Storia dell'economia
Author: Galbraith, John Kenneth
Galbraith, John Kenneth. Storia dell'economia (Saggi). BUR, 2015. Kindle file.
Notes by: Jacopo Perfetti.

I. Uno sguardo al paesaggio
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La questione centrale di ogni analisi e insegnamento economici è che cosa determina i prezzi pagati per beni e servizi; come i proventi di quest’attività economica vengono distribuiti; che cosa determina la quota che va ai salari, all’interesse, ai profitti e, benché in una maniera meno chiaramente distinguibile, la rendita della terra e degli altri oggetti fissi e immutabili impiegati nella produzione. Per la maggior parte della sua moderna evoluzione, questi due temi —la teoria del valore e la teoria della distribuzione —sono stati l’interesse fondamentale dell’economia.
II. Dopo adamo
198
Sia in Grecia sia a Roma, l’attività produttiva fondamentale era l’agricoltura: l’unità produttiva era la famiglia; e la forza lavoro era costituita dagli schiavi.
206
la Grecia antica e Roma non furono economie caratterizzate dalla presenza di beni di consumo.
225
la ragione più importante del fatto che nel mondo antico ci si interessasse alle questioni etiche più che a quelle economiche consisteva nell’esistenza della schiavitù.
248
Non sorprende che Aristotele condannasse recisamente la percezione di un interesse: «... si ha pienissima ragione a detestare l’usura, per il fatto che in tal caso i guadagni provengono dal denaro stesso e non da ciò per cui il denaro è stato inventato.
267
Aristotele rivolse la sua attenzione a un altro problema con connotazioni etiche che avrebbe continuato a impegnare gli economisti: perché alcune tra le cose più utili sono sul mercato le meno pregiate, mentre alcune tra le più inutili hanno il prezzo più elevato?
294
Aristotele procede a considerare l’accumulazione di denaro, che nella sua forma pura trova detestabile: gli accumulatori di denaro fanno di tutte le facoltà e arti dell’uomo puri «mezzi per procurarsi ricchezze, nella convinzione che sia questo il fine e che a questo fine deve convergere ogni cosa».
305
Nella sua Ciropedia, e precorrendo Adam Smith, Senofonte illustra il vantaggio di cui gode una città grande (in quanto contrapposta a una città piccola), vantaggio che consiste nella possibilità di una specializzazione per mestieri, ovvero di una divisione del lavoro.
336
Aristotele, saldamente schierato dalla parte della proprietà e dell’egoismo: «... è indicibile quanto concorra alla felicità ritenersi proprietario di qualcosa: non è senza scopo, infatti, l’amore che ciascuno ha per se stesso, ché anzi è un sentimento naturale [...] in regime di comunanza dei beni chi è liberale non si manifesterà né compierà mai opera liberale, giacché è nell’uso che si fa dei propri beni che consiste la liberalità».
344
contrapposizione tra interesse pubblico e interesse privato, i giudizi etici mostrano nettamente la tendenza a conformarsi a quello che i cittadini influenti trovano piacevole credere. Essi rispecchiano quella che in un altro libro ho definito la Virtù Sociale di Comodo.
354
Plinio (ca. 23-ca. 70 d.C.) osservò che «far coltivare i campi dai detenuti dà pessimi risultati, come qualsiasi cosa fatta da gente senza speranza».
363
dovunque la proprietà di beni è un aspetto della personalità. Ma è stato il diritto romano a conferire alla proprietà la sua identità formale e al suo detentore il dominium, cioè l’insieme dei diritti quali oggi li conosciamo.
396
Aristotele, Politica, I, 1258b, in Early Economic Thought, p. 20 (trad. it., Opere, vol. IX, p. 22).
426
Plinio, Naturalis Historia, 18, 36, cit. da Gray, p. 37 (ed. it. Storia naturale, vol. III, 1, trad. it. di F. Ela Consolino, Torino, Einaudi 1984, p. 689).
III. Il lungo intervallo
434
Operando sulla base preesistente della tradizione, del diritto e dell’insegnamento ebraici, e ampliandola notevolmente, il cristianesimo ebbe tre effetti di lunga durata. Uno fu raggiunto attraverso l’esempio che esso concretizzò, il secondo attraverso le credenze e gli atteggiamenti sociali che riuscì a inculcare e il terzo attraverso le specifiche leggi economiche che favorì o impose. L’esempio fu quello di Gesù, figlio di un artigiano, il quale mostrò che non esisteva alcun diritto divino dei privilegiati. Il potere non era inaccessibile agli uomini che lavoravano con le mani.
444
Gesù che attaccava il potere costituito di Gerusalemme —in termini dispregiativi, i cambiavalute e gli usurai del Tempio.
446
Gesù legittimò la rivolta contro il potere economico malvagio od oppressivo.
448
Il principale atteggiamento sociale perpetuato dal cristianesimo consiste nell’idea di eguaglianza di tutti gli uomini. Tutti sono figli di Dio, quindi tutti di conseguenza sono eguali in quanto fratelli. Da questo insegnamento derivava inevitabilmente una certa diffidenza verso la ricchezza considerata come elemento di differenziazione tra fratelli,
454
al cristiano che faceva voto di povertà sarebbe stata riconosciuta una distinzione speciale.
454
Nei successivi due millenni, fino ai tempi moderni, il grande proprietario di schiavi cristiano e il ricco devoto hanno avuto bisogno di speciali supporti teologici per giustificare la loro buona fortuna, supporti prontamente disponibili (spesso e volentieri) a un prezzo modesto. In realtà, all’epoca dei pontefici del Rinascimento la Chiesa stessa si sarebbe riconciliata con l’accumulazione di ricchezza a opera dei suoi sacerdoti.
458
Le indulgenze sarebbero divenute oggetto di regolare commercio; le cariche ecclesiastiche avrebbero avuto il loro cartellino del prezzo; i ricchi, la cui possibilità di accedere al regno dei cieli era un tempo ritenuta molto difficile, avrebbero potuto ora affrettare il proprio ingresso grazie ai loro facoltosi discendenti
461
Ciononostante, il modo di pensare cristiano nei confronti della ricchezza e dell’eguale dignità di tutti gli uomini dinanzi a Dio sopravvissero a queste aberrazioni.
468
l’originaria dottrina cristiana condannava fermamente l’esazione di un interesse. Come nel caso dei greci, essa veniva considerata un’estorsione da parte dei ricchi fortunati ai danni dello sfortunato,
526
E appunto all’equità del prezzo san Tommaso d’Aquino rivolse la sua attenzione: «Usare la frode per vendere una cosa a un prezzo più alto del giusto è sempre peccato. [...] E quindi vendere a più o comprare a meno di quanto la cosa costa è un atto ingiusto e illecito».
536
Qui sta la massima dialettica della vita economica, quella tra moralità e mercato.
557
Ora, come nota [Aristotele], ci sono due tipi di scambi. C’è uno scambio quasi naturale e necessario: in cui c’è la permuta tra merce e merce, oppure tra merce e danaro, per le necessità della vita. [...] Invece l’altra specie di scambio è tra danaro e danaro, o tra qualsiasi merce e danaro: non per provvedere alle necessità della vita, ma per ricavarne un guadagno. [...] Ebbene, secondo [Aristotele] il primo tipo di scambio è degno di lode: poiché soddisfa a una esigenza naturale. Il secondo invece è giustamente vituperato.
574
Non è del tutto arbitrario definire Oresme il primo dei monetaristi. Ripercorrendo brevemente la storia della moneta, 7 Oresme mostrò come la coniazione dell’oro, dell’argento e del rame —monete di peso fisso e di purezza certa —sostituisse il noioso e ingombrante ricorso alle bilance e alla pesatura del metallo.
630
Tommaso d’Aquino, Summa theologica, II, II, qu. 77, art. 1 «La frode che si commette nelle compravendite»,
IV. I mercanti e lo stato
647
l’epoca di quello che è stato variamente definito capitalismo mercantile o mercantilismo. Si ritiene che esso copra tre secoli, molto approssimativamente dalla metà del XV alla metà del XVIII.
648
La sua fine è vividamente segnata dal sorgere della Rivoluzione industriale, dalla Rivoluzione americana e dalla pubblicazione di Wealth of Nations (« La ricchezza delle nazioni») di Adam Smith.
652
Durante questi tre secoli l’economia non ebbe un portavoce
654
«Il mercantilismo fu tutto tranne che un “sistema”. Esso fu innanzitutto il prodotto dell’intelligenza di statisti, burocrati e dei principali esponenti del mondo della finanza e dell’imprenditoria».
664
Comparvero le banche, prima in Italia e poi nell’Europa settentrionale. I banchi di cambio —dove era possibile pesare e scambiare le monete di paesi diversi —divennero un elemento costante della vita commerciale.
