a realizzare le proprie idee senza perdere l’entusiasmo e la determinazione. Erano sicuri che prima o poi ce l’avrebbero fatta e che la direzione era quella giusta, e sono sempre andati avanti per la loro strada.

A domani, Jacopo


Il super potere di un imprenditore.

“Il successo è dato da quanto in alto sei in grado di rimbalzare quando tocchi il fondo.”
– Generale Patton

Il generale Patton sosteneva che il successo fosse dato da quanto in alto siamo in grado di rimbalzare quando tocchiamo il fondo. E questa frase sintetizza bene l’approccio alla resilienza tipico della cultura americana. In psicologia, il termine “resilienza” indica la capacità di una persona di reagire in maniera propositiva a traumi, difficoltà o, più in generale, ad eventi negativi. Sebbene oggi sia molto utilizzata, “resilienza” è una parola con una lunga storia alle spalle. Già agli inizi del Novecento, il poeta e diplomatico francese Paul Claudel racconta, all’interno di una sua lettera, della resilienza degli Americani alla fine della presidenza Hoover poco dopo la Grande Depressione del 1929, descrivendola come una qualità che si esprime in concetti come elasticità, rimbalzo, essere pieno di risorse e buon umore. Ho sempre visto la “resilienza” come il super potere segreto di ogni imprenditore. Perché la vita di un imprenditore è molto più simile a una montagna russa che a un’autostrada. Ogni tanto sei al top altre volte ti senti a terra. Ma quello che conta è continuare ad andare avanti.

A domani, Jacopo


Il ruolo dell’investitore.

Qualche giorno fa ho ascoltato un’intervista a Sir Gregory Winter, vincitore del Premio Nobel per la chimica 2018. La sua vita è piena di spunti interessanti, primo fra tutti il fatto che la scoperta che lo ha portato a vincere il premio Nobel l’ha fatta mentre era a letto convalescente dopo un grave incidente in bici. Tuttavia, ascoltando il podcast con le orecchie di un imprenditore, mi ha colpito il fatto che Winter ci abbiamo messo anni a convincere degli investitori a finanziare la sua invenzione. È incredibile perché Winter ha inventato una nuova classe di farmaci che oggi ha un mercato di 70 Miliardi. Eppure per anni nessun investitore è stato in grado di cogliere le potenzialità di mercato della sua invenzione. Questo accade perché a volte gli investitori si concentrano troppo sui numeri e troppo poco sul mercato e, così facendo, perdono contatto con la realtà. Ragionano meccanicamente e non umanamente. È per questo motivo che, spesso, il modo migliore per convincere degli investitori della potenzialità di un’idea è mostrargliela, fargliela provare e toccare con mano. Spostare l’attenzione da un foglio Excel alla realtà, che non è fatta solo di numeri a attualizzazioni di flussi di cassa.

A domani, Jacopo


Le 5 domande per capire se un’idea è quella giusta.

Qualche settimana fa sono stato a una conferenza dove un manager di Amazon ha esposto il processo interno per la proposta e la selezione di nuovi prodotti o progetti da lanciare. La premessa è molto semplice (e condivisibile): “Start with the customer and work backwards”, ovvero non partire dal prodotto o dalla tua idea, ma parti dal mercato e da un reale bisogno che puoi soddisfare. Da cui le 5 domande cui ogni prodotto deve rispondere ancor prima di essere proposto:

1) Chi è il cliente.
2) Qual è il problema o l’opportunità per il cliente.
3) Il principale beneficio per il cliente è chiaro?
4) Come fai a sapere cosa il cliente vuole o di cosa ha bisogno?
5) Come sarà l’esperienza del cliente?

Una volta risposto a queste cinque domande, ci sono altri due documenti da produrre:

A) Il comunicato stampa per il lancio del prodotto.
B) Le FAQ

Sono tutti passaggi importanti, ma in particolare, scrivere le FAQ in anticipo penso sia un’idea molto utile per mettersi nella testa del consumatore.

A domani, Jacopo


Puccini e l’importanza di imparare dalle critiche.

