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Pianeta e persone.

Il nostro secolo (quello tra il 2000 e il 2100) sarà il periodo con il maggior numero di persone sulla terra di tutta la storia, passata e futura, dell’uomo. Nel 2100 saremo circa 11 miliardi di persone. Non ci sono mai state e mai ci saranno così tante persone. Non ci saranno, per il semplice motivo che i tassi di natalità stanno scendendo e continueranno a scendere. Quindi gli 11 miliardi di persone che popoleranno la terra nel 2100 saranno principalmente adulti. Il che mi ha fatto pensare a due cose: 1) Dobbiamo tenere duro ancora qualche generazione, dobbiamo ridurre il nostro impatto ambientale così che il pianeta riesca ad ospitare 11 miliardi di persone almeno fino a quando non torniamo ad essere di meno. 2) L’empatia assume un ruolo chiave nelle competenze che ogni persona deve sviluppare, perché più persone vuol dire più relazioni. Vuol dire che un domani la relazione umana sarà un fattore chiave per tutti i lavori che non verranno fatti dai robot.

A domani, Jacopo


Latino, Greco antico e altre cose inutilmente utili.

Le lingue che ho studiato di più sono Latino, Greco Antico e Giapponese. Tre lingue che nella vita non mi sono mai servite a nulla (di pratico). In compenso a scuola non ho mai studiato Inglese, la lingua che, nella pratica, uso di più dopo l’Italiano. E mi sono spesso domandato il senso di questa scelta. Forse avrebbe avuto più senso studiare cinque anni Inglese piuttosto che Greco Antico. Eppure oggi, che come padre penso all’educazione dei miei figli, sono ancora più convinto di questa scelta e spero che anche i miei figli, come me, faranno il Liceo Classico. L’inglese è importante, è una commodity, bisogna saperlo parlare. Ma è solo uno strumento per comunicare. Se un domani ci sarà una tecnologia portatile in grado di tradurre in diretta quello che diciamo, potrebbe essere inutile. Il greco e il latino invece, sono un mondo. Ti aprono la mente, ti fanno fare domande e ti permettono di conoscere le origini della nostra cultura. E questo è qualcosa che una macchina non potrà mai fare. Quindi paradossalmente, qualcosa di “inutile” come lo studio di una lingua morta, sarà più utile dello studio di una lingua viva.

A domani, Jacopo


Freddie Mercury e l’importanza di circondarsi di persone diverse da sé.

Nel 1982, i Queen si prendono una pausa. Nel particolare, Mercury assume alcuni musicisti per incidere il suo album. Ma le cose non vanno come pensa perché si trova a lavorare con persone che fanno esattamente quello che dice lui. Nessuno lo contraddice, nessuno gli riscrive i testi o lo critica e questo contesto lo rende meno creativo. Capisce allora di aver bisogno della sua band e si rende conto che le loro discussioni e le loro diversità erano quello che li rendeva unici. Richiama i membri del gruppo e nel 1984 pubblicano “The Works”, l’unico album in cui tutti i componenti scrivono una canzone poi estratta come singolo. Taylor scrive “Radio GaGa”, Deacon “I Want to Break Free”, Mercury “It’s a Hard Life” e May “Hammer to Fall”. Quando lavoriamo, circondarsi di persone che acconsentono a tutto quello che diciamo è più facile, si vive meglio e si discute meno. Ma non è nell’approvazione che sta la creatività. La creatività, come l’innovazione, sta nel contrasto, nello scambio di idee e nei punti di vista differenti. Se guardi il tuo lavoro sempre dalla stessa prospettiva finisci per perdere di vista tutto quello che ti circonda.

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A domani, Jacopo


Come trovare il proprio partner (di lavoro).

È San Valentino! E, visto che trovare le persone con cui fondare un’impresa è un po’ come sposarsi, ecco cinque riflessioni per trovare il giusto partner (di lavoro):

1) Mai sposarsi troppo presto, prima meglio testare la relazione: Prima di lanciare un’azienda, lavora su un progetto per capire se funzionate bene insieme.

2) Inutile provare a sposare qualcuno che è già sposato: È uno spreco di tempo e risorse. Se qualcuno ha già un lavoro, non lascerà mai il suo lavoro per te. Ma non riuscirà a dirtelo e quindi cercherà solo di farti aspettare il più a lungo possibile.

3) La regola dell’amico: Gli amici sono amici, i partner sono partner. Professionalmente parlando, a volte l’amicizia può essere la peggior situazione in cui trovarsi.

4) Firmare sempre un accordo: Basta anche un accordo privato su carta semplice, ma prima di aprire un’azienda insieme meglio definire almeno i punti essenziali come l’equity, i ruoli, come vi dividete il lavoro e cosa fare in caso di vendita o chiusura della società.

5) Non sposarsi con se stesso: Una squadra funziona se al suo interno ci sono persone diverse che possano apportare valori e risorse differenti al progetto.


Greta.

Qualche settimana fa ho visto l’intervento che Greta Thunberg ha fatto alla conferenza internazionale sul cambiamento climatico. Greta è una ragazza svedese di quindici anni che da diverso tempo ha iniziato uno sciopero dello studio contro l’indifferenza internazionale sul tema dell’impatto climatico. Nel suo discorso, Greta inchioda noi adulti al muro delle nostre responsabilità e ci ricorda che se trovare soluzioni all’interno del sistema non è possibile, forse è meglio cambiare il sistema. Ovvero quel sistema politico ed economico che non è in grado di creare un’economia globale sostenibile, a livello ambientale, ed equa, a livello sociale e finanziario. Ma, oltre a questo, Greta dice un’altra cosa importante: “Non sei mai troppo piccolo per fare la differenza”. Ha ragione. Questo vale tanto da un dal punto di vista anagrafico (e Greta ne è un esempio), quanto da un punto di vista di singole persone. Perché anche se siamo più di sette miliardi sulla terra, ognuno di noi, nel suo piccolo, ha il diritto e il dovere, con le proprie abitudini e le proprie scelte, di contribuire a un cambiamento molto più grande.

A domani, Jacopo


Un film: Green Book.

“Green Book” racconta la storia (vera) del pianista afroamericano Don Shirley e del suo autista, l’italoamericano Tony Vallelonga, che nel 1962 intraprendono un tour nel sud degli Stati Uniti dove il pianista, nonostante sia accolto trionfalmente durante i suoi concerti, subisce continue discriminazioni a causa del colore della sua pelle. Don Shirley potrebbe stare a New York e guadagnare molto di più rischiando molto di meno. Ma, non lo fa. Vuole utilizzare il suo talento per cambiare le cose. Per andare oltre gli stereotipi e dimostrare che non conta il colore della pelle o i vestiti che indossi, ma solo la persona che sei. È una scelta difficile che lo porta a perdere la sua identità e non sentirsi abbastanza nero per essere un nero e abbastanza bianco per essere un bianco. Ma è tuttavia una scelta necessaria, perché quando sia ha un grande talento si ha anche una grande responsabilità. La responsabilità di usare il proprio talento per cambiare le cose e, soprattutto, il cuore delle persone. E per farlo, come ci ricorda Oleg, uno dei musicisti del trio di Don Shirley, non basta avere talento, bisogna avere anche molto coraggio.

A domani, Jacopo


Il lavoro non è un ergastolo (non renderlo tale).

Mi ha sempre colpito il fatto che la parola “ergastolo” venga dal greco antico “ergazomai”, ovvero lavorare. Già nell’antichità infatti, il lavoro a vita era visto come una delle pene maggiori che si potessero infliggere all’uomo (la Genesi insegna…). E, in un certo senso, avevano ragione. Fare qualcosa che non ami, qualcosa che ti rende infelice, frustrato e brutto è molto simile a passare tutta la vita in prigione. Tuttavia, il lavoro non è un ergastolo. Anzi può, e deve, essere l’opposto. Il lavoro deve essere qualcosa che ti realizza e ti renda la versione migliore di te dandoti la possibilità di valorizzare il tuo potenziale. Non sempre è facile. Ma sta molto a te. Sta a te tanto il lavoro che scegli di fare, quanto il modo in cui scegli di farlo. Max Fisher, l’eccentrico protagonista di “Rushmore”, pensa che il segreto sia trovare qualcosa che ami fare e farlo per tutta la vita. Cosa facile da dire ma difficile da fare, perché spesso il problema non è tanto fare quello che ami fare, quanto trovare quello che ami fare. Ma una volta che lo hai trovato, sei già con un piede fuori dalla prigione.

A domani, Jacopo


Rushmore.

Qualche sera fa ho visto “Rushmore”, l’unico film (insieme a “Bottle Rocket”) che mi mancava del regista Wes Anderson. E come tutti i film di Wes Anderson, non ha deluso le mie aspettative. Nel particolare mi sono annotato tre riflessioni:

1) L’importanza di dare una seconda possibilità: Il primo film di Anderson, “Bottle Rocket”, è constato 5 milioni di dollari, ma ne ha incassati poco più di 500.000. Ovvero, dal punto di vista economico è stato un disastro. Fortunatamente però il talento del regista americano è valso di più del Box Office e così gli è stata data una seconda possibilità, e da “Rushmore” in avanti i film di Anderson sono stati un successo tanto di pubblico quanto di critica.

2) L’importanza dello stile: “Rushmore” è il secondo film di Anderson, ciò nonostante fin dal primo frame si capisce che è un suo film. L’inquadratura, la musica, la tonalità della pellicola, le grafiche. Anderson è stato in grado fin da subito di fare le cose a modo suo e crearsi uno stile inconfondibile.

3) L’importanza della colonna sonora: “Rushmore” è un film molto bello, ma è ancora più bello grazie alla sua colonna sonora.

A domani, Jacopo


Meno FOMO Più JOMO.

Una delle grandi patologie della nostra epoca è la FOMO, la Fear Of Missing Out. La paura di essere tagliati fuori, soprattutto dai Social Network. Il terrore dell’ignoranza sociale. In un mondo in cui tutti sanno tutto di tutti, essere l’unico a non sapere. È una paura su cui Facebook ha costruito il suo impero. Perché usiamo Facebook o WhatsApp? Perché lo usano tutti e non possiamo non esserci. Negli ultimi anni però, oltre alla FOMO si sta diffondendo anche la JOMO, ovvero la Joy Of Missing Out, la gioia derivante dallo stare disconnessi. Come sempre più ricerche dimostrano infatti, i Social Network e gli Smartphone ci rendono sempre più tristi e stressati, e sempre meno produttivi. Passiamo le nostre giornate ad aspettare notifiche che non arrivano, guardare chi prende più Like di noi e leggere informazioni che non ci interessano. E così stiamo riscoprendo la gioia di stare disconnessi. Di prenderci il tempo per noi. Di godere delle cose che facciamo indipendentemente dalle reazioni o dagli stati delle altre persone.

A domani, Jacopo


Masaru Ibuka e l’importanza della motivazione.

Quando Masaru Ibuka fondò la Sony nel 1946 non aveva soldi, nonostante aveva prodotti, non aveva brevetti e non aveva neanche contatti. Ma aveva un’idea. E l’idea era quella di creare un luogo di lavoro dove gli ingegneri potessero provare la gioia dell’innovazione tecnologica, essere consci della loro missione nella società e lavorare finché ne avessero voglia. È un’idea molto innovativa per l’epoca, che si fonda sul principio per cui il contesto in cui si lavora e, soprattutto, la motivazione che ci spinge a fare il nostro lavoro valgono di più delle competenze, dell’esperienza o delle risorse. Ed è vero. Le competenze cambiano e le risorse si esauriscono ma la motivazione, se è condivisa, rimane e anche quando non si ha nulla, è il punto di partenza per costruire tutto.

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A domani, Jacopo


Not Everything Makes The Cut.

L’ultimo spot di Amazon – presentato qualche giorno fa al Super Bowl – si chiama “Not Everything Makes The Cut” ed è una celebrazione ironica dei fallimenti di alcune funzioni di Alexa. Fantastico. Amazon è un’azienda così di successo da potersi permettere di celebrare i propri insuccessi. Ma del resto è sempre stato così. Amazon è un’azienda con una cultura fortemente incentrata sul fallimento e sulla condivisione degli errori. È un’azienda che è stata in grado di trasformare ogni insuccesso in un test per creare prodotti di successo. Basta pensare al telefono FIRE. Le sue vendite sono state talmente basse che neanche quando lo provarono a vendere a 1 dollaro la gente lo comprava. Tuttavia, chi ha avuto l’idea di lanciare un telefono Amazon, non solo non è stato licenziato, ma ora ricopre una carica manageriale molto più elevata rispetto ai tempi del FIRE. Questo perché di fronte a un insuccesso non hanno cercato un capro espiatorio così da risolvere il problema il più velocemente possibile e quindi evitare di risolverlo. Ma, al contrario, hanno affrontato il problema, hanno cercato di capire cosa non ha funzionato e sono andati avanti utilizzando le lezioni imparate da FIRE per creare due prodotti di successo: il tablet Amazon e Echo.

A domani, Jacopo


Se continui a commettere gli stessi errori, o sei folle o non sono errori.

Einstein era solito dire che la follia è fare la stessa cosa sempre nello stesso modo e aspettarsi risultati differenti. Ed effettivamente aveva ragione. Continuare a fare sempre gli stessi errori e aspettarsi un risultato differente è da folli. Tuttavia c’è un’altra possibilità. Se continui a commettere gli stessi errori, magari non sono errori. Magari sono la scelta giusta, perché è quella che vuoi veramente. E allora al posto di darti del folle o pentirti delle tue scelte, puoi rivedere i tuoi piani e lavorare per trasformare quelli che pensavi essere degli errori in nuove opportunità.

A domani, Jacopo


Un libro: Factfullness.

Questa settimana ti consiglio “Factfulness” di Hans Rosling, un libro che ci mette di fronte tanto alla nostra ignoranza quanto alla nostra fortuna. Ignoranza perché ci fa subito capire quanto poco sappiamo del mondo. Fortuna perché ci ricorda di come siamo fortunati a vivere nella parte del mondo in cui abbiamo accesso all’acqua, mangiamo tre volte al giorno e abbiamo medici e ospedali che ci curano ogni volta che non ci sentiamo bene. Il libro si apre con un approccio maieutico-socratico, ci fa capire di non sapere con un test composto da 13 domande sui temi chiave del mondo. Dal tasso di mortalità infantile, al numero di specie in via d’estinzione. Un test cui la maggior parte delle migliaia di persone cui l’autore l’ha proposto non ha saputo rispondere correttamente. Ed effettivamente il risultato del test è molto differente dall’immagine che ci viene raccontata dai media. Spesso i fatti sono molto diversi dalle notizie sui giornali o dai post sui Social. Ed è fondamentale conoscerli perché, come giustamente dice Rosling, se si vuole veramente cambiare il mondo, bisogno prima comprenderlo.

A domani, Jacopo


Vita ordinata, lavoro disordinato.

Come disse lo scrittore Gustave Flaubert: “Sii regolare e ordinato nella vita così da poter essere irruente e disordinato nel lavoro”. Ed aveva ragione. L’equilibrio tra ordine e disordine regola il mondo (dai tempi dello Yin e lo Yang), ed è importante, nella vita di tutti i giorni, averli entrambi bilanciando con un piede ben piantato nella sicurezza e nell’ordine e uno nell’avventura e nelle possibilità. Troppo ordine non ti fa scoprire nulla di nuovo e finisci per avere una vita noiosa e monotona. Troppo disordine al contrario non ti permette di concretizzare nulla e, soprattutto, non è sostenibile nel lungo periodo. L’ideale è quindi seguire il consiglio di Flaubert e avere un lavoro disordinato e avventuroso da una parte e una vita privata regolare e sicura dall’altra.

A domani, Jacopo


Ciò che ti rende sicuro, non ti rende forte.

C’è un trade off cui, come padre, penso spesso. Quello tra sicurezza e forza. Cosa è meglio fare? Proteggere i propri figli da tutto così da evitargli sofferenze? Oppure lasciare che vivano esperienze, che si facciano male, ma che così facendo divengano più forti? Perché il più delle volte quello che ci rende sicuro e ci protegge, non ci rende forti. Ci dà sicurezza, ma ci toglie sicurezza in noi stessi.

A domani, Jacopo


Caos e libertà.

Questa settimana sto leggendo un libro che mi ha fatto riflettere sul rapporto tra caos e libertà. Il caos è la dimensione in cui siamo quando non sappiamo dove siamo e dove andare. E quando non sappiamo dove andare è l’unico momento in cui siamo liberi di andare ovunque.

A domani, Jacopo


Coltiva i tuoi hobby come Benjamin Franklin.

Benjamin Franklin è stato uno degli uomini più prolifici e poliedrici della storia degli Stati Uniti. Grazie a un raro miscuglio di Puritanesimo e Illuminismo riuscì a strappare lo scettro ai tiranni e il fulmine al cielo. Come politico e attivista è stato tra i protagonisti della Rivoluzione americana. Mentre come inventore e scienziato ha inventato il parafulmine, le lenti bifocali, l’armonica a bicchieri e le pinne. Nonostante la sua intensa attività professionale, riuscì sempre a ritagliarsi il tempo per coltivare i suoi molti hobby (tra cui la lettura, il nuoto, gli scacchi, la musica, la filosofia, la scienza e la politica). E furono proprio questi hobby che gli permisero di eccellere e distinguersi in tutte le sue attività. Ti ho raccontato la storia di Benjamin Franklin perché, indipendentemente da quale sia il tuo lavoro, avere degli hobby e dedicargli del tempo, ti darà la possibilità di avere nuove idee, vedere il tuo lavoro da diversi punti di vista e stimolare il tuo lato creativo.