671
queste comunità avevano un livello artistico e culturale generalmente più elevato rispetto alle vecchie classi di proprietari terrieri. A tutt’oggi, l’architettura urbana —sia commerciale sia residenziale —più ammirata resta quella dei mercanti.
677
per sopravvivere i mercanti avevano l’obbligo di esser più intelligenti degli eredi delle antiche classi terriere; e quest’intelligenza si estendeva a una visione molto chiara di come lo Stato poteva servire i loro interessi.
688
Tra il 1531 e il 1570, quasi al culmine dell’alluvione, l’argento rappresentò una quota tra l’ 85 e il 97 per cento (in peso) del tesoro totale importato in Europa.
697
L’effetto del grande afflusso di metallo fu una crescita generale dei prezzi —una prima manifestazione della teoria quantitativa della moneta, ossia del teorema storico secondo il quale, dato il volume degli scambi, i prezzi varieranno in proporzione diretta all’offerta di moneta.
720
un numero sempre maggiore di persone, che aveva la possibilità di accedere al possesso di denaro, fu sempre più indotto a ricercarlo come fine a se stesso. Quest’aspirazione fu espressa nel modo forse più efficace dallo stesso Cristoforo Colombo: «L’oro! quale cosa meravigliosa! Chiunque lo possiede è padrone di avere tutto ciò che desidera. Con esso anche le anime possono salire in cielo».
727
Il terzo e più importante sviluppo in questa lunga fase fu la comparsa e il consolidamento dell’autorità dello Stato moderno —un processo che giunse a compimento solo con l’unificazione dell’Italia nel 1861 e della Germania a Versailles un decennio più tardi.
751
I mercanti non avevano rimorsi di coscienza. Il protestantesimo e il puritanesimo11 possono avere contribuito, ma, come sempre, la fede religiosa fu adattata alle circostanze e alle necessità economiche. E se la ricchezza e il cercare di ottenerla divennero rispettabili, lo stesso avvenne per la percezione dell’interesse, purché non si esagerasse.
782
Passando alle convinzioni dichiarate del mercantilismo —ovvero ai suoi errori, come si sarebbe detto in seguito —, 12troviamo in primo luogo l’atteggiamento negativo dei mercanti nei confronti della concorrenza. Non amando la concorrenza, approvarono il monopolio, o il controllo monopolistico, dei prezzi e dei prodotti. In secondo luogo, essendo i mercanti influenti nello Stato, ci si convinse della benevolenza di questo e si favorì l’intervento statale in economia. In terzo e ultimo luogo (un punto di grande importanza agli occhi dei mercanti), c’era accordo sull’idea che l’accumulazione d’oro e d’argento, ovvero di ricchezza pecuniaria, dovesse essere uno scopo primario sia dei singoli sia dello Stato;
832
Nel XV secolo i merchant adventurers
833
si unirono in una federazione abbastanza informale che con il tempo assunse una forma più rigida. Quindi nella Muscovy Company del 1555 e nella Compagnia olandese delle Indie orientali nel 1602 troviamo che il capitale non è più vincolato a un determinato viaggio o a una particolare attività. Esso è invece supporto costante di un’attività ininterrotta. Nello stesso periodo nacque la Compagnia delle Indie orientali britannica, che avrebbe avuto una vita lunghissima (1600-1874), 15 e nel 1670 la società elegantemente denominata Gentlemen Adventurers, Trading into Hudson’s Bay, che esiste tuttora
838
La Compagnia delle Indie orientali francese ebbe il suo statuto nel 1664. A ciascuna di queste compagnie era riconosciuto un monopolio del commercio nell’area a essa assegnata o da essa prescelta.
842
Verso la fine del XVII secolo e all’inizio del XVIII, si continuarono a creare con appositi statuti compagnie per azioni
846
A Parigi, sotto gli auspici (e da un certo punto di vista a causa del genio) di John Law, si verificò una stupefacente impennata dei titoli della Compagnie d’Occident, che era stata creata per sfruttare le miniere d’oro della Louisiana, che passavano per essere ricchissime, ma che erano, ahimè, del tutto immaginarie.
869
In England’s Treasure, Mun offre una dozzina di regole intese a massimizzare la ricchezza e il benessere dell’Inghilterra; e fra queste figura la raccomandazione di evitare «un eccessivo consumo di merci straniere nella nostra alimentazione e nel nostro abbigliamento... [Se il consumo dev’esser prodigo] che lo sia dei nostri propri materiali e manufatti... dove l’eccesso del ricco può essere il lavoro del povero». Inoltre —e qui parafraso —ammonisce: vendi sempre agli stranieri a caro prezzo quel che non hanno, a buon mercato quel che possono ottenere altrimenti; usa le tue navi per esportare
VI. Il nuovo mondo di adam smith
1157
La Rivoluzione industriale, sopravvenuta in Inghilterra e nella Scozia meridionale nell’ultimo terzo del XVIII secolo,
1162
La figura dominante in questa trasformazione, e pertanto, in misura crescente, nella comunità e nello Stato, non fu il mercante (orientato all’acquisto e alla vendita di beni), ma l’industriale (orientato alla loro produzione).
1173
i due più celebri personaggi nell’intera storia della disciplina: Adam Smith e, tre quarti di secolo più tardi, Karl Marx. Il primo fu il profeta delle sue conquiste e la fonte dei suoi princìpi guida. Il secondo fu il critico del potere che essa conferiva a coloro che possedevano quelli che sarebbero stati chiamati i mezzi di produzione, e della povertà e dell’oppressione che riservava alle sue forze di lavoro.
1184
in realtà, di quella che finì con l’essere definita Rivoluzione industriale Smith vide ben poco:
1186
La parte di gran lunga maggiore di questo sviluppo venne quando il suo libro era già stato scritto. Smith descrive il lavoro di una fabbrica di spilli, ma si tratta di una fabbrica che non presenta affatto le caratteristiche degli stabilimenti industriali dei decenni successivi.
1188
È probabilmente la fabbrica più celebre nell’intera storia dell’attività economica; e agli occhi di Smith,
1190
L’attenzione di Smith fu catturata non dal macchinario che caratterizzava la Rivoluzione industriale, ma dalla maniera in cui il lavoro veniva diviso, in modo tale che ciascun operaio diveniva un esperto della sua minuscola porzione del processo produttivo.
1201
egli era un profeta del nuovo, ancor di più era un nemico del vecchio.
1209
al Balliol College di Oxford: un’esperienza che egli ricorda in Wealth of Nations con una severa rampogna rivolta contro coloro che venivano allora chiamati i «professori pubblici», ossia quei docenti il cui stipendio era indipendente dalla dimensione delle loro classi o dall’entusiasmo dei loro studenti. Privi di un incentivo, costoro, secondo Smith, se la prendevano comoda e lavoravano poco. Sempre secondo Smith, sarebbe stato molto meglio che costoro venissero pagati (come egli stesso sarebbe stato in seguito pagato a Glasgow) in proporzione al numero degli studenti che attiravano.
1242
la sua osservazione, precorritrice di Thorstein Veblen, che «per la maggior parte dei ricchi il principale godimento delle loro ricchezze consiste nel farne mostra».
1272
«Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio e del fornaio» recita il brano più celebre di Smith «che ci aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione del loro interesse personale. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro egoismo...».
1274
Egli aggiunge più avanti che l’individuo «in questo caso, come in molti altri casi, [...] è condotto da una mano invisibile a promuovere un fine che non entrava nelle sue intenzioni. [...] Non ho mai visto che sia stato raggiunto molto [nel promuovere il bene della società] da coloro che pretendono di trafficare per il bene pubblico. Questa invece non è una pretesa molto comune presso i commercianti e bastano pochissime parole per dissuaderli dal professarla».
1299
Smith individuasse i problemi del prezzo e della distribuzione dei proventi come centrali per comprendere l’economia,
1300
In materia di prezzi, lo sconcertò l’interessante e fastidiosa circostanza, già ricordata, che molte delle cose migliori o più necessarie per vivere sono gratuite o virtualmente tali. L’acqua (peraltro ai suoi tempi di mediocre qualità) costava pochissimo, quando non era gratuita; i diamanti —«la più superflua di tutte le cose superflue» —erano invece allora, come oggi, terribilmente costosi.
1304
Valore d’uso e valore di scambio divergevano dunque in maniera preoccupante.
1304
nel caso dell’acqua potabile, il valore d’uso poteva essere altissimo e il valore di scambio bassissimo.
1306
L’enigma del valore d’uso e del valore di scambio non sarebbe stato risolto per un altro secolo o più, finché, in uno dei minori trionfi della teoria economica, non fu scoperto il concetto di utilità marginale.