La Madama Butterfly è una delle mie opere preferite. E “Un bel dì vedremo” è in assoluto la mia aria preferita. Dal 1904 ad oggi, l’opera è stata eseguita migliaia di volte in tutti i principali teatri del mondo. Ciò nonostante, la prima rappresentazione, che ebbe luogo al Teatro alla Scala di Milano, il 17 febbraio 1904 fu un fiasco colossale. Il pubblico accolse l’opera con una “ubriacatura d’odio” come scrisse in una lettera all’amico Camillo Bondi lo stesso Puccini. Fortunatamente però tanto l’autore quanto l’editore, credevano molto nel progetto e così raccolsero le critiche e decisero di sottoporre l’opera ad un’accurata revisione che la rese più agile e proporzionata. Dopo tre mesi riproposero l’opera al Teatro Grande di Brescia dove il pubblico la accolse con entusiasmo e diede inizio a un successo che dura ancora oggi. Ricevere critiche non è mai bello. Tuttavia, come abbiamo visto anche settimana scorsa con la storia di Freddie Mercury, dalle critiche si può imparare molto. Sono il modo migliore per capire come aggiustare il proprio prodotto.

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A domani, Jacopo


Privacy Labels.

Qualche giorno fa ho visto un’intervista a Kevin Ashton, inventore britannico noto per aver (accidentalmente) coniato il termine “Internet of Things”. Nell’intervista, Ashton parla di come un domani qualsiasi oggetto potrebbe potenzialmente dialogare con Internet e quindi trasmettere dati sui nostri comportamenti e le nostre abitudini. È uno scenario tanto eccitante quanto inquietante. Perché ci sono molti fattori in gioco, dal come e perché verranno utilizzati tutti questi dati, fino al macro tema dei nostri diritti come consumatori in termini di privacy, intesa come la possibilità di determinare chi vede le nostre informazioni. Secondo Ashton è importante che le persone siano più consapevoli di come vengono trattati i propri dati e propone di mettere un’etichetta su tutti gli oggetti in modo da illustrare con chiarezza la Privacy Policy (un po’ come sui cibi da ormai molti anni è obbligatorio dichiarare gli ingredienti che si usano). Penso sia un’idea interessante, anche perché quello che farà veramente la differenza nel futuro dell’Internet of Things non saranno i fattori tecnologici quanto quelli umani. Ovvero quanto potere decideremo noi umani di concedere alle macchine.

A domani, Jacopo


Un documentario: FYRE.

“Fyre” racconta l’inquietante storia dell’imprenditore Billy McFarland e della sua truffa da 27 milioni di dollari. Billy è il classico ragazzo che vuole fare più soldi possibili nel minor tempo possibile con un’innata capacità di vendere di tutto, anche quando non ha nulla da vendere. Nel 2017 organizza un “luxury music festival” in un’isola, un tempo proprietà di Pablo Escobar, con l’idea di dare ai propri clienti la possibilità di vivere come il celebre narcotrafficante. Il problema è che né lui né il suo socio, il rapper Ja Rule, hanno idea di come si organizzi un festival. Ma ai tempi di Instagram cosa importa della sostanza? Basta l’apparenza e così invitano delle modelle sull’isola e cominciano a postare foto su Instagram. Il progetto diventa virale, centinaia di “Influencer” lo supportano e migliaia di persone si iscrivono. Risultato: il Festival non avrà mai luogo, migliaia di persone e centinaia di lavoratori vengono truffati e Billy McFarland viene condannato a sei anni di prigione. Come dice una delle persone intervistate, “Fyre ha portato alla vita Instagram”, e ha messo in luce come ci sia una distanza sempre maggiore tra quello che si racconta sui Social Media e quella che è la realtà.

A domani, Jacopo


Freddie Mercury e l’importanza di circondarsi di persone diverse da sé.

Nel 1982, i Queen si prendono una pausa. Nel particolare, Mercury assume alcuni musicisti per incidere il suo album. Ma le cose non vanno come pensa perché si trova a lavorare con persone che fanno esattamente quello che dice lui. Nessuno lo contraddice, nessuno gli riscrive i testi o lo critica e questo contesto lo rende meno creativo. Capisce allora di aver bisogno della sua band e si rende conto che le loro discussioni e le loro diversità erano quello che li rendeva unici. Richiama i membri del gruppo e nel 1984 pubblicano “The Works”, l’unico album in cui tutti i componenti scrivono una canzone poi estratta come singolo. Taylor scrive “Radio GaGa”, Deacon “I Want to Break Free”, Mercury “It’s a Hard Life” e May “Hammer to Fall”. Quando lavoriamo, circondarsi di persone che acconsentono a tutto quello che diciamo è più facile, si vive meglio e si discute meno. Ma non è nell’approvazione che sta la creatività. La creatività, come l’innovazione, sta nel contrasto, nello scambio di idee e nei punti di vista differenti. Se guardi il tuo lavoro sempre dalla stessa prospettiva finisci per perdere di vista tutto quello che ti circonda.

