L'età del caos: Viaggio nel grande disordine mondiale
Author: Rampini, Federico
Rampini, F. (2015). L'età del caos: Viaggio nel grande disordine mondiale [Kindle iOS version]. Retrieved from Amazon.com
Notes by: Jacopo Perfetti.

Copertina
Il libro > 17
guerriglieri e, per ragioni opposte, creatori di start-up vedono nell’instabilità la loro grande chance.
Il libro > 18
Tanto che nella Silicon Valley il vocabolo più in voga è disruptive, cioè dirompente, distruttivo.
Introduzione
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questa crisi è stata «sprecata», non ha portato a
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cambiamenti risolutivi;
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«virus».
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L’inizio del loro studio viene fatto risalire a un biologo russo, Dmitrij Ivanovskij, nel 1892.
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Per Ramo il mondo attuale è segnato
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proprio da questa asimmetria. Da una parte ci sono delle classi dirigenti, dei membri dell’establishment, dei governanti, la cui formazione è irrimediabilmente radicata nel passato, quindi incapaci di capire il futuro. Questi tendono a pensare in modo «lineare»; come se la Storia fosse prevedibile, e quindi fosse possibile ripristinare qualche tipo di status quo, di stabilità. Dall’altra parte ci sono le nuove élite, i veri protagonisti del futuro: guerriglieri o imprenditori delle
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start-up vedono nell’instabilità la nuova norma, pensano al Caos come a un’opportunità.
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Tom Goodwin, direttore di Havas Media, il cui intervento su TechCrunch inizia così: “Uber, la più
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grande compagnia di taxi al mondo, non possiede vetture. Facebook, proprietario del social network più popolare del mondo, non crea contenuti. Alibaba, il rivenditore online più efficace al mondo, non ha prodotti in magazzino. Airbnb, il più grosso fornitore al mondo di soggiorni alberghieri, non possiede una sola casa. Sta succedendo qualcosa di interessante”.
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Le aziende di cui parlavamo hanno in comune una cosa: tutte hanno creato piattaforme fiduciarie nelle quali l’offerta incontra la domanda per oggetti e servizi che nessuno aveva pensato in precedenza di mettere a disposizione: una camera da letto in più nella propria casa, un posto a bordo della propria auto. Oppure sono piattaforme comportamentali che hanno generato come sottoprodotto informazioni di altissimo valore (su noi stessi) per i venditori o i pubblicitari.
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O ancora sono piattaforme nelle quali la gente comune può farsi un nome per poi offrirsi al mercato su scala globale.»
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uno studio dell’Oxford Martin School: il 47 per cento dei posti di lavoro americani sono a rischio di obsolescenza, il più delle volte candidati alla sostituzione da parte di macchine.
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«Crisi» e «opportunità» sono una parola sola, in mandarino.
I. Il grande disordine sotto il cielo
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Nel 1648, in diverse cittadine tedesche della Vestfalia si riunirono 235 delegati in rappresentanza delle parti in conflitto. Ne vennero fuori diversi
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trattati, riuniti in quella che gli storici, da allora, chiamano la «Pace di Vestfalia». Kissinger ci consiglia di tornare a studiarli: a suo avviso, quegli accordi rimangono un modello ricco di insegnamenti per la nostra Età del Caos in versione 2.0. Uno dei principi consacrati nel 1648 è: Cuius regio, eius religio. Ogni re ebbe riconosciuta la potestà di decidere quale religione (cattolica o protestante) dovesse praticarsi nel suo territorio.
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Altrettanto potente è stato l’impatto delle tecnologie di esplorazione e di estrazione, con l’avvento del fracking (getti d’acqua e solventi che separano petrolio e gas da rocce e sabbie) nonché delle trivellazioni orizzontali. Il settore petrolifero si è trasformato da industria
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«pesante» a industria «leggera», nel senso che gli impianti di trivellazione inseguono le nanotecnologie nella corsa alla miniaturizzazione, all’automazione. Il petrolio e il gas del Texas e del North Dakota hanno sostituito in pochi anni quelli che l’America comprava da Brasile, Nigeria, Algeria e Angola. Nel giugno 2014, rompendo con una tradizione autarchica durata quarant’anni (che ebbe le sue origini nello shock petrolifero del 1973), l’amministrazione Obama concesse
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le prime licenze di esportazione di petrolio americano. È un mondo alla rovescia, e quasi nessuno era preparato al suo avvento così rapido: il più grande consumatore mondiale di energia, gli Stati Uniti, è diventato il più temibile concorrente per l’associazione dei produttori Opec e per la Russia. La vera Opec del XXI secolo? È il «cartello» formato da Stati Uniti e Canada.