1308
Secondo questo concetto quello che conta è il bisogno o uso meno urgente o marginale. L’utilità dell’acqua al margine è diminuita, pro tanto, dalla sua abbondanza; quella del diamante è mantenuta elevata dalla sua scarsità.
1309
In un deserto privo d’acqua, arriverebbe il momento in cui il più grande e luccicante gioiello sarebbe scambiato con una buona sorsata: la scarsità fa miracoli anche per l’utilità marginale dell’acqua.
1313
la teoria del valore fondata sul lavoro. Il valore di qualsiasi cosa posseduta è determinato in ultima analisi dall’ammontare di lavoro contro il quale è possibile scambiarla. «Il valóre di ogni merce, per la persona che la possiede [...], è [...] uguale alla quantità di lavoro che le consente di acquistare o di avere a disposizione. Il lavoro è quindi la misura reale del valore di scambio di tutte le merci.»
1325
David Ricardo nella Legge bronzea dei salari, la quale vuole che il salario pagato alle classi lavoratrici si collochi al livello minimo compatibile con la loro sopravvivenza.
1353
l’intelligentissimo sir William Petty (1623-1687).
1360
Da ciò Smith conclude che quanto più ampia è l’area dello scambio, tanto maggiori saranno le opportunità di specializzazione (tanto maggiore sarà cioè la divisione del lavoro), e tanto maggiore, pari passu, l’efficienza —ovvero, come oggi si direbbe, la produttività —del lavoro.
1384
In una frase che precorre la Teoria quantitativa della moneta, osserva: «Non è con l’importazione d’oro e argento che la scoperta dell’America ha arricchito l’Europa. Con l’abbondanza delle miniere americane, quei metalli sono diminuiti di prezzo».
1398
«la gente dello stesso mestiere raramente s’incontra, anche solo per divertimento e diporto, senza che la conversazione finisca in una cospirazione contro il pubblico o in qualche escogitazione per aumentare i prezzi. È invero impossibile»
1412
società controllate dai loro dirigenti stipendiati: qualcosa che Smith giudicava particolarmente deplorevole: «... non ci si può aspettare che i dirigenti di tali compagnie, essendo amministratori piuttosto del denaro altrui anziché del proprio, lo curino con la stessa ansiosa vigilanza con cui i soci di una società in nome collettivo frequentemente curano il loro. [...] Perciò, prevale sempre più o meno la negligenza e la prodigalità».
1417
raccomanda con insistenza la parsimonia nelle spese personali ed estende con fermezza questo consiglio allo Stato. Delimita nettamente le attività dello Stato: esso deve provvedere alla difesa comune, all’amministrazione della giustizia e a fornire le opere pubbliche necessarie.
1420
Egli favorisce quanto meno un’imposta proporzionale sul reddito: «I sudditi di ogni Stato dovrebbero contribuire a mantenere il governo nella misura più proporzionata possibile alle loro rispettive capacità; cioè in proporzione al reddito di cui essi rispettivamente godono sotto la protezione dello Stato».
VII. Perfezionamento, affermazione... e i semi della rivolta
1481
Adam Smith la storia della scienza economica ha compiuto il suo passo più lungo. Come dice Eric Roll, «l’apostolo del liberalismo economico»
1497
Negli anni che seguono la morte di Smith, tre grandi figure emersero, quasi nello stesso periodo, a perfezionare e ad ampliare la sua opera.
1498
Jean-Baptiste Say (1767-1832), Thomas Robert Malthus (1766-1834) e David Ricardo (1772-1823).
1518
«legge degli sbocchi» o «legge dei mercati». Ancora oggi i manuali citano la Legge di Say. 3 La Legge di Say affermava che la produzione di merci generava una domanda aggregata effettiva (ossia che conduce alla vendita di tutto il prodotto) sufficiente ad acquistare l’offerta totale di merci.
1521
Ne conseguiva che nel sistema economico non poteva verificarsi una sovrapproduzione generale.
1522
il prezzo di ciascun prodotto venduto generava un ritorno sotto forma di salari, interesse, profitto o rendita sufficiente a comprare quel prodotto.
1524
Di conseguenza, non può mai verificarsi una carenza di domanda, che è l’ovvia controparte della sovrapproduzione.
1528
Non tutti accettarono la Legge di Say. Thomas Robert Malthus,
1531
Gli economisti combatterono quest’idea con il concetto di un andamento a onde di un ciclo dell’attività economica che provocava squilibri temporanei, ma senza alterare la condizione fondamentale. E così la Legge di Say riuscì a sopravvivere.
1539
La Legge di Say sopravvisse trionfalmente fino alla Grande Depressione. Quindi venne abrogata da John Maynard Keynes, il quale sostenne e argomentò efficacemente che poteva esserci (e che allora c’era realmente) una carenza di domanda.
1543
Per integrare il flusso della domanda, il governo poteva e doveva intraprendere un’azione correttiva indebitandosi e spendendo. Fu la fine dello straordinario regno di Jean-Baptiste Say.
1553
La macroeconomia nacque dall’emancipazione dal lungo dominio di Jean-Baptiste Say.
1563
Il maggior contributo di Malthus —da cui deriva il termine «malthusiano» introdotto oggi in tutte le lingue moderne —fu la legge che, a suo giudizio, governa la crescita della popolazione, con ulteriori effetti sulla determinazione dei salari.
1575
la popolazione è limitata dai mezzi di sussistenza. In secondo luogo, la popolazione aumenta quando i mezzi di sussistenza lo permettono; e lo fa geometricamente mentre il meglio che si può sperare per le disponibilità di cibo è una crescita aritmetica. In terzo luogo, questa asimmetria è destinata a persistere, con il risultato che la crescita della popolazione verrà limitata dalle disponibilità di cibo, a meno che tale meccanismo non sia già soggetto a precedenti interventi frenanti.
1592
Malthus rimane il profeta di quella che è stata definita l’esplosione demografica o anche —esempio ancor meno brillante di talento per la metafora —bomba demografica.
1618
Ricardo, che seguiva i precetti di Say,
1630
Smith era empirico e induttivo; egli procedeva dalle sue diverse e ricchissime osservazioni personali alle sue conclusioni.
1631
Ricardo è teoretico e deduttivo. Muovendo da una proposizione evidente (o presunta tale), egli procede mediante un ragionamento astratto verso la conclusione plausibile o, forse, inevitabile.
1647
Ricardo
1649
«Se non fosse in alcun modo utile —se in altre parole non potesse in alcun modo contribuire alla nostra soddisfazione —una merce sarebbe priva di valore di scambio.»
1652
la necessità di prodotti «scambiabili»,
1652
Ricardo individua la fonte del loro valore nella scarsità e nella «quantità di lavoro necessaria per ottenerli».
1662
una chiara e univoca teoria del valore fondato sul lavoro.
1718
Se i profitti rispecchiano la remunerazione del lavoro impiegato in passato nella formazione del capitale, allora qualsiasi reddito intascato dal capitalista è una grossolana forma di furto. Egli non vi ha nessun diritto: non fa che appropriarsi di quel che a rigore appartiene all’operaio. O comunque non sarebbe difficile presentare le cose in questo modo. E così le presentò, con imponenti conseguenze storiche, Karl Marx. L’argomento ricardiano —sorretto dalla Legge bronzea e dalla teoria del valore fondato sul lavoro —che il capitalista, per intascare la sua remunerazione, usurpa ciò che spetterebbe all’operaio avrebbe prodotto rivoluzioni.
1729
«Se Marx e Lenin meritano un busto [nella galleria degli eroi rivoluzionari] da qualche parte, in seconda fila, dovrebbe esserci posto per un’effigie di Ricardo».
1738
Per migliaia d’anni, come più tardi Keynes avrebbe messo in evidenza, e come avremo occasione di sottolineare in questo libro, l’umanità non aveva conosciuto nessun fondamentale e duraturo mutamento del suo tenore di vita: le cose andavano ora un po’ meglio, ora un po’ peggio, senza che emergesse una qualsiasi durevole tendenza di fondo. Adesso, con l’industrializzazione, le condizioni basilari della vita migliorano:
VIII. La grande tradizione classica (1)
1804
Nel corso dei settantacinque anni che seguirono la morte di David Ricardo, la scienza economica subì una trasformazione particolarmente importante. Cessò di essere oggetto di contemplazione e di discussione da parte di persone altrimenti occupate e divenne una professione.
1828
la rivolta, e in particolare l’energico e penetrante dissenso di Karl Marx. Come abbiamo visto nel capitolo precedente, anche questo dissenso aveva le sue radici nella tradizione classica: nella teoria ricardiana del valore fondato sul lavoro, nella nozione di un plusvalore di cui il capitalista si appropriava indebitamente e nell’argomento decisivo che i proventi delle merci prodotte spettavano per intero al lavoratore.
1852
il movimento romantico tedesco.
