La società a costo marginale zero: L'Internet delle cose, l'ascesa del Commons collaborativo e l'eclissi del capitalismo
Author: Rifkin, Jeremy
Rifkin, Jeremy. La società a costo marginale zero: L'Internet delle cose, l'ascesa del Commons collaborativo e l'eclissi del capitalismo. MONDADORI, 2014. Kindle file.
Notes by: Jacopo Perfetti.

I. Il grande salto di paradigma dal capitalismo di mercato al Commons collaborativo
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Il grande salto di paradigma dal capitalismo di mercato al Commons collaborativo
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appare con sempre maggiore evidenza che il sistema capitalistico, per oltre dieci generazioni narrazione predominante della natura umana e quadro organizzativo generale della quotidianità commerciale, associativa e politica della società, ha ormai raggiunto il picco e iniziato il suo lento declino.
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Anche se ho il sospetto che il capitalismo continuerà a far parte dello schema sociale a lungo, almeno per i prossimi cinquant’anni, dubito che nella seconda metà del XXI secolo sarà il paradigma economico dominante.
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Per ironia della sorte, il declino del capitalismo non sta avvenendo a opera di forze ostili. Niente orde al portone d’ingresso, pronte ad abbattere le mura del castello capitalistico. Semmai il contrario. Ciò che sta minando il sistema capitalistico è lo straordinario successo degli assunti operativi che lo governano.
L’eclissi del capitalismo > 60
L’essenza del capitalismo è quella di portare ogni aspetto della vita umana nell’arena economica, per trasformarlo in merce da scambiare sul mercato come proprietà.
L’eclissi del capitalismo > 64
Per buona parte del corso della storia, i mercati sono stati occasionali luoghi di incontro in cui le merci venivano scambiate. Oggi, invece, quasi ogni aspetto della nostra vita quotidiana è collegato in qualche forma allo scambio commerciale.
L’eclissi del capitalismo > 67
Nel suo capolavoro, La ricchezza delle nazioni , Adam Smith, il padre del capitalismo moderno, postula che il mercato funziona più o meno allo stesso modo delle leggi di gravitazione scoperte da Isaac Newton. Come in natura a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, così nel mercato, che si regola da sé, offerta e domanda si controbilanciano a vicenda. Se la domanda di beni e servizi da parte dei consumatori aumenta, i venditori aumenteranno di conseguenza i prezzi delle loro merci. Se i prezzi dei venditori diventano troppo elevati, la domanda calerà, costringendo i venditori ad abbassare i prezzi.
L’eclissi del capitalismo > 72
Il filosofo illuminista francese Jean-Baptiste Say, anch’egli tra i primi architetti della teoria economica classica, aggiunse un secondo postulato, ancora una volta formulato mutuando una metafora dalla fisica newtoniana. Say asserì che l’attività economica si autosostiene e che, analogamente a quanto afferma la prima legge di gravitazione newtoniana, le forze economiche, una volta messe in moto, permangono in movimento fino a quando non intervenga su di esse una qualche forza esterna.
L’eclissi del capitalismo > 75
«Un prodotto terminato offre “da quell’istante” uno sbocco ad altri prodotti per tutta la somma del suo valore… Il fatto solo della formazione di un prodotto apre all’istante stesso uno sbocco ad altri prodotti.»
L’eclissi del capitalismo > 93
aumentando la produttività fino al punto ottimale in cui ogni unità aggiuntiva immessa sul mercato sia prossima ad avere costo marginale «quasi zero»; in cui, insomma, il costo dell’effettiva produzione di ogni ulteriore unità sia, al netto dei costi fissi, praticamente pari a zero, rendendo così il prodotto quasi gratuito. Se ciò dovesse accadere, il profitto, linfa vitale del capitalismo, verrebbe meno.
L’eclissi del capitalismo > 128
«Gratis» è, in questo senso, uno strumento di marketing per costruirsi una base di clienti disposti ad acquistare a pagamento. Si tratta di un’aspettativa miope, e forse anche ingenua. Poiché una parte sempre maggiore dei beni e servizi che costituiscono la vita economica della società muove verso il quasi azzeramento dei costi marginali e diventa praticamente gratuita, il mercato capitalistico si ritrarrà in nicchie sempre più ristrette, dove le imprese a scopo di lucro sopravviveranno ai margini dell’economia, contando su una base di consumatori sempre più limitata e rivolta a prodotti e servizi altamente specializzati.
L’eclissi del capitalismo > 140
Oskar Lange, professore all’Università di Chicago nei primi anni del Novecento, aveva ben intuito il dilemma del capitalismo maturo, consistente nel fatto che la ricerca di nuove soluzioni tecnologiche volte ad aumentare la produttività e ridurre i prezzi avrebbe messo il sistema in conflitto con se stesso. In uno scritto del 1936, nella morsa della Grande Depressione, Lange si chiedeva se l’istituto della proprietà privata dei mezzi di produzione avrebbe continuato a promuovere il progresso economico indefinitamente o se, a un certo stadio di sviluppo tecnologico, proprio il successo del sistema si sarebbe rivelato un ostacolo al suo ulteriore avanzamento.
L’eclissi del capitalismo > 166
Nel 1930 John Maynard Keynes, il celebrato economista del XX secolo le cui teorie continuano a esercitare una notevole influenza, scrisse un breve saggio dal titolo Economic possibilities for our grandchildren , che uscì quando milioni di americani cominciavano a realizzare che l’improvvisa crisi economica del 1929 era in realtà l’inizio di una lunga caduta a precipizio. Keynes osservava che le nuove tecnologie stavano promuovendo la produttività e riducendo i costi di beni e servizi a un ritmo senza precedenti, e stavano riducendo drasticamente la quantità di lavoro umano necessaria per produrli. Per l’occasione, Keynes coniò una nuova espressione, dicendo ai lettori che ne avrebbero sentito «molto parlare nei prossimi anni: la disoccupazione tecnologica . Il che significa che la disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera procede con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera». Keynes si affrettava ad aggiungere che la disoccupazione tecnologica, ancorché dolorosa nel breve periodo, rappresentava a lungo termine un grande vantaggio, perché significava che « l’umanità sta procedendo alla soluzione dei suoi problemi economici ».
L’eclissi del capitalismo > 175
Keynes riteneva che «potremmo raggiungere presto, forse molto più presto di quanto crediamo, il momento in cui questi bisogni [ scil. quelli economici] risultano soddisfatti nel senso che preferiamo dedicare le restanti energie a scopi non economici». 8 Il suo sguardo era dunque proteso verso un futuro in cui le macchine avrebbero prodotto una grande abbondanza di beni e servizi quasi gratuiti, liberando il genere umano dal duro gravame del lavoro e affrancando la mente dell’uomo dall’affannosa cura degli interessi strettamente pecuniari per consentirle di concentrarsi maggiormente sulle «arti della vita» e sulla ricerca della trascendenza.
Cambiare il paradigma economico > 249
Il paradigma capitalistico, a lungo accettato come il miglior meccanismo per promuovere un’organizzazione efficiente dell’attività economica, è ora sotto assedio da due fronti. Sul primo fronte, una nuova generazione di studiosi votati all’interdisciplinarità –grazie alla quale sono stati riuniti campi in precedenza separati, come le scienze ecologiche, la chimica, la biologia, l’ingegneria, l’architettura, l’urbanistica e l’informatica –sta mettendo a dura prova la teoria economica standard (con le sue metafore attinte dalla fisica newtoniana), opponendole una nuova economia teorica basata sulle leggi della termodinamica. Sull’indissolubile rapporto tra l’attività economica e i vincoli ecologici imposti dalle leggi dell’energia, la teoria capitalistica standard è essenzialmente muta. Nella teoria economica classica e neoclassica le dinamiche che regolano la biosfera del pianeta terra sono mere esternalità, piccoli fattori regolabili privi di grande impatto sul funzionamento del sistema capitalistico nel suo complesso. La teoria economica convenzionale non è in grado di riconoscere che ogni attività economica è governata dalle leggi della termodinamica.
Cambiare il paradigma economico > 279
Sul secondo fronte, dalle viscere della Seconda rivoluzione industriale sta prendendo forma una nuova, potente piattaforma tecnologica, in grado di spingere a tappe forzate la contraddizione centrale dell’ideologia capitalistica verso quella fase finale a cui abbiamo accennato. La fusione tra l’Internet delle comunicazioni, la neonata Internet dell’energia e l’Internet della logistica nella grande infrastruttura integrata, e intelligente, del XXI secolo –l’Internet delle cose ( IDC ) –sta dando vita a una Terza rivoluzione industriale ( TRI ). L’Internet delle cose sta già spingendo la produttività al punto in cui il costo marginale di produzione di numerosi beni e servizi è quasi zero, rendendoli perciò pressoché gratuiti. Il risultato è che i profitti aziendali hanno iniziato a precipitare, i diritti di proprietà a indebolirsi e un’economia basata sulla scarsità sta gradualmente cedendo il passo a un’economia dell’abbondanza.
L’Internet delle cose > 359
Ciò che fa dell’ IDC una realtà tecnologica dirompente per le modalità organizzative della vita economica è che essa aiuta l’umanità a reintegrarsi nella complessa coreografia della biosfera e che, nel farlo, aumenta considerevolmente la produttività senza tuttavia compromettere gli equilibri ecologici che governano il pianeta.
L’Internet delle cose > 362
Usare in misura minore e in modo più efficiente e produttivo le risorse della terra in un’economia circolare e compiere il passaggio dall’energia basata sui combustibili fossili a quella da fonti rinnovabili sono due elementi chiave del paradigma economico emergente.
L’Internet delle cose > 379
che cosa accomunasse tutti i sistemi di infrastrutture della storia. L’infrastruttura richiede tre elementi, ciascuno dei quali interagisce con gli altri per consentire al sistema di operare come un unico organismo: un mezzo di comunicazione, una fonte di alimentazione e un apparato logistico.
L’Internet delle cose > 383
l’Internet delle cose è costituita da un’Internet delle comunicazioni, un’Internet dell’energia e un’Internet della logistica, che lavorano insieme in un unico sistema operativo, individuando continuamente modi per aumentare l’efficienza termodinamica e la produttività nella gestione delle risorse, nella creazione e nella distribuzione di beni e servizi, e nel riciclaggio dei rifiuti.