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Quanti giovani europei dell’immediato dopoguerra, come mio padre, trovarono nei centri dell’Usis (United States Information Agency) un ponte per avvicinarsi alla cultura e ai valori dell’America. L’Usis fu creata dal presidente repubblicano Dwight Eisenhower nel 1953, in piena guerra fredda. La
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missione ufficiale che le venne assegnata fu così definita: «Capire le opinioni pubbliche straniere, informarle e influenzarle in modo da promuovere l’interesse nazionale degli Stati Uniti, allargare il dialogo tra le istituzioni americane e il resto del mondo». L’Usis divenne la più grande organizzazione di relazioni pubbliche del mondo, con un bilancio di 2 miliardi di dollari all’anno dedicati a diffondere «il punto di vista americano» e, ovviamente, a contrastare quello sovietico.
II. Democrazie stanche, e la storia va a ritroso
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La fine della storia e l’ultimo
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uomo (edito in Italia da Rizzoli) di Francis Fukuyama, uscito nel 1992.
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La versione semplificata di quella tesi è la seguente: con la fine del comunismo sovietico, scompariva negli anni Novanta l’ultima presunta alternativa all’Occidente. La «fine della Storia» non andava intesa in senso letterale, ma come l’affermazione di un modello vincente e prevalente: la liberaldemocrazia unita all’economia di mercato.
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ha portato Fukuyama a conclusioni molto diverse.
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Lui ricorda che una liberaldemocrazia compiuta si fonda su tre ingredienti ben distinti. Il primo è quello che noi più spesso identifichiamo con la «democrazia» tout court: elezioni libere, a suffragio universale e segreto, pluraliste,
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Il secondo ingrediente è uno Stato che sa governare, fa rispettare la propria autorità e garantisce dei servizi essenziali ai propri cittadini. Il terzo ingrediente è quello che gli angloamericani definiscono the rule of law e noi traduciamo «lo Stato di diritto» (ma non sarebbe sbagliato usare una traduzione letterale, molto più espressiva: «il comando della legge»); questo
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tutti sono sottoposti alle stesse leggi, anche i ricchi e i potenti, inclusi quindi gli stessi governanti. Se manca uno dei tre ingredienti, non siamo in presenza di una vera liberaldemocrazia.
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Abbiamo nei nostri geni la tendenza a favorire figli e parenti. Dal punto di vista della selezione della specie, questo può averci aiutato. C’è una corrente degli studi genetici che vede la selezione non solo come un meccanismo che opera tra gli individui –in questo caso sopravvivono i più forti, magari anche violenti, prepotenti, egoisti –ma anche come un meccanismo che opera tra gruppi e comunità. Nella selezione tra gruppi vengono premiate doti diverse come
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Non ci sarà un Gates alla guida di Microsoft dopo il fondatore Bill. Non è arrivato un Jobs junior alla guida di Apple dopo la morte di Steve. Nell’economia, nell’industria e nella tecnologia, invece, vige ancora il principio meritocratico. I cognomi illustri pesano quando a votare non sono i consumatori, i mercati o gli azionisti, bensì il cittadino elettore. Il francese Alexis de Tocqueville, il primo grande studioso della democrazia americana, oggi forse sarebbe
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sconcertato dalle analogie con l’Ancien Régime.
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Robert Putnam è stato definito il Tocqueville del Terzo millennio:
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s’intitola Our Kids (I nostri figli). È un titolo che da solo equivale all’ammissione di un decadimento. L’America diventa una società ereditaria. Di padre in figlio. Our Kids è un’inchiesta che fa il paio con le analisi dell’economista francese Thomas Piketty sulla deriva patrimoniale dell’Occidente.
