Solo i vincenti possono permettersi di perdere, ovvero 3 modi di reagire a un fallimento.

Delle tante frasi che disse Winston Churchill ce n’è una cui sono particolarmente legato, e dice più o meno così: il successo si misura nella capacità di passare da un fallimento ad un altro senza mai perdere l’entusiasmo. Ed è vero. Tutti falliscono, ma non tutti continuano a fallire e quindi non tutti hanno successo. Tutte le carriere imprenditoriali più celebri sono cominciate con un qualche piccolo o grande fallimento. Henry Heinz fallì, Steve Jobs fallì, Jack Ma fallì, Bill Gates fallì, James Dyson fallì, Warren Buffet fallì e come loro tanti altri imprenditori. Alcune delle più grandi imprese al mondo sono cresciute proprio grazie ai loro fallimenti. Sono cresciute perché sono state in grado di andare oltre il fallimento e imparare dai loro insuccessi.

Google ne è un esempio, negli ultimi dieci anni, l’azienda americana ha lanciato e poi chiuso più di dieci prodotti all’anno. Dall’altra parte, aziende come Enron o Lehman Brothers o Parmalat vengono tutte da storie di successi, e non han mai fallito fino a quando non sono fallite talmente male da diventare tre dei più grandi scandali finanziari di tutti i tempi. In quest’ottica, i fallimenti possono ucciderti o renderti più forte, possono essere un’occasione per mollare il colpo oppure un’opportunità per fare le cose meglio e in maniera differente.

Tutti falliscono, ma non tutti continuano a fallire e quindi non tutti hanno successo.

Ma come affrontare un fallimento? Vediamo tre modi differenti di reagire al fallimento attraverso tre differenti esempi, Ronald Wayne, Bruno Iksil e Richard Branson:

1) Evitare il fallimento per paura delle sue conseguenze.

Nella primavera del 1976, mentre lavorava come chief draftsman e product development engineer presso la Atari in California, Ronald Wayne ha l’occasione di aprire una piccola società di computer insieme al suo collega Steve Jobs e un suo amico Stephen Wozniak, che lavorava alla HP. Insieme decidono di chiamare la società “Apple” e Wayne ne disegna il primo logo che ritrae lo scienziato Isaac Newton sotto un albero, proprio nel momento in cui una mela sta per colpirlo in testa. Le quote della società vengono ripartite per il 45% a Jobs, per il 45% a Wozniak e per il restante 10% a Wayne, che avrebbe preso una decisione nel caso in cui i due soci fossero stati in disaccordo su qualcosa. Come è noto, la società non decolla subito e Wayne, scottato da un fallimento avvenuto qualche anno prima, decide di vendere subito le sue quote per 800 dollari. Solo cinque anni più tardi il 10% della Apple sarebbe valso centinaia di milioni di dollari e ora varrebbe decina di miliardi dollari. Stando a quanto accaduto, Wayne è uscito dalla Apple non perché non credesse nel progetto, ma perché ha avuto paura di incappare in un secondo fallimento, così ha preferito evitare un altro potenziale errore.

2) Ripetere sempre gli stessi errori per paura di ammettere le proprie colpe.

Passiamo ora a un esempio opposto, quello di Bruno Iksil, trader di JP Morgan Chase, soprannominato “la balena londinese” per via delle dimensioni delle sue scommesse azzardate, che negli ultimi anni ha raddoppiato una scommessa sbagliata sui derivati pur di non ammettere i suoi errori, creando un buco da miliardi di dollari. Come sostiene la psicologa sociale Heidi Grant Halvorson, Iksil è il classico esempio di quella che in economia viene definita illusione dei costi sommersi, intesi come gli investimenti che abbiamo fatto in qualcosa da cui non riusciamo a tirarci fuori. Continuiamo a ripetere gli stessi errori, a investire soldi e tempo in un progetto senza futuro non perché crediamo in quel progetto ma unicamente perché non abbiamo trovato un’alternativa, oppure perché non vogliamo confessare agli amici, ai familiari o anche solo a noi stessi di aver commesso un errore. Ovvero continuiamo a fallire per paura di ammettere un fallimento.

3) Andare oltre il fallimento in sé e trasformarlo in un’opportunità di miglioramento e crescita.

Pensiamo, in ultimo, al caso dell’imprenditore britannico Richard Branson. Nel 1967, il preside della scuola frequentata da Branson disse ai suoi genitori che il piccolo Richard o sarebbe finito in galera oppure sarebbe divenuto milionario. All’inizio la sua strada sembra essere quella della galera, dove, nel 1971, passa una notte con l’accusa di contrabbando di dischi, che il giovane Branson importava dal Belgio con un furgoncino per poterli rivendere esenti da imposte. Esce su cauzione, 30.000 sterline pagate da sua madre, oltre a una penale pari a 45.000 sterline. Branson paga tutto fino all’ultimo penny e trova il modo di trasformare questo fallimento in un vantaggio. Trovandosi con le spalle al muro, s’impone l’obiettivo di guadagnare, legalmente, molto di più di quello che la Virgin avesse fatto fino ad allora. Apre nuovi negozi e sviluppa nuove idee per ampliare la sua attività, traendo da quel fallimento molti degli insegnamenti che sono stati alla base del suo futuro successo. Branson potrebbe essere visto come la personificazione del motto di Churchill, continuare a fallire senza mai perdere l’entusiasmo. Però il suo non è un approccio alla Iksil, non si limita a ripetere sempre lo stesso errore per paura di ammettere le sue colpe. Branson riesce a trasformare i propri fallimenti in opportunità per continuare a migliorarsi e a valorizzare le proprie idee.

Inutile dire che delle tre strade, l’unica percorribile è la terza (quella di Richard Branson). Non ha senso temere i fallimenti così come non ha alcun senso continuare a ripeterli senza fermarsi a capire il perché si è fatto un determinato errore e come trasformarlo in un’opportunità per fare meglio. Fallire è un passaggio fondamentale nel nostro percorso professionale di crescita. Ed è questo il motivo per cui paradossalmente solo i vincenti possono permettersi di perdere, perché soltanto chi riesce ad andare oltre il fallimento sarà in grado di aver successo.

Buon Lavoro! Jacopo.

 


 

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