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A domani, Jacopo


Come trovare il proprio partner (di lavoro).

È San Valentino! E, visto che trovare le persone con cui fondare un’impresa è un po’ come sposarsi, ecco cinque riflessioni per trovare il giusto partner (di lavoro):

1) Mai sposarsi troppo presto, prima meglio testare la relazione: Prima di lanciare un’azienda, lavora su un progetto per capire se funzionate bene insieme.

2) Inutile provare a sposare qualcuno che è già sposato: È uno spreco di tempo e risorse. Se qualcuno ha già un lavoro, non lascerà mai il suo lavoro per te. Ma non riuscirà a dirtelo e quindi cercherà solo di farti aspettare il più a lungo possibile.

3) La regola dell’amico: Gli amici sono amici, i partner sono partner. Professionalmente parlando, a volte l’amicizia può essere la peggior situazione in cui trovarsi.

4) Firmare sempre un accordo: Basta anche un accordo privato su carta semplice, ma prima di aprire un’azienda insieme meglio definire almeno i punti essenziali come l’equity, i ruoli, come vi dividete il lavoro e cosa fare in caso di vendita o chiusura della società.

5) Non sposarsi con se stesso: Una squadra funziona se al suo interno ci sono persone diverse che possano apportare valori e risorse differenti al progetto.


Il lavoro non è un ergastolo (non renderlo tale).

Mi ha sempre colpito il fatto che la parola “ergastolo” venga dal greco antico “ergazomai”, ovvero lavorare. Già nell’antichità infatti, il lavoro a vita era visto come una delle pene maggiori che si potessero infliggere all’uomo (la Genesi insegna…). E, in un certo senso, avevano ragione. Fare qualcosa che non ami, qualcosa che ti rende infelice, frustrato e brutto è molto simile a passare tutta la vita in prigione. Tuttavia, il lavoro non è un ergastolo. Anzi può, e deve, essere l’opposto. Il lavoro deve essere qualcosa che ti realizza e ti renda la versione migliore di te dandoti la possibilità di valorizzare il tuo potenziale. Non sempre è facile. Ma sta molto a te. Sta a te tanto il lavoro che scegli di fare, quanto il modo in cui scegli di farlo. Max Fisher, l’eccentrico protagonista di “Rushmore”, pensa che il segreto sia trovare qualcosa che ami fare e farlo per tutta la vita. Cosa facile da dire ma difficile da fare, perché spesso il problema non è tanto fare quello che ami fare, quanto trovare quello che ami fare. Ma una volta che lo hai trovato, sei già con un piede fuori dalla prigione.

A domani, Jacopo


Masaru Ibuka e l’importanza della motivazione.


Quando Masaru Ibuka fondò la Sony nel 1946 non aveva soldi, nonostante aveva prodotti, non aveva brevetti e non aveva neanche contatti. Ma aveva un’idea. E l’idea era quella di creare un luogo di lavoro dove gli ingegneri potessero provare la gioia dell’innovazione tecnologica, essere consci della loro missione nella società e lavorare finché ne avessero voglia. È un’idea molto innovativa per l’epoca, che si fonda sul principio per cui il contesto in cui si lavora e, soprattutto, la motivazione che ci spinge a fare il nostro lavoro valgono di più delle competenze, dell’esperienza o delle risorse. Ed è vero. Le competenze cambiano e le risorse si esauriscono ma la motivazione, se è condivisa, rimane e anche quando non si ha nulla, è il punto di partenza per costruire tutto.

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A domani, Jacopo


Not Everything Makes The Cut.