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A Manhattan la vera gara dei privilegiati comincia alla scuola materna: quelle che ti preparano il figlio a diventare un futuro genio, coi corsi di matematica avanzata e mandarino, costano 40.000 dollari l’anno. Le iscrizioni sono talmente selettive che i genitori assumono dei «coach» (allenatori-istruttori) per bambini di due anni e mezzo, onde prepararli ai test d’ingresso. Le grandi università d’élite, quelle che
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appartengono alla prestigiosa Ivy League, hanno dei tassi di accettazione sotto il 5 per cento delle domande. Eppure, guarda caso, il 16 per cento dei loro iscritti sono figli di ex alunni.
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Quella che era stata la fucina dell’American Dream, la grande livellatrice delle opportunità, la scuola, è oggi all’origine delle nuove diseguaglianze americane.
III. Grande stagnazione e innovazioni sterili
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JPMorgan Chase è stata condannata per la grave vicenda della «balena di Londra», un episodio di speculazione illecita sui derivati, in totale spregio della nuova normativa americana.
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Welch cominciò i licenziamenti di massa con l’unico obiettivo di massimizzare il profitto a breve termine, e con esso il proprio stipendio. Al tempo stesso la General Electric si trasformò gradualmente in una banca. Proprio così. Partendo dall’attività normale di finanziamento delle vendite rateali, la filiale GE Capital divenne un conglomerato finanziario, fino a rappresentare quasi la metà degli utili del gruppo.
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Arrivò il 2008 e la «nuova» General Electric fece la fine di tante altre banche: in un mare di guai.
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È qui che subentra la Dodd-Frank, la riforma dei mercati finanziari voluta da Obama. Quella normativa mette dei limiti più stringenti all’indebitamento
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c’è un modo per ovviare a questa incompetenza dichiarata: prevedere… il passato. «La Storia non si ripete, però spesso fa la
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rima con se stessa» disse lo scrittore americano Mark Twain.
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Jacob Hacker di Yale, il teorico
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della società winner-take-all (dove le élite fanno incetta dei frutti della crescita), elenca una serie di antidoti alle diseguaglianze: «Rilanciare i diritti sindacali nel settore privato. Recuperare una fiscalità progressiva sui patrimoni». E, soprattutto, la nuova parola d’ordine pre-distribution, predistribuzione anziché redistribuzione. Non basta più intervenire ex post con le tasse per attenuare le diseguaglianze (la vecchia politica redistributiva), occorre garantire a priori un accesso eguale
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per tutti all’istruzione di alta qualità (predistribuzione).
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Il Nobel Phelps aggiunge un’altra preoccupazione: «L’innovazione tecnologica non si trasmette più come una volta negli aumenti di produttività del lavoro». Crediamo di vivere in un’epoca prodigiosamente innovativa, ma i gadget sfornati dalla Silicon Valley non stanno aumentando la produttività umana ai ritmi che erano tipici degli anni Sessanta. E se non riparte la produttività, questo è un altro freno alla ripresa
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delle buste paga. Questo è davvero l’enigma economico del nostro tempo: la produttività è quasi immobile o progredisce a passo di lumaca.
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Noi ci siamo convinti che stiamo vivendo in un’epoca di prodigiosa innovazione, ma non ve n’è traccia nella nostra produttività.
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Anzi. L’ex vicepresidente della Federal Reserve, Alan Blinder, fornisce
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questo quadro inquietante: «Su un arco di 143 anni l’aumento medio della produttività è stato del 2,3 per cento annuo. Questo ci ha consentito di moltiplicare 25 volte il nostro tenore di vita. L’Età dell’Oro per l’aumento della produttività è il quarto di secolo che segue la fine della seconda guerra mondiale, quando l’aumento medio annuo salì fino al 2,8 per cento annuo. Poi ci fu una caduta, sorprendente e misteriosa, dal 1973 al 1995, quando scese all’ 1,4 per cento, il dato peggiore
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nella storia recente. Per fortuna si riprese dal 1995 e nel quindicennio successivo. Ma dall’inizio dell’ultimo decennio è crollata: + 0,7 per cento all’anno dal 2010 a oggi, cioè la metà della performance peggiore nella storia precedente». È la conferma autorevole di quanto denunciano da tempo i teorici della stagnazione secolare: siamo circondati di nuovi gadget, di app, di social media, ma in questo vortice di innovazioni o pseudoinnovazioni la nostra produttività rimane immobile.