1854
precoce profeta del nazionalsocialismo. Müller fu un conservatore e un difensore dell’interesse terriero e feudale. La sua tesi, continuamente ripetuta, è che lo Stato «non è semplicemente un fondamentale bisogno dell’uomo; è il supremo bisogno dell’uomo».
1865
Friedrich List,
1866
All’inizio invocò politiche commerciali liberali tra gli stati tedeschi,
1875
Quindi, nel 1831, ritornò in Germania con il bagaglio d’idee che si era formato in America. Fu questa la prima manifestazione dell’influenza americana sul pensiero economico europeo.
1880
List dipinse la vita economica non come una struttura statica, ma come un processo ininterrotto che attraversa successivi stadi di sviluppo: uno stadio primitivo o selvaggio, uno stadio pastorale, uno stadio agricolo e familiare, con una combinazione, nella sua fase matura, di attività agricole, manifatturiere e commerciali. Pensava che lo Stato avesse un ruolo indispensabile nel facilitare il movimento dalle prime alle ultime tappe e al conclusivo equilibrio tra agricoltura, industria e commercio: un obiettivo che, a suo giudizio, Adam Smith non aveva correttamente individuato e perseguito.
1885
L’economia è una disciplina statica?
1888
ininterrottamente adattarsi? Friedrich List fu un precoce profeta di questa concezione;
1922
È sempre stato l’orgoglio e il merito dei francesi il fatto di saper gustare la qualità della vita e di non confonderla troppo facilmente con la quantità, compresa quella dei beni. Non sorprende che le prime domande circa i benefici dell’industrializzazione siano state poste in Francia.
1925
critici di lingua francese fu Jean-Charles-Léonard de Sismondi (1773-1842),
1935
New Lanark di David Dale (1739-1806), il capitalista e filantropo scozzese che svuotò gli orfanotrofi di Glasgow e di Edimburgo trasferendo i loro ospiti nei dormitori della sua città-fabbrica modello. Qui si chiese ai bambini di lavorare nelle officine tessili «soltanto» tredici ore al giorno e successivamente, dopo l’avvento del riformatore utopista Robert Owen (1771-1858), genero di Dale, una sbalorditiva riduzione di orario portò la giornata lavorativa infantile a undici ore.
1940
Sismondi reagì vigorosamente alle terribili condizioni sociali del nuovo capitalismo,
1942
«Tutta la sofferenza è ricaduta sui produttori continentali, tutti i vantaggi sono rimasti agli inglesi».
1943
Con Malthus, egli pensava inoltre che l’industria moderna tendesse in maniera incontrollabile alla sovrapproduzione.
1946
Il massimo contributo di Sismondi fu il riconoscimento e la caratterizzazione delle classi sociali.
1947
Sismondi fu uno dei primi a parlare dell’esistenza di due classi sociali, i ricchi e i poveri, i capitalisti e i lavoratori, i cui interessi egli giudicava contrastanti. Queste classi sono in permanente conflitto».
1951
Smith, Ricardo e Malthus avevano rilevato che il datore di lavoro, o quanto meno sicuramente il proprietario terriero, se la passava meglio dell’uomo o della donna che sgobbavano;
1952
Ma nella loro concezione non era il datore di lavoro —il capitalista o il proprietario terriero —l’artefice delle sventure dei poveri.
1955
con Sismondi, il ricco diventava il nemico del povero, il capitalista dell’operaio. Toccava quindi allo Stato di farsi protettore del debole contro il forte, «d’impedire che esseri umani vengano sacrificati al progresso di una ricchezza da cui non trarranno alcun profitto».
1959
I poveri non meritano biasimo per il fatto di essere poveri; sono i ricchi che li tengono in tale condizione.
1964
soluzione di Sismondi,
1965
abbandonare il capitalismo industriale e tornare all’agricoltura e al lavoro indipendente dell’artigiano, il quale, diversamente dall’operaio che lavora in fabbrica, sapeva quel che produceva.
1967
fine dello sfruttamento dell’operaio, ma si sarebbe anche evitata quella sovrapproduzione che Sismondi riteneva endemica al sistema.
1969
dissenso ancora più energico. Mi riferisco a Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865),
1969
quasi esattamente contemporaneo di Marx, che a proposito di numerose questioni suscita lo sdegno di quest’ultimo.
1971
i frutti della proprietà —rendita, profitti e in particolare l’interesse —erano tutti forme diverse di ladrocinio.
1973
«La propriété, c’est le vol», ovvero: «La proprietà è un furto».
1974
nell’abolire l’interesse (e le altre forme di remunerazione del capitale) e nell’affidare le proprietà a cooperative operaie o ad associazioni volontarie di operai. Questi organismi sarebbero stati finanziati da una banca speciale dotata del potere di emissione, e le banconote così emesse sarebbero servite a sostenere la produzione e ad acquistare i prodotti.
1976
Nella società di Proudhon lo Stato sarebbe scomparso.
1991
Gli ingegnosi progetti monetari e finanziari si rivelano infallibilmente —non si conoscono eccezioni alla regola —inefficaci, quando non si tratta di frodi ai danni del pubblico che non di rado si ritorcono sugli stessi che li hanno concepiti e attuati.
1999
Fino alla guerra civile, e ancora in seguito, la scena americana fu caratterizzata da una generosa abbondanza, da una prospettiva di reddito e di opportunità così per il contadino e l’operaio come per l’uomo d’affari e il capitalista inimmaginabili in Inghilterra o nell’Europa continentale.
2001
Se l’operaio poteva esprimere in qualsiasi momento la sua insoddisfazione piantando il posto e prendendo la via della Frontiera, è evidente che non c’erano le basi per costruire una teoria dei salari.
2005
Forse l’economia non è una scienza del tutto deprimente, come si pensava nel secolo scorso, ma sicuramente non fiorisce là dove ci sono abbondanza di opportunità e robusto ottimismo.
2024
Dio aveva detto: «Crescete e moltiplicatevi». Ebbene, meglio le sue parole di quelle di Malthus: «Non crescete e non moltiplicatevi».
2043
Una discussione economica seria presuppone —ripetiamolo ancora una volta —l’esistenza di un serio problema economico.
2062
Il titolo dell’opera principale di Proudhon, Contradictions économiques, ou Philosophie de la misère, fu parodiata da Marx nel suo La misère de la philosophie.
IX. La grande tradizione classica (2)
2072
Per tutto il XIX secolo
2072
l’interesse fondamentale della scienza economica fu rivolto a quelli che erano considerati
2073
i problemi centrali della disciplina: come si formano i prezzi, i salari, l’interesse e i profitti.
2074
natura della moneta e al ruolo del credito.
2079
La spiegazione dei prezzi ovvero del valore e dei proventi che se ne ricavavano riflette una tendenza singola dominante di quel periodo: cioè il passaggio da un’insistenza prioritaria sul venditore a un’insistenza prioritaria sul compratore; da un’insistenza prioritaria sul costo a un’insistenza prioritaria sull’utilità del consumatore; dall’insistenza sull’offerta all’insistenza sulla domanda.
2112
Nassau William Senior (1790-1864), uno dei primissimi professori di economia politica:
2113
Secondo Senior, in aggiunta al costo del lavoro incorporato nel bene capitale c’era un prezzo sotto forma d’interesse o di profitto che bisognava pagare per persuadere la gente, incluso il capitalista, a rinunciare al consumo presente.
2115
Appunto da un’astensione dal consumo presente proveniva il potere d’acquisto necessario per comperare le fabbriche, il macchinario, le attrezzature o, in qualsiasi operazione manifatturiera o commerciale di considerevoli dimensioni, i beni destinati alla lavorazione o in attesa di esser venduti.
2117
«Rinunciare al piacere che è in nostro potere, oppure perseguire risultati lontani nel tempo piuttosto che immediati è uno degli esercizi più ardui della volontà umana».
2119
Questa era la Teoria dell’interesse, o, più generalmente, della remunerazione del capitale, fondata sull’astinenza.
2129
A confronto con una realtà ben diversa, la parola astinenza in quanto spiegazione del profitto capitalistico scomparve dall’uso: 4 la sua estrema implausibilità finì per distruggere la teoria.
2133
Soltanto il nostro secolo ha visto emergere una spiegazione plausibile. Il profitto, ora distinto dall’interesse, fu infine visto, non del tutto irragionevolmente, come il compenso dell’innovazione e dell’assunzione di rischi.
2137
Per tutto il XIX secolo, l’assenza di una teoria convincente della remunerazione del capitale e dei capitalisti costituì una minacciosa lacuna nella grande tradizione classica.
2139
L’attenzione si spostò dal costo e dall’offerta come determinanti del prezzo al desiderio e alla domanda come determinanti non solo del prezzo, ma anche, come oggi si direbbe, dei fattori di produzione. Questo sviluppo ebbe origine dagli sforzi di risolvere il vecchio e apparentemente insolubile problema del perché le cose più utili, come l’acqua, abbiano un prezzo modesto o non costino nulla.
