Luca Barcellona

Un professionista eclettico che ha preso la propria passione molto seriamente sfuggendo da ogni etichetta e reinventando un lavoro millenario: quello del calligrafo.

Una delle caratteristiche comuni a tutte le persone che si sono inventate il lavoro è che sfuggono dalle etichette. Non portano un’etichetta come “dottore” o “avvocato”, ma possono essere rappresentate solo dal loro nome e cognome. E così sei anche tu. Tu non sei un calligrafo o un grafico o un editore o un musicista. Tu sei Luca Barcellona. Mi racconti la tua storia professionale e quali sono state le strade che ti hanno portato a inventarti il lavoro?

Il lavoro del calligrafo, e quindi anche quello dello scriba e del copista, non lo ho inventato io ed ha ormai parecchi secoli di storia. Quando ho cominciato a studiare calligrafia alla fine degli anni ’90, era semplicemente desueto, gli art director non chiamavano più così spesso i calligrafi come negli anni ’80, in cui la scrittura veniva utilizzata molto ai fini commerciali. Io ho semplicemente portato avanti i miei studi, cercando di diffondere quello che facevo mentre probabilmente la scrittura era relegata a determinati ambiti per appassionati. Io ho cercato di ottenere un background solido per poi farlo convivere con i linguaggi contemporanei, come i graffiti, con cui ho iniziato a disegnare lettere. Sicuramente l’utilizzo dei primi social network, le pubblicazioni e viaggiare molto per il mondo per insegnare e far conoscere quello che facevo mi ha aiutato a farlo diventare la mia principale occupazione.

Usciamo da un Secolo come il Novecento dove l’Umanità ha fatto dei passi in avanti (e a volte indietro…) giganti. Un Secolo che ci ha dato moltissime influenze, ispirazioni e idee. Questa eredità culturale può essere una grande ispirazione, ma anche un grande peso. Quanto conta, per il lavoro che fai, il rapporto con il passato? Ti senti di più un inventore del futuro o un innovatore del passato?

Non puoi innovare se non conosci la storia di quello che stai facendo. È un concetto applicabile pressoché a tutto. Posso compiere un gesto che ha 600 anni di storia, con uno strumento in via di sperimentazione, come fare una lettera corsiva utilizzando un software per la realtà virtuale. O una lettera gotica con un marker da 6 cm, pensato per le tag. Penso sia una questione di collegamenti; la tecnologia è un mezzo, può diventare inutile se non sai cosa farne, serve solo a riempire le tasche di chi raccoglie e vende i nostri dati.

In un’intervista hai detto una cosa molto vera riguardo al tuo mestiere: “La scrittura è una grandissima conquista dell’uomo, che è avvenuta in parecchi secoli. Io non mi sento di volerla buttare via per cinquanta o sessant’anni di tecnologia, non ci credo. […] Perché la nostra tradizione è la nostra storia. Se perdiamo la capacità di comunicare con la scrittura, perdiamo qualcosa di grosso. Deleghiamo alla macchina una conquista dell’uomo”. Oggi tutti parlano di intelligenza artificiale, robot e Digital Transformation, tu invece hai riscoperto un mestiere del tutto analogico che stava scomparendo e lo hai fatto tuo. Qual è il tuo rapporto con la tecnologia? E come vedi il futuro del tuo lavoro tra trent’anni?

Se devo rispondere proprio sinceramente, penso che siamo in una vera e propria dittatura digitale. Io stesso, usando la scrittura anche in ambito grafico, ho bisogno di software e hardware. E per la verità mi andrebbe bene anche un computer di 8 anni fa, per fare quello che faccio. Ma siamo tutti costretti ad aggiornare e sostituire i nostri device ad un ritmo che non decidiamo noi, perfettamente abbagliati dal fatto che la nuova versione è sempre meglio: se non fosse così, non si spiegherebbe il perché di questa folle rincorsa al nuovo modello, all’ultima versione di un tool tecnologico, in cui siamo tutti coinvolti. A guadagnarci sono pochissime persone, che decidono quale è il nuovo standard per ascoltare musica, per mandare un messaggio, o quale adattatore acquistare per collegare un proiettore o una macchina fotografica al nostro portatile. La tecnologia oggi sembra essersi trasformata da un mezzo, al fine stesso. È ovvio che il computer, la fotografia, uno scanner, mi aiutano a velocizzare il processo di lavoro. Ma io posso fare un logo anche con dell’inchiostro ricavato da un bastoncino di sumi, della carta fatta a mano con il cotone e un bastoncino di bamboo tagliato a scalpello. Ho voluto imparare a fare queste cose, perché il pensiero di poter fare, seppur con maggiore fatica, comunque il mio mestiere senza l’ausilio di tecnologia, mi rende idealmente e parzialmente libero da questa dittatura.

Il titolo della tua monografia “Take Your Pleasure Seriously” mi piace moltissimo, perché sintetizza tutto quello che serve per inventarsi il lavoro, ovvero la passione (Pleasure) unita alla determinazione (Seriously). Se si ha solo la passione, non è un lavoro ma un hobby. Se si ha solo la determinazione, non è divertente. Quanto conta per te il metodo nel lavoro? E come riesci a coniugare il tuo lato creativo e “appassionato” a quello razionale e “serio”?

Le parole “serio” e “appassionato” viaggiano su due binari che spesso si incrociano. Il senso del titolo è esattamente quello di prendere le tue passioni seriamente, perché potrebbero identificare la tua stessa vita. Si è sempre in equilibrio fra quello che si vuole e quello che si deve fare, e mantenerlo non è una cosa facile. Di certo un professionista non può aspettare l’ispirazione, deve avere “mestiere”, soluzioni pronte che derivano dall’esperienza.

 

Ed ora qualche domanda veloce:

 

Qual è il nemico numero uno della creatività?
La mancanza di cultura e di gusto. A volte i paletti messi da un cliente che non si fida di te o non conosce il tuo lavoro, ma vuole solo ottenere dei numeri da te, possono compromettere un lavoro partito con tutte le buone intenzioni. All’interno della creatività stessa c’è anche una professionalità che se messa in discussione rende il risultato peggiore.

Se potessi scrivere una sola parola su un grosso muro in centro a Milano quale parola scriveresti?
CALMA.

Se trovassi una macchina del tempo (funzionante…) e potessi fare un solo viaggio, dove andresti a vivere? Nel passato o nel futuro?
Credo nel passato. Essere circondato dall’arte, la grafica, la musica del periodo ‘50-‘70, col senno di poi non dev’essere male…

Cosa ti spinge di più a lavorare? Fare soldi (making money), o fare qualcosa che dia un senso alla tua vita e abbia un impatto sul mondo (making meaning)?
Le mie tre regole per valutare il lavoro sono: creare bellezza, che sia ben pagato, e creare valore, ovvero qualcosa che migliori le persone che ne fruiscono e la piccola o grande comunità che puoi influenzare. Se almeno due di questi fattori coesistono, allora è già un buon risultato.

Con quale carattere vorresti venissero incise le scritte sulla lapide della tua tomba?
Perché, c’è la possibilità che io la possa vedere?

Sul lavoro è meglio chiedere il permesso o il perdono?
Il permesso sicuramente.

 


 

Newsletter

Unisciti a migliaia di persone che ogni Venerdì mattina ricevono consigli e ispirazioni su come inventarsi il lavoro (puoi leggere qui le newsletter passate).