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l’invenzione della stampa, della macchina a vapore e della ferrovia, dell’elettricità e del telefono, del microscopio e degli antibiotici. Grandi invenzioni, in questo senso, lo furono certamente il personal computer e Internet. Non a caso gli anni Novanta videro un rimbalzo di produttività
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proprio mentre il personal computer invadeva le nostre scrivanie. Ma da alcuni anni assistiamo a un proliferare di invenzioni minori, francamente futili se misurate con il metro della storia. «Twitter e Snapchat rendono davvero più produttivo il nostro lavoro?» si chiede Blinder. «Alcuni di questi servizi online molto popolari, al contrario, possono ridurre la nostra produttività, perché una parte delle nostre ore di lavoro le riempiamo con attività che sono di ozio e distrazione, in effetti è
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il Nobel Krugman, anche lui molto severo verso le pseudoinnovazioni sterili. Si diverte a dileggiare l’ultimo gadget di Apple, l’orologio da polso Apple Watch, con tutte le sue app ideate in particolare per aiutarci a stare in forma. «Vi ricordate» scrive Krugman in una column sul «New York Times» e «la Repubblica» «il romanzo del 1979 di Douglas Adams Guida galattica per gli autostoppisti? Liquidava la terra come un pianeta
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le cui forme di vita sono così primitive da credere ancora che gli orologi da polso digitali sono un’ottima invenzione.» Nel 1979, ancora non usavamo quasi i personal computer… Trentasei anni dopo, ironizza Krugman, «la grande idea tecnologica del 2015 è un orologio digitale. Questo, però, ci avvisa quando dobbiamo alzarci in piedi, se siamo rimasti seduti troppo a lungo!». Poi ricorda che perfino il fondatore di PayPal, Peter Thiel, pur essendo organico alla cultura della Silicon Valley,
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si chiede come ci siamo ridimensionati dal sogno delle auto volanti ai 140 caratteri di Twitter. «La tecnologia informatica che entusiasma le classi twittanti potrebbe non essere di così gran beneficio per l’economia.» Ironia a parte, Krugman denuncia: «Parlare a rotta di collo di come la tecnologia cambi tutto potrebbe sembrare innocuo. Invece funge da elemento di distrazione da questioni più basilari, e dà pretesto per gestirle male».
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RetirementJobs.com, fondato da Tim Driver nel 2005, è uno dei siti di collocamento professionale più in crescita negli ultimi anni.
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rispetto agli anni Trenta, non abbiamo oggi un nuovo Keynes, un innovatore riconosciuto, un pensatore capace di imporre una svolta ai suoi contemporanei. Il successo del francese Thomas Piketty è stato clamoroso, ma dall’uscita del suo libro
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Nel gennaio 2014, pochi mesi dopo l’uscita del libro di Piketty (settembre 2013), l’Ong inglese Oxfam (che combatte la fame nel mondo) portò al World Economic Forum di Davos un rapporto che dimostrava come gli 85 individui più opulenti del pianeta possedessero la stessa ricchezza detenuta da metà della popolazione mondiale.
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ora sono solo gli 80 più ricchi a possedere quanto la metà del pianeta.
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Buffett
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«Solo quando la marea si abbassa, scopri quelli che stavano nuotando senza costume».
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un terreno agitato da conflitti furibondi. Perché oggi non accade nulla di simile? Una risposta parziale la dà uno storico americano, Steve Fraser, in un libro intitolato The Age of Acquiescence, lanciato con entusiasmo dalla teorica no global Naomi Klein. Secondo Fraser, una ragione per cui
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i lavoratori e i disoccupati americani negli anni Trenta erano più combattivi è questa: «Avevano nella memoria il ricordo recente di un sistema economico diverso, sia in America sia nell’Europa da cui erano immigrati.