2148
Dipanare l’irrisolta questione smithiana del valore d’uso e del valore di scambio divenne dunque, nella seconda metà del XIX secolo, una delle maggiori preoccupazioni degli economisti.
2149
Walras (1801-1866),
2151
accettò il costo come fonte del valore, e vi aggiunse l’utilità. Ma egli pensava che per avere valore un prodotto dovrebbe anche essere scarso. Occorreva dunque quella che egli chiamò rareté. E non si poteva dire certo che l’acqua fosse una cosa rara.
2154
nel 1871 venne la soluzione. In quell’anno William Stanley Jevons (1835-1882) in Inghilterra e Karl Menger (1840-1921) in Austria, seguiti pochi anni più tardi da John Bates Clark (1847-1938) negli Stati Uniti
2156
fecero una scoperta tuttora celebrata dai manuali di economia. Scoprirono cioè il ruolo dell’utilità marginale
2159
Un prodotto (o servizio) non consegue il suo valore dalla soddisfazione totale conseguente al suo possesso e al suo uso (o servizio), bensì dalla soddisfazione o godimento —l’utilità —conseguente all’ultima aggiunta, quella meno desiderata, al nostro consumo.
2162
In circostanze ordinarie l’acqua, diversamente dai diamanti, è largamente disponibile; l’ultima tazza o l’ultima bottiglia hanno un’utilità praticamente nulla e la sua mancanza di valore di scambio definisce il valore anche di tutta l’altra acqua. Ma se ci troviamo in mare con il Vecchio Marinaio o con il capitano Bligh, in una condizione di indubbia scarsità di acqua dolce, non c’è nulla contro cui si potrebbe scambiare un’altra tazza (fino alla pioggia successiva).
2167
l’utilità di un qualsiasi bene o servizio diminuisce, ceteris paribus, con il crescere della sua disponibilità; è l’utilità dell’unità ultima e meno desiderata —l’utilità dell’unità marginale —a fissare il valore del tutto.
2170
parve risolvere l’intero problema del valore o del prezzo. Il prezzo era ciò che gli uomini erano disposti a pagare per l’ultimo incremento, quello meno desiderato. I prezzi si assestavano a questo livello.
2174
La marginalità si applicava non solo all’utilità e alla domanda, ma anche all’offerta. Le merci vengono prodotte a livelli di costo diversi:
2181
E, come nel caso dell’utilità quella che conta è l’utilità marginale, anche nel caso dei costi quello che conta è il costo marginale.
2186
Quanto più si vuole, tanto di più si deve pagare. Di qui la curva ascendente dell’offerta, cui corrispondono i prezzi sempre più elevati necessari a coprire i costi marginali e ad attrarre sul mercato un’offerta addizionale.
2187
Al punto d’intersezione delle due curve si situa il risultato supremo: il prezzo.
2191
«Questa è, dopotutto, la legge della domanda e dell’offerta».
2192
Avendo per base non più il costo di produzione, ma la domanda e l’offerta, i prezzi venivano ora concepiti come l’espressione dell’equilibrio perennemente instabile tra questi due poli.
2193
Fu questo equilibrio che Alfred Marshall definì
2196
se si prescinde dal caso, dichiaratamente eccezionale, del monopolio,
2197
Salari, prezzi e profitti erano determinati autonomamente dal mercato.
2221
Al nostro tempo,
2221
la preoccupazione centrale dell’intera politica pubblica
2222
non è quella di assicurare la produzione dei beni, ma piuttosto quella di fornire un’occupazione a tutti quelli che vogliono produrli.
2231
Nel sindacato esiste incontestabilmente un potere monopolistico che sottrae i salari al libero e intelligente funzionamento del mercato. E il sindacato è una causa di disoccupazione: la sua opera a beneficio degli occupati va a scapito di coloro che si trovano al di là del margine.
2250
Nassau William Senior, Political Economy, cit. da Alexander Gray, The development of Economic Doctrine, Longmans, Green, London 1948, p. 276.
X. La grande tradizione classica (3)
2265
Alfred Marshall osservò che un economista dovrebbe temere ben poche cose come l’applauso;
2310
L’ineguale distribuzione del reddito (che incorporava la nozione che il capitalista godeva di un surplus che apparteneva legittimamente all’operaio) e l’ineguale distribuzione del potere, compreso il potere detenuto dal capitalista in seno allo Stato, sarebbero state la fonte e il nocciolo della rivoluzione marxiana.
2319
Nei suoi Principles of Political Economy, pubblicati in prima edizione nel 1848, John Stuart Mill attribuiva senza incertezze la povertà del lavoratore da un lato a un’immutabile legge fisica —crescendo il numero degli operai applicati all’apparato produttivo, diminuisce parallelamente il rendimento del lavoro —e dall’altro all’incontrollato impulso procreativo delle masse. «Finché mettere al mondo una prole numerosa non sarà considerato allo stesso modo in cui si considera l’ubbriachezza o qualunque altro eccesso fisico, pochi miglioramenti si possono aspettare nella morale.»
2337
dell’utilitarismo,
2337
Jeremy Bentham (1748-1832). Di lui Alfred Marshall disse che fu «tutto considerato il più influente degli immediati successori di Adam Smith». 4
2340
la felicità o l’utilità con «quella proprietà in forza della quale un qualsiasi oggetto tende a produrre beneficio, vantaggio, piacere, benessere o felicità», oppure impedisce «danno, dolore, sciagura, infelicità».
2353
Nelle opere di James Mill (1773-1836), la filosofia dell’utilitarismo conobbe la sua espressione più inflessibilmente rigorosa. E dal suo primogenito —il prodigiosamente dotto John Stuart Mill (1806-1873) —venne la sua formulazione più mirabilmente raffinata e sofisticata.
2382
In quella che è forse la più citata di tutte le pagine che egli scrisse, si legge:
2383
Se dunque la scelta si dovesse fare tra il comunismo con tutte le sue possibilità ancora da esplicare, e lo Stato presente della società con tutte le sue sofferenze e le sue ingiustizie;
2384
se l’istituto della proprietà privata dovesse portare con sé, come conseguenza necessaria, che il prodotto del lavoro fosse distribuito come noi vediamo che avviene attualmente, cioè praticamente in proporzione inversa al lavoro
2390
allora tutte le difficoltà, grandi o piccole, del comunismo, peserebbero sulla bilancia come polvere.
2391
Tuttavia, Mill non era minimamente un rivoluzionario;
2392
La sua convinzione
2393
era che il sistema classico fosse da un lato brutalmente iniquo, ma dall’altro passibile di miglioramenti.
2404
Herbert Spencer (1820-1903),
2407
i poveri e le vittime erano i deboli; e la loro eutanasia era il modo scelto dalla natura per migliorare la specie. «Mi limito semplicemente ad applicare le teorie di Darwin alla razza umana. [...] Solo coloro che riescono ad andare avanti [sotto la pressione imposta dal sistema]... alla fine riescono a sopravvivere. [...] Costoro devono essere gli eletti della loro generazione.»
2410
Fu Herbert Spencer, non Darwin, a regalare al mondo l’immortale espressione «la sopravvivenza del più adatto».
2424
specialmente negli Stati Uniti. Nell’ancor giovane repubblica, era nello stesso tempo facile e conveniente credere che chi non ce la faceva fosse portatore di una peculiare indegnità, una macchia sulla razza e potesse essere dunque legittimamente sacrificato.
2445
Vilfredo Pareto (1848-1923)
2454
Coloro che meritavano la ricchezza erano pochi a paragone della moltitudine che meritava la povertà; e pochissimi erano coloro che meritavano la grande ricchezza. Questa era la legge di Pareto della distribuzione del reddito.
2470
William Stanley Jevons, che in The Theory of Political Economy dichiarò: «È evidente che l’economia, se deve essere una scienza, deve essere una scienza matematica». 13 E da una scienza matematica i valori morali sono ovviamente esclusi.
XI. Il grande assalto
2533
periodo del suo soggiorno londinese, finanziariamente difficile, si mantenne scrivendo per la «New York Tribune», progenitrice della successiva «New York Herald Tribune» e portavoce di un rigido repubblicanesimo:
2551
la vita economica, sociale e politica sia impegnata in un processo di costante trasformazione.
2552
Quando una struttura o istituzione sociale conquista autorità o preminenza, un’altra sorge a sfidarla. E dalla sfida e dal conflitto che ne deriva nascono una nuova sintesi e un nuovo potere, che saranno successivamente a loro volta sfidati da nuove strutture o istituzioni.