L’ultimo spot di Amazon – presentato qualche giorno fa al Super Bowl – si chiama “Not Everything Makes The Cut” ed è una celebrazione ironica dei fallimenti di alcune funzioni di Alexa. Fantastico. Amazon è un’azienda così di successo da potersi permettere di celebrare i propri insuccessi. Ma del resto è sempre stato così. Amazon è un’azienda con una cultura fortemente incentrata sul fallimento e sulla condivisione degli errori. È un’azienda che è stata in grado di trasformare ogni insuccesso in un test per creare prodotti di successo. Basta pensare al telefono FIRE. Le sue vendite sono state talmente basse che neanche quando lo provarono a vendere a 1 dollaro la gente lo comprava. Tuttavia, chi ha avuto l’idea di lanciare un telefono Amazon, non solo non è stato licenziato, ma ora ricopre una carica manageriale molto più elevata rispetto ai tempi del FIRE. Questo perché di fronte a un insuccesso non hanno cercato un capro espiatorio così da risolvere il problema il più velocemente possibile e quindi evitare di risolverlo. Ma, al contrario, hanno affrontato il problema, hanno cercato di capire cosa non ha funzionato e sono andati avanti utilizzando le lezioni imparate da FIRE per creare due prodotti di successo: il tablet Amazon e Echo.

A domani, Jacopo


Il futuro sono le persone.

Per gran parte del Novecento la Finlandia è stato uno dei paesi più poveri d’Europa. Oggi invece è uno dei paesi più innovativi, dinamici e con il PIL procapite più alto del mondo. Come è stato possibile? Semplice, hanno puntato sulle persone. In un’intervista uscita sul magazine Monocle di questo mese, Juha Leppanen, direttore del thing-tank Demos a Helsinki, dice una cosa molto interessante: “L’unica soluzione per un paese come il nostro, molto lontano e con un clima terribile, era focalizzarsi sulle persone”. È ha ragione. La vita sono le persone che incontriamo, il lavoro sono le persone con cui lavoriamo e il futuro sono le persone che lo costruiranno. In un mondo che cambia sempre più in fretta, investire sulle persone è la scelta più intelligente che possiamo fare. Perché le macchine non si adattano. I soldi si svalutano. Gli immobili si rovinano. Le persone invece possono guidare il cambiamento e creare valore anche dove nessuno lo vede.

A domani, Jacopo


Perché lavoro in proprio.

“Le tre dipendenze più nocive sono l’eroina, i carboidrati e uno stipendio mensile.”
-Nassim Nicholas Taleb

Ok, forse questa citazione di Taleb è eccessiva. I carboidrati non mi hanno mai dato dipendenza. Sull’eroina e lo stipendio mensile invece non ti so dire. La prima non l’ho mai provata, il secondo non l’ho mai avuto. Da quando ho 18 anni lavoro in proprio. E, dal mio punto di vista, non potrebbe esserci modo migliore di lavorare. Perché quando lavori in proprio sei libero di scegliere. Non hai capi che ti dicono cosa fare o non fare. Sei libero di decidere quando e quanto lavorare. Hai uno stile di vita più flessibile. Sei libero di dire no, quando non sei d’accordo. Sei libero di fare errori e imparare a modo tuo. Sei libero di scegliere le persone con cui lavorare e la tipologia di progetti che vuoi sviluppare. Puoi guadagnare tanto o poco. Sta a te. Se guadagni 100 prendi 100. Non devi aspettare per un aumento. Puoi lavorare dove vuoi. Puoi andare in vacanza quando tutti lavorano e lavorare quando tutti sono in vacanza. Sei più coinvolto in quello che fai. Perché sai che dipende da te. Sai che puoi essere tu, in prima persona, il cambiamento che vorresti vedere nella tua vita e nel mondo.

A domani, Jacopo


Le nuove idee non lavorano dove lavori tu.

L’idea per il mio primo libro l’ho avuta mentre facevo la doccia dopo aver corso. L’idea per il secondo libro l’ho avuta mentre davo da mangiare a mio figlio di fronte al mare di San Vito Lo Capo. Quella per il terzo libro mentre ero in tram e quella per il mio primo romanzo (che non ho ancora scritto, ma che prima o poi scriverò!) mentre mi stavo stirando una camicia. Te lo scrivo perché sono convinto che le nuove idee non lavorano dove lavori tu. E neanche dove lavoro io. Perché il modo migliore per avere nuove idee è uscire dal luogo dove lavori tutti i giorni. Tutti i più grandi creativi facevano così. Gustav Mahler componeva in un cottage tra le Alpi e ogni giorno camminava ore per avere l’ispirazione per scrivere nuova musica. Charles Dickens scriveva per cinque ore al giorno e poi faceva una passeggiata di tre ore per avere nuove idee. Sono buoni esempi. Scegli tu cosa fare. Puoi fare una passeggiata come Dickens o Mahler, oppure andare a correre, o a vedere una mostra, o qualsiasi altra cosa, purché sia fuori dal tuo ufficio.