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A domani, Jacopo


Il rischio di non rischiare.

Oggi non rischiare è, paradossalmente un grande rischio. C’è stato un tempo in cui potevamo anche non rischiare. Un tempo in cui l’economia girava di più, le cose accadevano e anche se non si faceva nulla, si andava avanti lo stesso. Oggi invece dobbiamo rischiare. Dobbiamo provare a fare le cose in maniera differente. Dobbiamo lanciarci. Sbagliare e riprovare. Perché se non rischiamo, qualcuno rischierà per noi e noi ci troveremo fuori dal mercato. Tanto come imprenditori, quanto come dipendenti. Un’azienda che non rischia è un’azienda che non innova, e oggi qualsiasi azienda deve innovarsi. Un dipendente che non rischia è un dipendente che non si evolve, e oggi qualsiasi dipendente deve evolversi. Deve imparare nuove competenze, deve metterci del suo e deve creare valore. Rischiare è sempre rischioso, ma non rischiare oggi è ancora più rischioso.

A domani, Jacopo


Il futuro sono le persone.

Per gran parte del Novecento la Finlandia è stato uno dei paesi più poveri d’Europa. Oggi invece è uno dei paesi più innovativi, dinamici e con il PIL procapite più alto del mondo. Come è stato possibile? Semplice, hanno puntato sulle persone. In un’intervista uscita sul magazine Monocle di questo mese, Juha Leppanen, direttore del thing-tank Demos a Helsinki, dice una cosa molto interessante: “L’unica soluzione per un paese come il nostro, molto lontano e con un clima terribile, era focalizzarsi sulle persone”. È ha ragione. La vita sono le persone che incontriamo, il lavoro sono le persone con cui lavoriamo e il futuro sono le persone che lo costruiranno. In un mondo che cambia sempre più in fretta, investire sulle persone è la scelta più intelligente che possiamo fare. Perché le macchine non si adattano. I soldi si svalutano. Gli immobili si rovinano. Le persone invece possono guidare il cambiamento e creare valore anche dove nessuno lo vede.

A domani, Jacopo


Minimalism: A Documentary.

Uno dei documentari più interessanti che ho visto su Netflix l’anno scorso è “Minimalism” che racconta le storie di diverse persone che, in America, hanno scelto di adottare uno stile di vita minimalista (liberarsi delle cose tangibili per avere più spazio per se stessi). Oltre al tema, che trovo molto attuale, il documentario è interessante anche da un punto di vista imprenditoriale. Il racconto gira attorno ai due fondatori del blog theminimalists.com, Joshua Fields Millburn e Ryan Nicodemus, che per un anno girano gli Stati Uniti per promuovere il loro libro “Minimalism”. Affittano luoghi dove parlare, partecipano alle fiere e parlano con le persone che incontrano per strada. All’inizio non li considera nessuno, poi, miglia dopo miglia, iniziano a creare una nicchia di sostenitori, attirano l’interesse dei media e, dopo un anno, riempiono le sale e vendono migliaia di copie. È un ottimo esempio dell’iter necessario per lanciare un prodotto: si sceglie un tema chiaro, in cui si crede e in crescita (qui il Minimalismo), si costruisce un prodotto (qui il libro) e poi si gira il territorio di riferimento (qui gli USA) per promuoverlo, mettendoci il proprio tempo, i propri soldi e, soprattutto, la propria faccia.

A domani, Jacopo


Perché lavoro in proprio.

Ok, forse questa citazione di Taleb è eccessiva. I carboidrati non mi hanno mai dato dipendenza. Sull’eroina e lo stipendio mensile invece non ti so dire. La prima non l’ho mai provata, il secondo non l’ho mai avuto. Da quando ho 18 anni lavoro in proprio. E, dal mio punto di vista, non potrebbe esserci modo migliore di lavorare. Perché quando lavori in proprio sei libero di scegliere. Non hai capi che ti dicono cosa fare o non fare. Sei libero di decidere quando e quanto lavorare. Hai uno stile di vita più flessibile. Sei libero di dire no, quando non sei d’accordo. Sei libero di fare errori e imparare a modo tuo. Sei libero di scegliere le persone con cui lavorare e la tipologia di progetti che vuoi sviluppare. Puoi guadagnare tanto o poco. Sta a te. Se guadagni 100 prendi 100. Non devi aspettare per un aumento. Puoi lavorare dove vuoi. Puoi andare in vacanza quando tutti lavorano e lavorare quando tutti sono in vacanza. Sei più coinvolto in quello che fai. Perché sai che dipende da te. Sai che puoi essere tu, in prima persona, il cambiamento che vorresti vedere nella tua vita e nel mondo.

A domani, Jacopo


Una causa in comune.

750 milioni di anni fa la Terra era quasi interamente ricoperta dall’acqua. Ci sono voluti centinaia di milioni di anni per far assumere alla Terra la sua attuale conformazione. Oggi tuttavia, molte coste e molte città – da Miami a Venezia – rischiano di essere sommerse dal mare. Oggi il cambiamento climatico è, dal mio punto di vista, la principale minaccia per il nostro pianeta. Una minaccia che ci riguarda tutti, non tanto perché tutti noi ne subiremo le conseguenze, ma perché tutti noi ne siamo la causa. Ogni singola persona che abita questa terra è responsabile per il futuro di miliardi di persone. E questa la considero una bella notizia. Perché salvare il nostro pianeta è la cosa più democratica che possiamo fare. Non è qualcosa che può fare solo l’1%. È qualcosa che possiamo e dobbiamo fare tutti insieme. Semplicemente modificando il nostro stile di vita. Tutto il resto segue. Se come consumatori smettiamo di usare plastica mono uso, le aziende si adegueranno e cambieranno la produzione. Se come cittadini riduciamo il nostro impatto, i politici si adegueranno e cambieranno le leggi. Qualsiasi cambiamento deve partire da noi, non da qualcun altro.

A domani, Jacopo


Dieci previsioni per il 2019.

1 / I Top Tech Trends del 2019 secondo CbInsights.

2 / Le previsioni per il giornalismo nel 2019 secondo NiemanLab.

3 / Il 2019 in Italia e all’estero secondo Good Morning Italia.

4 / Le innovazioni che nel 2019 ci daranno i brividi secondo FastCompany.

5 / I Paesi che più cresceranno e quelli che più decresceranno nel 2019 secondo l’Economist.

6 / Cosa aspettarsi per la UX nel 2019 secondo UXDesign.

7 / Il futuro del lavoro secondo il World Economic Forum.

8 / I 105 strumenti per lanciare il tuo business nel 2019 secondo The Mission.

9 / I 9 trend nel Design per il 2019 secondo FastCompany.

10 / Le previsioni per il 2019 di Monocle.

A domani, Jacopo


David Steindl-Rast e l’importanza di fermarsi, guardare e poi agire.

David Steindl-Rast è un monaco benedettino austriaco emigrato a 26 anni negli Stati Uniti. Nella sua vita si è fatto portavoce del dialogo interreligioso e dell’importanza di essere grati (come via per essere felici). Durante un Ted Talk di qualche anno fa, ha riassunto la via per la gratitudine in tre semplici passaggi: Stop, Look, Go. Un po’ come quando da piccolo ti insegnano ad attraversare la strada. Fermati, guarda e poi vai. E questo vale tanto nella vita personale quanto in quella professionale. Fermati, prenditi del tempo per conoscerti, metti di tanto in tanto dei segnali di stop nella tua vita. Poi guarda, apri gli occhi, il naso, le orecchie e osserva quello che ti circonda. E infine, vai, agisci, fai qualcosa di concreto, costruisci il cambiamento che vuoi vedere nella tua vita. Lo considero un buon consiglio che voglio condividere anche con te. Perché qualsiasi sia il tuo lavoro è importante fermarsi di tanto in tanto per capire se la direzione in cui si sta andando è quella verso cui si vuole andare.

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A domani, Jacopo


Il Click ritorna al Brick.

Come scrive Timothy Snyder nel suo libro “On Tyranny”, la storia non si ripete ma insegna. E generalmente chi è in grado di imparare dalla storia ha meno probabilità di ripeterne gli errori. Nel mercato multimiliardario della tecnologia, sta accadendo un fenomeno interessante. Diverse aziende che hanno fatto fortuna con la tecnologia e il digitale (“Click”), stanno investendo in uno dei settori meno digitali e innovativi di tutti: il mattone (“Brick”). A Dicembre, Joe Gebbia, uno dei due fondatori di Airbnb, ha annunciato il lancio del progetto Backyard, “an endeavor to design and prototype new ways of building and sharing homes.” Ovvero, dal 2019 Airbnb comincerà a costruire case. Settimana scorsa invece, Microsoft ha dichiarato che investirà 500 milioni di dollari per costruire “affordable houses” in un’aria di Seattle. Così come Amazon costruisce librerie, Uber progetta elicotteri e Facebook investe 300 milioni in giornali locali. Se prima era tempo di creare nuovi modelli di business, ora sembra tempo di innovare quelli vecchi.


Flow.

Qualche giorno fa ho visto un TED, piuttosto noioso ma interessante, in cui lo psicologo ungherese Mihaly Csikszentmihalyi, parla del concetto di Flow (uno stato mentale in cui la persona è completamente immersa in un’attività) come percorso per raggiungere la felicità. Il pensiero di Csikszentmihalyi parte dal presupposto che la felicità sia raggiungibile facendo attività che ci realizzano e ci portano quindi a raggiungere uno stato emotivo descrivibile in sette fattori:

1) Essere completamenti focalizzati su quello che si sta facendo.
2) Percepire un senso di estasi, come se si fosse fuori dalla routine quotidiana.
3) Avere chiaro il proprio ruolo e quello che deve essere fatto.
4) Sapere che l’attività è realizzabile e si hanno le competenze per farla.
5) Essere sereni.
6) Perdere il senso del tempo, ci si dimentica di sé e ci si sente parte di qualcosa di più grande.
7) Avere una motivazione intrinseca, si sa che quello che si sta facendo vale la pena di essere fatto anche solo per il gusto di farlo.

Per raggiungere questo stato mentale è necessario unire un alto grado di competenze (fare qualcosa in cui siamo bravi) ad un alto livello di sfida (fare qualcosa che ci coinvolga).

A domani, Jacopo


Un libro: “It doesn’t have to be crazy at work”.

Questa settimana ho letto “It doesn’t have to be crazy at work” di Jason Fried e David Hansson – i fondatori di Basecamp. Il libro non mi ha fatto impazzire (molto meglio il loro precedente “Rework”), ma si fonda sul concetto (in cui mi ci ritrovo a pieno) per cui non deve essere sempre un casino sul lavoro. Non è possibile che le riunioni non finiscano mai quando devono finire, che i brief cambino in continuazione, che tutti siano sempre incasinati, che la gente non risponda mai alle mail, che nessuno abbia mai tempo, che si arrivi sempre in ritardo, che la gente sparisca etc etc (potrei andare avanti all’infinito). Può, e deve, esserci un’alternativa. E come alternativa, i due autori propongo il metodo che da vent’anni applicano alla loro società: “The answer isn’t more hours, it’s less bullshit”. Ovvero passare dal “Crazy Working” al “Calm Working”. Non lavorare mai più di 40 ore a settimana, niente distrazioni, niente interferenze con la vita privata, niente obiettivi irraggiungibili, niente riunioni inutili e così via. Insomma il contesto lavorativo opposto a quello in cui spesso ci ritroviamo a lavorare.

A domani, Jacopo


Come avere costanza.

Qualsiasi siano i tuoi buoni propositi di quest’anno, per trasformarli in buone azioni, ti servirà molta motivazione e tanta costanza. Sulla motivazione sta a te capire cosa ti spinge a realizzare i tuoi obiettivi. Sulla costanza invece, ci sono cinque cose che puoi fare:

  1. Scrivi i tuoi obiettivi: Averli scritti (anche su un pezzo di carta), ti aiuta a visualizzare il tuo obiettivo e renderlo più tangibile.
  2. Condividi i tuoi obiettivi: Condividere i tuoi risultati con altre persone (basta anche una piccola cerchia di amici) ti aiuta a responsabilizzarti sul raggiungimento degli obiettivi che ti sei dato.
  3. Non essere troppo rigido con te stesso: Avere costanza non è facile, e se sei un perfezionista è ancora più difficile. Concediti degli errori ogni tanto. È meglio mantenere il ritmo che essere sempre al meglio.
  4. Aggiusta il tuo piano: Avere costanza non vuol dire non farsi domande. Continua a monitorare i tuoi risultati e se vedi che le cose non vanno come dovrebbero andare, aggiusta il tuo obiettivo.
  5. Datti delle scadenze intermedie: Scomponi i tuoi obiettivi in obiettivi più ridotti e più raggiungibili. Questo ti aiuta a sentirti più motivato e gratificato.

A domani, Jacopo


Elogio (inaspettato) dell’insicurezza.

La sicurezza in se stessi è la chiave del successo. Vero. Se non credi in te stesso nessuno crederà in te. Vero. Tuttavia, troppa sicurezza in sé può portare a chiudersi in se stessi e perdere contatto con gli altri e con il mondo che ci circonda. Da cui un inaspettato elogio dell’insicurezza. Perché quando sei insicuro tendi ad essere meno arrogante, più curioso, più propenso ad ammettere i tuoi errori e quindi a imparare dai tuoi errori, più aperto a nuove proposte e più propenso ad ascoltare. Tutte caratteristiche essenziali per poter cambiare. Per evolvere e avere nuove idee. Perché il rischio più grande di essere troppo sicuro di sé è che finisci per auto convincerti che tutto quello che pensi o fai sia giusto. Anche quando non lo è.

A domani, Jacopo


Per un futuro al femminile.

Qualche sera fa ho visto “The Spy Who Dumped Me” (titolo che richiama il decimo James Bond “The Spy Who Loved Me”), un film che il New Yorker ha inserito tra i film più interessanti del 2018 e che mi sento di inserire nel filone “remake al femminile”. Ovvero tutte quelle pellicole che ripropongono sceneggiature o generi tipicamente maschili, ma con interpreti femminili. In questa categoria rientrano anche l’ultimo Ghostbusters e Ocean’s 8. Ci sta, oggi il femminismo è molto pop e mi sento di appoggiare qualsiasi iniziativa che vada nella direzione di ridurre il gender gap. Tuttavia, non penso che il modo migliore per ridurre le disuguaglianze tra uomini e donne sia trasformare le donne in uomini. Non penso si possa costruire un futuro al femminile utilizzando le stesse logiche che hanno creato un passato e un presente al maschile. Perché, così facendo, si rischia di andare verso un futuro, intuito dal filosofo Žižek, in cui gli uomini saranno sempre più perpetui adolescenti in stile Trump, e le donne sempre più dure e punitive in stile Clinton.

A domani, Jacopo


Senza è il nuovo Con.

Per mezzo secolo molte aziende hanno basato il proprio vantaggio competitivo su una formula molto semplice: dare ai propri clienti il più possibile al minor costo possibile. “Puoi avere tutto incluso a soli 49,99 Dollari!”. Oggi questo paradigma si sta lentamente invertendo. Da qualche anno, molte aziende stanno avendo successo ribaltando la propria offerta, ovvero dando meno a un prezzo più alto. Pensiamo al cibo. Un tempo il valore aggiunto (come dice la parola stessa) era dato da cosa si aggiungeva. Mc Donald’s insegna: panini sempre più grandi e sempre più farciti a un prezzo sempre più basso. Oggi vale il contrario. Il valore aggiunto è dato dalla sottrazione. Meno ingredienti, più sani. E così sulle confezioni del cibo la parola “senza” ha sostituito la parola “con”. “SENZA olio di palma”. “SENZA calorie”. “SENZA grassi aggiunti”. “SENZA sfruttare animali”. “SENZA carne”. E poi ancora, sigarette senza caffeina. Caffè senza caffeina. Coca-Cola senza zuccheri. Birra senza alcol. Tutto per seguire un nuovo mercato dove il consumatore sembra aver finalmente capito che, in un mondo di abbondanza, quello che conta veramente, non è la quantità ma la qualità.

A domani, Jacopo


Social Media e Soft Skills.

Lunedì sono stato ospite di Radio Rai per parlare di lavoro e, in particolare di come promuoversi on line. Tra i temi emersi:

  1. Oggi nessun professionista può ignorare i Social Media, per il semplice fatto che chiunque li usa e, soprattutto, chiunque li può leggere. Tanto i tuoi amici quanto il tuo capo, il tuo futuro datore di lavoro o i tuoi clienti. Quindi serve una strategia e serve consapevolezza. È importante essere consapevoli che qualsiasi cosa scriviamo o postiamo è pubblica.
  2. Oggi le soft skills, valgono di più delle hard skills, perché in un mondo del lavoro sempre più dinamico, chi sei, la tua attitudine al lavoro e il tuo potenziale, vale di più di cosa hai fatto, delle tue competenze tecniche e del tuo passato. E i social media sono un ottimo strumento per raccontarti e valorizzare le tue soft skills.
  3. Su Internet non si può fingere, il tuo racconto deve rispecchiare la tua persona. È importante usare dei canali dove ci si possa esprimere senza forzature. Se non ti senti a tuo agio con i social network, esistono i blog, le newsletter (di cui sono un sostenitore…) o molti altri strumenti tra cui scegliere.

A domani, Jacopo


Il costo di fare qualcosa ad ogni costo.

