Alla ricerca del bene comune

Negli ultimi trent’anni siamo stati abituati ad associare la politica con i politici e con quer pasticciaccio brutto, per dirla alla Carlo Emilio Gadda, fatto d’interessi personali, parolacce, ipocrisie, incompetenza, sprechi, festini, auto blu, camicie verdi, slogan neri e bandiere azzurre che hanno trasformato la politica in qualcosa di distante dalle persone e dal mondo. Eppure dietro quer pasticciaccio c’è una bellezza che non riguarda loro ma riguarda tutti noi. Il bene comune.
Il bene comune è qualcosa cui ogni cittadino dovrebbe tendere perché è il fondamento stesso della democrazia e della Repubblica che è appunto la cosa pubblica. E’ vero, oggi la democrazia è in crisi. Lo dice l’Economist, lo traduce l’Internazionale e lo dice anche chi la democrazia dovrebbe farla. Fuori da teorie e congetture articolate, la democrazia è in crisi perché ci si è forse dimenticati non solo cosa voglia dire vivere in una democrazia ma, soprattutto, cosa voglia dire vivere in una non-democrazia. Oggi ci concediamo il lusso di bistrattarla e disinteressarcene perché la diamo per scontata. Siamo nati con la democrazia e pensiamo che sia la normalità. Ma non è così. Per secoli la democrazia è stata un sogno e noi in questo sogno crediamo ancora.
Non è facile crederci. In Italia oggi siamo costretti a sperare che la democrazia non esista. Perché questa è l’unica spiegazione alla realtà politica che stiamo vivendo. La democrazia è il potere del popolo, ma se, come tutti siamo costretti a sperare (proprio in nome di un bene comune), la presidenza di Matteo Renzi durerà per cinque anni (fino al 2018), questo vuol dire che il popolo italiano non avrà votato il proprio premier per dieci anni consecutivi. E l’ultimo premier votato dagli Italiani (Silvio Berlusconi nel 2008) era in carica (con fasi alterne) dal 1994. Il che vuol dire che in 24 anni (dal 1994 al 2018) il popolo italiano avrà votato solo 2 premier (Berlusconi e Prodi).
Come si può chiedere a chi ha trent’anni oggi di far parte della politica quando la politica da trent’anni non fa parte di noi? Chiederlo sarebbe ipocrita. In “Quando c’era Berlinguer”, il politico Walter Veltroni gira l’Italia chiedendo ai giovani chi fosse Enrico Berlinguer. Molti non lo sanno, c’è addirittura chi dice che Berlinguer fosse un cantante francese. E in sala partono le risate. Ma la domanda da fare non è “Chi era Berlinguer?” ai giovani d’oggi. Ma “Come hai permesso che Berlinguer venisse dimenticato?” a chi ha gestito questo paese negli ultimi trent’anni.
Enrico Berlinguer rappresentava il bene comune, la politica vera e il pensiero di un popolo che in lui si ritrovava e per cui lui si batteva. Dove è finito tutto questo? La politica è consapevolezza, e la non-politica è una forma ipocrita di dittatura dove quello che prevale non è il bene comune ma l’interesse privato. Come sostiene il filosofo francese François Flahault la società precede gli individui e la buona politica non può che fondarsi su un bien commun che dovrebbe riguardarci tutti. Senza questa consapevolezza non può esserci democrazia.