A domani, Jacopo


Se lavori da solo non lavorare da casa.

Nel film “Bandernsnatch”, Stefan è un giovane programmatore che preferisce lavorare da solo chiuso in casa piuttosto che in un ufficio con altre persone. E anche quando una casa di produzione gli commissiona la creazione di un nuovo video gioco con un team a lui dedicato, Stefan preferisce chiudersi in casa e passare giorno e notte attaccato al computer. Risultato: diventa paranoico, uccide il padre e viene arrestato (perdona lo spoiler – ma tanto hai altri quattro finali a disposizione). Ok, la storia di Stefan è drammatica. Lavorare da casa non porta necessariamente alla follia. Ma uno dei rischi maggiori di lavorare in proprio è quello di isolarsi. Lavorare da solo in un piccolo ufficio o, ancora peggio, a casa, magari in pigiama. Questo non è sano. Evitalo. Se lavori da solo non lavorare da casa. Esci. Lavora su una panchina in mezzo al parco piuttosto, o in un bar. Dovunque tu voglia, purché ci siano altre persone con cui parlare e condividere idee. Lavorare in proprio non vuol dire lavorare da solo, anzi è uno stimolo per lavorare con molte altre persone e creare una rete di collaboratori.

A domani, Jacopo


Qualsiasi cosa fai, all’inizio ti sentirai ridicolo (e va bene così).

“Imperfection is beauty, madness is genius and it’s better to be absolutely ridiculous than absolutely boring.”
– E. Monroe

Se ripenso a tutte le mie prime volte mi sento ridicolo. La prima volta che ho insegnato in università: ridicolo. La prima volta che ho insegnato in università in inglese: utterly ridiculous. La prima volta che ho parlato in pubblico. La prima volta che ho chiesto soldi a degli investitori. La prima volta che ho venduto qualcosa. Ridicolo, ridicolo e ridicolo. Eppure è proprio grazie a quelle prime volte che oggi posso fare quello che faccio. E funziona sempre così: qualsiasi cosa tu decida di fare, è molto probabile che all’inizio ti sentirai ridicolo, magari un po’ goffo o, quanto meno, inesperto. È normale. Fattene una ragione e, soprattutto, non lasciare che questo ti inibisca. Essere, o meglio apparire, ridicolo è un elemento cruciale per sviluppare il tuo approccio imprenditoriale, perché significa essere aperto a provare nuove strade, fare errori e, di conseguenza, imparare e migliorare se stessi. Tutte le grandi innovazioni o invenzioni sono passate da alcuni momenti ridicoli, come quando i primi pionieri del volo provavano a volare attaccandosi enormi ali alle braccia. Potevano apparire ridicoli, vero, tuttavia oggi tutti noi possiamo volare anche grazie a quelle “ridicole” invenzioni.

A domani, Jacopo


Meno perfezione, più azione.

Nel bene e nel male, oggi non è il tempo giusto per i perfezionisti. O almeno, per i perfezionisti che procrastinano, ovvero quelli che fino a quando la propria idea non è perfetta al 100% non la buttano sul mercato. Il mercato con cui abbiamo a che fare oggi è troppo veloce per chiudersi anni nelle proprie stanze a rifinire nei minimi dettagli il proprio prodotto. Il rischio è che quando sei pronto tu, è già cambiato tutto. Dall’altra parte però, oggi abbiamo Internet, la stampa 3D e la globalizzazione, e quindi è molto più facile lanciare sul mercato una versione più rudimentale della propria idea, fare qualche test, aggiustarla e ributtarla sul mercato migliorata (il celebre processo Build-Measure-Learn proposto da Eric Ries). In più, nessuno si accontenta più del prodotto finito, vogliamo vedere il processo che ha portato a quel prodotto, vogliamo conoscere la storia che ci sta dietro (X-Factor docet…). Quindi qualsiasi sia la tua idea, smetti di progettarla e inizia a farla.

A domani, Jacopo


The Start-up of You.