Poco dopo la partenza, Edward Smith, capitano del Titanic, ordinò di fare tutto il necessario per arrivare a New York il prima possibile e battere ogni record. “Dobbiamo arrivare a New York a tutti i costi! Nulla ci potrà fermare!”. Inutile scriverti come è andata a finire. L’urgenza di fare qualcosa ad ogni costo spesso crea più danni che benefici, perché ti fa perdere di vista il contesto. Ti obbliga a guardare solo in una direzione, a non cambiare mai il tuo piano e a vedere tutto come un’inutile distrazione. Diventi come un Lemming nel celebre videogioco del 1991. Vai sempre avanti per la tua strada senza farti domande. E anche quando incontri un burrone (o un iceberg) tu vai comunque avanti perché devi raggiungere il tuo obiettivo “ad ogni costo”.

A domani, Jacopo


I bei vecchi tempi sono sempre più belli quando sono vecchi.

Insieme all’ansia, la nostalgia è uno degli stati emotivi che più caratterizzano la nostra epoca. Ansia per il futuro. Nostalgia per il passato. E in mezzo ci siamo noi, con il nostro lavoro sempre più precario e i nostri valori sempre più fragili. In Russia hanno nostalgia dell’Unione Sovietica. In Europa dell’autonomia dall’Unione Europea. E in America di quando l’America era grande. In tutto il mondo dilaga un senso di nostalgia che ci condanna ad essere turisti del nostro stesso passato (per parafrasare un nostalgico Rent in T2). Ci convinciamo che si stava meglio quando si stava peggio. E non importa se i dati dimostrano il contrario. Se la mortalità infantile continua a scendere e l’istruzione in tutto il mondo è in crescita. È il trucco della nostalgia: rende il passato più bello anche quando non lo era. “We are not thinking, we are feeling” scriveva il medico svedese Hans Rosling. E questo è un rischio perché, come ci insegna la storia, le emozioni sono molto più facili da influenzare rispetto ai nostri pensieri.

A domani, Jacopo


Le nuove idee non lavorano dove lavori tu.

L’idea per il mio primo libro l’ho avuta mentre facevo la doccia dopo aver corso. L’idea per il secondo libro l’ho avuta mentre davo da mangiare a mio figlio di fronte al mare di San Vito Lo Capo. Quella per il terzo libro mentre ero in tram e quella per il mio primo romanzo (che non ho ancora scritto, ma che prima o poi scriverò!) mentre mi stavo stirando una camicia. Te lo scrivo perché sono convinto che le nuove idee non lavorano dove lavori tu. E neanche dove lavoro io. Perché il modo migliore per avere nuove idee è uscire dal luogo dove lavori tutti i giorni. Tutti i più grandi creativi facevano così. Gustav Mahler componeva in un cottage tra le Alpi e ogni giorno camminava ore per avere l’ispirazione per scrivere nuova musica. Charles Dickens scriveva per cinque ore al giorno e poi faceva una passeggiata di tre ore per avere nuove idee. Sono buoni esempi. Scegli tu cosa fare. Puoi fare una passeggiata come Dickens o Mahler, oppure andare a correre, o a vedere una mostra, o qualsiasi altra cosa, purché sia fuori dal tuo ufficio.

A domani, Jacopo


Il misterioso naufragio della barca di Van Gogh.

Parafrasando la versione cinematografica del poeta americano Rene Ricard, nel film del 1996 Basquiat: quale artista non vorrebbe salire sulla barca di Van Gogh? Dal 1890 in avanti l’intera storia dell’arte è stata un risarcimento (non tanto a lui quanto agli artisti dopo di lui) per aver ignorato l’artista olandese. Oggi sembra impensabile che un artista come Van Gogh fosse in vita un’eccentrica nullità (come lui stesso si definiva). È un mistero come il mondo non si sia accorto di lui. Van Gogh era l’uomo giusto (un pittore geniale) al posto giusto (Parigi) nel momento giusto (la Parigi di fine Ottocento) con i contatti giusti (dal fratello gallerista Theo ai molti amici pittori da Renoir a Gauguin). Eppure non è mai stato in grado di emergere e realizzarsi, e ha passato la sua vita a combattere contro i propri demoni senza mai sentirsi a casa in nessun luogo. Perché non basta essere nel posto giusto al momento giusto. Fino a quando non si trova la propria dimensione e il proprio equilibrio, qualsiasi contesto è quello sbagliato.

A domani, Jacopo


Mobilità Politica.

Qualche sera fa ho visto “Vice”, il film sulla vita del politico americano Dick Cheney. È un film coraggioso (tanto per i contenuti, quanto per lo stile narrativo) che mi ha fatto riflettere su molti temi. Tra cui la mobilità sociale. Ovvero la possibilità per un individuo di passare da uno status sociale ad un altro. Gli Stati Uniti (come anche l’Italia) sono uno dei paesi al mondo con la minore mobilità sociale, dove, per intenderci, se nasci povero è probabile che tu rimanga tale. Questo non riguarda però tutti i settori. Basta pensare all’entertainment dove, soprattutto in America, sono molti gli attori e i cantanti, nati poveri e diventati in breve tempo molto ricchi. Ma oltre all’entertainment c’è anche (e non ci avevo mai pensato), quello della politica dove, anche se nasci nessuno, se riesci a crearti i giusti appoggi puoi diventare uno degli uomini più potenti del paese. Dick Cheney o Ronald Reagan ne sono un esempio, così come in Italia lo è Di Maio. Il che mi ha fatto pensare che forse c’è una correlazione tra mobilità sociale e politica: il grado di mobilità sociale nella società è inversamente proporzionale alla mobilità politica.

A domani, Jacopo


Se lavori da solo non lavorare da casa.

Nel film “Bandernsnatch”, Stefan è un giovane programmatore che preferisce lavorare da solo chiuso in casa piuttosto che in un ufficio con altre persone. E anche quando una casa di produzione gli commissiona la creazione di un nuovo video gioco con un team a lui dedicato, Stefan preferisce chiudersi in casa e passare giorno e notte attaccato al computer. Risultato: diventa paranoico, uccide il padre e viene arrestato (perdona lo spoiler – ma tanto hai altri quattro finali a disposizione). Ok, la storia di Stefan è drammatica. Lavorare da casa non porta necessariamente alla follia. Ma uno dei rischi maggiori di lavorare in proprio è quello di isolarsi. Lavorare da solo in un piccolo ufficio o, ancora peggio, a casa, magari in pigiama. Questo non è sano. Evitalo. Se lavori da solo non lavorare da casa. Esci. Lavora su una panchina in mezzo al parco piuttosto, o in un bar. Dovunque tu voglia, purché ci siano altre persone con cui parlare e condividere idee. Lavorare in proprio non vuol dire lavorare da solo, anzi è uno stimolo per lavorare con molte altre persone e creare una rete di collaboratori.

A domani, Jacopo


Una lettera dal futuro te.

Qualsiasi attività tu voglia fare, così come qualsiasi competenza tu voglia saper fare, richiede tempo, spesso anni. Nulla (che vale) è tutto e subito. Se fra cinque anni, il futuro te dovesse scriverti una lettera per ringraziarti di un’attività che hai iniziato oggi. Quale attività sarebbe? Inizieresti un tuo side project? Impareresti una nuova lingua? Faresti un master? Sono molte le attività che puoi fare per cambiare il tuo futuro e far sì che il te del futuro te ne sia grato.

A domani, Jacopo


Bandernsnatch e il gravoso fardello della scelta.

L’altra sera ho visto “Bandernsnatch”, un film molto sperimentale, ai limiti del manierismo, che, al viscerale senso di ansia e nostalgia (tipico di Black Mirror), unisce la possibilità di interagire con la storia. Un po’ come i libro-game di un tempo, con la differenza che, quando leggevi un libro-game, non c’era un algoritmo che teneva traccia di tutte le tue scelte per venderti più libri. Il film è totalmente incentrato sul tema della scelta. Tutto è narrato in ottica algoritmica IF THEN. Se fai questo, accade questo. La trovo una buona metafora dell’epoca contemporanea dove tutto sta a noi, dove abbiamo (almeno in apparenza) la possibilità di scegliere su ogni cosa. Non so se un domani tutti i film saranno interattivi. Non penso (e in tutta onestà non lo spero). Avere troppa scelta (tanto nei film quanto nella vita) a volte è più un peso che un reale beneficio. Rischiamo di rimanere paralizzati da troppe possibilità. Un po’ come quando apriamo Netflix e, di fronte all’immensa quantità di film a disposizione, passiamo la serata a scegliere quale film vedere e alla fine non vediamo nulla.

A domani, Jacopo


Cento.

Questo è il mio centesimo post di fila. L’1 Ottobre 2018 ho iniziato a scrivere un blog quotidiano. Mi sono dato l’obiettivo di scrivere ogni giorno un nuovo post di massimo 200 parole su vita, lavoro e altre cose interessanti. E, fino ad ora, non ho mai saltato un giorno. È un buon esercizio. Mi aiuta ad essere costante e stimola la creatività e questo penso sia il motivo principale per cui continuo a farlo: perché la costanza stimola la creatività. È un po’ come meditare. Nel caos della giornata lavorativa, so che almeno dieci minuti al giorno, li dedico ad organizzare i miei pensieri e dargli forma su carta.

A domani, Jacopo


Anno nuovo, lavoro nuovo.

Anno nuovo, lavoro nuovo. Gennaio è il mese dei buoni propositi e se stai cercando (o ti stai inventando…) un nuovo lavoro, queste sono tre caratteristiche da tenere in considerazione:

  • Motivazione: fai qualcosa in cui credi, qualcosa che per te è importante. Qualcosa che ti permetta di sentirti parte di un movimento più grande e ti dia la possibilità di avere un impatto (anche piccolo, ma positivo) sul mondo.
  • Realizzazione: fai qualcosa in cui sei bravo o puoi diventare bravo. Qualcosa che ti permetta di valorizzare quelle che gli psicologi chiamano le Signature Strengths (i tuoi tratti distintivi) e che ti dia la possibilità di migliorarti ogni giorno.
  • Remunerazione: fai qualcosa per cui sei pagato il giusto. Dove “giusto” vuol dire né troppo poco ma neanche troppo, perché se sei pagato troppo, la remunerazione assume un’importanza maggiore rispetto alle altre due caratteristiche e l’equilibrio si rompe.

Buon anno (e buon lavoro)!

A domani, Jacopo


Libri che ci leggono.

Un tempo leggevo i libri su carta. Oggi invece li leggo principalmente su Kindle. È stata una scelta sofferta. Sono molto legato ai libri cartacei, mi piace toccarli, mi piace tenerli in casa e mi piace sottolineare le parti che preferisco e appuntarmi alcune note a matita. Però leggendo molto e ovunque, gli e-book sono molto più pratici e, alla fine, la praticità ha vinto. C’è però una cosa che potrebbe farmi ritornare al libro cartaceo. Ovvero il rischio che un domani, come scrive il filosofo Harari, i libri mi leggeranno mentre io li leggo. Strumenti come il Kindle di Amazon, tengono traccia di cosa sottolinei, di quali libri leggi e di come li leggi. E se un domani dovessero avere sensori biometrici o rilevatori delle espressioni facciali (cosa che alcuni iPhone già hanno), saranno in grado di decodificare le emozioni che un libro ci suscita. E quindi influenzare la nostra lettura e, di conseguenza, i nostri pensieri.

A domani, Jacopo


Facebook ha ucciso il gossip.

Dicembre è il mese in cui faccio più pranzi e cene. E per questo motivo, è uno dei mesi che preferisco. Con la scusa del Natale, rivedo persone che difficilmente riesco a incontrare durante il resto dell’anno. E quando non vedi qualcuno da un po’ di tempo è bello scambiarsi novità su amici e conoscenze comuni. O almeno, un tempo era bello. Oggi con Facebook lo è molto meno. Perché con Facebook tutti sanno tutto di tutti in tempo reale. Non c’è più la novità. Un tempo quando qualcuno parlava dell’ex compagna di classe che aspettava un figlio o si era sposata, tutti erano interessati. Oggi invece per qualsiasi gossip la risposta è: “Ah sì, l’ho visto su Facebook”. E questo è un peccato perché il gossip (nella forma del racconto tra persone), è sempre stato un importante collante sociale.

A domani, Jacopo


Open Space.

Ieri ho letto l’ennesimo articolo che mette in luce i limiti degli Open Space. Diminuiscono la produttività, riducono le interazioni e aumentano le distrazioni e la possibilità di ammalarsi. Tanto che il 60% delle persone che ci lavora non è contenta. E più ci penso più sono d’accordo. Personalmente non mi piace lavorare tutto il giorno in un Open Space. Li considero più una moda che qualcosa di realmente utile. Sono una fucina di distrazioni e interruzioni (esattamente come molti degli strumenti di instant messaging che usiamo ogni giorno) che riducono la concentrazione e quindi la produzione. Ci mettiamo più tempo a fare qualsiasi cosa perché siamo continuamente distratti da quello che ci succede attorno. Avere degli spazi aperti nel luogo del lavoro ci sta. Possono essere utili per fare delle riunioni o per stimolare la creatività e la condivisione di informazioni, ma dovrebbero essere circoscritti a delle aree specifiche, non essere la norma.

A domani, Jacopo


Scrivere.

Un giorno Gloria Steinem disse che per lei scrivere era l’unica cosa che non le desse la sensazione che sarebbe meglio se facesse altro. Per me non è l’unica cosa, ma è una delle poche attività che mi piace fare indipendentemente dal risultato. Mi piace scrivere anche se poi non pubblico quello che ho scritto. E questo è il motivo per cui scrivo almeno un breve post ogni giorno. Il 2019 è appena iniziato e, generalmente Gennaio è un buon momento dell’anno per riflettere sul proprio lavoro e su quello che si vuole o non vuole fare. Se tra le tante attività che fai, ce ne è una che ti fa sentire realizzato e non ti dà la sensazione che sarebbe meglio se facessi altro, quest’anno potrebbe essere quello giusto per dedicarci più tempo e trasformarla nella tua professione.

A domani, Jacopo


Sorry To Bother You.

Qualche sera fa ho visto un film che volevo vedere da diverso tempo. “Sorry to Bother You” di Boots Riley. Il titolo del film si rifà a una delle frasi che il protagonista, Cassius “Cash” Green, dice più spesso: “Scusa il disturbo”. Cassius lavora infatti come telemarketer in una società che non paga lo stipendio ma dà solo commissioni. Quindi se vendi vieni pagato, se non vendi non vieni pagato. È un film che con ironia e satira, ritrae bene la condizione di precarietà lavorativa (e quindi anche personale) con cui sempre più persone devono avere a che fare, tanto in America quanto nel resto del mondo (Italia in primis). Oltre a mettere in discussione il sogno americano e tutta quell’idea di società orientata al successo e alla scalata sociale, che molto spesso si traduce in un’insostenibile chimera.

A domani, Jacopo


Buoni propositi.

Buoni propositi per il 2019: andare in palestra. Davvero, ma non una palestra fisica per il corpo, una qualsiasi palestra per la mente. Nel 2019 voglio fare più attività che tengano la mia mente allenata. Attività che mi facciano fare domande, scoprire risposte e imparare nuove cose. Attività che mi facciano crescere e maturare. E questo vuol dire fare errori, studiare, leggere, fare e inventarmi nuovi lavori, giocare con i miei figli, conoscere nuove persone e viaggiare. È un proposito tanto ambizioso quanto necessario che per non mancare condivido fin da subito. Buon anno!

A domani, Jacopo


È Capodanno, brucia tutto (quello di cui ti vorresti liberare).

Un Capodanno di molti anni fa ero a una festa in campagna e, dopo la mezzanotte, siamo tutti usciti di casa, abbiamo acceso un enorme falò, abbiamo scritto su dei pezzi di carta quello di cui volevamo sbarazzarci e gli abbiamo dato fuoco. Da allora lo faccio ogni anno. Non è necessario fare un enorme falò. È sufficiente un pezzo di carta, una penna e una candela. Prenditi qualche minuto per pensare a tutto quello di cui ti vorresti liberare (pensieri negativi, brutte abitudini, routine, lavori, etc etc), scrivili su un pezzo di carta, piegalo e poi brucialo. Guarda il fumo e lascialo andare via. Da domani, ogni volta che quello di cui vorresti liberare ritorna, pensa che l’hai bruciato e guarda oltre. 

A domani, Jacopo


Classifiche di fine anno.

Il 2018 in 10 classifiche:

A domani, Jacopo


Ogni volta che leggo i quotidiani mi domando: Quanto indietro si può andare?

Ogni volta che leggo i quotidiani mi domando: Quanto indietro si può andare? Leader come Salvini quanto la possono sparare grossa? Ripristinare il militare? Tornare alla Lira? È tutta una marcia indietro verso un passato che non c’è più, e che in realtà non c’è mai stato. E questo accade ovunque. La Brexit promette un ritorno all’Inghilterra autonoma. Trump promette un ritorno alla grande America di Reagan (che a sua volta prometteva un ritorno alla grande America degli anni Cinquanta). L’Isis promette un ritorno ai gloriosi anni dell’Islam. Tutti i leader del Novecento, erano mossi da una fortissima spinta in avanti verso il futuro, volevano cambiare il mondo radicalmente, a costo di distruggere tutto. Oggi invece, nessun politico ha il coraggio di cambiare il mondo e così giocano tutti la carta della nostalgia. Come sostiene Mohsin Hamid, l’essere umano è ancora un animale, e gli animali faticano ad adattarsi ai cambiamenti troppo rapidi. Oggi tutto sta cambiando troppo in fretta e così la nostalgia diventa un rifugio sicuro dove nascondersi. A un prezzo però. Fino a quando non ci toglieremo di dosso il fardello di un secolo così importante come il Novecento sarà difficile guardare al futuro e andare oltre.

