Hipsteria

Superata l’ondata beat di Jack Kerouac e Allen Ginsberg, come nelle migliori tradizioni, tutto torna, soprattutto le mode. I cicli della storia si ripetono, le cantine vengono svuotate del vecchio e riempite del nuovo per poi essere ri-svuotate del vecchio-nuovo e ri-riempite del vecchio-vecchio che un domani tornerà ad essere nuovo-vecchio-vecchio. E questo ci sta, romanticamente può essere vista come un’eterna metempsicosi del gusto. C’è chi su questo ci ha costruito un impero, riproponendo mode che in passato non era riuscito a cavalcare e che non aspettava altro che un buon momento storico per riprovarci. In tutta questa favola del riciclo dei flussi del contemporaneo c’è però un aspetto che trovo molto preoccupante, o meglio, tanto preoccupante quanto deprimente. Le mode tornano, è vero, ma il più delle volte si dimenticano i valori e le filosofie che le hanno generate. Ed ecco tornare quel tema che, personalmente, mi sta molto a cuore del tutto al gusto-di-tutto, e dell’essenza perduta. Torna il punk e si tramuta in punk-pop che solo al pensarlo mette i brividi. Una fusione improbabile, quasi blasfema, che solo Billy Idol poteva concepire. Per non parlare dei movimenti politici che un tempo reggevano il mondo e ora sembrano essere delle etichette di plastica su dei barattoli vuoti. Una delle cose più buffe di queste ondate di mode-non-più-mode è che anche quello che universalmente si criticava e si pensava non poter mai più tornare, invece torna. E, spesso, è peggio di prima. Nel mio soggiorno a New York di qualche anno fa, il caso volle che mi trovassi a vivere nel quartiere di Williamsburg a Brookling, un luogo popolato da una popolazione di ragazzi che, da li a breve, sarebbero stati etichettati come Hipsters. Inutile cercar di fare un ritratto antropologico di questa moda, anche perché rischierei di essere troppo di parte, preferisco rimandare alla ricerca in rete e a testi sicuramente più fedeli ed oggettivi. La cosa che più mi preoccupa di questa moda è la totale assenza di un valore o di una filosofia comune. Se non quella, estremamente scontata, del voler essere anticonformisti e di combattere l’omologazione dell’individuo tenendo alta la bandiera del brutto, dell’essere ego-riferiti e del non volere appartenere a nulla. Vestirsi male per combattere la moda. Non schierarsi con nulla e nessuno per combattere l’omologazione. Definirsi creativi per nascondere l’assoluta dipendenza economica e la totale mancanza di prospettive professionali. Ma cosa succede se la volontà di non omologazione diventa essa stessa omologazione? Se la volontà di andare contro la moda diventa essa stessa moda? Succede che nasce un movimento fine a se stesso fatto di biciclette a scatto fisso, di cappellini anni ’90, di social network, di nessun intento politico, nessuna posizione e nessuno schieramento, di camicie a scacchi, di creatività auto-celebrativa, di pantaloni attillati, di occhiali da sole modello Ray-Ban Wayfarer per coprire lo sguardo e, soprattutto, di un enorme vuoto socio-psico-antro-professional-politico. Ed ecco che succede di nuovo. Si prende un nome, una moda, un pensiero e lo si svuota della sua essenza, lasciandosi trascinare dalla superficie delle cose senza sforzarsi di scendere in profondità o, meglio, di inventarsi qualcosa di nuovo, fino a quando un giorno un giovane hipster si sveglia una mattina nella sua casa stile Williamsburg con l’iphone che suona un pezzo vintage, provato dalla sua serata Pink is Punk, aggiorna il suo profilo su Facebook, scrive un pensiero su Twitter, ci mette dai venti ai trenta minuti per trovare quell’abbinamento di vestiti che fa pensare che in realtà ha preso i primi vestiti che ha trovato in cantina, si guarda allo specchio, tutto orgoglioso del suo sentirsi fuori da ogni moda, sale sulla sua bicicletta a scatto fisso ed ecco che davanti a lui s’innalza un poster 6mtx3mt con un ragazzo vestito esattamente come lui e, tutto d’un tratto, si rende conto che l’unico pensiero che dava sostanza al suo movimento era in realtà una trovata pubblicitaria.