L’ascesa del Commons collaborativo > 416
collegare tutto e tutti in una rete globale caratterizzata da un’estrema produttività ci proietta sempre più velocemente verso un’era di beni e servizi quasi gratuiti e, con essa, verso la contrazione del capitalismo nel prossimo mezzo secolo e l’affermazione del Commons collaborativo come modello dominante per l’organizzazione della vita economica.
L’ascesa del Commons collaborativo > 422
Il Commons collaborativo è molto più antico sia del mercato capitalistico sia del sistema rappresentativo, e costituisce a livello mondiale la più antica forma di attività istituzionalizzata a gestione democratica.
L’ascesa del Commons collaborativo > 446
gettando le basi di quella che nel XIX secolo verrà chiamata «società civile». Queste nuove istituzioni fondate sul Commons erano sostenute dal capitale sociale e animate dallo spirito democratico, ed ebbero un ruolo determinante nel miglioramento delle condizioni di vita di milioni di cittadini.
L’ascesa del Commons collaborativo > 469
Mentre il capitalismo di mercato si fonda sull’interesse personale ed è dominato dal guadagno materiale, il Commons sociale è animato da interessi collaborativi e da un profondo desiderio di collegarsi con gli altri e, appunto, condividere. Se il primo promuove i diritti di proprietà, il caveat emptor e la ricerca di autonomia, la seconda favorisce l’innovazione open source , la trasparenza, la ricerca di aggregazione.
L’ascesa del Commons collaborativo > 480
Le caratteristiche progettuali dell’ IDC , insomma, fanno uscire il Commons sociale dall’ombra, offrendogli una piattaforma hi-tech grazie alla quale diventare il paradigma economico dominante del XXI secolo.
L’ascesa del Commons collaborativo > 483
La piattaforma trasforma ogni persona in un prosumer e ogni attività in una collaborazione.
L’ascesa del Commons collaborativo > 496
Nell’era che si profila, sia il capitalismo sia il socialismo sono destinati a perdere la loro presa, un tempo salda, sulla società: la nuova generazione si identifica sempre di più con il collaborativismo. I giovani collaborativisti stanno mutuando le principali qualità positive di entrambi i sistemi, capitalismo e socialismo, scartando però la tendenza accentratrice che caratterizza sia il libero mercato sia lo Stato burocratico.
L’ascesa del Commons collaborativo > 513
al «valore di scambio» nel mercato si sta gradualmente sostituendo il «valore della condivisione» nel Commons collaborativo.
L’ascesa del Commons collaborativo > 518
Dalla «Grande Recessione» la crescita del PIL globale procede a ritmi sempre più lenti. Gli economisti puntano il dito sui costi dell’energia, sulle dinamiche demografiche, sul diminuito aumento della forza lavoro, sull’indebitamento di Stati e consumatori, sul fatto che una quota crescente del reddito mondiale si sta concentrando nelle mani dei più ricchi, sulla scarsa propensione dei consumatori a spendere, e su altre possibili cause, ma forse nell’ombra è all’opera un fattore ben più potente, sia pure ancora in fase aurorale, un fattore che potrebbe spiegare almeno in parte la stentata crescita del PIL . Settore dopo settore, i costi di produzione di beni e servizi si stanno spostando verso lo zero, con la conseguenza che i profitti vanno riducendosi e la consistenza del PIL comincia a vacillare. E dal momento che sempre più beni e servizi stanno diventando pressoché gratuiti, nel mercato si fanno meno acquisti, il che comporta un’ulteriore riduzione del PIL . Il numero degli articoli che sono ancora oggetto di acquisto nell’economia di scambio sta diminuendo, anche perché sono sempre di più le persone che, in un’economia partecipativa, redistribuiscono e riciclano beni precedentemente acquistati, estendendone così il ciclo vitale utile, con conseguente perdita di PIL . Inoltre, una sempre più nutrita schiera di consumatori sta scegliendo l’accesso ai beni anziché il loro possesso, preferendo pagare un’auto, una bicicletta, un giocattolo, un utensile o qualche altro oggetto solo per il tempo d’utilizzo, e anche questo determina una perdita di PIL . Nel frattempo l’automazione, la robotica e l’intelligenza artificiale ( IA ) stanno sostituendo decine di milioni di lavoratori, mentre il potere d’acquisto dei consumatori continua a ridursi, causando un’ulteriore contrazione del PIL .
L’ascesa del Commons collaborativo > 537
l’ascesa del Commons collaborativo in cui il benessere economico si misura meno in termini di accumulo di capitale di mercato e più in termini di aggregazione di capitale sociale.
L’ascesa del Commons collaborativo > 554
Nei prossimi decenni, con il ritrarsi dell’economia di mercato, il sistema di misurazione della performance economica basato sul PIL è verosimilmente destinato a perdere d’importanza.
L’ascesa del Commons collaborativo > 564
La democratizzazione dell’innovazione e della creatività nell’emergente Commons collaborativo sta generando un nuovo tipo di incentivo, basato meno sull’aspettativa di un tornaconto economico e più sul desiderio di promuovere il benessere sociale dell’umanità.
L’ascesa del Commons collaborativo > 576
il capitalismo di mercato (e il suo nemico, il socialismo di Stato).
L’ascesa del Commons collaborativo > 580
Le aziende globali della lista «Fortune 500» a stanno continuando a consolidare il loro controllo sulla vita commerciale del pianeta, con un fatturato 2011 pari a più di un terzo del PIL mondiale.
L’ascesa del Commons collaborativo > 591
Nel XIX secolo la stampa con macchine a vapore e il telegrafo divennero i mezzi di comunicazione attraverso cui collegare e gestire un complesso sistema ferroviario e industriale alimentato a carbone, connettendo così le popolosissime aree urbane dei vari mercati nazionali. Nel XX secolo il telefono, e più tardi la radio e la televisione, diventarono i mezzi di comunicazione con cui gestire e soddisfare il mercato di un mondo geograficamente assai meno contiguo, quello del petrolio, dell’auto, della vita suburbana e della società dei consumi di massa. Nel XXI secolo Internet sta diventando il mezzo di comunicazione per gestire la produzione delocalizzata di energia rinnovabile, nonché i trasporti e gli apparati logistici automatizzati, in un Commons globale sempre più interconnesso.
L’ascesa del Commons collaborativo > 597
Le piattaforme tecnologiche della Prima e della Seconda rivoluzione industriale erano concepite come realtà centralizzate, comandate e controllate dall’alto. Questo perché i combustibili fossili si trovano solo in certi luoghi e sia la loro estrazione sia la loro distribuzione agli utenti finali richiedono una gestione centralizzata. A loro volta, le forme di energia centralizzate richiedono forme di comunicazione centralizzate, tali da consentire la gestione del consistente aumento di velocità delle transazioni commerciali favorito da tali fonti.
L’ascesa del Commons collaborativo > 645
Per poter misurare appieno gli enormi mutamenti economici, sociali, politici e psicologici che con ogni probabilità si produrranno nel passaggio dal capitalismo di mercato al Commons collaborativo, può essere di qualche utilità considerare questo punto di svolta del cammino dell’umanità alla luce dei rivolgimenti, altrettanto immani, che nel tardo Medioevo hanno accompagnato il passaggio dal feudalesimo all’economia di mercato e quelli che nell’era moderna hanno segnato la transizione dall’economia di mercato all’economia capitalistica.
Parte prima - LA STORIA NON NARRATA DEL CAPITALISMO
I Commons feudali > 693
Il movimento per la recinzione della terra comune, visto da molti storici come «una rivoluzione del ricco contro il povero», si sviluppò in Inghilterra tra il XVI e l’inizio del XIX secolo, e finì per alterare profondamente il panorama economico e politico. Milioni di contadini furono sradicati dalle terre in cui vivevano da generazioni e costretti a offrire la propria forza lavoro come braccianti autonomi sul nascente mercato tardomedievale.
I Commons feudali > 708
Una seconda ondata di recinzioni si verificò all’incirca tra il 1760 e gli anni Quaranta dell’Ottocento. 7 La Rivoluzione industriale stava cominciando a investire l’Inghilterra e il resto d’Europa. La nuova economia portava con sé una costante crescita della popolazione urbana, con relativo aumento della domanda alimentare. I prezzi elevati indussero dunque i latifondisti a recintare anche le terre rimaste libere, portando a compimento la lunga transizione che traghettò l’Europa da un’economia rurale basata sulla sussistenza a una moderna economia agricola governata dal mercato.
L’ascesa dell’economia di mercato > 739
La sinergia verificatasi nel tardo Medioevo tra la rivoluzione della stampa e lo sfruttamento della forza motrice dell’acqua e del vento stimolò la transizione dall’economia feudale all’economia di mercato, modificando il paradigma economico e la struttura sociale dell’Europa.
L’ascesa dell’economia di mercato > 746
Marx trascurò di distinguere l’economia feudale dall’economia medievale che finì per scaturirne, come prova la sua celebre ed erronea osservazione secondo cui «il mulino a braccia vi darà il signore feudale, il mulino a vapore la società col capitalista industriale». 9 In realtà, l’energia eolica contribuì a modificare i rapporti di forza a sfavore del feudatario, per favorire invece gli abitanti dei centri urbani e la nascente classe borghese dell’epoca medievale.
L’ascesa dell’economia di mercato > 751
La polvere da sparo, la bussola e la stampa a caratteri mobili sono state le invenzioni che hanno dato inizio alla società borghese. La polvere da sparo distrusse rapidamente la classe dei cavalieri, la bussola fece scoprire il mercato mondiale e fondò le colonie, e la stampa fu lo strumento del protestantesimo e della rigenerazione della scienza in generale; il meccanismo più potente per la creazione dei prerequisiti intellettuali della società borghese stessa. 10 Né Smith né Marx, però, sembrano aver capito che la rivoluzione della stampa e l’energia idraulica ed eolica erano reciprocamente indispensabili e che la loro combinazione generò una piattaforma tecnologica ad ampio spettro, destinata a innescare un cambiamento di paradigma economico che avrebbe trasformato il panorama sociale e politico europeo.
L’ascesa dell’economia di mercato > 769
Il primo mulino a vento d’Europa fu costruito nello Yorkshire, in Inghilterra, nel 1185. 13 Ben presto i mulini a vento si diffusero in tutte le pianure del Nordeuropa. Poiché il vento soffia ovunque, è svincolato dalle terre regie ed è gratuito, la fonte di energia eolica poteva essere installata in qualsiasi luogo. Città e paesi abbracciarono con entusiasmo il nuovo regime energetico, che offriva una comoda fonte di energia con cui dotarsi delle stesse opportunità dei signori locali. Consapevole del fatto che il vento offriva una fonte d’energia nuova e democratica, la borghesia cittadina si riferiva alla nuova invenzione con l’espressione «mulino pubblico».