2561
Muovendo da Hegel, Marx fu dunque indotto a rifiutare il più fondamentale dei presupposti dell’economia classica. Per lui l’equilibrio non era il punto d’arrivo, ma un evento incidentale in un’assai più ampia trasformazione, che modificava l’intera relazione tra capitale e lavoro.
2564
più importante divergenza
2564
Per gli economisti di orientamento classico o neoclassico esiste tuttora un modello fisso, immutabile.
2567
A questa concezione si contrappone la fede in una trasformazione ininterrotta cui gli economisti e le idee economiche devono adattarsi. È il lascito di Hegel e di Marx.
2573
tra quanti postulano un equilibrio inevitabile e costante e quanti (che rivendicano pretese assai minori di precisione scientifica) accettano un mondo in evoluzione e in continuo mutamento.
2575
Hegel mise Marx in opposizione al più fondamentale dei presupposti dell’economia classica facendogli accettare l’idea del mutamento, non escluso il mutamento rivoluzionario.
2581
Egli sostenne il diritto della gente di andare nei boschi a raccogliere legna secca: un privilegio antico che ora, essendo il legname divenuto prezioso, appariva una violazione dei diritti della proprietà privata.
2582
Criticò lo zar di Russia in un momento in cui in Prussia era proibito criticare l’istituzione monarchica, qualunque ne fosse la forma e qualunque fosse il paese in questione. Insistette, inoltre, perché fossero liberamente discussi i problemi dei viticoltori della valle della Mosella, che soffrivano gli effetti della concorrenza che aveva fatto seguito allo Zollverein (il mercato comune recentemente adottato dagli stati tedeschi). E propose un approccio più laico al problema del divorzio.
2601
l’associazione con Engels sarebbe durata per tutta la vita di Marx. Lui pure tedesco, appartenente a una famiglia di manifatturieri tessili della Ruhr, Engels dirigeva l’azienda di famiglia a Manchester, in Inghilterra.
2607
Come già a Colonia, il debito intellettuale personale di Marx non fu verso gli operai di cui difendeva la causa, ma verso i datori di lavoro borghesi che condannava in quanto sfruttatori. Né è senza importanza il fatto che sia stata la Gran Bretagna, il paese guida dello sviluppo capitalistico, a offrirgli un rifugio e ad accordargli libertà d’espressione. Le idee liberali che permisero al capitalismo di fiorire in una condizione d’indipendenza dallo Stato sono le stesse che protessero il più efficace critico e avversario del capitalismo medesimo.
2619
Marx non mise affatto in discussione le conquiste produttive del sistema, che fece anzi oggetto, come abbiamo già visto, del più fervido elogio: «Durante il suo dominio di classe appena secolare la borghesia ha creato forze produttive in massa molto maggiore e più colossali che non avessero mai fatto tutte insieme le altre generazioni del passato».
2629
Tra i punti vulnerabili del sistema capitalistico e della sua interpretazione, quali egli li conobbe, spiccava in primo luogo la distribuzione del potere (che gli economisti classici avevano effettivamente e quasi universalmente ignorato).
2631
In secondo luogo, c’era il carattere fortemente ineguale della distribuzione del reddito
2633
In terzo luogo, c’era la vulnerabilità del sistema economico alle crisi e alla disoccupazione
2639
Per Marx il potere era il fatto ineludibile della vita economica. Derivando dalla proprietà, esso era il privilegio naturale e inevitabile del capitalista.
2653
Né il potere del capitalista è limitato all’impresa. Esso si allarga alla società e allo Stato:
2657
«Le idee dominanti di un’epoca sono sempre state soltanto le idee della classe dominante»,
2660
Nell’odierno mondo industriale occidentale, e in particolare negli Stati Uniti, l’etichetta di marxista è —lo ripetiamo —un’etichetta infamante.
2665
Alla distribuzione fortemente ineguale del potere s’accompagna un’altrettanto ineguale distribuzione del reddito, che è il secondo bersaglio della critica di Marx. Su
2667
L’operaio che lavora in condizioni di produttività marginale riceve un salario che è uguale al contributo che il prodotto del suo lavoro dà ai ricavi totali dell’impresa. In forza dell’inesorabile legge dei rendimenti decrescenti, con l’aumento del numero degli operai questo contributo diminuisce. E il salario marginale fissa il livello del salario per tutti gli operai. Ma coloro che sono lontani dalla condizione della produttività marginale, pur ricevendo soltanto il salario marginale, contribuiscono agli utili in una misura maggiore, talvolta molto maggiore del loro salario. Essi sono situati nelle porzioni inframarginali, più fruttuose, della curva dei rendimenti decrescenti. Questi operai creano in tal modo un plusvalore che finisce però, purtroppo, non nelle tasche di chi lo guadagna, ma in quelle del capitalista.
2674
Marx osserva che se è vero che esistono leggi della produzione che sono date dalla natura (un esempio è proprio la legge dei rendimenti decrescenti), le leggi della distribuzione sono però una creazione umana; e non c’è nessuna ragione superiore per cui gli operai debbano rassegnarsi a questo stato di cose che è determinato dall’uomo.
2680
Il terzo bersaglio dell’attacco marxiano fu la crisi capitalistica.
2682
la potenza produttiva del capitalismo (per cui Marx aveva un così grande rispetto) inondava implacabilmente i mercati con le sue merci, e con la piena occupazione della forza-lavoro i salari sarebbero inevitabilmente aumentati. Le conseguenze sarebbero state un calo del saggio dei profitti, perdite e ridimensionamento delle imprese produttrici, uno squilibrio nel processo produttivo. L’equilibrio si sarebbe ristabilito in pratica solo quando il calo della produzione, la disoccupazione e la caduta dei salari avessero reso la produzione nuovamente vantaggiosa.
2686
il sistema è stabile solo quando i salari sono mantenuti bassi da una riserva di lavoratori disoccupati: il suo «esercito industriale di riserva dei disoccupati».
2690
il massimo tallone d’Achille del capitalismo. Non l’ineguale distribuzione del potere né l’ineguale distribuzione del reddito, ma la vulnerabilità alla depressione e alla disoccupazione costituiva la minaccia più grave alla sopravvivenza del capitalismo.
2701
Ogni capitalista ne ammazza molti altri. [...] Con la diminuzione costante del numero dei magnati del capitale che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione, cresce la massa della miseria, della pressione, dell’asservimento, della degenerazione, dello sfruttamento, ma cresce anche la ribellione della classe operaia che sempre più s’ingrossa ed è disciplinata, unita e organizzata dallo stesso meccanismo del processo di produzione capitalistico. Il monopolio del capitale diventa un vincolo del modo di produzione, che è sbocciato insieme ad esso e sotto di esso. La centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiungono un punto in cui diventano incompatibili col loro involucro capitalistico. Ed esso viene spezzato. Suona l’ultima ora della proprietà privata capitalistica. Gli espropriatoti vengono espropriati.
2736
Riforme, provvedimenti assistenziali, la politica macroeconomica dei governi, l’avvento della società anonima burocratizzata e dell’uomo dell’organizzazione: tutto ciò ha indebolito, anzi distrutto la spinta marxiana alla rivoluzione.
XII. La distinta personalità della moneta
2793
Ma in misura maggiore la scoperta dell’identità distinta della moneta, della sua personalità, fu dovuta alla creazione delle banche. Attraverso le banche l’offerta di moneta poteva essere accresciuta o, se necessario, bruscamente diminuita; e ciò più o meno arbitrariamente. I fondi resi così disponibili potevano essere impiegati per investimenti, per consumi (necessari o frivoli), o per soddisfare i bisogni dello Stato. Le radici di questa scoperta, o in ogni caso il suo primissimo sviluppo moderno, le troviamo in Italia tra il XIII e il XVI secolo; all’inizio a Venezia e, poco dopo, nelle città della pianura padana. 1 L’identificazione delle banche e del credito con l’Italia era così stretta che la strada londinese in cui a tempo debito queste attività trovarono la loro sede fu chiamata Lombard Street.
2800
un ruolo pionieristico alla Banca di Amsterdam, che a partire dal 1609 cominciò a ricevere le monete dell’epoca di varia coniazione e diligentemente tosate, a pesarle, accertandone in tal modo l’effettivo contenuto e valore, e a rilasciare al proprietario un appropriato certificato di deposito.
2844
in Francia tra il 1716 e il 1720, quando John Law, forse il più innovativo mascalzone in campo finanziario di tutti i tempi, salvò l’incompetente reggente Filippo duca d’Orléans (le cui casse erano allo stremo, e che era privo di altre risorse) con i biglietti della Banque Royale.
2994
Fisher fu uno dei più interessanti e originali economisti americani. Nel 1911, in The Purchasing Power of Money, 13 Fisher pubblicò il suo immortale contributo al pensiero economico: la sua equazione degli scambi o equazione quantitativa. Egli sostenne che i prezzi variano con il variare del volume della moneta in circolazione, tenuto il debito conto della sua velocità di circolazione o del numero di transazioni nelle quali essa serve.