A domani, Jacopo


L’anonimato è un super potere.

Come un giorno disse lo street artist Banksy: “Non capisco perché le persone siano così entusiaste di condividere pubblicamente i dettagli della propria vita privata, si sono dimenticati che essere invisibili è un super potere”. Ed ha ragione. L’invisibilità, l’anonimato e la privacy sono super poteri sempre più rari e quindi sempre più preziosi. Perché se negli anni settanta, come sosteneva Andy Warhol, in futuro ognuno avrebbe avuto diritto a 15 minuti di celebrità, oggi possiamo prevedere che in futuro ognuno avrà diritto a 15 minuti di anonimato. L’anonimato sarà il super potere del XXI secolo. Essere completamente anonimi, lontani da qualsiasi riflettore, ricerca, database, anagrafe o archivio reale o virtuale sarà il sogno proibito delle prossime generazioni.

A domani, Jacopo


Attività differenti, strumenti differenti.

Un tempo avevo tanti strumenti. Poi è arrivato lo smartphone e per molti anni è stato il mio solo strumento. L’unico che mi portavo dietro ovunque andassi. Lo usavo per tutto. Lavorare, leggere, fotografare, controllare la mail, scrivere i miei appunti, chiamare e comunicare. Oggi sono tornato indietro. Da più di un anno, sto usando lo smartphone sempre meno. Adesso uso il mio taccuino di carta per scrivere. L’orologio per guardare l’ora. Kindle per leggere i libri. La sveglia per svegliarmi. Il computer per lavorare. La macchina fotografica per fotografare. Lo stereo (o il mio vecchio iPod) per ascoltare musica e così via. È ovviamente molto più scomodo, devo andare in giro con più strumenti. Ma funziona molto di più. Perché avere uno strumento differente per ogni attività mi aiuta a concentrarmi di più su quella attività. È come se usando quello specifico strumento comunicassi al mio cervello che sto facendo proprio quella specifica attività. E non dieci attività contemporaneamente. E questo mi rende più produttivo.

A domani, Jacopo


Whiplash e la delicata tensione del talento.

L’altra sera ho visto un film capolavoro: “Whiplash” che ruota attorno alla storia di Andrew, giovane studente che sogna di diventare il miglior batterista jazz della sua generazione e di Terence, spietato direttore del conservatorio, che spinge Andrew ai limiti della sopportazione fisica e mentale nel tentativo di far esplodere il suo talento. C’è un dialogo che riassume il senso del film. Dopo che Andrew ha deciso di smettere con la batteria a causa dell’eccessiva pressione psicologica e Terence è stato licenziato dal conservatorio a causa dei suoi metodi al limite del sadismo, i due protagonisti si ritrovano e Terence dice ad Andrew: “Io non ero lì per dirigere. Io ero lì per spingere le persone oltre le loro aspettative. [Perché] non ci sono due parole più dannose di ‘Buon Lavoro’” Così, Andrew gli domanda se questo non rischi di scoraggiare il prossimo Charlie Parker e Terence risponde: “No, perché Charlie Parker non si lascerebbe scoraggiare da nulla”. Il che porta a domandarsi quanto si possa spingere il talento senza farlo implodere e quale sia il giusto equilibrio tra un rassicurante ma poco stimolante “Hai fatto un buon lavoro” e un incoraggiante ma potenzialmente distruttivo “Puoi dare di più”.

A domani, Jacopo


All I Want for Christmas Is… Time!

All I Want for Christmas Is… Time! Dovunque e comunque tu abbia deciso di trascorrere il Natale, spero tu riesca a prenderti un po’ di tempo per te e per gli altri. Tempo per staccare con la routine lavorativa (e con il telefono). Tempo per leggere un libro e rilassarti. Tempo per pensare al 2018, a quello che hai fatto e a quello che non hai fatto ma che avresti voluto fare. Tempo per ritrovare l’equilibrio e riscoprire le tue priorità. Buon Natale!

A domani, Jacopo


Serie Trotsky.

Ieri sera ho finito di vedere un’inaspettata (nel senso che ignoravo la sua esistenza) serie su Trotsky. La trovi su Netflix e si intitola “Trotsky”. A parte il fatto che è solo in lingua originale (russo… ma ha i sottotitoli anche in italiano), è molto interessante. Conoscevo Trotsky e parte dei suoi scritti, ma molti aspetti della sua vita privata li ignoravo. Dal fatto che avesse preso il suo nome (Trotsky) dal capo-carceriere della prigione dove da giovane fu condannato a quattro anni di esilio. Fino ai suoi incontri con Freud e le sue amanti. Sapevo invece (piccolo gossip) della parentela tra l’assassino di Trotsky (l’agente segreto sovietico Ramón Mercader) e la madre di madre di Christian De Sica che è quindi non solo il figlio di uno dei più grandi registi italiani, ma anche il nipote dell’assassino di Trotsky.

A domani, Jacopo


Radio Tchaikovsky e l’importanza di stupirsi.

Secondo Spotify, la seconda canzone che ho ascoltato di più quest’anno è il Concerto per violino e orchestra in re maggiore op. 35 di Tchaikovsky. Ed effettivamente la sento molto spesso. Tanto su Spotify quanto in Mp3 o cd. Due domeniche fa però, mi è capitato di accendere la radio e dopo qualche minuto la speaker ha annunciato l’esecuzione del Concerto per violino di Tchaikovsky. Non avevo programmato di ascoltarla, non avevo scelto io di ascoltarla. È capitato. E il fatto che ascoltarla fosse un evento inaspettato l’ha resa molto più bella. Oggi viviamo la società del “tutto e subito”. Pensiamo ad una canzone e possiamo ascoltarla subito su Spotify. Vogliamo vedere un film e lo possiamo vedere subito su Netflix. Cerchiamo un’informazione e abbiamo la risposta in meno di un minuto su Google. Tutto sembra essere ad un tasto da noi. Ma in questo modo rischiamo di perdere la bellezza dello stupore che rende tutto più unico. Proprio perché non programmato.

A domani, Jacopo


Vado a scuola.

Qualche sera fa, ho visto insieme ai miei due figli, un documentario bellissimo. Il titolo è “Vado a scuola” e documenta le sfide che devono vivere ogni giorno quattro bambini per raggiungere le loro scuole. Jackson, 11 anni, in Kenya, percorre quindici chilometri nella savana tra animali selvatici. Zahira, 11, in Marocco, cammina per una giornata intera per raggiungere la scuola. Samuel, 13, in India, percorre sulla sedia a rotelle, accompagnato dai due fratellini, 4 chilometri di strada sabbiosa. Carlito , 11, in Argentina, attraversa a cavallo insieme alla sorellina le pianure della Patagonia per coprire i diciotto chilometri che lo separano dalla scuola. La cosa più incredibile delle storie raccontate, è quanto le difficoltà responsabilizzino e motivino i bambini. Il fatto di dover ogni giorno affrontare da soli molte difficoltà per raggiungere la scuola li responsabilizza come persone e li motiva come studenti. La scuola per loro non è qualcosa che devono fare ma che vogliono fare a tutti i costi. Ed è per questo che ci tenevo a vedere questo documentario con i miei figli. Perché possano capire fin da subito che andare a scuola è un privilegio che non dovrebbero mai dare per scontato.

A domani, Jacopo


Scrivo per leggere, insegno per imparare.

Ogni giorno scrivo un post, ogni settimana scrivo una newsletter e, dal 2015, ogni anno pubblico un libro. Non lo faccio solo perché scrivere è la mia passione, ma anche perché scrivere mi obbliga a non smettere mai di leggere e di studiare. E lo stesso vale per l’insegnamento. Insegno così da avere la motivazione per continuare a imparare. Oggi stiamo vivendo una rivoluzione professionale molto importante e non smettere mai di formarsi (detto anche Continuous Learning) è un’attività essenziale per il tuo futuro professionale. Ciò nonostante, trovare il tempo per studiare mentre lavori non è facile. Di natura siamo portati a preoccuparci più di quello che ci accade nel breve periodo piuttosto che nel lungo. E così, alla fine della giornata, il Continuous Learning non è più una priorità. Se però vuoi farla diventare una priorità, posso suggerirti due strade: 1) Fai un lavoro che ti obbliga a imparare sempre nuove cose; 2) Crei dei momenti per condividere quello che stai imparando con altre persone. Basta anche un blog o una serie di incontri, ma il solo fatto di avere qualcuno con cui regolarmente condividi il tuo sapere ti motiva e ti permette di avere una scadenza da rispettare.

A domani, Jacopo


Ascoltare non vuol dire sentire.

L’edicolante della fermata della metropolitana Moscova a Milano, ha un cartello appeso vicino alla cassa che mi fa sempre pensare. È un A4 plastificato con una scritta nera su sfondo bianco: “Non serviamo persone che parlano al cellulare”. Chiarissimo. Lo condivido a pieno. Che senso ha parlare se nel frattempo con la testa siamo da un’altra parte? Piuttosto non parliamo, o parliamo meno, ma se parliamo, parliamo e basta. Parlare non vuol dire sentire e annuire. Vuol dire ascoltare, pensare e rispondere. E queste tre azioni richiedono concentrazione. Ascoltare e sentire sono due cose molto differenti. Se mentre parliamo stiamo leggendo una mail o controllando il nostro profilo Facebook, stiamo sentendo quello che la persona ci sta dicendo (sentire è un gesto meccanico), ma non stiamo ascoltando e quindi non stiamo capendo. E quando non si capisce, è più difficile parlare.

A domani, Jacopo


To Do, or Not To do (List).

Sono un “To Do List Addicted”. Le faccio dai tempi del Liceo. Adoro scrivere l’elenco delle cose che devo o voglio fare. Ma ancora di più, adoro tirarci su una riga quando le ho fatte. Nonostante ci siano centinaia di strumenti per fare ToDo List digitali, io le faccio ancora su carta. Prima scrivo tutto quello che voglio fare e poi divido le attività in “Must-To-Do” (ovvero quelle che devo fare per forza) e “Nice-To-Do” (ovvero quelle che posso anche non fare). Ultimamente però ho aggiunto un’ulteriore categoria: le attività “To-Do-Not”, ovvero quelle che non devo fare. Le attività non necessarie, o che posso delegare o che posso automatizzare. E questo mi aiuta molto, mi permette di fare meno, e farlo meglio. Mi permette di fare tutto quello che devo e voglio fare. Perché l’unico modo per completare tutte le attività che hai sulla tua To Do List è avere meno cose da fare.

A domani, Jacopo


Xmas ’18.

Un tempo facevo le cassette, poi i cd, poi le liste di Mp3 e ora le playlist su Spotify. Ogni anno raccolgo le mie canzoni preferite di Natale in una playlist. Queste le 18 canzoni di quest’anno:

  1. Andy Williams – It’s the Most Wonderful Time of the Year
  2. Band Aid – Do They Know It’s Christmas?
  3. Bob Dylan – Silver Bells
  4. Jethro Tull – Another Christmas Song
  5. The Pogues – Fairytale of New York
  6. Overmountain Men – Rambling Door to Door
  7. Queen – Thank God It’s Christmas
  8. Bruce Springsteen – Santa Claus Is Comin’ to Town
  9. Johnny Cash – I’ll Be Home for Christmas
  10. Greg Lake – I Believe in Father Christmas
  11. Bryan Adams – Christmas Time
  12. Elvis Presley – Blue Christmas
  13. The Beach Boys – Little Saint Nick
  14. Mud – Lonely This Christmas
  15. The Ronettes – I Saw Mommy Kissing Santa Clausr
  16. Wizzard – I Wish It Could Be Christmas Everyday
  17. The Darkness – Christmas Time (Don’t Let the Bells End)
  18. Tracy Chapman – O Holy Night.

Puoi ascoltare la playlist qui.


Qualsiasi cosa fai, all’inizio ti sentirai ridicolo (e va bene così).

Se ripenso a tutte le mie prime volte mi sento ridicolo. La prima volta che ho insegnato in università: ridicolo. La prima volta che ho insegnato in università in inglese: utterly ridiculous. La prima volta che ho parlato in pubblico. La prima volta che ho chiesto soldi a degli investitori. La prima volta che ho venduto qualcosa. Ridicolo, ridicolo e ridicolo. Eppure è proprio grazie a quelle prime volte che oggi posso fare quello che faccio. E funziona sempre così: qualsiasi cosa tu decida di fare, è molto probabile che all’inizio ti sentirai ridicolo, magari un po’ goffo o, quanto meno, inesperto. È normale. Fattene una ragione e, soprattutto, non lasciare che questo ti inibisca. Essere, o meglio apparire, ridicolo è un elemento cruciale per sviluppare il tuo approccio imprenditoriale, perché significa essere aperto a provare nuove strade, fare errori e, di conseguenza, imparare e migliorare se stessi. Tutte le grandi innovazioni o invenzioni sono passate da alcuni momenti ridicoli, come quando i primi pionieri del volo provavano a volare attaccandosi enormi ali alle braccia. Potevano apparire ridicoli, vero, tuttavia oggi tutti noi possiamo volare anche grazie a quelle “ridicole” invenzioni.

A domani, Jacopo


Elogio (inaspettato) della noia.

Un paio di settimane fa ero in stazione, il mio treno doveva partire alle 6.45 ma, a causa di un incidente, era fermo. Non sapevo quando sarebbe ripartito e quindi non sapevo cosa fare. Per 30 minuti non ho fatto nulla. Mi sono terribilmente annoiato. Per tutta la vita ho considerato la noia come qualcosa da evitare in tutti i modi. Un “mostro delicato” capace di ingoiare il mondo in un solo sbadiglio (per rubare le parole a Baudelaire). Tuttavia, in un mondo che fa di tutto per non farti annoiare mai, dove qualsiasi attimo della nostra vita è occupato da un messaggio o da una pubblicità, forse la noia è diventata un lusso che mi sento di rivalutare. Perché annoiarsi vuol dire avere tempo per sé. Avere tempo per pensare, tempo per svuotare la mente, tempo per riflettere, tempo per lasciarsi sorprendere da quello che potrebbe accadere o da quello che potremmo osservare, ma che non vediamo perché siamo sempre immersi in qualsiasi attività che ci eviti, in tutti i modi, l’horror vacui di un momento passato senza fare nulla.

A domani, Jacopo


Non è la tecnologia che hai ma come la usi.

Nel 2008 ero a New York e una delle cose che più mi colpiva era la quantità di persone che in metropolitana guardavano il proprio smartphone. Anche in Italia c’erano gli smartphone, ma non mi era mai capitato di vederne così tante. Ogni volta che entravo in metro erano tutti con la testa chinata sul loro cellulare. Oggi è la normalità ovunque. Il che potrebbe giustificare la teoria per cui la tecnologia ci isola. Fisicamente siamo in un luogo, ma con la testa siamo da un’altra parte. E questo in parte è vero. Il punto però non è la tecnologia in sé, ma l’utilizzo che se ne fa. Quello che conta veramente è il contenuto non il contenitore. Prima degli smartphone, la gente in metropolitana leggeva i libri o i quotidiani e questa era un’abitudine sana. Io leggo un libro a settimana e gli spostamenti sono ideali per ritagliarmi del tempo per leggere. La tecnologia di cui disponiamo oggi ci dà la possibilità di avere accesso a tutto il sapere sempre a portata di mano, ci semplifica la vita e ci permette di comunicare con tutto il mondo. Ovviamente sta a ognuno di noi decidere come e perché usarla.

A domani, Jacopo


Usa i social come Mark Twain!

Mark Twain aveva una buona abitudine. Prima di mandare una lettera dai toni accesi, la teneva in tasca per 5 giorni e se dopo 5 giorni ne era ancora convinto, allora la mandava. Ai tempi della comunicazione instantanea e dei Social Media, penso che il suo monito sia più attuale che mai. Nell’ultimo anno, Trump per poco non dava inizio a una guerra nucleare per i suoi Tweet contro Kim Jong Un, Elon Musk stava per far fallire la Tesla a causa di un suo Tweet in cui condivideva l’idea di privatizzare la sua azienda e, qualche giorno, fa Dolce e Gabbana si sono inimicati un intero paese (la Cina….) per un video e un commento su Instagram. Di fronte a tutto questo, mi viene da pensare che forse aveva ragione Mark Twain. Forse serve tempo per essere sicuri di un proprio pensiero, prima di condividerlo. Soprattutto se si è un personaggio pubblico o un imprenditore. Perché, prendendo ispirazione dalla celebre frase che lo zio di Spider Man diceva sempre a suo nipote: con grande visibilità arrivano grandi responsabilità.

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Strategia Nostalgia.

Tra poco è Natale e, se non hai ancora visto la pubblicità dei grandi magazzini John Lewis’s con Elton John come protagonista, ti consiglio di vederla. È fatta molto bene, si sviluppa su un concept chiaro e coerente (“alcuni regali sono molto di più di un semplice regalo”) e tocca le giuste corde (soprattutto se sei padre o madre e adori il Natale). Tuttavia, è l’ennesima dimostrazione che la nostalgia è uno degli strumenti di marketing più utilizzati di questo inizio Secolo. Il nostro presente è intriso di nostalgia. La politica che promette un ritorno a un passato glorioso. I social Media che ci ripropongono ricordi del passato. Il cinema che produce un sequel dietro l’altro. Le serie televisive ambientate in un passato che non c’è più (e che forse non c’è mai stato). Tutto sembra guardare più al passato che al futuro. Tanto che nel marketing, la nostalgia è diventata una vera e propria strategia usata da molti brand per coinvolgere e rassicurare il proprio pubblico, perché, come dice il professore di psicologia Clay Routledge, in tempi di incertezza dove nessuno sa dove stiamo andando, la nostalgia è una forza stabilizzatrice che ci fa sentire più sicuri.