L’ascesa dell’economia di mercato > 805
la stampa a caratteri mobili, inventata nel 1436 dal tedesco Johannes Gutenberg. L’impatto della stampa sulla vita quotidiana fu immediato, con conseguenze in tutto e per tutto non meno rilevanti dell’odierno avvento di Internet.
L’ascesa dell’economia di mercato > 830
La convergenza di stampa ed energie rinnovabili ebbe l’effetto di democratizzare sia la cultura sia l’energia, lanciando una sfida formidabile all’organizzazione gerarchica della vita feudale. Le sinergie create dalla rivoluzione della stampa e dell’energia eolica e idraulica, insieme ai costanti miglioramenti nel trasporto stradale e fluviale, accelerarono lo scambio e abbatterono i costi di transazione, rendendo possibile il commercio in grandi mercati regionali.
L’ascesa dell’economia di mercato > 833
La nuova matrice comunicazione-energia
La nascita del capitalismo > 889
Alla fine del XVI secolo una nuova generazione di piccoli produttori manifatturieri cominciò a riunire gli operai sotto uno stesso tetto, per sfruttare le economie di scala nell’impiego dei mulini ad acqua e a vento. Questi piccoli produttori erano anche proprietari dei macchinari utilizzati dai lavoratori, cosicché gli artigiani, un tempo padroni delle proprie attrezzature, si trovarono privi degli strumenti di lavoro e ridotti a operai salariati di una nuova figura di padrone: il capitalista.
La nascita del capitalismo > 894
Come osserva lo storico Maurice Dobb, la linea spartiacque fondamentale tra il vecchio e il nuovo modo di produzione è data dalla subordinazione della produzione al capitale, che porta con sé il rapporto di classe tra capitalisti e produttori.
La nascita del capitalismo > 899
Adam Smith, il quale individuò un nesso tra la recinzione delle terre demaniali e la massiccia appropriazione degli strumenti di lavoro degli artigiani. In entrambi i casi, milioni di persone si videro sottrarre il controllo dei mezzi necessari alla propria sopravvivenza economica: nel primo caso, i servi e i contadini vennero cacciati dalle loro terre ancestrali; nel secondo, gli artigiani furono separati dagli strumenti del mestiere. La nuova situazione in cui tali masse vennero a trovarsi fu eufemisticamente denominata «lavoro libero», una libertà che tuttavia, come comprese Smith, era pagata a caro prezzo: In quello stadio primitivo e rozzo della società che precede l’accumulazione dei fondi e l’appropriazione della terra … l’intero prodotto del lavoro appartiene al lavoratore … Non appena i fondi si sono accumulati nelle mani di singole persone, alcune di loro li impiegheranno naturalmente nel mettere al lavoro gente operosa, a cui forniranno materiali e mezzi di sussistenza allo scopo di trarre profitto dalla vendita delle loro opere o da ciò che il loro lavoro aggiunge al valore dei materiali.
La nascita del capitalismo > 919
La maggior parte degli economisti classici e neoclassici considera i profitti come la giusta ricompensa che spetta ai capitalisti per avere rischiato il capitale. Gli economisti socialisti, invece, concorderebbero con il giovane Karl Marx, secondo il quale la parte del contributo del lavoratore che viene sottratta al suo salario e trattenuta come profitto –il plusvalore –è un’ingiusta spoliazione e un accordo più equo sarebbe quello di socializzare la produzione e lasciare ai lavoratori l’intero guadagno prodotto dal loro lavoro.
Un’infrastruttura a vapore alimentata a carbone > 929
Nel 1769 James Watt inventò e brevettò il moderno motore a vapore, alimentato a carbone. 7 L’industria cotoniera fu la prima ad applicare la nuova tecnologia, ottenendo aumenti di produttività impressionanti: tra il 1787 e il 1840 la produzione inglese di cotone «balzò da 22 milioni a 366 milioni di libbre», mentre i costi di produzione precipitavano.
Un’infrastruttura a vapore alimentata a carbone > 937
1870. 9 L’energia a vapore si diffuse anzitutto nei paesi con grandi riserve di carbone. Il primo paese europeo a effettuare il passaggio dall’acqua e dal vento al carbone fu l’Inghilterra, seguita dalla Germania. Gli Stati Uniti, con la loro abbondanza di giacimenti carboniferi, non tardarono a seguire l’esempio europeo. Allo scoppio della prima guerra
Un’infrastruttura a vapore alimentata a carbone > 941
La tecnologia a vapore alimentata a carbone inaugurò una nuova matrice comunicazione-energia –quella della stampa e della locomotiva alimentate a vapore
Un’infrastruttura a vapore alimentata a carbone > 960
Nel 1900 le locomotive avevano a disposizione oltre 320.000 chilometri di ferrovia, una rete che collegava grandi città, piccoli centri e persino borghi rurali per tutta l’estensione del territorio americano. 14 Per finanziare un’infrastruttura di queste dimensioni ci voleva un modello aziendale completamente nuovo: la moderna società per azioni.
Un’infrastruttura a vapore alimentata a carbone > 965
La vendita di titoli ferroviari trasformò la piccola e periferica Borsa di New York in una potenza finanziaria.
Un’infrastruttura a vapore alimentata a carbone > 968
le compagnie ferroviarie divennero le prime società capitalistiche moderne,
Un’infrastruttura a vapore alimentata a carbone > 984
Per far funzionare colossi del genere fu necessario razionalizzare efficacemente le operazioni commerciali della società in ogni loro aspetto. Max Weber, il grande sociologo dell’Ottocento, ha ben illustrato in che cosa tale opera di razionalizzazione consista. Per cominciare, la grande impresa moderna è organizzata secondo uno schema piramidale: tutte le decisioni si propagano automaticamente dal vertice alla base. Le regole e le procedure formali che dettano il flusso di attività, la definizione dei compiti, il modo in cui il lavoro dev’essere eseguito e quello in cui il rendimento dev’essere valutato in ogni fase operativa e a ogni livello sono meticolosamente pianificati, lasciando all’improvvisazione ben poco spazio.
Un’infrastruttura a vapore alimentata a carbone > 998
Nella visione di Weber e di altri pensatori, perché vi sia un capitalismo maturo le aziende devono essere a integrazione verticale, così da creare economie di scala, e l’attività commerciale dev’essere organizzata da una burocrazia aziendale estremamente razionalizzata
Un’infrastruttura a vapore alimentata a carbone > 1008
Nel 1814 il torchio tipografico a vapore inventato da Friedrich Koenig cominciò a stampare copie del «Times» a una velocità senza precedenti: la nuova macchina poteva stampare un migliaio di copie all’ora, contro le 250 copie delle vecchie presse manuali.
Un’infrastruttura a vapore alimentata a carbone > 1012
Veloce ed economica, la stampa con macchine a vapore incoraggiò, sia in Europa sia in America, l’alfabetizzazione di massa.
Un’infrastruttura a vapore alimentata a carbone > 1029
A Chicago, dopo il grande incendio del 1871, nacquero autentici colossi della stampa. La R.R. Donnelley & Sons, la Rand McNally e la M.A. Donohue and Company si imposero tra i leader del settore.
Un’infrastruttura a vapore alimentata a carbone > 1035
Per la maggior parte delle aziende a conduzione familiare, la spesa per costruire e far funzionare tali enormi strutture era fuori portata.
Un’infrastruttura a vapore alimentata a carbone > 1048
La combinazione di stampa a vapore alimentata a carbone e trasporto ferroviario a vapore alimentato a carbone costituì l’infrastruttura della Prima rivoluzione industriale.
Un’infrastruttura a vapore alimentata a carbone > 1049
Negli anni Settanta dell’Ottocento la parte relativa alla comunicazione fu arricchita dalla nascita di una rete telegrafica nazionale, che mise le aziende in condizione di comunicare in tempo reale lungo le catene di fornitura e i canali di distribuzione.
Un’infrastruttura a vapore alimentata a carbone > 1063
Produzione e distribuzione furono dunque riunite all’interno delle aziende e la loro gestione venne centralizzata. Fu così che l’impresa a integrazione verticale, affermatasi nell’ultimo quarto dell’Ottocento, è stata il modello aziendale dominante per tutto il XX secolo.
Un’infrastruttura a vapore alimentata a carbone > 1067
l’integrazione verticale dell’impresa introduceva nuovi e notevoli elementi di efficienza, che con le loro economie di scala riducevano i costi marginali, permettendo di smerciare una mole sempre più massiccia di prodotti a basso costo a una clientela sempre più vorace.
Un’infrastruttura a vapore alimentata a carbone > 1075
Quasi tutti gli imprenditori che durante la fase di decollo della Prima rivoluzione industriale, nella seconda metà del XIX secolo, fecero fortuna dovettero il loro successo alla capacità di raccogliere sufficiente capitale finanziario attraverso la costituzione di una società per azioni quotata in Borsa. La disponibilità di capitale li mise in condizione di poter cogliere opportunità di mercato legate a economie di scala verticali e primeggiare nei rispettivi settori.
La Seconda rivoluzione industriale > 1079
Seconda rivoluzione industriale. La scoperta del petrolio, l’invenzione del motore a scoppio e l’introduzione del telefono diedero luogo a un nuovo complesso comunicazione-energia, destinato a dominare il XX secolo. Il punto essenziale da capire a proposito del petrolio è che la sua gestione richiede più capitale finanziario di qualsiasi altra risorsa dell’economia globale.
La Seconda rivoluzione industriale > 1087
investire in nuovi progetti petroliferi svariati miliardi di dollari.
La Seconda rivoluzione industriale > 1203
L’avvento della luce elettrica potenziò le attività commerciali, consentendo di estendere il periodo di esercizio alle ore notturne, con ulteriore aumento della crescita economica. Nell’America del 1910 disponeva dell’elettricità una casa su dieci; nel 1929 era collegata alla rete elettrica la maggior parte delle abitazioni urbane. 43 L’industria approdò all’elettricità un poco più tardi. Nel 1900 se ne serviva, infatti, solo il 5% delle fabbriche. 44 La situazione cambiò rapidamente con la comparsa dell’automobile e l’introduzione delle catene di montaggio per la produzione di massa.