Questa settimana ho letto “The Start-up of You” scritto dal fondatore di LinkedIn Reid Hoffman. Un libro che parte da un concetto molto chiaro: tutti gli umani sono imprenditori, per il semplice fatto che la volontà di creare è innata nel nostro DNA. E da persona che si “inventa” il proprio lavoro da sempre, non posso che essere d’accordo. Il libro è pieno di spunti, teorie e consigli per mettersi in proprio. Da come sviluppare un proprio vantaggio competitivo, a come costruirsi un network (del resto l’autore è il fondatore di LinkedIn e ci tiene a sottolineare che una persona con 170 connessioni su LinkedIn è al centro di un network professionale di più di 2 milioni di persone), fino all’importanza di avere un piano A (quando le cose vanno bene), un piano B (quando le cose potrebbero andare meglio) e un piano Z, ovvero quello che ti salva quando il tuo progetto affonda. E anche su questo concordo. Avere un piano Z è importante perché il suo pensiero ti aiuterà nei momenti in cui le cose vanno male e ti farà stare più con i piedi per terra quando vanno bene.

A domani, Jacopo


L’idea giusta.

Per il lavoro che faccio e i temi che tratto (imprenditoria e lavoro), una delle domande che le persone mi fanno più spesso è se l’idea che hanno in testa potrebbe funzionare. Ovviamente non esiste una risposta universale a questa domanda. Ma posso dirti che un’idea per funzionare deve essere il punto di incontro tra te (le tue competenze, i tuoi valori, la tua passione, le tue risorse, quello che ti motiva etc etc) e il mercato, ovvero rispondere a un bisogno di mercato (quello di cui hanno bisogno i tuoi clienti potenziali) e differenziarti dai competitor (le realtà che già fanno quello che vuoi fare tu).

A domani, Jacopo


L’evoluzione (in piccolo).

L’ultimo film con Jason Statham si chiama “The Meg” e parla di un improbabile ritrovamento di un Megalodonte, ovvero una specie di squalo vissuta più di due milioni di anni fa e lunga 20 metri. Sebbene il film non sia nulla di ché (fa un po’ rimpiangere i tempi di Jason Statham in Crank…), la storia del Megalodonte è il classico esempio di come spesso il modo migliore per sopravvivere non sia diventare più grandi, ma più piccoli. E questa è una lezione che ogni imprenditore dovrebbe sempre ricordarsi. L’imperativo della crescita fine a se stessa è molto pericoloso perché inverte il fine con il mezzo. Diventare più grandi ha senso se serve per raggiungere il proprio obiettivo. Altrimenti non ha senso. Pensaci. Mentre molte aziende piccole vorrebbero essere più grandi, grandi aziende sognano di diventare più piccole per essere più agili e flessibili. Perché una volta che sei grande è molto difficile restringersi senza licenziare persone, demoralizzarsi e cambiare il modo in cui fai il tuo lavoro.

A domani, Jacopo


L’importanza di far sentire importanti.

Un giorno Simon Cowell, fondatore di X-Factor, chiese a suo padre come gestire un’azienda e suo padre rispose: «È molto semplice, tutti hanno un cartello in fronte con scritto: “Fammi sentire importante”». In queste poche parole c’è tutto quello che bisognerebbe sapere su come lavorare (bene) con le persone. Farle sentire importanti. O, ancora meglio, farle sentire una parte importante di qualcosa di importante. Tutti hanno bisogno di sentirsi gratificati e realizzati. È ciò che Freud chiama “il desiderio di essere grandi” o il filosofo americano Dewey chiama “il desiderio di essere importanti”. Dall’altro lato, non c’è nulla di più frustrante di sentirsi inutili. Dell’impressione di non contribuire a una causa. Quindi se vuoi che le persone con cui lavori lavorino al meglio, abbi il coraggio di farle sentire importanti.

A domani, Jacopo


Non conta cosa fai o dove lo fai ma come lo fai.

Qualche settimana fa Amazon ha raggiunto la valorizzazione record di 1.000 miliardi (seconda solo ad Apple). Il che mi ha fatto pensare alla relatività del settore. Spesso quando si prende in analisi un’idea di business, si valuta se il settore in cui opera sia un settore ricco o povero, seguendo il principio (un po’ datato) per cui sia il settore ad influenzare l’impresa e non viceversa. Esempi come Amazon invece vanno nella direzione opposta. Quando Jeff Bezos ha lanciato Amazon non si è focalizzato sui limiti del settore dell’editoria, ma su come poteva cambiarlo per creare valore per lui e per la sua azienda. E lo stesso ha fatto Guy Laliberté con il Cirque du Soleil. Morale della storia: non conta quello che fai o in che settore lo fai. Conta solo come lo fai.

A domani, Jacopo