Giuseppe Pizzuto

Giuseppe è un "Artorney". Di giorno legale per un grosso fondo di investimenti. Di notte curatore d'arte e co-fondatore di una delle gallerie di street art più dinamiche d'Europa: la Wunderkammern.

Per molti anni ho lavorato come curatore d’arte e, in particolare, ho seguito artisti legati al movimento della Street Art. Uno dei tratti più affascinanti di questo movimento è che gli street artist sono un po’ come dei super eroi. Agiscono nella notte, lasciano il segno in giro per le città e celano la propria identità dietro un nome inventato. Giuseppe Pizzuto non è uno street artist – è un avvocato, e da quattro anni lavora per un fondo di investimenti che opera nel settore delle energie rinnovabili. Ma, proprio come uno street artist (o un super eroe), ha una vita (professionale) parallela. Tutto inizia alla medie quando scopre gli Impressionisti e la magia dell’arte. Per molti anni però, l’arte rimane per Giuseppe una passione, fino al 2011 quando un suo amico, Giuseppe Ottavianelli, ingegnere aerospaziale presso l’ESA, gli propone di diventare socio e condirettore della sua galleria d’arte, la Wunderkammern con sede a Roma in Torpignattara. Giuseppe accetta e trasforma la sua grande passione per l’arte nel suo secondo lavoro. In pochi anni, i due amici insieme fanno decollare la galleria: consolidano la presenza alle fiere, rafforzano le fila dei collezionisti e, nel 2016 con l’ingresso in società di Dorothy de Rubeis  – anche lei avvocato, aprono la sede di Milano. All’inizio del 2018, oltre a due soci che hanno un ruolo più da investitori “puri”, è entrata a far parte della grande “famiglia” Wunderkammern come socia anche Ina Nico, professionista attiva nel mondo della comunicazione che collabora con un importante brand italiano di fashion.

 

Mi racconti cosa ti ha spinto a lanciarti in un’iniziativa imprenditoriale, parallela alla tua carriera di avvocato, e come fai a coniugare le tue due vite professionali (oltre a quella personale di padre e marito)?

Sono probabilmente necessari diversi elementi, per poter coniugare due mondi e due attività che (solo all’apparenza) sono difficilmente compatibili. Innanzitutto, è necessaria una certa dose di flessibilità intellettuale per poter ad esempio passare quasi senza soluzione di continuità dall’analisi di una questione di natura legale alla discussione con un artista (magari per elaborare il concept della sua prossima mostra). In secondo luogo, è necessario che le persone che ti stanno intorno (tanto a livello familiare quanto a livello professionale) non vedano nell’ “altra” attività un minus ma anzi siano in grado di apprezzare il valore aggiunto che una contaminazione di questo genere può sicuramente apportare (ed io devo dire che in questo mi sento particolarmente fortunato in entrambi gli ambiti). Ad esempio, grazie all’arte si possono, in modo del tutto naturale, creare delle relazioni personali molto forti e basate sulla condivisione vera di una passione. Infine, è fondamentale sapersi scegliere dei “compagni di viaggio” che siano in grado di sopperire alle eventuali “mancanze” date dalla sfortunata mancanza del super potere dell’ubiquità. Probabilmente il nostro modello è ispirato a un basilare concetto per cui “l’unione fa la forza”. Tutti noi soci viviamo la galleria come una seconda famiglia, per cui ogni successo (o insuccesso) è comunque sempre qualcosa di corale e collettivo. Questo secondo me ci rende unici nel panorama galleristico dove solitamente la figura del “gallerista” – spesso padre e padrone della sua creatura – emerge come dominante. Noi invece oltre a fare “di necessità virtù” siamo riusciti ad impostare le cose in modo diverso, ed abbiamo trasformato quello che facilmente potrebbe essere additato come un punto debole nella nostra caratteristica fondante: ovvero il progetto di una galleria come risultato di una contaminazione di esperienze che provengono da altri settori. Io sono convinto che questa peculiarità venga capita ma anche apprezzata all’esterno. È ovvio che è fondamentale agire con un tasso di coordinamento molto alto, ed è altrettanto ovvio che a volte si possa perdere qualcosa in termini di efficienza. Però c’è tanto da guadagnare nell’avere un team di persone che come te ci credono e dedicano tantissime energie al progetto. Questo è anche molto utile per superare eventuali momenti individuali di “stanca”. A volte sei tu a trainare e gli altri a spingere, a volte gli altri trainano e tu spingi. Una sola cosa è essenziale e non può mai venir meno (altrimenti la macchina rischia di incepparsi): la fiducia (praticamente cieca) nei tuoi soci e compagni di viaggio.