La Seconda rivoluzione industriale > 1215
Nella prima metà del Novecento il passaggio dall’energia a vapore all’elettricità fece esplodere la produttività delle fabbriche, incrementandola del 300%.
La Seconda rivoluzione industriale > 1229
«Il regno dei cieli si fonderà pure sulla giustizia, ma il regno della terra si fonda sul petrolio» disse con una battuta lo statista inglese Ernest Bevin.
La Seconda rivoluzione industriale > 1258
Nel luglio 2008, quando sui mercati mondiali il prezzo del greggio ha raggiunto la cifra record di 147 dollari al barile, la Seconda rivoluzione industriale, toccato il picco, ha iniziato la sua discesa.
La Seconda rivoluzione industriale > 1260
Tre aziende energetiche –la ExxonMobil, la Chevron e la ConocoPhillips –figurano tra le quattro maggiori società statunitensi e controllano gran parte del mercato petrolifero nazionale. Ho già ricordato che AT&T e Verizon, insieme, controllano il 64% del settore telecomunicazioni. In uno studio pubblicato nel 2010, il governo federale ha rilevato che nella maggior parte degli Stati un’unica società elettrica controlla tra il 25 e il 50% del settore: complessivamente, 38 aziende –appena il 5% delle 699 aziende compagnie esistenti –detengono il 40% della produzione elettrica nazionale. 52 Quattro case automobilistiche –General Motors, Ford, Chrysler e Toyota –controllano il 60% del mercato dell’auto. 53 Nel mercato americano dei media, cinque aziende –News Corp., Google, Garnett, Yahoo! e Viacom –hanno una quota del 54%. 54 Nel settore giochi, cibo e divertimenti, CEC (Chuck E. Cheese’s) Entertainment, Dave & Busters, Sega Entertainment e Namco Bandai Holdings hanno una fetta di mercato pari al 96%. Nell’industria degli elettrodomestici, le prime quattro aziende –Whirlpool, AB Electrolux, General Electric e LG Electronics –si spartiscono il 90% del mercato. 55 Livelli di concentrazione analoghi si riscontrano in ogni altro grande settore dell’economia americana.
La Seconda rivoluzione industriale > 1285
In nessun altro periodo della storia un numero così esiguo di istituzioni ha avuto un tale potere economico sulla vita di tante persone.
IV. La natura umana attraverso l’ottica del capitalismo > 1303
In una certa misura il dissenso è mancato perché le grandi imprese a integrazione verticale sono riuscite a proporre sul mercato prodotti e servizi sempre più convenienti, a creare milioni di posti di lavoro e a migliorare il tenore di vita delle persone impiegate nel sistema produttivo dell’industria. Ma a sopire la potenziale ostilità dell’opinione pubblica è intervenuto con pari efficacia anche un altro, più sottile fattore. La Prima e la Seconda rivoluzione industriale hanno portato con sé una visione generale del mondo che ha dato legittimità al sistema economico di riferimento in base all’idea che, nei suoi meccanismi di funzionamento, esso riflette l’organizzazione stessa della natura ed è, perciò, ineccepibile.
Ripensare la salvezza > 1312
Le varie creature differiscono l’una dall’altra per intelletto e capacità, ma la diversità e l’ineguaglianza sono indispensabili all’ordine e al funzionamento dell’intero sistema. Se tutte le creature fossero uguali, argomenta Tommaso, esse non potrebbero agire le une a beneficio delle altre. Diversificando ogni creatura, Dio ha posto in seno alla natura una gerarchia di obblighi che, debitamente rispettati, hanno permesso alla Creazione di crescere e prosperare.
Ripensare la salvezza > 1325
Martin Lutero lanciò un attacco frontale alla concezione della «grande catena dell’essere» sostenuta dalla Chiesa, accusandola di dare legittimità gerarchica all’autorità corrotta del papa e dell’amministrazione pontificia sulla vita dei fedeli. Alla cosmologia feudale della Chiesa il teologo protestante sostituì una visione del mondo incentrata sulla relazione personale di ogni credente con Cristo. La democratizzazione del culto ben si adattava alla nuova matrice comunicazione-energia che stava segnando l’ascesa della classe borghese.
Ripensare la salvezza > 1332
Lutero proclamò, invece, il carattere sacerdotale di tutti i credenti, sostenendo che ogni uomo e ogni donna è solo davanti a Dio.
Ripensare la salvezza > 1337
Per secoli la Chiesa aveva insegnato che, ricevendo i suoi sacramenti e compiendo opere buone, i credenti potevano contribuire ad assicurarsi un posto in paradiso. Lutero, per contro, sostenne che non era possibile ottenere un posto in paradiso accumulando buone opere in terra e che il destino finale di ciascuno era invece deciso già all’origine, che cioè sin dalla nascita ogni individuo è destinato da Dio alla salvezza o alla dannazione. Veniva quindi a porsi la questione di come fare a vivere con la terribile ansia di non sapere la propria sorte ultima. La risposta di Lutero fu che accettare la propria vocazione e svolgere appieno, senza cedimenti, la propria parte poteva essere considerato un segno di predestinazione alla salvezza.
Ripensare la salvezza > 1342
Giovanni Calvino fece un passo ulteriore, esortando i suoi seguaci a lavorare senza tregua per migliorare le proprie fortune nella vita, possibile segno di elezione. Sostenendo che ogni individuo ha il dovere di migliorarsi nell’ambito cui è stato chiamato,
Ripensare la salvezza > 1346
Nonostante né Lutero né Calvino avessero alcuna intenzione di despiritualizzare il credente e dare vita all’ homo œconomicus , l’idea di migliorarsi nel proprio ambito vocazionale finì per non distinguersi più da quella di migliorare le proprie fortune economiche.
Ripensare la salvezza > 1353
Max Weber ha parlato di «etica protestante [del lavoro]».
La concezione illuminista della natura umana > 1359
nuovo individuo proiettato nel mercato un disegno generale abbastanza potente da spingere la cosmologia cristiana ai margini della storia. A guidare l’assalto fu il grande filosofo illuminista John Locke, con un’energica difesa della proprietà privata che, secondo lui, riflette l’«intrinseca natura» dell’uomo in modo molto più fedele di quanto facessero i Commons feudali. Ogni individuo, afferma Locke, crea la sua proprietà aggiungendo il proprio lavoro alle materie prime offerte dalla natura, che vengono trasformate in beni di valore.
La concezione illuminista della natura umana > 1371
il lavoro è proprietà indiscussa del lavoratore,
La concezione illuminista della natura umana > 1374
per spazzare via il regime di proprietà del feudalesimo, basato sull’appropriazione privatistica dei Commons.
La concezione illuminista della natura umana > 1380
L’ordine naturale delle cose non andava più cercato nella «grande catena dell’essere» proposta dal cristianesimo, bensì nel diritto naturale a crearsi con il sudore della propria fronte la proprietà privata.
La concezione illuminista della natura umana > 1382
Adam Smith seguì le orme di Locke. Respingendo in modo definitivo la vita comunitaria esercitata in epoca feudale sulle risorse condivise,
La concezione illuminista della natura umana > 1383
egli dichiara che il comportamento di mercato riflette la vera natura delle persone: Ogni individuo si sforza continuamente di trovare l’impiego più vantaggioso possibile per qualunque capitale di cui possa disporre.
La concezione illuminista della natura umana > 1392
Max Weber sarà ancora più duro, sostenendo che la sostituzione dei valori spirituali con quelli economici occorsa nel passaggio dalla concezione cristiana dell’universo a una concezione materialistica fu il «disincantamento del mondo».
La concezione illuminista della natura umana > 1414
I socialisti militanti, la cui voce collettiva negli anni Quaranta dell’Ottocento stava acquistando forza in tutt’Europa, evidenziarono la contraddizione, che minacciava di scardinare la teoria economica classica dal capitalismo. Sottoscrivendo l’idea della teoria economica classica che ogni individuo ha il diritto naturale a possedere pienamente i frutti della propria opera, i socialisti stigmatizzarono il capitalismo come un’aberrazione.
La concezione illuminista della natura umana > 1419
nella teoria utilitarista del valore elaborata da David Hume e da Jeremy Bentham. Hume sosteneva che la proprietà è una convenzione umana nata dal comune interesse che guida ogni uomo, «insieme con gli altri, a un piano o sistema generale di azioni che tende alla pubblica utilità». 10 In altre parole, le leggi sulla proprietà sono elaborazioni giuridiche che gli esseri umani decidono di seguire perché è nel loro comune interesse.
La concezione illuminista della natura umana > 1423
il diritto alla proprietà privata va sostenuto non perché si fondi su qualche diritto naturale, ma perché si tratta di un’« utile abitudine»; analogamente, la proprietà può essere oggetto di libero scambio nel mercato perché ciò è « vantaggioso per la società umana».
La concezione illuminista della natura umana > 1430
la proprietà naturale non esiste e dichiarando che i diritti sono poi frutto della legge, e solo della legge.
La concezione illuminista della natura umana > 1444
Nei suoi ultimi scritti sfidò quindi John Stuart Mill e altri celebri economisti di scuola utilitarista, contestandone l’idea che «i nostri impulsi siano stimolati da un piacere … previsto». 13 A sostegno della sua tesi propose l’esempio di un individuo che, mettendo a repentaglio la propria persona senza alcuna aspettativa di ricompensa, si butta tra le fiamme di un incendio per salvare uno sconosciuto. Darwin osservò che la spinta a correre in soccorso di un proprio simile viene all’uomo da un impulso ben più profondo dello stimolo al piacere, e parlò al riguardo di «istinto sociale».
La concezione illuminista della natura umana > 1451
sociologo e filosofo Herbert Spencer, il quale ne ricavò quello che sarebbe poi stato chiamato «darwinismo sociale», un’elaborazione ideologica pensata per giustificare i peggiori eccessi del capitalismo rampante di fine Ottocento. Spencer sfruttò la descrizione darwiniana della selezione naturale per ricavarne la giustificazione della propria teoria dell’evoluzione economica. «Questa sopravvivenza del più adatto,» scrisse fra l’altro «che ho qui cercato di formulare in termini meccanici, è quella che il signor Darwin ha chiamato “selezione naturale o conservazione delle razze privilegiate nella lotta per la vita”». 15 Anche se la paternità della formula survival of the fittest (sopravvivenza del più adatto) è generalmente attribuita a Darwin, in realtà spetta a Spencer, che la coniò dopo avere letto l’opera darwiniana.