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L’attuale divaricazione delle diseguaglianze, invece, avviene in un periodo «in cui non esiste una memoria popolare di un altro tipo di sistema economico». A questo Naomi Klein aggiunge l’effetto dissuasivo di politiche che hanno spinto all’indebitamento di massa (la rata del mutuo ti tiene soggiogato al sistema); l’incarcerazione di massa che toglie dalla circolazione elementi potenzialmente sovversivi
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del sottoproletariato; la paura che il tuo posto di lavoro sia delocalizzato; o che tu stesso sia deportato alla frontiera, se sei un immigrato clandestino.
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Una delle ragioni per cui i conflitti sociali sono così deboli, rispetto agli anni Trenta ma anche agli anni Sessanta o Settanta, è la caduta di credibilità delle ideologie di sinistra
IV. Immigrazione, il modello che non c’è
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sicuro da questa parte dell’Alleanza atlantica»
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283 milioni di armi da fuoco possedute da civili, escluse quindi quelle in dotazione a polizia e militari: quasi una per ogni americano.
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un’inchiesta del settimanale «The Economist» del 20 giugno 2015, gli Stati Uniti «ospitano» il 25 per cento di tutti i carcerati del mondo. Più di 2,3 milioni è il totale nel 2015. La percentuale di prigionieri si è moltiplicata per sette rispetto ai livelli del 1970. Sempre in percentuale rispetto alla popolazione, cinque volte quelli dell’Inghilterra, nove volte quelli della Germania.
1896
Eugenio Montale, Non chiederci la parola che squadri da ogni lato:
1897
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
V. Il nuovo ordine cinese
2005
Sotto la cupola, realizzato dalla stessa Chai Jing. La «cupola», noi diremmo la «cappa», è quella fatta di smog, che incombe per quasi 365 giorni all’anno su Pechino, Shanghai e tutte le città della Cina, nonché su tante zone rurali ormai dense di fabbriche. Sotto la cupola racconta la vita nel paese più inquinato del mondo,
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Franklin Delano Roosevelt organizzò la conferenza di Bretton Woods (nascita del Fmi e della Banca mondiale) nel luglio 1944: mancavano 12 mesi al primo test della bomba atomica nel deserto del New Mexico. L’America non aveva ancora la certezza di vincere la guerra, ma già progettava il dopo.
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airpocalypse, apocalissi dello smog, cioè giornate in cui il cielo è grigio-nero e l’aria irrespirabile.
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anche nuove forme di tolleranza verso le religioni, a cominciare da un’evidente
VI. India, la madre di tutti i disordini
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un
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Jugaad è un vocabolo hindi e designa un’idea che serve a risolvere rapidamente un problema.
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la scarsità di risorse, gli ostacoli economici, la mancanza di infrastrutture, la burocrazia inefficiente, si trasformano in opportunità perché diventano altrettanti stimoli.
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Se c’è una lezione che riconduce alla Jugaad: bisogna rifuggire dalla pigrizia intellettuale, che ci rende incapaci di affrontare questi tempi di tumultuoso cambiamento.
VII. La Sesta Estinzione: la nostra
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Da sola, con 2200 miliardi di dollari di Pil, la California è la settima potenza mondiale. I suoi 39 milioni di abitanti producono più ricchezza di Italia, Russia, Brasile. Eppure il Golden State, con le sue meraviglie naturali, dalle spiagge del surf ai canyon e ai parchi naturali, si dibatte in una crisi che
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parla a tutti noi perché evoca i limiti dello sviluppo, le contraddizioni che la ricchezza non risolve. Se a superare una crisi ambientale non ci riesce la California, come possono farcela l’India o la Cina?