Una nota a margine: per qualche strano motivo la storia dell’arte (soprattutto contemporanea) è costellata di figure che pur avendo una formazione “legale” (principalmente avvocati e notai), hanno rivestito ruoli decisamente attivi all’interno di questo settore, e non parlo solo in termini di collezionismo dove gli esempi sarebbero infiniti. Mi sono alquanto sorpreso scoprendo che Ambroise Vollard e Leo Castelli ad esempio si sono laureati in giurisprudenza (quest’ultimo peraltro all’università di Milano). Inoltre, senza andare a cercare all’estero (dove gli esempi sono numerosissimi) in Italia, molti studi legali o notarili hanno un ruolo pro-attivo nel mondo dell’arte contemporanea (penso allo Studio Giuseppe Iannaccone o allo studio NCTM di Milano, oppure alla fondazione avviata dal Notaio Giuliani di Roma). Difatti l’anno scorso abbiamo organizzato un “talk” chiamato appunto Art&Law cui invitare giuristi che partecipano attivamente al sistema dell’arte contemporanea, dato che secondo me esiste un qualcosa che attrae profondamente i giuristi verso il mondo dell’arte.

Quali sono le quattro competenze da avvocato che più ti aiutano nel tuo lavoro di gallerista e quali le quattro competenze da gallerista che più ti aiutano nel tuo lavoro da avvocato?

Queste le 4 competenze legali che ritengo più utili anche nel mio lavoro di gallerista:

  • Conoscenza del mondo del diritto in termini generali per poter prendere tutte quelle decisioni che hanno impatti legali (tutte le classiche situazioni in cui solitamente si dice “qua ci serve un avvocato”). Nella gestione di una galleria sono moltissimi i profili legali implicati (dal diritto d’autore, al diritto di seguito, alla normativa fiscale di settore, etc.).
  • La gestione della contrattualistica: dal mio punto di vista uno scambio di email con un artista in cui si definiscono i termini di una collaborazione è un contratto a tutti gli effetti, quindi cerchiamo di scambiarci delle email che siano chiare e che contengano tutti gli elementi essenziali di un contratto.
  • La capacità di individuare immediatamente una criticità di natura legale per trovare rapidamente una soluzione alternativa.
  • La capacità di poter gestire autonomamente una trattativa (di qualunque genere) sia dal punto di vista economico e che commerciale, che poi da quello legale (ecco, io – purtroppo – non posso mai dire “su questo poi se la vedono gli avvocati”).

Queste le 4 competenze di gallerista che ritengo più utili anche nel lavoro legale:

  • La capacità di raccontare un progetto in maniera appassionata ed appassionante, che deriva probabilmente dalla capacità sviluppata proprio grazia al ruolo di gallerista di raccontare un’opera o un artista, sapendo suscitare curiosità ed interesse.
  • La capacità di cambiare rapidamente strategia “in corsa”: nel lavoro di gallerista ci sono molte trattative che devono gestite con una certa rapidità, nel senso che se una vendita o l’accordo relativo ad un particolare progetto (magari complesso e che prevede la collaborazione tra più controparti di varia natura, anche istituzionale) non si chiudono in quel preciso momento, è poi possibile che l’opportunità non si ripresenti. Quindi bisogna sempre cercare di chiudere l’operazione, in quel preciso momento ed a condizioni soddisfacenti. Questo in alcuni casi può richiedere vari cambi di strategia, anche molto repentini, per consentire di chiudere la trattativa.
  • Saper osservare le cose sempre con una prospettiva diversa: entrare nell’universo creativo di un artista vuol dire spesso cambiare radicalmente la prospettiva di osservazione di un qualcosa. L’abitudine a dialogare con gli artisti sviluppa una flessibilità nel cambiare prospettiva di osservazione che è, a mio avviso, utilissima anche nel mondo legale.
  • La capacità di suscitare fiducia nell’interlocutore: nel mondo dell’arte (ma anche in quello legale) il rapporto collezionista-gallerista è un rapporto che è guidato dalla fiducia. Ispirare fiducia (e saperla mantenere nel tempo) è secondo me una caratteristica fondamentale di qualunque buon gallerista, e questo secondo me è un ottimo punto di riferimento nella professione legale. Difatti, come gallerista devi necessariamente avere una prospettiva di lungo periodo ed una visione a 360°, entrambi elementi che non possono far altro che suscitare fiducia negli interlocutori di ogni genere (artisti e collezionisti in primis).

Tu sei sia un manager, in qualità di responsabile affari legali del fondo di investimenti VEI Green, che un imprenditore, in qualità di socio e condirettore di Wunderkammern. Quali sono, secondo te, le principali differenze tra essere un manager e essere un imprenditore?

Diciamo che io ho sempre interpretato anche la mia collaborazione con VEI Green in maniera decisamente imprenditoriale, nel senso che ho la fortuna di fare parte di un team di lavoro abbastanza piccolo ma molto coeso, in cui l’approccio che cerchiamo di tenere è sempre molto imprenditoriale, nel senso che in fondo ad ogni scelta che facciamo cerchiamo sempre di rispondere alla domanda “che facessi se i soldi fossero i miei personali?”. Ad ogni modo la differenza sta proprio in questo tra la figura del manager e quella dell’imprenditore, nel mettere a rischio risorse proprie.

In Wunderkammern nessuno dei tre soci viene dal mondo dell’arte. Tu sei un avvocato, Giuseppe un ingegnere aerospaziale e Dorothy un avvocato. Eppure siete riusciti a creare una tra le gallerie d’arte più di qualità del momento. Oggi molti settori stanno venendo rivoluzionati grazie alle innovazioni portate da outsider (pensiamo a quello del turismo con Airbnb, o a quello dell’entertainment con Netflix) che, vedendo il mercato da fuori, riescono a cambiarlo. Qual è la formula che vi ha permesso di entrare nel settore dell’arte e innovarlo?