A domani, Jacopo


Nel lungo periodo i secondi arrivano sempre primi.

Nella storia della musica, il 14 agosto 1995 è ricordato come il giorno della battaglia delle band, quando le due più importanti band britanniche degli anni Novanta – i Blur e gli Oasis – uscivano in contemporanea con il loro nuovo singolo. All’inizio, sono i Blur a vincere la battaglia ma, nel lungo periodo gli Oasis venderanno molti più dischi e terranno, l’11 agosto 1996 a Knebworth, il più grande concerto a pagamento della storia. Spesso arrivare primi non è garanzia di successo, anzi è vero il contrario. Se pensiamo alla tecnologia, la storia è piena di secondi che si sono poi imposti come primi. Yahoo è arrivato prima di Google. Hotmail è arrivata prima di Gmail. Messenger è arrivato prima di Skype che è arrivato prima di Whatsapp. Così come MySpace è arrivato prima di Facebook e Nokia prima di Apple. Qualsiasi cosa tu stia pensando di fare, è verosimile che sul mercato ci sia già un player che propone il tuo stesso prodotto o servizio. Ma questo non deve essere un pretesto per rinunciare. Anzi, è un’occasione per imparare dagli errori degli altri e offrire qualcosa di migliore o diverso che possa, nel lungo periodo, essere più sostenibile.

A domani, Jacopo


Con la cultura si mangia (se la sai cucinare).

Dire che in Italia con la cultura non si mangia non ha senso. È come se in Arabia Saudita dicessero che con il petrolio non si mangia. Nel nostro Paese abbiamo ereditato tonnellate di materia prima culturale e tanto il settore culturale quanto quello del turismo è in crescita costante (dal 1950 ad oggi il settore del turismo è aumentato del 4.700%). In quest’ottica, l’arte e la cultura sono risorse molto preziose. A patto però di essere in grado di trasformarle in valore economico. Chi in Italia pensa che con la cultura non si possa mangiare è solo perché non sa come cucinarla. Il problema non è economico, ma manageriale. Non è un problema di risorse, ma di competenze. E le competenze si acquisiscono con la formazione. Ieri sono stato a Roma per tenere un corso di Cultura e Impresa e la prima cosa che ho detto ai miei studenti è stata: “Voi avete un compito fondamentale perché voi sarete i manager che gestiranno il nostro patrimonio culturale. Voi avrete il compito di valorizzare, anche in termini economici, migliaia di anni di storia. Questa è una grande opportunità, ma come tale, è anche una grande responsabilità”.

A domani, Jacopo


Meno perfezione, più azione.

Nel bene e nel male, oggi non è il tempo giusto per i perfezionisti. O almeno, per i perfezionisti che procrastinano, ovvero quelli che fino a quando la propria idea non è perfetta al 100% non la buttano sul mercato. Il mercato con cui abbiamo a che fare oggi è troppo veloce per chiudersi anni nelle proprie stanze a rifinire nei minimi dettagli il proprio prodotto. Il rischio è che quando sei pronto tu, è già cambiato tutto. Dall’altra parte però, oggi abbiamo Internet, la stampa 3D e la globalizzazione, e quindi è molto più facile lanciare sul mercato una versione più rudimentale della propria idea, fare qualche test, aggiustarla e ributtarla sul mercato migliorata (il celebre processo Build-Measure-Learn proposto da Eric Ries). In più, nessuno si accontenta più del prodotto finito, vogliamo vedere il processo che ha portato a quel prodotto, vogliamo conoscere la storia che ci sta dietro (X-Factor docet…). Quindi qualsiasi sia la tua idea, smetti di progettarla e inizia a farla.

A domani, Jacopo


La storia nascosta.

L’altra sera ho visto su Netflix “John Leguizamo’s Latin History for Morons”, uno show in cui il comico latino-americano ripercorre le origini dell’identità degli Ispanici in America. Lo show parte dal presupposto (vero) per cui spesso la nostra conoscenza della storia del Sud America si ferma ai Maya, ovvero a 3.000 anni fa. Tra allora e adesso: Nada! Certo, c’è stato Che Guevara, c’è stata Frida Kahlo e Diego Rivera, c’è stata l’immigrazione di noi Italiani. Ma c’è stato anche molto altro che nei libri di storia (soprattutto americani) non è mai stato raccontato. E questo è un grosso problema per l’identità latino-americana perché, come sostiene Leguizamo, se non vedi te stesso rappresentato fuori da te stesso ti senti invisibile. Pensi di non avere radici. Anche se in realtà le hai molto profonde. Questo vale per la cultura degli Ispanici, come per quella degli Indiani d’America, per molte popolazioni dell’Africa, per gli Aborigeni d’Australia e per tutte quei popoli che l’uomo ha cancellato e che sta continuando a cancellare. Molto spesso perché la loro cultura è un ostacolo alle proprie mire espansionistiche. Proprio come la cultura dei Maya, dei Toltechi e degli Aztechi lo era per l’impero spagnolo.

A domani, Jacopo


Siamo diventati tutti Giapponesi.

Il bimbo in questa foto è mio figlio Leone due anni fa a Kyoto, poco prima di iniziare la camminata verso il santuario di Fushimi Inari-taisha. E la folla attorno a lui sono alcuni dei molti Giapponesi che, ogni volta che lo vedevano, gli facevano una foto. Mio figlio è di carnagione molto chiara, con i capelli biondi e gli occhi azzurri. Tratti non comuni a un Giapponese. E così spesso veniva fotografato. Meno di vent’anni fa, lo stereotipo del turista Giapponese con la macchina fotografica sempre in mano pronto a fotografare qualsiasi cosa era un luogo comune di cui spesso si rideva. Oggi è la normalità per tutti. Siamo tutti diventati come lo stereotipo del turista giapponese. Come scrive Yuval Noah Harari in Homo Deus, il nostro nuovo motto è: ‘If you experience something – record it. If you record something – upload it. If you upload something – share it.’ Ed è vero, un tempo godevamo di una esperienza, oggi godiamo nel condividerla su un qualche Social Media.

A domani, Jacopo


Sorridi come Jan Lewan.

Qualche sera fa ho visto il film “The Polka King” dove Jack Black interpreta l’imprenditore e cantante polacco, naturalizzato americano, Jan Lewan. Devo essere onesto, ci ho pensato un po’ prima di condividere la sua storia. Diciamo che Lewan non è stato proprio un imprenditore modello. Nel 2004 è anche finito in carcere per aver messo in atto uno schema Ponzi. Però c’è un tratto della sua personalità che penso sia essenziale per chiunque voglia mettersi in proprio o fare l’imprenditore. Lewan è nato in Polonia nel 1941 durante l’occupazione nazista e per tutta la vita ha fatto qualsiasi lavoro per guadagnarsi da vivere. Ma, non ha mai smesso di credere nel suo sogno e a qualsiasi cosa gli accadesse ha sempre risposto con il sorriso e con la ferma convinzione che ce l’avrebbe fatta. Tanto che a un suo musicista che lo accusava di essere un bugiardo, rispose: “A volte dici le cose per farle accadere. Dici grandi cose e grandi cose accadono. Non sono un bugiardo. Sono uno che ci crede”. E questa penso sia la caratteristica principale di un imprenditore. L’imprenditore fa accadere le cose di cui parla.

A domani, Jacopo


Ogni tanto ci ricasco.

Ogni tanto ci ricasco… Per molti anni l’arte è stata la mia passione e la mia professione. Poi è rimasta una grande passione. L’arte è fondamentale nella vita di ogni persona, perché ti spinge sempre a farti domande e vedere la quotidianità da un altro punto di vista. Adoro visitare mostre e, ancora di più, curarle. Così ogni tanto ricasco in qualche progetto artistico. Tre settimane fa sono stato a Torino per presiedere una giuria di esperti e nominare i vincitori di un bando internazionale di Street Art promosso dalla Fondazione Contrada. Sono arrivate quasi 100 proposte da tutto il mondo. Le abbiamo viste e analizzate una ad una. Abbiamo selezionato i finalisti e poi abbiamo lasciato la parola ai cittadini che hanno scelto i tre vincitori. Sono molto contento di questa scelta perché penso sia giusto lasciare la decisione finale a chi condividerà ogni giorno la sua vita con le opere d’arte che i tre artisti vincitori realizzeranno su delle enormi facciate cieche nel loro quartiere.

A domani, Jacopo


Il paradosso della pubblicità ai tempi di Spotify.

Da più di cent’anni le aziende fanno di tutto per farci sembrare la pubblicità come qualcosa di bello, coinvolgente ed emozionante. Qualcosa che vogliamo vedere, non che dobbiamo vedere. Poi arriva il modello di business Freemium (qui inteso come la possibilità di pagare per togliere la pubblicità) e la pubblicità tradizionale si palesa per quella che è: un terzo incomodo tra noi e quello che vorremmo fare, vedere o sentire. Pensa al Kindle di Amazon, che puoi comprare a prezzo scontato se accetti di avere al suo interno la pubblicità. Oppure pensa a Spotify dove puoi ascoltare la musica gratis, ma se vuoi togliere la pubblicità devi pagare 9,99 € al mese. Modelli di business come questi mettono in luce il paradosso della pubblicità. Da un lato la pubblicità deve essere qualcosa di talmente fastidioso da spingere le persone a pagare pur di toglierla. Dall’altro però, per essere efficace la pubblicità deve essere tutt’altro che fastidiosa. Quindi che fare? Non lo so. Però questo paradosso potrebbe tradursi in un modo per risollevare le sorti della pubblicità tradizionale. Vendere a Brand come Amazon o Spotify pubblicità talmente fastidiose da incrementare il tasso di consumatori che passano alla versione Premium.

A domani, Jacopo


Un libro: “How to Fail at Almost Everything and Still Win Big”.

Questa settimana ho letto “How to Fail at Almost Everything and Still Win Big” di Scott Adams, fumettista (è l’inventore della striscia a fumetti “Dilbert”), autore, imprenditore nel campo del cibo vegetariano, membro dell’associazione Mensa (quella dove per accedere devi avere un QI superiore al 98° percentile) e teorizzatore del Principio di Dilbert, secondo il quale le aziende tendono a promuovere i dipendenti più incapaci così da evitare che facciano danni. Il libro è molto autobiografico e racconta molti episodi della sua vita dandone sempre una lettura a metà strada tra la filosofia e la satira. Una delle teorie più interessanti che ho trovato nel libro è quella del “Talent Stacking”. Secondo Adams, se vuoi aumentare le possibilità di avere successo in quello che fai è meglio migliorarsi in più competenze complementari invece di focalizzarsi su una sola cosa. Perché è la sommatoria delle varie competenze che ti rende unico e aumenta le tue possibilità. Adams stesso ne è un esempio. Non ha puntato ad essere un ottimo fumettista, ma ha unito differente competenze (scrittura, imprenditoria, satira, filosofia…) per crearsi il proprio posizionamento unico e distintivo.

A domani, Jacopo


Troppi sogni sono un incubo di frustrazione.

Sono un sognatore. Per lo più un sognatore entusiasta. Ovvero uno di quelli che si innamora delle idee. E questo non sempre è un bene, perché si tende a non voler rinunciare a nulla, seguendo l’ambizione (irreale) di realizzare tutti i propri sogni. E credimi, troppi sogni finiscono per essere un incubo di frustrazione. Vorresti fare tutto e finisci per non fare nulla. Così, da qualche anno, mi sono dato una regola molto semplice. Se investo in un nuovo progetto, disinvesto in un altro progetto. Immaginalo così. Stai guidando una macchina da cinque posti, di cui uno è occupato da te. Ne restano quattro. Se hai già quattro passeggeri e, per strada, vuoi far salire un altro passeggero, devi per forza far scendere qualcuno. E questo vale anche per il lavoro. Scegli tu se avere un sidecar, una macchina o un camper (ma ricordati che più il mezzo è grande e meno libertà di movimento hai). Ma se stai già lavorando a diversi progetti, prima di iniziare a lavorare a un nuovo progetto capisci quale progetto chiudere. Perché, per quanto tu sia bravo, il tuo tempo e le tue risorse sono limitate, esattamente come lo spazio in una macchina.

A domani, Jacopo


Etimologia dell’idiota.

Adoro l’etimologia delle parole, perché dietro ogni parola si nasconde un mondo di storie. Settimana scorsa durante l’intervento che mi ha visto ospite di Book City, Alberto Meomartini mi ha fatto scoprire l’etimologia della parola ‘idiota’ che viene dal greco ‘idiótes’, ovvero ‘uomo privato’, in contrapposizione all’uomo pubblico che era invece colto, capace ed esperto. Nell’antica Grecia dunque, l’idiota era colui che pensava solo a se stesso, che non si curava degli altri o della società. Oggi questa parola ha un significato differente, ma la sua etimologia regala uno spunto di riflessione interessante. Non prendersi cura di nulla, fregarsene, pensare solo ai propri interessi, non sentirsi parte della civiltà, non informarsi o evitare qualsiasi tipo di scontro o di opinione diversa dalla propria è ancora oggi, a mio avviso, la base dell’idiozia. E, in un mondo in cui la cosa pubblica interessa sempre meno, penso che l’etimologia di questa parola sia più attuale che mai.

A domani, Jacopo


5 film da imprenditori da vedere su Prime Video.

Se su Netflix non ci sono molti film “da imprenditori” validi, su Amazon ce ne sono ancora meno. Però se ne stai cercando qualcuno, puoi vedere:

  • Fight Club: guardalo per capire come costruire un brand.
  • The Internship: guardalo per capire come attrarre nuovi talenti.
  • Big Fish: guardalo per capire come cambiare professione di continuo.
  • Family Business: guardalo per capire come gestire un business di famiglia.
  • Smetto quando voglio: guardalo per capire come re-inventarsi.

A domani, Jacopo


Conosci i tuoi clienti come Ferrero.

Un giorno, un giornalista chiese a Michele Ferrero quale fosse il segreto del suo successo, e l’inventore della Nutella rispose: «Il mio segreto? Fare sempre diverso dagli altri, avere fede, tenere duro e mettere ogni giorno al centro la Valeria». Al che, il giornalista gli domandò chi fosse la “Valeria”, e Ferrero rispose che alla Ferrero, la “Valeria” è la padrona di tutto, l’amministratore delegato, colei che può decidere del successo o della fine dell’azienda, quella da rispettare, che non bisogna mai tradire ma capire fino in fondo. Valeria è la mamma che fa la spesa, la nonna, la zia, è il consumatore che decide cosa si compra ogni giorno. Mettendo il proprio consumatore al centro, Ferrero è riuscito a creare uno dei brand italiani più conosciuti al mondo. Seguendo il suo esempio, qualsiasi sia il tuo lavoro, non dimenticarti mai per chi lo stai facendo. Metti il tuo cliente target al centro della tua attività, dagli un volto e un nome e pensa a lui (o lei) ogni volta che devi prendere una decisione. Guardalo negli occhi e immaginati come risponderà alle tue iniziative.

A domani, Jacopo


Remote Working.

Questa settimana lavoro da qui. Dietro il monitor del mio Mac vedo la punta del Monte Bianco e, appena riesco, faccio una pausa e vado a fare un giro tra i boschi con i miei bimbi. Una delle cose che adoro del mio lavoro, o meglio dei miei lavori, è che mi dà la possibilità di organizzare il mio tempo e di cambiare spesso luogo di lavoro. Anche quando sono a Milano non lavoro mai più di due giorni di seguito nello stesso posto. E questo stimola molto la mia creatività e mi permette di vedere la quotidianità da più punti di vista. Un giorno avevo chiesto a Giorgio Fipaldini, fondatore di Open, quale fosse il nemico numero uno della creatività, e lui mi rispose: “La chiusura mentale. Il numero due l’indolenza”. Lavorare in luoghi, e a volte città, differenti è un buon antidoto per entrambe. Da una parte ti tiene la mente costantemente aperta, ti dà nuovi stimoli e nuove ispirazioni. Dall’altra ti obbliga a stare attivo e a non ripetere sempre le stesse azioni.

A domani, Jacopo


Do It Smart.

Satispay è la start up più innovativa, audace e rivoluzionaria che abbiamo in Italia. Quando sono andato da loro qualche anno fa, su un muro della sede c’era scritto un gigantesco: “DO IT SMART”. Un motto che ogni azienda italiana dovrebbe incidere a caratteri cubitali al proprio ingresso. Come scrive Shane Snow nel suo libro Smartcuts, lavoriamo duro, ma di rado ci chiediamo se stiamo lavorando in modo intelligente. E lavorare in modo intelligente (“smart”) ci permetterebbe di lavorare meno e produrre di più. Lavorare smart vuol dire focalizzarsi sugli obiettivi raggiunti, non sulle ore lavorate. Vuol dire domandarsi sempre se c’è un modo diverso di fare il proprio lavoro, senza smettere mai di imparare nuove competenze e nuovi strumenti. Vuol dire evitare la routine, la confort zone, la pigrizia e tutto quello che ci porta a fare sempre le stesse cose, sempre nello stesso modo. Vuol dire, per usare le parole di Alberto Dalmasso (co-fondatore di Satispay), smettere di lavorare sulla “Best practice” e creare la “Next practice”, ovvero, smettere di fare come si è sempre fatto e chiedersi il perché di ciò che stiamo facendo così da farlo nel migliore dei modi, non nel più comune.

A domani, Jacopo


Un libro: Ted Talks.