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Santa Cruz, punta settentrionale della baia di Monterey. Questa cittadina è all’avanguardia, protagonista di un esperimento pilota per il cambiamento nelle abitudini di vita. «È
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partita da Santa Cruz» dice lo scienziato Max Gomberg, consulente dell’authority delle acque, «una strategia di sanzioni e rieducazione. Sono stati i primi a mettere multe da 500 dollari per ogni violazione. Ma anche a commutare le pene, convertendole in sessioni di addestramento al risparmio d’acqua.» Il primo anno di questo esperimento è stato violento: 1,6 milioni di dollari in multe per eccessi di consumi, su una cittadina di soli 63.000 abitanti. Il sindaco Don Lane, cinquantanovenne
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con un passato di militante di estrema sinistra, ha però convertito la metà delle multe: 800.000 dollari abbuonati a chi accettava di seguire diligentemente i corsi di rieducazione ambientalista. Sconto di pena per ravvedimento operoso. «Il nostro obiettivo» dice il sindaco «non era quello di fare cassa, ma incidere davvero sui comportamenti, risparmiare acqua.» Gli abitanti di Santa Cruz ormai sanno che una doccia deve durare meno di cinque minuti, e che non si deve lasciare
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All’avanguardia nelle politiche ambientali la California lo diventò negli anni Settanta per reagire all’eccesso di smog che colpiva aree metropolitane come Los Angeles. Da allora i tassi di polveri tossiche nell’aria erano crollati, grazie a misure anticipatrici: le marmitte catalitiche furono rese obbligatorie anzitutto sulla West Coast. Oggi lo smog ritorna, per ragioni squisitamente naturali: la mancanza di
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piogge, la lunga penuria di quelle precipitazioni che devono «lavare» l’atmosfera.
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La produzione di energia elettrica consuma ancora più acqua dell’agricoltura.
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Inventarono la stampa e la polvere da sparo con molti secoli di anticipo sugli europei. Avevano un’amministrazione pubblica efficiente. Eppure crollarono di colpo. Perché? Oggi il mistero della fine degli imperatori Tang (618-907 d.C.) è svelato. Siccità, desertificazione, carestie e
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rivolte contadine condannarono una delle civiltà più evolute del mondo. È uno scenario che i dirigenti attuali di Pechino considerano con allarme quando proiettano sui prossimi decenni gli effetti del surriscaldamento climatico.
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Il crollo degli imperatori Tang coincise con un improvviso
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cambiamento climatico, di un’importanza quasi paragonabile agli sbalzi di temperatura riscontrati durante l’era della glaciazione.
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Elizabeth Kolbert, nata nel 1961 nel Bronx, dove di verde ce n’è poco e i coyote della sua infanzia erano gli spacciatori di droghe. La Kolbert, da anni inviata scientifica per il settimanale «The New Yorker», ha vinto un premio Pulitzer raccontandoci cosa sarà la Sesta Estinzione
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Oggi, ci spiega la Kolbert, l’asteroide in rotta di collisione contro la terra siamo noi.
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l’effetto farfalla. Lo si è applicato anche alle crisi sistemiche dell’economia e della finanza, che da un incidente minore possono dilatarsi all’estremo. Basta un battito d’ali di
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farfalla dall’altra parte dell’oceano, per provocare un uragano da noi… In realtà, quell’espressione è stata ispirata da uno dei più celebri racconti di fantascienza dello scrittore americano Ray Bradbury. E si riferisce proprio allo scenario di una catastrofe ambientale. Il racconto s’intitola Rumore di tuono e fu pubblicato nel 1952. Si immagina che nel futuro, grazie a una macchina del tempo, vengano organizzati dei safari per turisti che vogliono tornare indietro nel tempo, rivisitare il passato
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più lontano. In una remota epoca preistorica, un escursionista venuto dal futuro calpesta involontariamente una farfalla, e questo fatto provoca una catena di allucinanti conseguenze per la storia umana. Il brano sulla farfalla di Bradbury è questo: Incastrata nel fango, emettendo un luccichio verde, dorato e nero, c’era una farfalla, molto bella, e molto morta.
VIII. La tecnologia al potere (il problema siamo noi)
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i ragazzini high-tech che vanno a lavorare in T-shirt, bermuda e infradito non hanno un’idea «lineare» dell’evoluzione. No, la storia del capitalismo per loro è distruzione creatrice, schumpeteriana. Procede per salti, per discontinuità. Come ho già detto, la loro parola d’ordine è disruptive, dirompente.