La concezione illuminista della natura umana > 1474
Le idee di Spencer contribuirono a legittimare gli interessi commerciali dell’epoca. Trovando un fondamento naturale alla creazione di imprese sempre più grandi e integrate verticalmente, controllate da un management sempre più razionalizzato e centralizzato, Spencer e i teorici del libero mercato suoi seguaci misero a tacere ogni seria obiezione dell’opinione pubblica al quadro economico esistente.
La concezione illuminista della natura umana > 1480
Nel caso della Prima e della Seconda rivoluzione industriale la natura delle matrici comunicazione-energia ha favorito l’integrazione verticale delle attività economiche, per ridurre i costi marginali e creare economie di scala sufficienti al recupero degli investimenti e alla maturazione di un profitto. E aggiungerei che ciò si è rivelato altrettanto vero nel sistema capitalistico che in quello socialista, come abbiamo constatato sia in Unione Sovietica sia in Cina, o in realtà miste, come le economie di mercato sociale europee.
La concezione illuminista della natura umana > 1490
L’Internet delle cose collegherà tutti e tutto in un nuovo paradigma economico, molto più complesso rispetto a quello della Prima e della Seconda rivoluzione industriale, ma caratterizzato da un’architettura distribuita e collaborativa, anziché centralizzata e verticistica. Inoltre, aspetto ancora più importante, la nuova economia ottimizzerà il benessere generale servendosi di reti a integrazione laterale nel Commons colaborativo, anziché di imprese a integrazione verticale nel mercato capitalistico.
La concezione illuminista della natura umana > 1502
produzione paritetica in network capaci di realizzare economie di scala a integrazione laterale e di spingere i costi marginali quasi a zero. Con il pieno dispiegamento dell’infrastruttura IDC possiamo aspettarci il crollo di molti colossi dell’industria, dal settore dell’energia e della generazione elettrica a quello delle comunicazioni, della produzione manifatturiera e dei servizi.
Parte seconda - LA SOCIETÀ A COSTO MARGINALE QUASI ZERO
Produttività estrema > 1543
La produttività è «una misura dell’efficienza produttiva calcolata in termini di rapporto tra ciò che si produce e ciò che è necessario per produrlo».
Produttività estrema > 1553
Studiando l’era industriale, però, Robert Solow, che nel 1987 ha vinto il premio Nobel per l’economia con la sua teoria della crescita, ha scoperto che al capitale in macchinario e al rendimento del lavoro è riconducibile solo a circa il 14% dell’intera crescita economica: veniva quindi a porsi il problema di capire a che cosa dovesse essere ricondotto il restante 86%. Il mistero ha indotto l’economista Moses Abramovitz, ex presidente dell’American Economic Association, ad ammettere ciò che gli altri economisti avevano paura di riconoscere, che cioè l’altro 86% è una «misura della nostra ignoranza».
L’Internet delle cose > 1634
un’Internet industriale: sfruttando il feedback di big data , strumenti di analisi avanzati, algoritmi predittivi e sistemi di automazione si potrebbe tagliare il costo globale del settore sanitario del 25%,
L’Internet delle cose > 1639
L’espressione «Internet delle cose» è stata coniata nel lontano 1995 da Kevin Ashton, uno dei fondatori del MIT Auto ID Center.
L’Internet delle cose > 1658
Nelle economie sviluppate, la maggior parte delle persone posseggono tra i 1000 e i 5000 oggetti.
L’Internet delle cose > 1692
La parola d’ordine dell’ultima generazione è la trasparenza e il suo modus operandi è la collaborazione.
Energia gratuita > 1835
La creazione di un sistema basato su energia rinnovabile generata da edifici, parzialmente stoccata sotto forma di idrogeno, distribuita attraverso un’Internet dell’elettricità verde ed erogata mediante prese di corrente a mezzi di trasporto ricaricabili a emissioni zero porrà in essere il meccanismo, fondato su cinque pilastri, che permetterà a miliardi di persone di condividere energia a costo marginale quasi zero in un’ IDC planetaria.
Energia gratuita > 1842
Il sole effonde sulla terra 470 esajoule (10 18 joule) ogni 88 minuti, l’equivalente dell’energia consumata in un anno dall’intero genere umano.
Energia gratuita > 1844
Se riuscissimo a catturare un decimo dell’1% dell’energia solare che raggiunge la terra, potremmo avere il sestuplo dell’energia attualmente assorbita dall’economia globale.
Energia gratuita > 1883
se il 20% del vento che si produce nel nostro pianeta fosse sfruttato, l’energia così generata supererebbe di ben sette volte il fabbisogno dell’intera economia mondiale.
Verso costi quasi zero > 1922
Internet può assorbire fino all’1,5% dell’elettricità mondiale, per un costo pari a 8 miliardi e mezzo di dollari. Ancora una volta, ben poca spesa in cambio della possibilità di comunicare con tutto il mondo: non più che costruire quattro o cinque nuovi casinò a Las Vegas.
Verso costi quasi zero > 1926
Con l’energia assorbita da Google, per esempio, si potrebbero alimentare 200.000 abitazioni.
Verso costi quasi zero > 1928
Nel 2011, soltanto negli Stati Uniti, i server e i centri elaborazione dati hanno usato energia elettrica per circa 7 miliardi e 500 milioni di dollari.
Verso costi quasi zero > 1932
Poiché gran parte dell’elettricità assorbita dalle apparecchiature informatiche di questi centri si trasforma in calore, è necessario un supplemento di energia per raffreddare gli impianti. In molti casi, tra il 25 e il 50% dell’energia assorbita serve per il raffreddamento delle macchine.
Verso costi quasi zero > 1935
Una grande quantità di energia viene poi sprecata solo per mantenere i server al minimo, pronti per intervenire in caso di rallentamenti o blocchi del sistema dovuti a un improvviso aumento dell’attività.
Verso costi quasi zero > 1937
McKinsey ha scoperto che dell’elettricità consumata dai centri elaborazione dati viene usato mediamente solo il 6-12% per alimentare i server in fase di elaborazione, mentre il resto è impiegato per tenerli pronti e a disposizione.
VI. La stampa 3D: dalla produzione di massa alla produzione delle masse > 2013
le matrici comunicazione-energia della Prima e della Seconda rivoluzione industriale erano ad altissima intensità di capitale e richiedevano l’integrazione verticale, per raggiungere economie di scala, e la gestione centralizzata, per garantire margini di profitto e assicurare un adeguato ritorno sul capitale investito.
La microproduzione digitalizzata > 2028
La figura del consumatore sta cominciando a cedere il passo a quella del prosumer : sempre più persone stanno diventando sia produttori sia consumatori di beni fabbricati in proprio.
La microproduzione digitalizzata > 2075
Etsy, uno dei nuovi, capillari siti web di marketing che con costi marginali modesti stanno aprendo a clienti e fornitori l’accesso allo scenario globale. La ditta Etsy, creata nove anni fa da un giovane «imprenditore sociale» americano di nome Rob Kalin, permette attualmente a 900.000 piccoli produttori di pubblicizzare gratuitamente i loro articoli nell’omonimo sito. Ogni mese quest’ultimo è visitato da quasi 60 milioni di consumatori sparsi in tutto il mondo, i quali non di rado interagiscono direttamente con i fornitori.
La democratizzazione del replicatore > 2129
Adrian Bowyer e un gruppo dell’Università di Bath, nel Regno Unito, hanno inventato la RepRap, la prima stampante 3D open source che poteva essere fabbricata con mezzi facilmente reperibili e che era in grado di replicare se stessa:
La democratizzazione del replicatore > 2166
Nel suo romanzo Printcrime , del 2006, Cory Doctorow descrive una società futura in cui le stampanti 3D riescono a stampare oggetti proprio come le comuni stampanti di oggi fanno con le informazioni digitali. Nella società distopica immaginata da Doctorow, un potente governo autoritario mette fuorilegge la stampa di copie fisiche 3D. Per avere stampato in 3D, il protagonista del romanzo, un prosumer della prima ora, viene condannato a dieci anni di carcere. Dopo aver scontato la pena, l’eroe capisce che per rovesciare l’ordine esistente non basta stampare prodotti ma bisogna stampare stampanti,
Un’infrastruttura per maker > 2399
una piccola start-up di nome Gram Power, gestita da un imprenditore sociale ventiduenne laureato alla University of California, Yashraj Khaitan, e dal suo collega Jacob Dickinson, aveva installato in quel minuscolo paesello, Khareda Lakshmipura, la prima microrete intelligente dell’India.
Un mondo neogandhiano > 2430
Mahatma Gandhi. Quando gli fu chiesto quale fosse la sua visione economica, Gandhi rispose: «Produzione di massa, certo, ma non basata sulla forza. … È produzione di massa, ma produzione di massa nelle case della gente». 44 Il concetto fu riassunto da Ernst Friedrich Schumacher in questi termini: «Non produzione di massa, ma la produzione delle masse».
Un mondo neogandhiano > 2437
Il Mahatma era convinto che la produzione di massa, con le sue imprese a integrazione verticale e la sua intrinseca tendenza a centralizzare il potere economico e monopolizzare i mercati, avrebbe avuto per l’umanità conseguenze nefaste. 46 E ammonì che la situazione si sarebbe risolta in un disastro. … Perché se è vero che le cose sarebbero prodotte in aree innumerevoli, il potere verrebbe da un solo centro selezionato. … L’idea che un potere tanto smisurato venga concentrato in un organismo creato dall’uomo mi atterrisce. Una delle conseguenze di un siffatto controllo del potere è che per la mia luce, la mia acqua e persino la mia aria, e per tutto il resto, dipenderei da quel potere. Credo che questo sarebbe terribile.
Un mondo neogandhiano > 2448
Come Karl Marx, John Maynard Keynes, Wassily Leontief, Robert Heilbroner e altri illustri economisti, Gandhi riteneva che il desiderio di efficienza e produttività dei capitalisti si sarebbe tradotto in un’incontenibile tensione a sostituire il lavoro dell’uomo con l’automazione, lasciando sempre più persone disoccupate e prive del potere d’acquisto necessario per comprare i beni prodotti.