Intanto ti devo ringraziare per le tue parole perché conoscendo la tua passione per l’arte lo ritengo un complimento particolarmente qualificato. Come dicevo sopra, penso che viviamo un’epoca in cui i concetti di contaminazione, trasversalità ed interdisciplinarità abbiano assunto un ruolo fondamentale, tanto in ambito imprenditoriale quanto in ambito professionale. Quindi ritengo che questo applicare al campo artistico conoscenze e competenze derivanti da mondi diversi, sia uno dei nostri punti di forza. Non so se riusciremo davvero ad innovare il settore dell’arte, quello che posso dire è che abbiamo cercato di chiederci quali dovessero essere i punti di riferimento cui ispirarci per la nostra attività galleristica, ed abbiamo individuato sostanzialmente tre “voci”: qualità, ricerca e mercato. In estrema sintesi, quando parliamo di qualità intendiamo sia come proposta artistica che come approccio in generale a quello che facciamo, cercando di mantenere sia nelle relazioni con gli artisti che con i collezionisti un approccio di massima professionalità. Per quanto concerne la ricerca, pensiamo che questo debba essere un altro elemento fondamentale della nostra gestione, cercando noi di essere sempre attenti a quello che succede nei territori artisti che più ci interessano e cercando di seguirne dinamiche ed evoluzioni al fine di invitare artisti che portino avanti un’attività appunto di ricerca che noi giudichiamo interessante ed innovativa. Infine il mercato, per ricordarci che la nostra unica fonte di ricavi è la vendita delle opere. Su questo notiamo che c’è nel mondo dell’arte una sorta di ipocrisia di fondo (spesso spacciata per presunta non volgarità) in quanto l’atteggiamento che viene spesso tenuto è quello di cercare sempre di vendere ma cercando di non farlo mai vedere. Ecco, inserendo nei nostri fattori fondanti il riferimento al mercato, abbiamo voluto rivendicare il fatto che la nostra attività non è fondata su sovvenzioni, donazioni o altre forme di ricavi, ma sulla commercializzazione delle opere dei nostri artisti che diventa a sua volta volano per la loro ricerca artistica.

Ed ora qualche domanda veloce:

Oltre all’arte c’è un’altra passione che ti piacerebbe trasformare in un lavoro?

Certamente. La musica. In particolare, la musica rap. Ancora più in particolare, il rap italiano.

Se trovassi una macchina del tempo (funzionante…) e potessi fare un solo viaggio, dove andresti a vivere? Nel passato o nel futuro?

Questa è una domanda veramente dura. Penso che la curiosità di vedere il mondo del futuro è assolutamente intrinseca in tutti noi (che siamo peraltro cresciuti con i vari “Ritorno al futuro”). Penso che però, forse in maniera banale, mi piacerebbe andare a dare un’occhiata alla Roma antica (probabilmente nel periodo imperiale).

Come diceva Banksy gli street artist preferiscono chiedere il perdono piuttosto che il permesso e, non a caso, hanno spesso problemi con la legge. Anche se non pratichi più, tu sei un avvocato, c’è un artista per il quale saresti disposto a tornare in aula?

Diciamo che non è molto corretto dire che io non pratichi più, dato che continuo ad occuparmi di questioni legali. È senz’altro corretto dire invece che come avvocato io non frequenti molto le aule di tribunale (anzi, le ho sempre frequentate molto poco perché mi sono occupato sin da subito di consulenza legale a livello stragiudiziale). Detto questo, sarei disposto a “tornare” in aula ed a difendere qualunque dei miei artisti che dovesse avere un problema a livello legale. Probabilmente (lo dico per la tranquillità dei nostri artisti) mi farei affiancare da un collega esperto in contenzioso.

Se potessi scrivere una sola parola su un gigantesco muro al centro di Roma così che la potessero leggere quante più persone possibile, quale parola sceglieresti?

RISPETTO

Cosa ti spinge di più a lavorare? Fare soldi (making money), o fare qualcosa che dia un senso alla tua vita e abbia un impatto sul mondo (making meaning)?

Un mio amico (che ritengo molto saggio) dice sempre che “i soldi vanno e vengono”. Peraltro lavorando da molto nel settore degli investimenti, non sono molto attratto né impressionato dai soldi in se (questo magari non è molto ortodosso per qualcuno che lavora nei fondi di investimento, ma per me è così). Invece la possibilità di aver costruito qualcosa che sia making meaning è per me assolutamente fondamentale.

Ad oggi la Wunderkammern ha sede a Milano e Roma, qual è una città nel mondo dove ti piacerebbe aprire la prossima sede?

Diciamo che io ho nel cuore New York per un sacco di motivi. Quindi anche se mi rendo conto che aprire una galleria a New York sarebbe come aprire un negozio di cioccolato in Belgio, questo di aprire una galleria a NY rimane un po’ un sogno nel cassetto.

 


 

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