Questa settimana ho letto “Ted Talks” di Chris Anderson, il padre (adottivo) dei Ted Talks. È un libro molto pratico che si posiziona come la guida definitiva per parlare in pubblico e copre tutto quello che c’è da sapere sul tema. Dal come superare l’ansia di salire su un palco, a come creare una connessione con il tuo pubblico, quali temi enfatizzare e come costruire una narrazione chiara e coinvolgente. Il tutto citando moltissimi Ted Talks, sia positivi che negativi (così da imparare dagli errori degli altri). L’assunto alla base del libro è che il Public Speaking è un’arte che tutti possono imparare (non a caso un tempo c’erano le scuole di retorica…), ed effettivamente su questo concordo, anzi penso che non avere dei corsi di Public Speaking sia una mancanza di molte università o Business School. Oggi è fondamentale saper presentare le proprie idee o il proprio progetto in maniera chiara e comprensibile, e la prima regola per farlo è selezionare quello che vuoi dire. Ridurre il tuo discorso all’essenziale, perché “overstuffed equals underexplained”, ovvero se vuoi dire troppe cose, finisci per non farti comprendere.

A domani, Jacopo


Se sai venderti, non ti serve nessun capo.

Lavoro in proprio da quando ho 18 anni. Il mio primo lavoro è stato il programmatore di siti internet. Era il 1999 e ai tempi Internet era un mistero di cui tutti parlavano (un po’ come la Block Chain oggi) e chi sapeva fare un sito poteva guadagnare molto bene. All’inizio avevo fatto un colloquio con una grossa agenzia, ma per fortuna non mi presero e così decisi di aprire la mia agenzia. Dopo un po’ di anni ho smesso di programmare, e ho iniziato a fare altro. Ma quel lavoro mi ha insegnato una cosa molto importante, che mi è stata utile per qualsiasi altro lavoro abbia fatto: la regola numero uno per lavorare in proprio o fare l’imprenditore è saperti vendere. Ovvero devi essere in grado di vendere il tuo lavoro. Se non sei in grado di farlo, allora dovrai sempre dipendere da qualcun altro. Se invece sai venderti, non ti serve nessun capo.

A domani, Jacopo


Robot Ritrattisti.

Uno degli argomenti su cui mi capita di più di fare ricerche è il futuro del lavoro. E una delle domande che mi viene fatta più spesso riguarda l’automatizzazione del lavoro, ovvero: “Un domani potrei essere sostituito da un robot?”. Fare previsioni è sempre difficile, ma in questo caso è verosimile che sempre più lavori verranno automatizzati. Anche solo per il fatto che questo sta accadendo da più di un secolo (dal Bancomat che ha sostituito il cassiere in banca, alla spoletta volante di John Kay nell’Inghilterra del Settecento). Come regola generale, più un lavoro richiede creatività, minori sono le possibilità che venga automatizzato. In quest’ottica, il lavoro del pittore dovrebbe avere basse probabilità di essere sostituito da un robot. Tuttavia, due ricercatori italiani, Mauro Martino e Luca Stornaiuolo, hanno progettato un software di AI in grado di creare un tuo ritratto partendo da quello che ha imparato studiando migliaia di volti di persone famose. Il che darà un taglio più holliwoodiano al tuo volto. Quello in alto è il mio ritratto, puoi fare fare il tuo qui: https://aiportraits.com/

A domani, Jacopo


5 film da imprenditori da vedere su Netflix.

Netflix per i film non è il massimo. È meglio per le serie o i documentari. Ciò nonostante, si trova anche qualche film interessante. Se cerchi ispirazioni per metterti in proprio, ecco cinque film che potresti vedere:

  • Walt Before Mickey: guardalo per capire come trasformare i tuoi sogni nel tuo lavoro.
  • Ocean’s Eleven: guardalo per capire come costruire un team.
  • The King of Polka: guardalo per capire l’importanza di crederci.
  • The Wolf of Wall Street: guardalo per capire quando è il momento di fermarsi.
  • The Pursuit of Happyness: guardalo (anche se è un po’ scontato…) per capire l’importanza della determinazione.

A domani, Jacopo


È Venerdì, ricomincia da capo come Bill Murray.

Nel 1984 Bill Murray è all’apice del successo. Nello stesso anno escono due film che lo vedono protagonista: “Ghostbusters” che diventerà la commedia con gli incassi più alti di tutti i tempi, e “Il filo del rasoio”, un film fortemente voluto da Murray, che però sarà un clamoroso flop. Di fronte a questo insuccesso, l’attore americano conosce la prima grande battuta d’arresto della sua carriera. Così decide di prendersi una pausa dal mondo dello spettacolo, si trasferisce a Parigi, dove studia Storia e Filosofia alla Sorbona, e per quattro anni declina ogni proposta di lavoro. Fino a quando non si sente pronto per il grande ritorno nel 1989 con “S.O.S. fantasmi” e poi nel 1993 con il successo di “Ricomincio da capo”. Ti ho raccontato questa storia perché nell’arco della tua vita professionale può succedere che ci siano dei momenti di blocco dove magari non sai cosa fare o sei meno motivato. In questi momenti, cogli l’occasione per cambiare aria e imparare qualcosa di nuovo. Cerca nuovi stimoli che possano darti nuove energie e nuove idee per “ricominciare da capo” con ancora più entusiasmo di prima.

A domani, Jacopo


L’immigrazione è il motore dell’economia.

L’America è la più grande economia al mondo perché alcuni tra i più grandi al mondo sono emigrati in America. La Bank Of America è stata fondata da un italiano (Amedeo Giannini). Il liberismo è stato “inventato” da un economista austriaco (Hayek) e il calvinismo da un umanista francese (Calvino). Persino il nonno di Trump era un immigrato tedesco che fece fortuna con i bordelli. L’immigrazione è sempre stata il motore dell’economia. E non capisco come oggi questo concetto venga messo in discussione. Soprattutto in Italia dove, dal mio punto di vista, il vero problema non sono i giovani immigrati che vorrebbero entrare nel nostro Paese (e contribuire con il loro lavoro alla nostra economia), ma i giovani italiani che vorrebbero abbandonarlo. Un Paese che, da una parte blocca l’ingresso di nuova forza lavoro e dall’altro non fa nulla per trattenere i propri talenti, è destinato a esaurire la propria competitività in breve tempo. Chi governa il nostro Paese ha invertito il problema con l’opportunità. I migranti sono un’opportunità mentre i talenti in fuga sono una minaccia, tanto per la nostra economia quanto per il nostro futuro.

A domani, Jacopo


Siamo tutti Futuristi.

Secondo una ricerca fatta da CBInsights, tra i job-title più usati su Linkedin e Twitter, quelli che più fanno perdere di credibilità chi li usa sono “Thought Leader” e “Futurist” (fortunatamente ai tempi di Marinetti LinkedIn e Twitter ancora non esistevano…). E non posso che essere d’accordo. In un mercato del lavoro in continuo cambiamento, ha ancora senso darsi una definizione? Forse conta di più quello che fai e il contributo che dai ogni giorno alla tua impresa, piuttosto che quello che dichiari di essere sulla tua pagina social. Il job-title è più una questione di status che di utilità. Seguendo questa tendenza, qualche tempo fa Elon Musk, si è definito il “Nulla” di Tesla e ha annunciato che non avrà più alcuna job-title all’interno della sua azienda. Le cose cambiano troppo in fretta per incastrare una persona in una job-title. In un futuro del lavoro sempre più automatizzato, penso sia molto più importante valorizzare la singola persona più che il ruolo che ricopre, perché un ruolo può essere automatizzato (ovvero fatto da un robot), una persona invece no.

A domani, Jacopo


Un libro: La civiltà del dopo lavoro.

Questa settimana ho letto “La civiltà del dopo lavoro” di Nicola Zanardi, un libro breve lunghissimo. Breve nella forma (sono poco più di 100 pagine) ma che tocca moltissimi argomenti. Dal lavoro, che è il tema centrale, alla politica, le città, l’innovazione e la sostenibilità. Ma al centro di ogni riflessione c’è l’uomo. E questo è un tema molto attuale, perché oggi, per la prima volta nella storia, l’uomo sta rischiando di perdere la sua centralità. Oggi è possibile pensare a un futuro del mondo anche senza un futuro dell’uomo. O almeno dell’uomo come lo conosciamo noi. Il filosofo israeliano Harari, per esempio, parla di Homo Deus, ovvero dell’evoluzione dell’Homo Sapiens che supera se stesso e si avvicina più all’idea di essere divino che essere umano. Se pensiamo al futuro del pianeta, iniziamo a pensare (o meglio temere) un futuro apocalittico dove il cambiamento climatico estinguerà l’uomo. E quando pensiamo al futuro del lavoro, iniziamo anche a pensarlo in un’ottica automatizzata dove l’uomo potrebbe perdere la suo funzione e risultare quindi inutile. Da cui la domanda chiave alla base del libro di Nicola è più attuale che mai: può esistere un’identità della persona non più fondata sul lavoro?

A domani, Jacopo


BookCity, lavoro e disuguaglianza.

Sabato sono stato ospite di BookCity dove ho parlato di lavoro e futuro del lavoro insieme a Donatella Sciuto, Ivan Berni, Alberto Meomartini e Nicola Zanardi. Sono emersi molti spunti interessanti. Tra questi c’è un tema, di cui ho parlato anche in altre occasioni, ma che trovo fondamentale. Il tema della automazione del lavoro è molto legato a quello della disuguaglianza economico-finanziaria perché un futuro in cui i robot faranno il lavoro dell’uomo è un futuro di abbondanza, un futuro in cui si potrà produrre più ricchezza con meno costi. Il punto è capire se sarà un’abbondanza distribuita e quindi di uguaglianza, oppure un’abbondanza accentrata e quindi disuguale. Nel primo caso (abbondanza distribuita) saremo di fronte a un futuro radioso in cui si avvererà la previsione di Keynes per cui l’uomo lavorerà meno ore senza abbassare il proprio tenore di vita, e quindi avrà il “problema” di tenersi occupato. Nel secondo caso invece (abbondanza accentrata) saremo di fronte a uno scenario apocalittico fatto di disoccupazione e povertà di massa da una parte, e immensa ricchezza nelle mani di pochi individui dall’altra. Con il risultato che i ricchi saranno sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

A domani, Jacopo


Sonno.

Una volta ho sentito un’intervista al giornalista Antonio Savignano che raccontava di come Pertini fosse solito dormire 3 ore per notte. Savignano ne parlava in termini di “vittoria biologica” del Presidente nei confronti di tutti gli altri. Anche Pirandello dormiva 3 ore a notte, e anche Kafka. Di giorno lavorava come avvocato e di notte scriveva. Io non ci sono mai riuscito. Da quando sono diventato padre la cosa che più mi manca è proprio il sonno. Quando non dormo sono più nervoso e meno creativo. Penso sia un fatto biologico. Il sonno è essenziale per migliorare la produttività e la creatività. E lo pensano sempre più persone. In alcune sedi di Google, per esempio, hanno creato delle aree tecnologiche chiamate “nap pods” per far riposare i dipendenti. È vero che più dormi e mano lavori. Ma è anche un fatto di qualità del lavoro, non solo di quantità. Si dice che Bill Clinton abbia detto che ogni grande errore che ha fatto fosse dovuto alla mancanza di sonno. Ed è vero, meno dormi più rischi di fare scelte sbagliate. E una scelta sbagliata ha conseguenze ben peggiori di qualche ora di sonno in più.

A domani, Jacopo


L’importanza di andare in Skate.

Qualche settimana fa ho iniziato a insegnare a mio figlio più grande, Leone, ad andare in skate. Forse è un po’ piccolo (ha 4 anni) ma gli piace molto, così ho assecondato questa sua passione. In realtà non mi interessa che impari ad andare in skate, questo lo sceglierà lui, quello che mi interessa è che lo skate insegni a Leone, due cose importanti che ha insegnato anche a me. 1) Come un giorno disse il padre di Batman a un piccolo Bruce Wayne, se cadiamo è solo per imparare a rialzarci. Nello skate cadere è un processo fondamentale per imparare. Se non sei mai caduto vuol dire che non hai mai imparato. E questo vale tanto per lo sport quanto per il lavoro. 2) Come scrisse Robert Louis Stevenson, viaggiare è meglio che arrivare. Quando andavo in skate, usavo lo skate per andare ovunque, non per arrivare prima ma per divertirmi. In un’epoca in cui siamo costantemente orientati al risultato e all’ottimizzazione dei processi, penso sia importante imparare a godersi il viaggio e non solo la meta.


Comunica come Houdini!

Nonostante il successo mondiale che negli anni Houdini era riuscito a guadagnare grazie alle sue spettacolari imprese, verso i primi anni del Novecento la sua carriera conosce una prima crisi. La gente comincia a partecipare sempre meno numerosa alle sue performance in teatro e le vendite dei biglietti iniziano a calare. Così l’illusionista ha un’idea tanto semplice quanto geniale: «If I can’t bring the folks to the theatre, I’ll bring the theatre to the folks». Se non riesco a portare le persone a teatro, porterò il teatro alle persone. Comincia così una serie di spettacoli all’aperto in cui si lancia da ponti dentro fiumi ghiacciati, si fa appendere da palazzi completamente legato e organizza altri prodigiosi eventi che lasciano tutti esterrefatti. Così facendo, la sua carriera riprende e il suo nome è di nuovo sulla bocca di tutti. Con un secolo di anticipo, Houdini aveva compreso un principio fondamentale del marketing: è più efficace portare il tuo prodotto dove già ci sono le persone interessate a comprarlo, piuttosto che far spostare le persone e portarle da te. Il più delle volte infatti, la tua community già esiste, anche se tu non ne sei ancora consapevole.


Quando non sai cosa fare: Give it a try!

Durante i due anni di MBA ho fatto un percorso di Coaching. Ai tempi non sapevo neanche cosa fosse il Coaching, ma era incluso nel pacchetto e così l’ho fatto. Un giorno mentre stavo inondando la mia Coach di dubbi e domande su cosa scegliere tra i tanti progetti che avevo in testa, lei mi interrompe e mi dice: “Jacopo, Give it a try!”. Ovvero, dai ai tuoi progetti una possibilità, vedi come vanno e poi decidi. Ed è un buon consiglio. Oggi viviamo in un’epoca molto complessa dove è tanto difficile scegliere e fare decisioni, quanto è facile fare un test di mercato e provare a vedere se un’idea che hai in testa può funzionare. Quindi piuttosto che perdere tempo a scegliere su quale progetto puntare, dagli una possibilità. Metti insieme il minimo di risorse che ti servono per fare un test di mercato e vedi come va. Raccogli feedback, impara tutto quello che puoi e poi decidi.


Le donne (imprenditrici) cambieranno il mondo.

Secondo una ricerca fatta da StartUp Genome, il 56% delle donne imprenditrici lancia la propria azienda con l’obiettivo di cambiare il mondo (gli uomini che lo fanno sono solo il 41%). Questo è un dato molto importante perché in un mondo del lavoro dove (in Italia) solo il 26% delle donne ricopre cariche manageriali, c’è un generd pay gap di quasi il 30% (ovvero per ogni euro guadagnato dagli uomini le donne prendono 70 centesimi) e solo il 21,8% delle imprese italiane è guidato da donne, penso che l’imprenditoria possa essere l’unica soluzione per ridurre, se non eliminare, le differenze di genere sul lavoro.


On Tyranny.

Questa settimana ho letto un libro fondamentale, “On Tyranny” di Timothy Snyder. Lo considero fondamentale perché è uno di quei libri che ti spinge a riflettere su temi fondamentali per il nostro presente e, soprattutto, per il nostro futuro. Il libro raccoglie 20 suggerimenti per evitare di trasformare lo stato di democrazia in cui siamo abituati a vivere in una tirannia e si apre con una frase che riassume bene la lezione più importante: “History does not repeat, but it does instruct”. Una frase che sottolinea l’importanza di conoscere la storia per non ripeterne gli errori. Partendo da questo ammonimento, Snyder ci ricorda quanto sia importante osservare il presente con un pensiero critico e viverlo con un atteggiamento pro-attivo. Farsi domande, non obbedire in anticipo, credere alla verità e non all’apparenza (perché, “Post – truth is pre – fascism”), contribuire alle cause in cui si crede ed essere coraggioso perché, come conclude l’autore, “If none of us is prepared to die for freedom, then all of us will die under tyranny”.


La formazione del Futuro.

Una delle cose che più mi dà da pensare per il futuro dei miei due figli è la formazione. In parte perché è sempre meno accessibile (il debito degli studenti è al massimo storico), in parte perché la formazione scolastica non penso riesca ad andare alla velocità del cambiamento che stiamo vivendo. Ti porto qualche dato: il 35% delle competenze utilizzate oggi, verranno sostituite nei prossimi 5 anni (quindi perché impararle?), le 10 professioni oggi più richieste dal mercato non esistevano fino a 10 anni fa (quindi come insegnarle?) e, soprattutto, il 65% dei bambini che hanno iniziato le elementari affronteranno lavori di cui oggi non conosciamo le caratteristiche. Di fronte a questo scenario sto valutando tutto (incluso l’Homeschooling), e sto leggendo di tutto. Ad oggi non ho una soluzione (se tu l’hai trovata scrivimelo), però queste sono le 6 cose che penso qualsiasi bambino debba imparare per essere al passo con il futuro: 1) Continuous learning (ovvero non smettere mai d’imparare); 2) STEM (ovvero Scienza, Tecnologia, Engineering e Matematica); 3) Sviluppare creatività e Problem Solving; 4) Avere un pensiero critico; 5) Coltivare il proprio lato empatico e 6) Avere immaginazione che è l’origine di qualsiasi forma di progresso umano.