Un mondo neogandhiano > 2451
La proposta alternativa di Gandhi consisteva in una produzione locale realizzata dalla gente nelle case e nei quartieri. A questo modello diede il nome di swadeshi . L’idea alla base dello swadeshi era quella di «portare il lavoro alla gente e non la gente al lavoro». 49 E il Mahatma si poneva la domanda retorica: «Se si moltiplica la produzione individuale milioni di volte, non si otterrà una produzione di massa di enormi proporzioni?».
Un mondo neogandhiano > 2455
Gandhi era fermamente convinto che «la produzione e il consumo [dovessero] essere riuniti» –come nell’odierna figura del prosumer
Un mondo neogandhiano > 2473
Nella mia concezione il villaggio swaraj è un’autentica repubblica, indipendente dai vicini per i bisogni vitali, e tuttavia interdipendente per i numerosi altri bisogni per i quali la dipendenza è una necessità.
Un mondo neogandhiano > 2481
La vita non sarà una piramide, con un vertice e una base che lo sostiene. Sarà piuttosto un cerchio oceanico, al cui centro si porrà la persona. … Il cerchio più esterno, quindi, non eserciterà il suo potere per schiacciare i cerchi interni, ma darà forza a chiunque si troverà al loro interno e a sua volta ne trarrà forza.
Un mondo neogandhiano > 2489
Il Mahatma si spingeva fino ad affermare che «la vera felicità, la vera gioia … non consiste nella moltiplicazione, ma nella riduzione intenzionale e volontaria dei bisogni», grazie alla quale si acquisisce la libertà di vivere una vita più intensa in comunione con gli altri. 55
Un mondo neogandhiano > 2493
«La terra offre quanto basta a soddisfare i bisogni di ogni uomo, ma non l’avidità di ogni uomo». 56
VII. I MOOC e l’istruzione a costo marginale zero > 2525
L’era del capitalismo ha consacrato un modello di insegnamento pensato per preparare gli studenti a diventare operai specializzati. L’aula è stata trasformata in una versione in miniatura della fabbrica. Gli studenti sono stati equiparati a macchine, condizionati a eseguire ordini, a imparare ripetendo, a fornire prestazioni. L’insegnante è stato concepito come un caposquadra, cui spetta l’assegnazione di compiti standardizzati da svolgere in un determinato lasso di tempo. L’attività di insegnamento è stata compartimentata in edifici separati. L’istruzione doveva essere utile e pragmatica. Al «perché» delle cose doveva essere dedicata minore attenzione che al «come». L’obiettivo doveva essere quello di sfornare dipendenti produttivi.
La scuola ad aula unica con due miliardi di studenti > 2534
Gli studenti vengono incoraggiati a pensare in modo più olistico. Più che la memorizzazione si privilegia la ricerca.
La scuola ad aula unica con due miliardi di studenti > 2558
Skype in the Classroom, una comunità online gratuita, conta nel suo programma di lezioni globali oltre 80.000 insegnanti registrati e si propone di arrivare a collegare un milione di classi in tutto il mondo.
La scuola ad aula unica con due miliardi di studenti > 2614
La concezione riduzionista dell’apprendimento, caratteristica dell’era industriale e basata sulla parcellizzazione e privatizzazione dei fenomeni, sta per cedere il passo a un’esperienza di apprendimento più sistematica, orientata a comprendere le sottili relazioni che legano i fenomeni in insiemi più ampi. Ormai in tutto il mondo ci sono strutture scolastiche dove si preparano gli studenti a vivere nel Commons aperto della biosfera.
Il declino della scuola tradizionale > 2719
Se l’entusiasmo degli studenti per i MOOC va crescendo, i docenti riscontrano che la percentuale di iscritti che giungono effettivamente alla conclusione dei corsi e sostengono con successo gli esami è spesso molto inferiore a quella dei corsi tradizionali. Da una recente indagine è emerso che tra gli studenti dei corsi online si è ritirato o non ha completato con successo il percorso di studio il 32% degli iscritti, mentre tra gli studenti dei corsi convenzionali la percentuale è solo del 19%. Per i responsabili dell’istruzione, lo scarso tasso di completamento è imputabile a più cause. Innanzitutto al senso di isolamento. Trovarsi in un’aula a fianco di altri studenti genera un sentimento di comunità che si rivela un elemento assai motivante per tenere gli individui al passo del gruppo. Gli studenti si aiutano reciprocamente, non solo affrontando insieme la materia di studio, ma anche incoraggiandosi a vicenda nell’impegno. Alcune indagini hanno rivelato che la maggior parte degli iscritti a un MOOC guarda le lezioni fra la mezzanotte e le due di notte, ore in cui, il più delle volte, sono stanchi e scarsamente in grado di concentrarsi sul corso. Studiando da casa, inoltre, gli studenti dei MOOC sono anche più facilmente soggetti a distrazioni: per esempio, ad allontanarsi dal video per andare in cucina a prendere qualcosa da sgranocchiare o a lasciarsi catturare da qualche altra, più divertente attrattiva dell’ambiente domestico. Per contrastare il problema dell’isolamento, le università che partecipano ai programmi MOOC hanno iniziato a proporre quelle che chiamano blended classes , cioè una soluzione ibrida che offre agli studenti online la possibilità di collaborare con altri studenti e con i docenti a progetti svolti in aule tradizionali.
Il declino della scuola tradizionale > 2758
Come i loro equivalenti nel mondo del commercio, esse sperano di ottenere profittevoli ritorni grazie al fenomeno della «coda lunga», cioè offrire corsi gratuiti online a milioni di studenti per attirarne anche solo una piccola percentuale nei loro campus. Il concetto è che, elargendo gratuitamente online il proprio capitale intellettuale, aiuteranno milioni di studenti che altrimenti non avrebbero potuto permettersi un simile livello di istruzione, e nel contempo acquisiranno un numero sufficiente di studenti tra i più dotati per mantenere in vita le proprie attività tradizionali.
La fine del lavoro > 2865
Negli Stati Uniti, tra il 1982 e il 2002 la produzione di acciaio è passata da 75 milioni di tonnellate a 120 milioni di tonnellate, mentre il numero degli operai siderurgici è sceso da 289.000 a 74.000.
La fine del lavoro > 2880
Terry Gou, ceo della Foxconn, dove lavorano oltre un milione di persone, ha dichiarato tra il serio e il faceto che preferirebbe avere a che fare con un milione di robot: «Gli esseri umani sono anche animali, e gestire un milione di animali mi fa venire il mal di testa».
La fine del lavoro > 2906
Per molti anni l’automazione è stata un gravoso costo iniziale che solo le imprese manifatturiere più grandi potevano permettersi. Negli ultimi anni, però, tale costo ha conosciuto una drastica riduzione e anche i produttori di piccole e medie dimensioni hanno potuto approfittarne per aumentare significativamente la produttività riducendo le spese di salario.
Anche i lavoratori della conoscenza sono sacrificabili > 3008
il presupposto della teoria economica classica –secondo il quale la produttività crea più posti di lavoro di quanti ne elimini –non è più credibile.
Anche i lavoratori della conoscenza sono sacrificabili > 3035
Mike McCready è il capo della Music Xray, una start-up che sfrutta big data e algoritmi per individuare possibili successi musicali. La società, che ha garantito contratti discografici a più di 5000 artisti in meno di tre anni, si avvale di un sofisticato software per confrontare la struttura di un brano con quella di brani registrati in precedenza e valutarne così il potenziale di successo. La Music Xray può già affermare di avere previsto con estrema precisione il grande riscontro di numerosissime canzoni scritte da artisti che all’epoca dell’analisi erano dei perfetti sconosciuti. Un programma software che svolge una funzione analoga è stato sviluppato dalla Epagogix: in questo caso, l’analisi riguarda le sceneggiature cinematografiche ed è finalizzata a prevederne gli esiti al botteghino per conto dell’industria cinematografica.
Anche i lavoratori della conoscenza sono sacrificabili > 3048
2011, quando un computer IBM , Watson (dal nome di uno degli ex presidenti della IBM ), ha affrontato Ken Jennings, che deteneva il record di 74 vittorie nel popolare quiz televisivo americano Jeopardy
Anche i lavoratori della conoscenza sono sacrificabili > 3084
La Prima rivoluzione industriale pose fine al lavoro schiavistico e servile. La Seconda rivoluzione industriale ha drasticamente ridotto il lavoro agricolo e quello artigianale. La Terza rivoluzione industriale si avvia a liquidare il lavoro salariato di massa nelle industrie manifatturiere e nei servizi, nonché il lavoro professionale retribuito in un’ampia area del settore del sapere.
Anche i lavoratori della conoscenza sono sacrificabili > 3093
che cosa accadrà al capitalismo di mercato se gli incrementi di produttività determinati dalla tecnologia intelligente continuano a ridurre la necessità di lavoro umano? Stiamo assistendo alla rottura del legame tra produttività e occupazione. Invece di favorire l’occupazione, oggi la produttività la sta eliminando. E poiché nei mercati capitalistici lavoro e capitale si alimentano a vicenda, cosa accadrà quando il numero di persone con un impiego redditizio diminuirà al punto che non ci saranno abbastanza compratori per acquistare i beni e servizi offerti dai venditori?
Anche i lavoratori della conoscenza sono sacrificabili > 3104
Nell’era che si sta affacciando, impegnarsi a fondo nel Commons collaborativo assumerà la stessa importanza che nell’economia di mercato ha avuto lavorare duramente, e l’accumulazione di capitale sociale diventerà preziosa quanto lo è stata l’accumulazione del capitale di mercato. A definire il grado di realizzazione esistenziale degli individui saranno l’attaccamento alla comunità e la ricerca di trascendenza e significato, e non la ricchezza materiale.
Anche i lavoratori della conoscenza sono sacrificabili > 3108
I ragazzi della generazione di Internet concepiscono se stessi più come giocatori che come lavoratori, considerano le proprie qualità personali più doti che competenze, e preferiscono esprimere la loro creatività in social network anziché lavorando in postazioni d’ufficio o svolgendo attività autonome in un contesto di mercato. Un crescente numero di giovani trova che il sorgere di un’economia sociale basata sul Commons collaborativo offra maggiori opportunità di sviluppo personale ed esperienze psicologicamente più appaganti di quanto facciano le tradizionali prospettive di lavoro del mercato capitalistico.
Anche i lavoratori della conoscenza sono sacrificabili > 3114
Se il motore a vapore ha affrancato gli esseri umani dalla servitù feudale per aprire loro la possibilità di perseguire il proprio interesse materiale nel mercato capitalistico, l’Internet delle cose libererà gli esseri umani dall’economia di mercato per orientarli alla ricerca di interessi comuni e immateriali nel Commons collaborativo.