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Singularity è l’ipotesi secondo cui l’accelerazione del progresso tecnologico diventa esponenziale, irrefrenabile e incontrollabile, fino al momento in cui «l’Intelligenza
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Artificiale supera la capacità umana di comprenderla e controllarla, operando così un radicale mutamento di civiltà».
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Un approccio ostile al tecnofeticismo
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è quello che sceglie Craig Lambert nel suo saggio intitolato Shadow Work (Lavoro ombra). È lavoro ombra tutto ciò che le aziende ci costringono a fare gratis, eliminando quelle che un tempo erano mansioni altrui, remunerate. Lo diamo per scontato: ci facciamo il pieno di benzina da soli, ritiriamo banconote e facciamo bonifici da soli al Bancomat, assembliamo da soli il mobile comprato da Ikea, ci prenotiamo da soli un volo sul sito della compagnia aerea.
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Lambert
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parla di «asservimento del ceto medio».
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A dieci anni dalla sua nascita, e nove anni dopo essere stato comprato da Google per quella che allora sembrò una cifra notevole (1,65 miliardi, oggi spiccioli), YouTube è ancora un bambino ed è già uno dei Padroni della Rete. La quantità di immagini che si riversano su questa piattaforma dà le vertigini: 300 ore di video vengono aggiunte (« caricate») ogni minuto che passa.
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un miliardo di utenti al mese.
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È il modello Silicon Valley: sii imprenditore di te stesso, se Hollywood non ti assume devi crearti una start-up che aggiri il vecchio establishment.
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Il clima è ironico, gioioso. Si raffredda quando ai creativi viene chiesto quanto guadagnano. Hanno milioni di seguaci, dunque affluisce la pubblicità. Ma nelle loro tasche ne arriva solo una parte, non esaltante.
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Goldman Sachs e JPMorgan Chase, due colossi di Wall Street che qualcosa capiscono di monete, hanno creato piccole squadre di trader che scambiano Bitcoin. Il Tesoro degli Stati Uniti, garante del dollaro, riconosce l’esistenza di Bitcoin come «moneta virtuale decentrata», una definizione meno inquietante rispetto a «criptomoneta»,
IX. Fuga dalla scienza
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Almeno durante i primi cinquant’anni della loro storia, le esposizioni universali furono perfettamente racchiuse in questa definizione del filosofo tedesco Walter Benjamin: «Siti di pellegrinaggio per il feticismo della merce».
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L’Expo di quei tempi è un evento così importante che spesso diventa il palcoscenico per presentare al mondo una nuova invenzione rivoluzionaria, come il telefono di Alexander Graham Bell: collaudato in pubblico all’Expo di Philadelphia nel giugno 1876, ha tra i suoi primi testimoni affascinati l’imperatore del Brasile Pedro II. A San Francisco, nel 1915, s’inaugura la prima linea telefonica con l’altra
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costa, che consente ai newyorchesi di ascoltare il rumore delle onde dell’Oceano Pacifico. Il Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci, a Milano, elenca altri esempi di invenzioni o nuovi prodotti «lanciati» in occasione delle Expo: il visore stereoscopico nel 1870, la macchina per scrivere Remington nel 1890, il fonografo, il cinematografo, il pallone aerostatico, la ferrovia sopraelevata.
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Il fascismo ci prova con Roma nel 1942, ma resta l’unica Expo cancellata per una guerra; caso raro di un intero quartiere (l’Eur) costruito per un evento che non si terrà.
Non una conclusione (perché è solo l’inizio)
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la sharing economy ha fatto il suo ingresso nell’Oxford English Dictionary.
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Jeremy Rifkin, con la sua idea che l’« accesso» conta più dei titoli di proprietà.
4302
Un altro studioso della sharing economy è Arun Sundararajan, docente alla New York University. Secondo Sundararajan, «siamo di fronte a un nuovo tipo di capitalismo, dalla proprietà tradizionale delle grandi marche di un tempo si passa a un sistema di accesso su basi più paritarie».