A domani, Jacopo


Scrivere per avere Like o avere Like per scrivere?

Da quando ho iniziato a pubblicare il mio blog su Instagram, uno dei consigli che mi sento dare più spesso è di aggiungere qualche fotografia. Ed è un consiglio corretto, dal momento che oggi tendiamo a guardare più che leggere. Tuttavia questa tendenza può, a mio avviso, nascondere una pericolosa deriva. Ovvero invertire il fine con il mezzo. Penso che chiunque scriva on line dovrebbe chiedersi: “Perché scrivo? Scrivo per avere dei Like, oppure ho dei like per quello che scrivo?”. Sono due punti di vista molto differenti. Io scrivo perché adoro scrivere e perché spero di darti qualcosa di interessante o utile da leggere. Diverso è scrivere un articolo con il fine unico di prendere quanti più like possibile e quindi invertire il fine (informare) con il mezzo (il media attraverso cui si informa).

A domani, Jacopo


L’inquietudine salverà il mondo.

Come scrissero Marx e Engels nel loro Manifesto, il mondo moderno ha bisogno della confusione e dell’incertezza per crescere e prosperare. Ed è vero. Quella spiacevole sensazione che chiamiamo inquietudine è il motore della nostra vita. Senza di essa sprofonderemmo nella noia di un’esistenza routinaria. Senza inquietudine non potrebbe più esserci innovazione e mai come oggi il mondo oggi ha bisogno d’innovazione. Ha bisogno di nuove soluzioni per risolvere vecchi problemi. Gli imprenditori, i rivoluzionari, gli inventori e gli artisti sono tutte persone inquiete che proprio grazie alla loro inquietudine hanno cambiato le cose e contribuito al progresso dell’umanità. Ed è sempre stato così. Nel film “The Third Man”, Harry Lime ci ricorda come in Italia, sotto i Borgia, per trent’anni ci siano state guerre, terrore e spargimenti di sangue. Ma tutto questo ha prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera invece hanno avuto 500 anni di democrazia e pace, e cosa ha prodotto? L’orologio a cucù. La comfort zone raramente ti farà avere nuove idee, l’inquietudine invece stimola la creatività.

A domani, Jacopo


Fai le cose a modo tuo come Enrico VIII.

Come è noto il re d’Inghilterra Enrico VIII ebbe sei mogli (nessuna delle quali fece una bella fine…). Ciò nonostante, ai suoi tempi annullare un matrimonio per un re non era per nulla facile. Serviva l’autorizzazione del papa. Così quando papa Clemente VII non diede ad Enrico VIII l’autorizzazione per annullare il suo matrimonio con Caterina D’Aragona, il re decise per la separazione dalla Chiesa cattolica di Roma e proclamò lo scisma. Questo atteggiamento riassume bene l’attitudine degli anglosassoni verso il proprio lavoro e, più in generale, la propria vita. All’inizio ci provano per le vie tradizionali, ma se queste non funzionano lo fanno a modo loro. E questa è una delle grandi differenze (culturali ancor prima che economiche) tra noi italiani (cattolici e votati al martirio) e gli americani (protestanti e votati al successo). Se un giovane italiano manda decina di curricula e non riceve alcun risposta si deprime e diventa inattivo. Se invece un giovane americano non riceve alcuna risposta, fonda la propria azienda con la convinzione di riuscire un domani a far fallire l’azienda che non lo ha voluto assumere. Inutile dirti che, se vuoi metterti in proprio, è consigliabile un’attitudine più anglosassone.

A domani, Jacopo


L’importanza del sogno.

In una scena di un vecchio fumetto di Capitan America, Steve Rogers (ovvero Capitan America), dopo essere stato lodato da un generale per il suo impegno e la sua lealtà, impugna la bandiera americana e dice: “Non sono fedele a nulla generale – se non al sogno”. Penso sia una frase che ogni responsabile marketing o imprenditore dovrebbe appendersi al muro. Nulla rende più fedele un cliente di un sogno da condividere e di cui sentirsi parte. L’idea di “compare” la fedeltà dei propri clienti con carte fedeltà o con contratti vincolanti non è sostenibile nel lungo tempo, perché appena arriva qualcuno che offre qualcosa in più, rischi di perdere i tuoi clienti da un giorno con l’altro. Se invece riesci a trasmettere e far condividere un sogno, allora non sei più uno dei tanti, ma sei l’unico. E questo vale anche per le persone con cui lavori. Si possono dare benefit o stipendi sempre più alti, ma nulla lega e motiva come un sogno comune in cui credere.

A domani, Jacopo


Il valore dell’acqua.

L’altra sera ho visto la serie “Explained” su Netflix (molto bella). La puntata 19 parla dell’acqua e, come sempre, sono rimasto con un misto di ansia e stupore. Stupore perché non capisco come si possa dare per scontato il valore dell’acqua. Ansia perché c’è sempre meno acqua e ne sprechiamo sempre di più. Per produrre una tazzina di caffé servono 130 litri d’acqua. Per un hamburger 1650. E per una maglietta 2500. Senza contare l’acqua sprecata a causa dell’usura degli acquedotti. Mantenerli costa troppo e così sono pieni di perdite. A Città del Messico dove l’acqua è un’urgenza quotidiana, il 42% dell’acqua potabile viene sprecata a causa di perdite nei tubi. Sprechiamo acqua solo perché è gratuita e quindi non ne percepiamo il valore. La diamo per scontata. Tanto che arriviamo a pagare acqua (in bottiglie di plastica) che potremmo avere gratuitamente (e con meno sprechi) dal rubinetto. Una delle soluzioni che il documentario propone è aumentare il prezzo dell’acqua così che le persone si rendano conto del suo valore. Io spero non si arrivi a questo. Spero che ci si possa rendere conto del valore dell’acqua senza perdere la fortuna di avere ogni giorno acqua potabile pubblica in abbondanza.

A domani, Jacopo


Homo Deus: A Brief History of Tomorrow

Questa settimana ho letto “Homo Deus” di Yuval Noah Harari. Il libro, per come l’ho inteso io, si basa sull’assunto per cui siamo diventati talmente umani che abbiamo smesso di credere in Dio e abbiamo iniziato a credere seriamente di poter diventare noi stessi degli dei. Con l’inizio del nuovo Secolo, l’uomo è sempre più vicino ad estinguere le tre grosse minacce che hanno caratterizzato la sua esistenza: la carestia, le guerre e le epidemie. Per la prima volta nella storia, sono più le persone che muoiono perché mangiano troppo rispetto a quelle che mangiano troppo poco, sono di più le persone che muoiono di vecchiaia rispetto a quelle che muoiono di malattie infettive e sono di più le persone che si suicidano rispetto a quelle che muoiono in guerra. Questa condizione ha portato l’uomo a lavorare a tre possibili sviluppi che potrebbero portarlo dallo stato di Homo Sapiens a quello di Homo Deus: la felicità, l’immortalità e l’acquisizione, grazie all’integrazione uomo-macchina, di poteri sovra-umani (dalla forza di Ercole, alla sensualità di Afrodite). Se hai tempo, ti consiglio di leggerlo. È un libro che unisce chiarezza e profondità, oltre a raccontare molti casi ed esperimenti che fanno riflettere.

A domani, Jacopo


L’infelice felicità di noi Italiani.

Un po’ di tempo fa stavo parlando con un mio amico portoghese che vive in Italia. A un certo punto mi ha detto una cosa che penso ritragga bene la nostra cultura. “Sai Jacopo, voi Italiani siete molto felici, davvero, il problema è che non lo sapete, e allora vi lamentate sempre di tutto”. Spesso si dice che per comprendere le cose si deve guardarle da fuori, ed è vero. Se sei italiano e vivi in Italia immerso nella cultura e nei problemi del tuo paese, può succedere che perdi di vista tutto ciò che di positivo hai e passi il tempo a lamentarti di tutte le cose che non funzionano. L’Italia è piena di problemi – primo fra tutti una classe di politici incapaci di risolverli (ecco che viene fuori il mio lato lamentoso) – però è anche un paese meraviglioso, le cui meraviglie non andrebbero mai date per scontate. Fëdor Dostoevskij, che non a caso Nietzsche considerava il più grande psicologo di tutti i tempi, diceva che l’uomo è infelice perché non sa di essere felice. E penso che se noi italiani comprendessimo la nostra felicità saremmo subito più felici e più propositivi verso il futuro del nostro paese.

A domani, Jacopo


Altri tempi, altre cure.

Da un po’ di tempo lavoro in Moscova (a Milano), tutte le mattine accompagno i miei bimbi all’asilo in bici e poi attraverso il Parco di Porta Venezia. Ora non c’è più, ma un tempo il parco ospitava uno zoo. Ancora me lo ricordo quando ci andavo da bambino. C’erano orsi, giraffe, foche e altri animali. Ogni volta che ci andavo ero felicissimo. Oggi di quello zoo rimangono solo le gabbie. E ogni mattina quando passo davanti alle gabbie degli orsi o alla piscina delle foche, mi domando come degli animali selvatici potessero vivere in spazi così piccoli. Oggi sarebbe impensabile condannare degli animali a quella vita. Molti cittadini (tra cui io) si opporrebbero a questa ingiustizia. Eppure per più di un secolo quest’ingiustizia è stata considerata normale. Milioni di persone (tra cui io con i miei genitori) hanno passato ore a girare per il parco guardando animali rinchiusi in una gabbia di pochi metri quadrati. «Altri tempi, altre cure», direbbe Voltaire, ma in quest’ottica non posso fare a meno di mettere in discussione il concetto stesso di normalità e domandarmi quale delle tante cose che facciamo oggi e consideriamo “normali” verrà un domani considerato un abominio.

A domani, Jacopo


Geography is Destiny.

Qualche settimana fa, ho finito di vedere la prima stagione della serie “Jack Ryan” su Prime Video. All’inizio ero scettico ma poi mi ha convinto e quindi te la consiglio. In una delle ultime puntate, Jack Ryan e il suo capo, James Greer, sono in Turchia in viaggio con Tony, un trafficante che li sta aiutando a rintracciare il loro asset. Mentre sono in auto a discutere su chi sia il buono e chi il cattivo, Tony dice a Jack: «Geography Is Destiny». Ovvero, dove nasci condiziona il tuo destino. Da buon americano, Jack lo guarda con sufficienza, come dire: «Ma che dici! Sta solo a te crearti il tuo destino!». Ma non sempre è così. Viviamo nell’era della globalizzazione, del neo-liberismo, di Internet, del “Yes We Can” e dei voli Low Cost. Eppure la frase di Tony è ancora una cruda realtà per miliardi di persone. Forse è proprio la geografia, tanto sociale quanto territoriale, l’elemento che, ancora oggi, condiziona di più il destino. Non a caso, le due persone più ricche al mondo, Jeff Bezos e Bill Gates, non solo vivono nello stesso paese (gli USA), ma anche nello stesso distretto della stessa città (Seattle).

A domani, Jacopo


Trova il tuo Miles Davis.

Nel 1967 Miles Davis è a Stoccolma, per un concerto con il suo nuovo quintetto formato, tra gli altri, anche dal pianista Herbie Hancock. A un certo punto, Hancock sbaglia un accordo durante un assolo di Davis. Miles si ferma per un attimo e poi suona delle note che rendono l’accordo di Hancock corretto, trasformando qualcosa di sbagliato in qualcosa di giusto. Per tutta la sua esistenza, Miles Davis è stato un catalizzatore di talenti. È riuscito a scoprire e valorizzare musicisti come George Coleman, Wayne Shorter o Bill Evans. Ovunque si trovasse riusciva sempre a creare un ecosistema di talenti che si ispiravano e crescevano a vicenda. L’ecosistema in cui decidi di stare influenza molto la tua creatività e la capacità di esprimere il tuo talento. Se sei all’interno di un contesto dinamico e stimolante è più facile avere nuove idee e realizzarle. Se invece ti chiudi nella comfort zone di un ecosistema protetto e monotono è molto più difficile trovare persone che possano valorizzare il tuo talento.

A domani, Jacopo


If this is heaven I need something more.

La mia canzone preferita degli Arcade Fire è “Reflektor”. E il mio verso preferito di “Reflektor” dice: “If this is heaven I need something more”. Mi piace perché sintetizza molto bene l’ansia di non avere mai abbastanza. Questa fastidiosa sensazione di poter avere sempre di più. Non tanto perché si vuole avere di più ma perché si ha l’illusione di poter avere di più. Uno degli obiettivi che mi sono dato quest’anno è smettere di essere (troppo) multitasking. Sto cercando di smettere per due motivi. Uno, sono meno produttivo, faccio più cose, vero, ma le faccio peggio. Due, non mi godo quello che sto facendo. Qualsiasi cosa faccio cerco di fare anche qualcos’altro così da “ottimizzare” il tempo. E alla fine mi domando che senso abbia fare qualcosa se non puoi goderti il momento in cui la fai.


Il tempo in cui il clima di paura coincide con la paura del clima.

In una scena del film “Private Life”, durante la sera di Halloween, il protagonista, Richard, apre la porta e si trova davanti due bambini. Come da tradizione, dovrebbero essere travestiti da mostri, ma hanno un costume strano. Così Richard chiede loro da cosa fossero vestiti e i bambini rispondono: “Da cambiamento climatico”. Citando una bellissima vignetta dell’illustratore El Roto, oggi viviamo in quel tempo in cui il clima da paura (fatto di terrorismo e ansie apocalittiche) coincide con la paura del clima (che cambia sempre più in fretta e fa sempre più disastri). Ora, è vero che l’uomo ha sempre vissuto in un clima da paura (persino negli opulenti e spensierati anni 80, un Americano su due era certo che una guerra atomica avrebbe estinto l’umanità), ma questa volta le cose sono molto diverse. Un tempo la paura non dipendeva da noi (non eravamo noi a decidere di sganciare una bomba atomica o diffondere una malattia). Oggi invece, almeno per la seconda paura (quella del clima), noi abitanti di questa Terra siamo i soli responsabili e quindi anche gli unici che possono fare qualcosa (ovvero cambiare le nostre abitudini quotidiane) per evitare che le nostre paure si trasformino in realtà.

A domani, Jacopo


The Start-up of You.

Questa settimana ho letto “The Start-up of You” scritto dal fondatore di LinkedIn Reid Hoffman. Un libro che parte da un concetto molto chiaro: tutti gli umani sono imprenditori, per il semplice fatto che la volontà di creare è innata nel nostro DNA. E da persona che si “inventa” il proprio lavoro da sempre, non posso che essere d’accordo. Il libro è pieno di spunti, teorie e consigli per mettersi in proprio. Da come sviluppare un proprio vantaggio competitivo, a come costruirsi un network (del resto l’autore è il fondatore di LinkedIn e ci tiene a sottolineare che una persona con 170 connessioni su LinkedIn è al centro di un network professionale di più di 2 milioni di persone), fino all’importanza di avere un piano A (quando le cose vanno bene), un piano B (quando le cose potrebbero andare meglio) e un piano Z, ovvero quello che ti salva quando il tuo progetto affonda. E anche su questo concordo. Avere un piano Z è importante perché il suo pensiero ti aiuterà nei momenti in cui le cose vanno male e ti farà stare più con i piedi per terra quando vanno bene.

A domani, Jacopo


Il pessimismo è un lusso che non possiamo più permetterci.

All’inizio del documentario “Requiem For The American Dream” l’attivista americano Noam Chomsky racconta come, durante la crisi del ’29 in Americana, nonostante ci fosse molta povertà e disoccupazione (molto più di oggi), le persone avessero la convinzione che le cose sarebbero andate meglio. C’era un reale senso di speranza verso il futuro. Cosa che oggi, secondo Chomsky, non c’è più. Sono d’accordo e penso che oggi il pessimismo sia un lusso che non possiamo più permetterci. Forse un tempo, durante Les Trente Glorieuses – i trent’anni dal 1945 al 1975 in cui le economie dei Paesi sviluppati avevano una crescita costante – potevamo anche permetterci di essere pessimisti, tanto le cose attorno a noi accadevano comunque. L’economia girava. Molti Paesi, come l’Italia o la Francia erano in pieno boom economico. Se perdevi il lavoro ne trovavi un altro poco dopo. Oggi non è più così. In Europa il tasso di disoccupazione ha superato il 10% e quello di inattivi è ancora più alto. Non possiamo più lasciarci andare al pessimismo. Ritrovare fiducia nel futuro è una condizione necessaria perché senza questa spinta è difficile riuscire ad andare oltre la crisi e costruire nuovi scenari.

A domani, Jacopo


Più la tecnologia è evoluta più crea incertezza.

Come disse il premio Nobel Niels Bohr, fare previsioni è molto difficile, soprattutto se riguardano il futuro. E questa “previsione” non poteva essere più azzeccata. Uno dei paradossi della tecnologia, è che più la tecnologia è evoluta più crea incertezza. Un tempo era più facile prevedere il futuro ed essere certi delle proprie scelte, oggi invece, grazie alla tecnologia, il presente viaggia a una velocità tale che il futuro è diventato molto meno prevedibile e quindi molto meno certo. Non a caso la storia è piena di previsioni tecnologiche errate. Me ne sono appuntate alcune: Alla fine dell’Ottocento il Presidente degli Stati Uniti, Rutherford Hayes, trovava il telefono una bella invenzione ma pensava che nessuno lo avrebbe mai voluto usare. Negli stessi anni, Thomas Edison considerava la corrente alternata una perdita di tempo e l’automobile era vista da molti come una moda passeggera. Nel 1943 il CEO di IBM, Thomas J. Watson, pensava che nel mondo ci sarebbe stato mercato per al massimo 5 computer e tre anni più tardi, Darryl Zanuck della 20th Century Fox predisse che la televisione non avrebbe avuto alcun mercato perché la gente si sarebbe annoiata davanti a quella scatola di compensato.