Anche i lavoratori della conoscenza sono sacrificabili > 3118
Non è improbabile che tra mezzo secolo i nostri nipoti guardino al periodo del lavoro di massa svolto in un contesto di mercato con lo stesso senso di incredulità con cui noi oggi guardiamo alla condizione di schiavitù e servitù dei secoli passati. L’idea stessa che il valore di un essere umano fosse misurato quasi esclusivamente dalla sua produttività di beni e servizi e ricchezza materiale apparirà primitiva, se non barbara, e sarà guardata dai nostri posteri –cittadini di un mondo altamente automatizzato in cui gran parte dell’esistenza sarà vissuta all’interno del Commons collaborativo –come un terribile spreco di valore umano.
La controversia sul costo marginale > 3139
Nel dicembre 1937 l’economista Harold Hotelling, presidente uscente della Econometric Society, presentò alla riunione annuale dell’associazione un singolare documento dal titolo The General Welfare in Relation to Problems of Taxation and of Railway and Utility Rates (Il benessere generale in relazione ai problemi della fiscalità e delle tariffe di ferrovie e servizi pubblici). Hotelling esordì osservando che «il punto ottimale del benessere generale si raggiunge quando tutto viene venduto al costo marginale». 1 Ovviamente, se le imprese dovessero vendere i loro prodotti al costo marginale, si troverebbero ben presto fuori dal mercato, per l’impossibilità di recuperare i loro investimenti di capitale. È per questo che ogni imprenditore include i costi iniziali nel prezzo di vendita di ciascuna unità prodotta.
Il «Cleanweb» > 3406
L’idea di fondo di Cleanweb è quella di utilizzare l’informatica, Internet e i social media per riunire persone che la pensano allo stesso modo e creare economie di scala laterali sul fronte dell’efficienza energetica e delle tecnologie per sfruttare fonti rinnovabili.
Oltre lo Stato, oltre il mercato > 3552
una terza tesi, secondo la quale il controllo delle comunicazioni andrebbe sottratto sia allo Stato sia al mercato. A questo nuovo modello hanno dato il nome di «Commons di rete».
Parte terza - L’ASCESA DEL COMMONS COLLABORATIVO
X. La commedia dei Commons > 3570
l’articolo di Garrett Hardin The Tragedy of the Commons , apparso sulla rivista «Science» nel 1968. Professore di ecologia alla University of California di Santa Barbara, Hardin ha evocato a titolo esemplificativo il caso di un pascolo «aperto a tutti». Da un simile luogo un pastore può trarre grande vantaggio, recandovi a pascolare tutte le vacche che può. Se però anche tutti gli altri pastori cercheranno di massimizzare il proprio vantaggio conducendo in quello stesso pascolo aperto quante più vacche possibile, esso si deteriorerà. E, con il suo progressivo deterioramento, sorgerà tra i pastori un contrasto sempre più aspro, mentre ciascuno si sforzerà di massimizzare il proprio uso del pascolo prima che diventi improduttivo. La competizione di breve termine per lo sfruttamento della risorsa ne causerà inevitabilmente l’impoverimento. Scriveva Hardin: La tragedia sta in questo. Ognuno è chiuso in un sistema che lo costringe ad aumentare illimitatamente la propria mandria in un mondo che, invece, è limitato. E il destino verso cui tutti costoro si precipitano, ognuno inseguendo il proprio interesse in una società che crede nella libera disponibilità dei Commons, è la rovina. La libertà di sfruttamento di un Commons porta rovina collettiva. 1 Anche se il pascolo aperto fosse affidato alle cure di alcuni pastori, la tragedia dei Commons non potrebbe essere evitata, a causa del «problema dei free riders [scrocconi]». In un pascolo aperto a tutti, i free riders approfitterebbero della buona volontà degli altri, vincolati dall’impegno di tutelare la risorsa, per farvi stazionare più a lungo la loro mandria, senza partecipare in alcun modo allo sforzo generale di preservare il pascolo. E se i free riders finissero per avere la meglio, l’esito sarebbe la distruzione del Commons. Hardin concludeva con l’inquietante affermazione che «l’alternativa del Commons offre un quadro troppo spaventoso per essere presa in considerazione». 2 Fervente ecologista, Hardin era convinto che l’unico modo efficace per ripristinare gli ecosistemi terrestri in via di deterioramento fosse affidare il tutto a una gestione fortemente autoritaria e centralizzata. Se in questo mondo affollato si vuole scongiurare il disastro, bisogna mettere le persone sotto la tutela di una forza coercitiva che trascenda la loro psiche individuale, un «Leviatano», per usare il termine di Hobbes.
Riscoprire il Commons > 3601
la gestione e il controllo centralizzati del commercio stanno cedendo il passo alla produzione paritaria, distribuita e a scala laterale, dove lo scambio di proprietà sul mercato sta diventando meno importante dell’accesso ai beni e ai servizi condivisibili in rete e dove a orchestrare la vita economica è sempre più il capitale sociale e sempre meno il capitale di mercato.
Riscoprire il Commons > 3643
della proprietà
Riscoprire il Commons > 3681
Fra i tanti esempi citati dalla Ostrom, c’è un villaggio svizzero di 600 abitanti, Törbel, dove i Commons sopravvivono con successo da oltre 8 secoli. A Törbel, ogni famiglia contadina coltiva gli appezzamenti agricoli di proprietà, producendo ortaggi, cereali e frutta, ma anche il fieno per alimentare il bestiame durante l’inverno. Nei mesi estivi i pastori del luogo portano le vacche a pascolare in prati d’altura di proprietà comune. Dalle vacche si ottiene poi il latte per il formaggio, elemento chiave dell’economia locale.
Riscoprire il Commons > 3732
sette «principi progettuali» che si possono ritenere intrinseci a tutti i Commons esaminati. Primo, un efficace funzionamento del Commons condivisa delle risorse esige una «chiara definizione dei confini», che stabilisca chi è autorizzato a sfruttarne le risorse e chi no. Secondo, è necessario fissare regole che circoscrivano i tempi, gli spazi e le tecniche dell’«appropriazione», oltre alla quantità di risorse utilizzabile, e che disciplinino l’entità del lavoro, dei materiali e del denaro da destinarvi. Terzo, dev’essere creata un’associazione per la gestione dei Commons, a garanzia che le persone soggette alle regole sull’appropriazione possano congiuntamente e democraticamente determinare tali regole e modificarle nel corso del tempo. Quarto, l’associazione deve garantire che a sorvegliare sull’attività dei Commons siano gli «appropriatori» o coloro che li rappresentano. Quinto, gli appropriatori che violano le regole devono, in linea di principio, essere sottoposti a sanzioni progressive dagli altri appropriatori o da coloro che li rappresentano, in modo da evitare misure eccessivamente punitive, che condizionerebbero negativamente la futura partecipazione dei trasgressori e genererebbero malanimo in seno alla comunità. Sesto, l’associazione deve elaborare procedure che permettano di accedere speditamente ed economicamente a forme di mediazione privata per risolvere in tempi rapidi eventuali contenziosi tra appropriatori o tra appropriatori e autorità pubbliche. Settimo, è di vitale importanza che la legittimità delle regole fissate dall’associazione sia riconosciuta e avallata dalle autorità governative. Qualora, infatti, queste ultime non riconoscano all’associazione almeno la facoltà di autogestirsi e la trattino, anzi, come un organismo illegittimo, difficilmente l’autogoverno dei Commons sarà in grado di reggere nel tempo.
XI. I collaborativisti si preparano alla battaglia > 4001
La lotta tra prosumers collaborativisti e investitori capitalisti è solo all’inizio, ma già si delinea come lo scontro economico decisivo della prima metà del XXI secolo.
Forze unite per il software libero > 4030
per Gates, il software libero era un furto; per Stallman, libertà d’espressione.
Forze unite per il software libero > 4068
collaborando alla creazione di software libero in un Commons globale era possibile raggiungere risultati migliori che sviluppando software di proprietà esclusiva nel contesto del mercato capitalistico. Aggiungeva infatti Moglen: Lo sviluppo del kernel Linux dimostrava che grazie a Internet era possibile aggregare gruppi di programmatori molto più ampi di quanto qualsiasi produttore commerciale potesse permettersi, persone confluite in un corpo pressoché privo di gerarchie per sviluppare un progetto destinato a produrre oltre un milione di stringhe di codice sorgente: una collaborazione tra volontari non pagati e geograficamente disseminati di proporzioni fino allora neppure immaginabili nella storia dell’umanità.
Forze unite per il software libero > 4080
La differenza tra software libero e software open source è più legata alla percezione che alla sostanza. L’uno e l’altro poggiano essenzialmente sul medesimo tipo di licenza. L’obiettivo di Raymond e Perens era in realtà quello di attrarre il mondo dell’impresa: convincerlo che il codice open source rappresentava una proposta commercialmente valida sarebbe stato, a loro avviso, più agevole se gli accordi di licenza non fossero stati collegati a una filosofia che considerava immorale e antietico il possesso esclusivo di informazioni.
Forze unite per il software libero > 4088
«l’ open source è una metodologia di sviluppo, mentre il software libero è un movimento sociale». 12
Forze unite per il software libero > 4102
Eric Raymond ricorse alla metafora del «bazar». 14 Si stava facendo strada la concezione di Internet come un luogo in cui le persone creano capitale sociale anziché capitale commerciale. In tutto il mondo non c’era giovane che non desiderasse mettersi in gioco, realizzare video e foto da mostrare agli altri, condividere consigli musicali, postare in un blog le proprie idee e le proprie osservazioni o inserire contributi specifici in Wikipedia, nella speranza di fare cosa utile ad altri utenti.
Forze unite per il software libero > 4108
La democratizzazione globale della cultura è resa possibile da un mezzo di comunicazione, Internet, che risponde a una logica di collaborazione, di distribuzione, di espansione a scala laterale. Tale logica operativa favorisce l’autogestione democratica in forma di Commons aperto.