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Fra i tre benefici più apprezzati della sharing economy, sempre nella ricerca PwC, l’ 86 per cento dei consumatori mette al primo posto l’aspetto dei costi: «Questi servizi rendono la vita
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meno cara». Segue il senso di appartenenza: per il 68 per cento la sharing economy «costruisce comunità più coese». Al terzo posto, praticità e comodità: il 43 per cento dei consumatori americani ormai considera che «la proprietà è un onere, non è efficiente».
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Robert Reich,
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che insegna all’università di Berkeley, è convinto che la sharing economy sia parte di un’evoluzione generale, verso un capitalismo sempre più segnato dallo sfruttamento e dalle diseguaglianze.
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economy come «l’economia della condivisione delle briciole».
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«Il risultato principale» conclude «è quello di scaricare sui lavoratori tutte le incertezze e tutti i rischi.»
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Reich si pone anche il problema della sostenibilità del Welfare State, in un sistema dove si assottiglia il lavoro dipendente. Secondo alcune proiezioni, entro il 2020, cioè fra soli cinque anni, quasi la metà dei lavoratori americani saranno freelance, o avranno contratti ad hoc, di
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breve durata, a tempo determinato, come le consulenze e le collaborazioni esterne. Chi impiega questi lavoratori non avrà obblighi particolari di accantonare fondi per le loro pensioni o per la loro assistenza medica. Questi problemi sono ancora assenti dagli schermi radar dei governi, la cui occasionale attenzione è stata attirata solo dalle proteste di lobby e corporazioni (tassisti, albergatori) contro i nuovi arrivati della sharing economy.
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Facebook vale in Borsa più di Wal-Mart. Un social media che ha compiuto appena undici anni di età, pesa più del colosso mondiale della grande distribuzione fondato nel 1962.
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Wal-Mart dà lavoro (sottopagato quanto si vuole) a 2,2 milioni di dipendenti. Facebook ne ha solo diecimila. È una sproporzione fra tutti gli attori della Old e della New Economy. Il capitalismo digitale, sofisticato e leggero, di lavoro ne crea poco, e i suoi profitti si concentrano a beneficio di un’élite.
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Una tesi che la scrittrice ha lanciato nel suo Shock economy è che questo sistema economico –basato sulla dittatura del profitto individuale –usa le crisi per arricchire ulteriormente le élite.
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Dagli antichi egizi fino all’inizio dell’Ottocento, il tenore di vita della stragrande maggioranza degli esseri umani ha avuto variazioni modeste. Sostanzialmente si era in un’economia
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di sopravvivenza. Poi, di colpo, dal 1820 in poi i progressi sono stati spettacolari. Fino al punto che, oggi, la maggioranza di noi ha dei lussi che nel XVIII secolo neppure un monarca poteva sognare. Cos’è successo? Che siamo entrati in un’epoca dell’apprendimento. In molte sfere dell’attività umana, per millenni si dava per scontato che le cose si facessero sempre allo stesso modo, più o meno seguendo il solco delle generazioni precedenti. Scoperte scientifiche importanti ce ne furono
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L’Illuminismo ha rovesciato il modo di ragionare. L’applicazione della mentalità illuminista all’economia, con la Rivoluzione industriale inglese, ha disseminato benefici di massa. E da allora non si è più fermata. Questo è il punto di partenza per Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, quando ci invita a
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«creare una società dell’apprendimento».
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«apprendere a fare», o meglio ancora «apprendere a fare le cose in modo nuovo».
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«Il problema dell’Italia? Avete disinvestito dal capitale sociale, quel capitale che è fatto di fiducia reciproca, di relazioni solidali. Per questo siete solo al 50esimo posto
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nell’indice globale della felicità.» Chi parla è Jeffrey Sachs, il grande economista americano che è tra gli artefici del World Happiness Report.
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La Svizzera occupa la prima.
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sei variabili. C’è il reddito pro capite, la speranza di vita, il sostegno sociale, la fiducia, la libertà percepita nel prendere decisioni, e la generosità.
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tre le componenti più importanti: sostegno sociale, reddito, speranza di vita.
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«Grecia e Italia hanno subìto i cali più pesanti nelle valutazioni che le persone fanno sulla propria vita; i cali di questi paesi sono dello stesso ordine di grandezza di quelli subiti dall’Egitto».