2999
P rappresenta il prezzo, M la quantità di moneta circolante, V la sua velocità di circolazione, M′ i depositi bancari in conto corrente, V′ la velocità di circolazione del denaro depositato in questi conti e T il numero delle transazioni, ossia, grosso modo, il livello dell’attività economica. Implicita in tutto ciò è l’idea che la velocità con cui la moneta viene spesa sia più o meno costante e che il volume degli scambi sia relativamente stabile sul breve periodo, talché un accrescimento o una contrazione di M o di M′ —grandezze verosimilmente soggette all’intervento e al controllo pubblici —influenzano direttamente il livello dei prezzi.
3007
variando l’offerta di moneta nell’equazione degli scambi (mentre gli altri fattori, e specificatamente la velocità e il volume degli scambi, rimangono immutati) si può innalzare o abbassare il livello dei prezzi.
3008
I movimenti al rialzo possono venir bloccati riducendo la liquidità;
3009
è possibile far salire i prezzi (un problema più urgente al tempo di Fisher) aumentando la liquidità.
3014
diveniva rispettabile l’idea che lo Stato o una qualche autorità delegata dovesse assumersi in maniera chiara e deliberata la responsabilità di governare l’offerta di moneta, controllando in tal modo il livello dei prezzi.
3019
Basta tenere saldamente sotto controllo l’offerta di moneta, permettendo che essa cresca solo parallelamente all’espansione di T, ossia del volume degli scambi, e i
3021
prezzi rimarranno stabili
XIII. Preoccupazioni americane
3076
i 160 acri (65 ettari) concessi dagli Homestead Acts del 1862 (coerentemente con la stima generale di quello che era necessario per mantenere una famiglia) erano una superficie enorme se misurata secondo il metro europeo o, a dire il vero, secondo qualsiasi metro.
3124
Smoot-Hawley Tariff Act del 1930, che fissava il livello dei dazi tra il 40 e il 50 per cento del valore delle merci importate. A sostegno di questa politica vennero avanzate eloquenti razionalizzazioni economiche.
3127
producendo in loco. Si affermò invece che bisognava proteggere il tenore di vita americano. S’insisté che il salario dell’operaio americano era messo in pericolo dalle importazioni a basso costo, benché si potesse osservare
3155
Negli anni Settanta e Ottanta l’avvento della concorrenza del Giappone, della Corea e di Taiwan ha indebolito in misura considerevole la fiducia americana nel libero scambio. Si è rinnovata la richiesta di una protezione:
3163
un attacco altamente specifico condotto da Henry George e Thorstein Veblen contro le grandi ricchezze prodotte dal sistema.
3230
Mostrando che i ricchi erano il prodotto della selezione naturale nel senso darwiniano, Herbert Spencer —si ricorderà —aveva liberato i diretti interessati da ogni senso di colpa,
3232
facendo loro comprendere che la loro ricchezza era una dimostrazione della loro eccellenza biologica.
3241
Beecher fu perfettamente chiaro: Spencer, secondo lui, non faceva che dare espressione al volere divino: «Dio ha inteso che i grandi siano grandi e i piccoli siano piccoli».
3264
Wealth Against Commonwealth (titolo stupendo), di Henry Demarest Lloyd, edito nel 1894.
3275
L’idea principale di Henry George,
3276
ruotava attorno all’arricchimento accidentale e ingiusto derivante dalla proprietà della terra e dall’ulteriore significato che questo fatto aveva per il finanziamento dello Stato moderno.
3283
«Finché tutta l’accresciuta ricchezza determinata dal progresso moderno serve solo a favorire l’accumulo di grandi fortune, a far aumentare il lusso e a rendere più forte il contrasto fra i ricchi e i poveri, il progresso non è reale e non può essere permanente».
3286
rimedio
3286
espropriare mediante la tassazione i guadagni conseguenti ad aumenti di valore delle terre non dovuti a sforzi o all’intelligenza del proprietario, ma derivanti senza fatica dal generale progresso della popolazione e dell’industria.
3289
l’« imposta unica» (Single Tax),
3350
Veblen si affermò innanzitutto come critico del sistema classico,
3353
Qualsiasi società ha un sistema di pensiero fondato non su ciò che è reale ma su ciò che è gradevole e conveniente agli interessi dominanti.
3356
La teoria economica è un esercizio di «adeguatezza cerimoniale» atemporale, tendenzialmente statica e universalmente e continuamente valida, come la religione, ma la vita economica —come tutti ben sanno —è soggetta a una costante evoluzione.
3367
un forte conflitto nell’organizzazione dell’impresa moderna fra tecnici e scienziati professionisti di grande abilità e di grande potenziale produttivo da un lato e gli uomini d’affari, orientati verso il profitto, dall’altro.
3371
se si riesce in qualche modo a liberare le persone dotate di grandi capacità tecniche e immaginative dalle restrizioni imposte dal sistema economico-commerciale, si avranno nell’economia una produttività e una ricchezza senza precedenti.
3390
Le opinioni dei docenti venivano esaminate con grande attenzione alla ricerca di possibili eresie, le quali venivano definite come qualunque cosa si opponesse ai bisogni percepiti dalle grandi società commerciali. Veblen attaccò con energia e con grande efficacia questa situazione.
3399
Questo libro è il suo superbo esame dei costumi e delle motivazioni dei ricchi: The Theory of the Leisure Class,
3402
Soggetto del libro è il ricco americano, che negli ultimi due decenni del XIX secolo fu il fenomeno più fastoso sulla scena sociale americana e, sempre più, anche su quella europea.
3414
I ricchi sono un fenomeno antropologico; essi hanno molto in comune con le tribù primitive che Veblen descrive e che, di tanto in tanto, accomoda ai suoi fini, e devono essere studiati nello stesso modo.
3415
«L’istituzione d’una classe agiata è presente nel suo massimo sviluppo negli stadi più avanzati della cultura barbarica», 17 e i riti tribali di quest’ultima hanno la loro controparte nei pranzi e in altri ricevimenti nelle grandi case di New York e di Newport.
3418
esercizi di sfoggio competitivo.
3421
Il capo tribale, tanto fra i papua quanto a New York, attribuisce grande importanza all’abbellimento delle sue donne.
3441
due espressioni: «ozio vistoso» e «consumo vistoso».
3442
L’esenzione dalla fatica e l’ostentazione deliberata di spese superflue erano per il ricco di Veblen i simboli di superiorità spesso sbandierati: «L’unico mezzo di cui si disponga per dimostrare le proprie possibilità finanziarie a questi freddi osservatori dell’altrui vita quotidiana è un’incessante esibizione della propria capacità di spesa».
3450
Il consumo è stato lo scopo supremo della vita economica classica, la fonte suprema della «felicità» di Bentham, la giustificazione ultima di ogni sforzo e fatica. Con Veblen esso divenne, nel suo massimo sviluppo, una cosa futile, al servizio di un’esaltazione personale puerile. È di questo che si occupa in realtà il sistema economico?
XIV. Completamento e critiche
3521
Idee inquietanti sarebbero poi emanate da Lenin. Una era che le grandi potenze industriali europee dovevano il loro successo economico e il loro benessere ai possedimenti imperiali che si erano procurate, spesso con le armi, in Africa, in Asia e nel Pacifico.
3523
Tali potenze, e ciò valeva anche per i loro lavoratori, vivevano alle spalle delle masse espropriate dei rispettivi possedimenti coloniali.
3538
Alfred Marshall,
3539
Principles of Economics,
3541
I prezzi si adeguavano ai costi marginali; i costi, compreso quello della manodopera, si adeguavano verso il basso quanto bastava per assicurare l’uso degli impianti, dei materiali e, soprattutto, dei lavoratori disponibili.
3542
Dominava la Legge di Say. La domanda era sostenuta in modo adeguato da quanto veniva pagato sotto forma di salari, interesse e profitti; i prezzi si modificavano per adattarsi dinamicamente a ogni interruzione nel flusso di ritorno del potere d’acquisto.
3572
Theorie der wirtschaftlichen Entwicklung,
3573
aggiunse un’importante dimensione all’equilibrio di Marshall. Questa dimensione fu fornita dalla figura centrale del sistema di Schumpeter: l’imprenditore, che, con l’aiuto del credito bancario, sfida l’equilibrio stabilito introducendo un nuovo prodotto, un nuovo processo o un nuovo tipo di organizzazione produttiva.
3575
tendenza verso un nuovo equilibrio:
3576
una nuova stabilità in quello che Schumpeter vedeva come un flusso circolare, in cui la produzione muove in una direzione, il denaro nell’altra.