Forze unite per il software libero > 4110
Lawrence Lessig è stato uno dei primi a intuire la profonda rilevanza sociale di questo mezzo, che stava democratizzando la cultura. Cultura che, almeno nel secolo scorso, era divisa in alta e bassa, con l’implicito sottinteso che la prima crea capitale sociale di valore durevole, mentre la seconda è relegata al ruolo di facile intrattenimento per le masse. Internet ha spostato l’ago della bilancia. Ora i dilettanti –ben 2 miliardi di persone –hanno guadagnato la fascia alta, da dove possono riorientare la narrazione sociale non secondo la prospettiva delle élite professionali, ma secondo quella delle masse. Ciò detto, la democratizzazione della cultura è un fatto per nulla acquisito. Lessig e altri avvertono che il processo potrebbe essere bloccato dal convergere degli interessi commerciali e di quelli professionali, pronti a rafforzare la tutela della proprietà intellettuale e a minare le straordinarie potenzialità di collaborazione offerte da Internet in quanto spazio per lo scambio creativo paritario.
Il mezzo è il campo d’azione > 4119
La rivoluzione della stampa a vapore alimentata a carbone, con la sua costellazione di libri e periodici, e più tardi la rivoluzione dell’elettricità, con le sue figliazioni nel cinema, nella radio e nella televisione, hanno favorito l’affermazione del copyright. La natura centralizzata dei media e i contorni ben circoscritti dei contributi hanno portato il contenuto culturale a «individualizzarsi». 15 La stampa ha introdotto l’idea della paternità autoriale individuale. L’individualità autoriale –quella di Aristotele o di Tommaso d’Aquino –esisteva anche prima, ma era piuttosto rara. Nella civiltà della scrittura a mano, la realizzazione dei testi è stata a lungo affidata a centinaia di amanuensi, per lo più anonimi.
Il mezzo è il campo d’azione > 4154
quella che Lessig chiama la cultura del «remix», dove combinando vari media ognuno fa a gara con gli altri nell’apportare variazioni personali a questo o a quel tema, per poi passare la palla in un gioco senza fine. «Questi remix sono conversazioni» sostiene Lessig, e così come le generazioni precedenti non chiedevano a qualcuno di pagare per essere ammesso a conversare, la generazione di Internet fa la stessa cosa, anche se la sua conversazione è di tipo diverso.
Il mezzo è il campo d’azione > 4161
Nel 2001 Lessig, insieme ad alcuni colleghi, ha fondato l’organizzazione no-profit Creative Commons,
Il mezzo è il campo d’azione > 4171
Lessig, ricorrendo a un caso emblematico, esemplifica l’articolazione concreta del sistema di licenze CC : (Prendiamo) il brano My Life , composto da Colin Mutchler. L’artista ha caricato il pezzo, suonato alla chitarra, in un sito che ne permette il download gratuito sotto licenza Creative Commons. Una violinista diciassettenne di nome Cora Beth l’ha scaricato, vi ha inserito una traccia di violino e l’ha ribattezzato My Life Changed ; quindi ha caricato nello stesso sito la nuova versione, mettendola a libera disposizione di tutti. Ho visto parecchie rielaborazioni di quel pezzo. Il punto cruciale è che questi autori hanno potuto creare rispettando la normativa sul copyright e senza bisogno di mettere in mezzo avvocati.
Una nuova narrazione del Commons > 4315
Se nell’era del capitalismo l’accaparramento, la privatizzazione e lo sfruttamento commerciale degli ecosistemi terrestri ha portato a un drastico aumento del tenore di vita di una significativa minoranza del genere umano, ciò è avvenuto a spese della biosfera.
Globalizzazione contro ritorno al Commons globale > 4405
opposizione
Globalizzazione contro ritorno al Commons globale > 4417
Lord Harold Samuel, magnate inglese dell’immobiliare, una volta affermò che nel suo settore «le cose che contano sono tre: l’ubicazione, l’ubicazione e l’ubicazione».
Globalizzazione contro ritorno al Commons globale > 4444
Sono particolarmente affezionato a una breve notazione sullo spazio comune proposta dal naturalista Mike Bergan, che tocca il cuore dello scontro in corso tra capitalisti e collaborativisti: Non fidatevi di chi vuole prendere qualcosa che condividiamo e godiamo tutti quanti allo stesso modo e darlo a qualcun altro per trarne un vantaggio esclusivo.
Globalizzazione contro ritorno al Commons globale > 4461
La matrice comunicazione-energia della Terza rivoluzione industriale –l’Internet delle cose –si fonda più sul capitale sociale che sul capitale di mercato ed è un’economia a scala laterale, organizzata in modo distribuito e collaborativo. Ciò rende il Commons con il coinvolgimento dello Stato la forma di gestione più efficace.
XII. La lotta per definire e controllare l’infrastruttura intelligente > 4499
Brett M. Frischmann, che nel suo altrettanto sostanzioso Infrastructure: The Social Value of Shared Resources è pienamente in linea con l’analisi e le indicazioni di Benkler, tocca il punto. «Benkler», afferma nel suo contributo Frischmann, «trascura di esplorare fino in fondo la natura di questa infrastruttura comune o quella dei problemi legati all’esigenza di assicurare la sostenibilità dell’accesso pubblico all’infrastruttura comune.» 2 E spiega: Un’infrastruttura comune è qualcosa che consiste in risorse infrastrutturali di base messe a disposizione di tutti senza alcuna discriminante … La prima difficoltà risiede nell’identificare quali risorse siano realmente fondamentali e nello spiegare perché la gestione di questa cruciale dotazione primaria di risorse infrastrutturali non debba prevedere discriminanti …. Sciolte tali questioni … con quali mezzi istituzionali dovrà essere condotta la gestione di questi beni condivisi?
Il Commons delle comunicazioni > 4604
È proprio questa «intelligenza a carattere distribuito» che fa di Internet un mezzo di comunicazione così speciale.
Il Commons delle comunicazioni > 4653
Berners-Lee fa notare che «i siti dei grandi social network stanno isolando dal resto del web le informazioni pubblicate dai propri utenti», creando spazi commerciali chiusi.
Il Commons delle comunicazioni > 4655
Internet è un Commons, ma le piattaforme del web rientrano in un ventaglio che va dalle organizzazioni no-profit, in genere gestite come Commons, alle imprese commerciali, orientate al mercato. Wikipedia e Linux rientrano nella prima categoria, Google e Facebook nella seconda.
Il Commons delle comunicazioni > 4668
Berners-Lee descrive questa sottrazione di dati: Fondamentalmente Facebook, LinkedIn, Friendster e simili producono valore mediante le informazioni carpite nel momento in cui l’utente fa il suo ingresso: la data di nascita, l’indirizzo e-mail e i gusti personali, oltre a collegamenti che individuano precise reti di amicizia e chi è chi in una determinata foto. I social media assemblano questi dati frammentari in elaborati database e riutilizzano le informazioni per fornire servizi a valore aggiunto, ma solo all’interno dei propri siti. Una volta inseriti i propri dati in uno di questi servizi, è difficile servirsene anche per un altro sito. Ogni sito è un come un comparto a sé, separato dagli altri. Certo, le pagine del tuo sito sono sul web, ma i tuoi dati non lo sono. Potete accedere alla pagina web che avete creato in uno di questi siti per inserirvi una lista di persone, ma non potete inviare tale lista, o una parte di essa, a un altro sito. Questa condizione di isolamento si verifica perché ogni singola informazione non dispone di un URL . I collegamenti tra i vari dati esistono solo all’interno del sito, dimodoché più vi si entra più ci si ritrova chiusi al suo interno. Il sito del tuo social network diventa così una piattaforma esclusiva, un deposito blindato di contenuti, che oltretutto non ti dà il pieno controllo sulle informazioni che contiene.
Il Commons delle comunicazioni > 4679
Dobbiamo quindi temere che i siti dei social media cedano per interessi commerciali a terze parti tutto ciò che sanno sul nostro conto? Ovviamente, a nessuno piace essere bombardato di pubblicità mirata. Ma l’aspetto più inquietante della faccenda è la possibilità che le compagnie di assicurazione sanitaria vengano messe al corrente di ricerche da voi condotte su Google su una determinata patologia o che potenziali datori di lavoro frughino nella storia delle vostre relazioni sociali e, analizzando le tracce da voi lasciate in rete, individuino eventuali stranezze, idiosincrasie o sintomi di asocialità.
Il Commons delle comunicazioni > 4686
«Quanto più questo tipo di architettura diventa di uso corrente, tanto più il web si trasforma in una realtà frammentata, e tanto meno possiamo godere il beneficio di un unico, universale spazio di informazione».
Il Commons delle comunicazioni > 4692
Nel 2012 Google contava «quotidianamente 3 miliardi di ricerche, condotte da utenti di oltre 180 paesi». 20 Tra i motori di ricerca, nel 2010 l’azienda aveva una quota di mercato pari al 65,8% negli Stati Uniti, al 97,09% in Germania, al 92,77% in Gran Bretagna, al 95,59% in Francia e al 95,55% in Australia. 21 E nel 2012 le sue entrate superavano i 50 miliardi di dollari. 22 Facebook ha divorato il 72,4% della quota di mercato globale dei social network, e nel marzo 2013 vantava oltre 1 miliardo 100 milioni di utenti attivi, cioè una persona su sette fra quante popolano il nostro pianeta. 23 Se invece consideriamo i minuti trascorsi ogni mese dagli internauti tra i più popolari siti di social media, Facebook fa la parte del leone, con una media di 405 minuti al mese: più degli altri sei principali social network messi insieme: Tumblr (89), Pinterest (89), Twitter (21), LinkedIn (21), Myspace (8) e Google+ (3). 24 Nel 2012 Facebook ha fatto registrare entrate per 5 miliardi di dollari. 25 Nel 2012 Twitter contava 500 milioni di utenti registrati: i tweeter attivi erano 200 milioni, 26 mentre gli altri preferivano restare osservatori. Per il 2014 l’azienda prevede profitti pari a 1 miliardo di dollari.
Il Commons delle comunicazioni > 4714
una recente disposizione del governo francese proibisce alle emittenti radiotelevisive di menzionare nelle loro trasmissioni Facebook o Twitter, a meno che la notizia non riguardi direttamente le due aziende. La decisione è stata oggetto dei tweet di vari guru del settore ed è valsa un non imprevisto attacco ai burocrati francesi, rei di essere intervenuti in materia. Ma il governo ha colto nel segno individuando nei continui richiami a Facebook e Twitter da parte delle emittenti, per esempio nei notiziari o nei programmi di intrattenimento, una forma di pubblicità gratuita che favorisce i soggetti più forti sul mercato a totale scapito degli aspiranti, lontani concorrenti.