3577
Questo nuovo equilibrio sarebbe stato inevitabilmente perturbato e rotto dal successivo innovatore, da ogni nuovo mutamento introdotto nel processo produttivo. Sarebbe questa la dinamica della vita economica nel suo perpetuarsi e ampliarsi, questa la natura dello sviluppo economico.
3580
A differenza del capitalista, l’imprenditore non è oppresso da un senso di colpa marxiano.
3637
la Rivoluzione russa era diretta contro un sistema agricolo arcaico e repressivo e contro un governo che rifletteva tale interesse in modo dispotico oltre che corrotto.
3639
L’agricoltura e i latifondisti, non l’industria e i capitalisti, furono le cause che determinarono lo scoppio della rivoluzione in questo secolo.
3645
Dopo il 1917 il fatto nuovo in economia fu l’esistenza di un’alternativa: accanto al sistema classico c’era ora il socialismo.
3646
Nel 1919, Lincoln Steffens, un prolifico commentatore degli abusi del potere economico del suo tempo oltre che dei problemi connessi della politica e corruzione urbane, di ritorno da una visita in Russia disse a Bernard Baruch, in un’esplosione di spontaneità provata con cura: «Sono stato nel futuro, e funziona».
3650
La proprietà privata a fini produttivi (e anche gran parte della proprietà personale) aveva cessato di esistere in Russia; una catena che si estendeva a ritroso sino a Roma e al diritto romano era stata spezzata. Non era più il mercato a decidere che cosa si doveva produrre; era invece un’autorità centrale, che si doveva presumere fosse saggia e sollecita del bene comune, a valutare razionalmente i bisogni della gente e a procedere a soddisfarli.
3654
d’ora in poi si sarebbe faticato in vista del bene comune. Si sarebbe invocata e attivata una manifestazione superiore dello spirito umano.
3717
Thomas Balogh, del Balliol College di Oxford,
3721
«La storia moderna della teoria economica è un racconto di fughe dalla realtà».
3732
Hayek, avevano la convinzione dogmatica che ogni allontanamento dall’ortodossia classica fosse un passo irreversibile verso il socialismo.
3735
Esso è inoltre intrinsecamente in conflitto con la libertà.
3737
E, secondo Mises e Hayek, esso era avviato alla sua distruzione.
XV. La forza primordiale della grande depressione
3822
dopo il crollo della borsa dell’ottobre 1929, la Grande Depressione si abbatté sull’economia americana, gli economisti nella tradizione classica, ossia quasi tutti gli economisti, si fecero da parte.
3827
La guarigione, dichiarò Joseph Schumpeter, era qualcosa che veniva sempre da sé. E, aggiunse: «Questo non è tutto: la nostra analisi ci conduce a credere che la guarigione sia autentica solo se viene da sé». 2
3838
La depressione aveva tre caratteri visibili. La prima era l’inesorabile deflazione nei prezzi, con il suo effetto devastante sull’industria e sull’agricoltura. Il secondo era la disoccupazione. Il terzo erano le gravi difficoltà che la depressione creava specialmente ai gruppi più vulnerabili: i vecchi, i giovani, i malati e coloro che, oltre i disoccupati, non disponevano di un alloggio adeguato.
3987
non era invece alla sua portata realizzare un sicuro aumento della domanda diminuendo i tassi di interesse ed espandendo il credito bancario. Così la spesa pubblica per stimolare la domanda divenne la risposta all’inefficacia della politica monetaria durante la depressione.
4062
Thorstein Veblen aveva distinto fra conoscenza esoterica ed essoterica, la prima di alto prestigio ma di scarso effetto pratico e la seconda di basso prestigio ma di grande utilità pratica.
XVI. La nascita dello stato assistenziale
4117
Lo Stato assistenziale era nato nella Germania del conte Otto von Bismarck (1815-1898).
4120
Nella tradizione prussiana e tedesca, lo Stato era competente, benefico e dotato di un grande prestigio.
4121
A quel tempo si vedeva il pericolo maggiore nell’attiva intelligenza della classe lavoratrice industriale in rapida crescita e nella sua apertura, chiaramente percepita, a idee rivoluzionarie, in particolare a quelle provenienti dal compatriota Karl Marx, che era morto da poco. In quello che è l’esempio più chiaro di riforme indotte dal timore della rivoluzione, Bismarck premette per eliminare alcune delle peggiori crudeltà del capitalismo.
4124
Nel 1884 e nel 1887, dopo una controversia considerevole, il Reichstag approvò leggi che prevedevano forme di assicurazione elementari nei casi di infortuni, malattia, vecchiaia e invalidità.
4129
in Gran Bretagna un quarto di secolo dopo la grande iniziativa di Bismarck.
4131
Sidney e Beatrice Webb, H.G. Wells, George Bernard Shaw, la Fabian Society e i sindacati, che in questo periodo avevano conseguito una grande influenza. Sotto il patrocinio del cancelliere dello Scacchiere Lloyd George, nel 1911 furono approvate leggi che prevedevano un’assicurazione contro la malattia e l’invalidità e in seguito anche un sussidio di disoccupazione.
XVII. John maynard keynes
4313
A causa della pressione incessante degli eventi sulle idee economiche e dell’influenza dominante della Grande Depressione, gli anni Trenta furono, specialmente negli Stati Uniti, il decennio più innovativo.
4316
Rimaneva ancora il grave insuccesso del sistema nel suo insieme.
4322
la Legge di Say. Una depressione era sempre possibile e, in realtà, accettata, ma solo come fenomeno transitorio, mentre questa, nel 1936, aveva già dietro di sé una storia di sei anni severi che erano sembrati interminabili.
4327
l’errore del consumo eccessivamente piccolo: l’errore della scarsità di domanda.
4335
L’economia moderna, secondo Keynes, non trova necessariamente il suo equilibrio nella piena occupazione; essa può trovarlo nella disoccupazione: nell’equilibrio della sotto-occupazione. La Legge di Say non vale più; può esserci una scarsità di domanda. Il governo può e dovrebbe prendere provvedimenti per ovviare a essa. In un periodo di depressione i precetti di una finanza pubblica sana devono sottomettersi a questo bisogno.
4338
L’equilibrio della sotto-occupazione, il ripudio della Legge di Say, la richiesta che il governo affronti spese non coperte da entrate per sostenere la domanda: questi furono i punti essenziali del sistema keynesiano,
4366
misura, europeo. Cassel fu un saldo
4385
Negli anni Trenta, a Stoccolma, con molto anticipo rispetto a Keynes, si diceva e si faceva tutto questo; in un mondo che badasse alla precisione terminologica si dovrebbe parlare non di Rivoluzione keynesiana bensì di Rivoluzione svedese.
4388
In un mondo turbato dall’idea che il socialismo e il comunismo fossero le uniche alternative a un capitalismo rigorosamente ortodosso, la Svezia, con il suo sistema assistenziale ora ben sviluppato, le sue cooperative di consumatori e di agricoltori, la sua generale tolleranza nei confronti di modifiche e correzioni al rigore classico e il suo bilancio dello Stato usato per sostenere la domanda, veniva presentata come la «via di mezzo». 2 Ma, come osservò Ben B. Seligman, 3 la barriera della lingua fu per molto tempo scoraggiante. Inoltre non ci si attendeva che grandi idee economiche venissero da paesi piccoli.
4513
non ci si può attendere che tutti i redditi ritornino sotto forma di domanda di beni e servizi, come era stato prescritto dalla Legge di Say.
4514
Una parte di essi può perdersi per via sotto forma di risparmi non usati o non investiti.
4527
All’aumentare della produzione, dell’occupazione e del reddito diminuisce il consumo dagli incrementi addizionali di reddito: nella formulazione storica di Keynes, diminuisce la propensione marginale al consumo. Ciò significa che i risparmi aumentano.
4529
Non c’è alcuna sicurezza, come ritenevano gli economisti classici, che, a causa di tassi di interesse ridotti, questi risparmi saranno investiti, ossia spesi.
XVIII. Affermazione con l’aiuto di marte
4664
tesi, propria della teoria classica, che in generale i meccanismi del sistema economico si correggono da sé.
4701
Il Canada, di conseguenza, fu il primo paese, prescindendo dal caso speciale della Svezia, ad accettare e realizzare un’amministrazione keynesiana della sua economia.
4718
i keynesiani e, come potrebbero essere chiamati, i liberals fedeli alla teoria classica.
4849
Una proposta fatta nel 1942 dal presidente Roosevelt, che per l’intera durata della guerra i redditi personali fossero soggetti a un limite massimo netto di 25.000 dollari dopo il pagamento delle tasse, fu accolta con forti resistenze da coloro che avevano un reddito maggiore e non fu adottata; il principio di una tassa fortemente progressiva, che realizzasse una ridistribuzione effettiva del reddito, sopravvisse invece fino a tempi recenti.