A domani, Jacopo


Guardare le serie televisive è estenuante (ma non posso farne a meno).

Settimana scorsa ho visto la terza stagione di “The Man In The High Castle”. Forse la migliore della serie. Ciò nonostante, per la prima volta, mi sono reso conto di quanto sia estenuante vedere una serie. Pensaci. Tra una stagione e l’altra passano anni, quindi ogni volta che riprendi devi fare lo sforzo di ricordarti tutto quello che è successo nelle stagioni precedenti. Poi c’è l’estenuante tentazione di vedere una puntata dietro l’altra (ovvero fare binge-watching), con il rischio di passare notti in bianco e non parlare d’altro per una settimana. E poi c’è l’ultima puntata dove speri che tutto finisca e invece succede di tutto. E tu rimani con il vuoto dentro sapendo che dovrai aspettare altri due anni per vedere cosa succede dopo. Con il rischio che magari qualcuno decida di cancellare la serie così tu non potrai mai sapere come va a finire (cosa che mi è successa con “Manhattan”). Se ci pensi è assurdo, investi ore del tuo tempo per vedere una storia di cui magari non conoscerai la fine. È peggio di vedere un film di David Lynch. Almeno nei film di Lynch un finale c’è. È soggettivo, lascia molte porte aperte ma finisce.

A domani, Jacopo


Meno per meno = Più.

Lo scorso week end ho fatto il cambio di stagione e ho realizzato una cosa importante. Un tempo ero felice quando avevo qualcosa in più. Ora sono felice quando ho qualcosa in meno. Un tempo ero felice se compravo qualcosa di nuovo. Ora sono felice se vendo o regalo qualcosa di vecchio, o semplicemente qualcosa che non uso più. Qualche tempo fa avevo letto che nelle economie “sviluppate” le la maggior parte delle persone possiede tra i 1.000 e i 5.000 oggetti. Se ci pensi sono tantissimi. E la maggior parte di questi non solo non li usiamo ma spesso non sappiamo neanche di averli. Ci occupano spazio fisico e mentale senza darci nulla in cambio. Veniamo da mezzo secolo di abbondanza spropositata dove l’imperativo della crescita e dell’accumulo ha guidato ogni nostra azione. Oggi – un po’ per volontà un po’ per necessità (visto come sta andando l’economia) – abbiamo la possibilità di ridimensionare le nostro aspettative di consumo, facendo nostro il principio algebrico per cui meno per meno, dà come risultato più.

A domani, Jacopo


Non sono vegetariano per salvare gli animali. Sono vegetariano per salvare gli umani.

Faccio una precisazione. Non sono totalmente vegetariano, nel senso che non mangio carne ma ogni tanto mangio ancora pesce. Il che può sembrare un’ipocrisia, e quindi devo fare una seconda precisazione: non mangio carne, non per salvare gli animali (anche perché la maggior parte degli animali esistono solo per essere mangiati, quindi se tutti fossimo vegetariani, non esisterebbero). Sono vegetariano per salvare gli umani. Ovvero per contribuire nel mio piccolo a ridurre il cambiamento climatico che potrebbe portare all’estinzione dell’uomo. È andata così: diversi anni fa ho realizzato che ogni mia azione ha un impatto negativo sul pianeta, ovvero produce C02. Così mi sono chiesto cosa potessi fare per ridurre il mio impatto. Le 4 cose che producono più C02 sono: 1) Avere figli; 2) Mangiare carne; 3) Usare macchine e aerei; 4) Consumare luce e gas. Di figli ne ho due. Auto e aereo li uso il meno possibile, ma eliminarli è difficile. Per la casa sono passato a energia verde, ma fare a meno di gas e luce è impossibile. Quindi rimaneva solo la carne. E così l’ho eliminata. All’inizio è stata dura (visto che adoro la carne), ma ora non ne sento in alcun modo la mancanza e vivo molto meglio.

A domani, Jacopo


3 times a day, stop and look for something good in your life.

L’altro giorno ho ascoltato un podcast in cui Loretta Breuning (un dottore che un tempo lavorava a Wall Street) parla di come ripensare (lei dice “Hack”) il proprio cervello per essere felici. Una delle azioni che consiglia è quella di fermarsi tre volte al giorno per concentrarsi su ciò che di buono c’è nella propria vita. Lo trovo un suggerimento molto giusto. Spesso abbiamo la tendenza a dare troppo peso a alle cose negative e dare invece per scontato quelle positive. Nelle sue città invisibili, Italo Calvino, immaginava un dialogo tra Marco Polo e Kublai Kan in cui il viaggiatore italiano suggerisce al condottiero mongolo, due modi per non soffrire dell’inferno che abitiamo tutti i giorni. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo invece è cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non é inferno e farlo durare e dargli spazio. Io sono sempre stato un convinto sostenitore del secondo modo e focalizzarsi tre volte al giorno su quello che di positivo ci circonda lo trovo un buon metodo per dare spazio a tutto quello che non è inferno.

A domani, Jacopo


La mente del principiante.

Per più di due anni ho avuto un problema con la spalla sinistra. Avevo un dolore costante. Così ho incontrato diversi specialisti. Ma nessuno riusciva a capire cosa avessi. Poi un giorno, durante una visita, incontro una tirocinante. Mi guarda la spalla e dice: “Secondo me la tua spalla non ha nulla, hai solo il tendine infiammato. Prova a fare questi esercizi ogni giorno e vedi come va”. E aveva ragione. Tutto qui: Da due anni mi portavo dietro una semplice infiammazione, il muscolo si era indebolito e quindi qualsiasi cosa facessi mi faceva male. Il monaco zen Shunryu Suzuki diceva che nella mente del principiante ci sono molte possibilità, mentre nella mente degli esperti ce ne sono poche. Ed è vero. Quando siamo troppo competenti (come gli specialisti cui mi sono rivolto all’inizio) spesso tendiamo a vedere complessità che in realtà non ci sono e quindi non riusciamo a risolvere un problema non perché sia troppo complesso ma perché è troppo semplice. Se invece siamo dei principianti, abbiamo la mente più libera, non siamo prigionieri delle nostre competenze, e quindi riusciamo a vedere soluzioni e opportunità che gli esperti non riescono a vedere.

A domani, Jacopo


Non diventerai mai ricco svendendo il tuo tempo.

Quando lavori in proprio, sei il capo di te stesso, il che ti dà la possibilità di lavorare quando e quanto vuoi. E questa flessibilità non ha prezzo. Puoi seguire i ritmi folli della Silicon Valley provando a raggiungere il tuo sogno miliardario, oppure puoi lavorare solo sei mesi all’anno o tre ore al giorno. Sta a te. Dall’altra parte però, nessuno ti paga se perdi tempo o se lo investi nel progetto sbagliato. I risultati e il mercato sono il tuo solo capo. In quest’ottica, il tempo diviene la tua risorsa più preziosa, quindi usala al meglio. Il tempo è una questione di qualità, non di quantità. Puoi essere l’uomo più ricco ed influente al mondo, ma avrai sempre 24 ore al giorno e 365 giorni all’anno. Questo è il motivo per cui il tempo è più prezioso dei soldi. I soldi sono potenzialmente illimitati, ma il tempo non lo è ed economicamente parlando, una risorsa limitata è generalmente più preziosa di una illimitata. Tieni quindi traccia del tuo tempo e dagli un prezzo. Traccia ogni ora che spendi a lavorare su un progetto così da definire al meglio il prezzo del tuo lavoro. Perché quando svendi il tuo tempo, stai svendendo te stesso.

A domani, Jacopo


Awesome Mix

La prima scena del film i Guardiani della Galassia è ambientata nel 1988. A quei tempi il protagonista, Peter Quill, era ancora bambino quando viene rapito da un gruppo di pirati spaziali e l’unica cosa che riesce a portare con sé è il suo walkman con dentro una cassetta che sua madre gli aveva regalato poco prima di morire. Per ventisei anni, le poche canzoni contenute in quella cassetta sono l’unica musica che Peter ascolta. Le ascolta così tanto che diventano parte della sua vita. Oggi fa strano pensare di ascoltare solo una decina di canzoni. Grazie a strumenti come Spotify possiamo ascoltare tutta la musica che vogliamo dove e quando vogliamo. E questo è fantastico. Ma, nella mia mentalità perennemente nostalgica, ogni tanto sento la mancanza della musica ai tempi delle cassette. Oggi ascolto troppa musica – troppo spesso. Cambio di continuo saltando da una canzone all’altra. Non riesco a dare il tempo a una canzone di diventare mia. Di rimanere una parte indelebile della mia vita. Tutte le canzoni che hanno caratterizzato momenti della mia vita, sono diventati tali perché le ho ascoltate centinaia di volte. Anche solo per il fatto che non avevo altre canzoni da ascoltare. Perché non basta avere qualcosa ma bisogna anche volerlo avere. Bisogna voler ascoltare proprio quella canzone in mezzo a un milione di canzoni per innamorarsene. E per fare questo serve tempo.

A domani, Jacopo


Il ruolo di un padre.

Un po’ di tempo fa sono stato a un matrimonio, e durante la cerimonia il prete ha raccontato questa storia: Un giorno, una mamma porta il figlio di otto anni, che aveva appena iniziato a suonare il pianoforte, a vedere un concerto. Quando entrano nel teatro, la mamma incontra alcune sue amiche e si mette a parlare con loro. Il bimbo si allontana e inizia a camminare per il teatro fino a quando non trova una porta con scritto: “Vietato Entrare”. Lui la apre e entra. Quando le luci in sala si abbassano la mamma si rende conto che suo figlio si è allontanato e, presa dall’agitazione, inizia a cercarlo. Il sipario si apre e il bimbo è lì immobile davanti al pianoforte. Non sa cosa fare e così suona le uniche note che sa suonare. Il pianista sale sul palco, si siede accanto al bimbo, mette una mano sulla spalla del bimbo e con l’altra accompagna le note del bambino trasformando una musica disordinata in una melodia. Penso sia una bella metafora del ruolo di un padre. Un padre non si deve arrabbiare perché il proprio figlio è curioso e apre porte che non dovrebbe aprire. Ma deve lavorare con lui per trasformare la sua curiosità in un talento.

A domani, Jacopo


Per avere culo, bisogna farselo.

Un giorno una mia amica (che fa l’imprenditrice), mi disse: “È incredibile, più mi faccio il culo, più ho culo”. Il che mi ha fatto pensare a una frase che avevo letto su un libro di Bo Peabody (anche lui imprenditore): The best way to ensure that lucky things happen is to make sure that a lot of things happen. Ed è vero. Spesso delle persone si ricordano solo i colpi di fortuna che hanno avuto, ma si dimenticano tutto il lavoro che hanno dovuto fare per arrivare a quella fortuna. E questo è un peccato, perché si finisce con il pensare che la fortuna sia una questione di casualità, quando spesso è anche una questione di costanza.

A domani, Jacopo


Kim Ki-duk e ToDo List.

Il mio film preferito di Kim Ki-duk è “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera”. Nel film, un anziano monaco vive in un eremo galleggiante al centro di un lago. L’eremo non ha pareti interne, le stanze sono tra loro comunicanti, però tra uno spazio e l’altro ci sono delle porte, che il monaco apre e chiude ogni volta che entra in una stanza. Potrebbe passargli accanto ma, invece, ogni volta che passa da un luogo all’altro utilizza la porta. La trovo un’immagine stupenda. Oggi viviamo nell’era del multitasking, del caos e della velocità, ed è importante avere una mente completamente aperta senza muri dove i pensieri possano scorrere liberi tra loro e generare nuove connessioni e nuove idee. Ma proprio per questo, mai come oggi è altrettanto fondamentale che tra un pensiero e l’altro ci siano delle porte che sanciscano la fine di un lavoro e l’inizio di uno nuovo. Quindi, io faccio così. Ogni volta che finisco un lavoro, chiudo tutte le cartelle che ho aperte, riordino il desktop e la scrivania, tiro una riga sulla mia ToDo List, mi prendo una pausa di qualche minuto e poi passo al lavoro successivo.

A domani, Jacopo


Don’t be what they made you.

Di tutta la saga dei film tratti dai fumetti della Marvel, “LOGAN” è il mio preferito. Il film non ha molti dialoghi, ma a un certo punto, verso la fine, Wolverine dice a Laura, sua “figlia” creata in laboratorio clonando il suo DNA: “Don’t be what they made you”, ovvero non essere ciò che loro ti hanno fatto. È una frase che riassume tutto il senso del film e che sul lavoro mi è capitato spesso di vedere nelle persone e in me stesso. Lavoriamo molto, ma raramente ci fermiamo a pensare se quello che stiamo facendo sia quello che vogliamo fare veramente. E così finiamo per essere quello che altri hanno voluto che noi fossimo. Iniziamo un percorso di studi, conosciamo delle persone, cogliamo delle occasioni. Non ci fermiamo mai. Quando invece è importante capire cosa vogliamo essere, cosa vogliamo fare. Perché se lo si capisce troppo tardi poi è difficile tornare indietro.

A domani, Jacopo


Le cose accadono perché le persone le fanno accadere.

Sono cresciuto in una via vicina a Corso Como a Milano. Oggi Porta Nuova è uno dei quartieri più belli (a mio avviso) della città. Ma un tempo non era così. Una mattina ricordo di essere uscito di casa e la via era stata chiusa dalla polizia perché una famiglia di zingari che viveva in fondo alla strada aveva dato fuoco alla roulotte della famiglia che abitava davanti a loro. Dove ora c’è Piazza Gae Aulenti c’era una distesa di terra dove, ogni tanto, veniva montato un tendone da circo. E dove ora c’è via Joe Colombo, con le sue ville da milioni di euro, c’era un Luna Park semi-abbandonato. Nel giro di due decenni, tutto è cambiato ed è cambiato perché delle persone (da Carla Sozzani in poi) lo hanno fatto cambiare. Le cose non accadono grazie o per colpa di qualcos’altro. Le cose accadono perché le persone le fanno accadere. C’è una super-citata frase di Gandhi che dice: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Ed è vero. Esiste la burocrazia, esistono gli imprevisti ed esistono gli ostacoli. Ma, sopra tutto, esistono le persone che, se vogliono, possono superarli e far accadere le cose.

A domani, Jacopo


Più il lavoro è indisciplinato più serve disciplina.

Diversi anni fa sono stato a una mostra di Dalì e sul muro ho letto una frase che non ho poi ritrovato da nessun’altra parte. Diceva più o meno così: “Ho infranto il muro dell’arte con disciplina da militare”. Nella mia vita ho lavorato con molti artisti e creativi e mi ritrovo molto nella frase di Dalì. Più il lavoro che fai è indisciplinato, più serve disciplina per portarlo a termine. Serve auto-controllo, costanza e determinazione. Altrimenti si finisce vittima della propria creatività. Oggi viviamo in un mondo pieno di opportunità. Possiamo fare molte cose in molti modi diversi. E questo è un vantaggio, a patto che le opportunità non si trasformino in distrazioni che ci fanno perdere la nostra direzione. Quando si lavora in proprio non c’è nessuno che ci dice cosa fare o cosa non fare. Possiamo lavorare quattordici ore al giorno come passare la giornata sul divano a guardare serie televisive. Sta solo a noi e alla nostra capacità di essere disciplinati e portare a casa il risultato che vogliamo ottenere.

A domani, Jacopo


Se rimaniamo intrappolati nel sogno di qualcun altro, siamo fottuti.

È vero, aveva ragione il filosofo francese Gilles Deleuze quando scriveva: “Si vous êtes pris dans le rêve de l‘autre; vous êtez foutus.” Se rimaniamo intrappolati nel sogno di qualcun altro, siamo fottuti. Questo vale tanto da un punto di vista filosofico, quanto da quello personale o professionale. Viviamo nell’era della vita condivisa. Ogni giorno, attraverso i Social Media, guardiamo nella vita di migliaia di persone (o almeno nella loro versione mediatica). E penso sia inevitabile comparare la vita dell’altro con la nostra. Migliore o peggiore che sia, sentiamo il bisogno di confrontarci con gli altri e questo spesso crea invidie, disagi e frustrazioni (non a caso la FOMO – paura di rimanere esclusi – è una delle principali patologie del nuovo Secolo). Io mi occupo di imprenditoria e posso dirti che dal punto di vista del lavoro, viviamo un periodo storico dove ci sono molte più possibilità di un tempo di seguire il proprio sogno, grande o piccolo che sia, e trasformarlo nel proprio lavoro. Perché allora perdersi dietro quello che fanno gli altri? Perché provare a fare quello che è già stato fatto? Molto meglio credere nel proprio sogno e fare qualcosa che solo tu potresti fare.

A domani , Jacopo


Creiamo la tecnologia che ci ri-crea.

Come disse Churchill in occasione della riapertura del Parlamento di Westminster dopo il restauro: “Noi diamo forma ai nostri edifici, i quali a loro volta ci formano”. Questa è una frase che dovrei attaccarmi al mio computer e al mio smartphone così da leggerla ogni volta che li uso. Un po’ come quei foglietti illustrativi (che non leggo mai) con scritto “Leggere attentamente prima dell’uso”. Dovrei farlo per ricordarmi che la tecnologia che creiamo finisce sempre per ri-crearci, per cambiare le nostre abitudini e renderci delle persone diverse. Il che non è necessariamente un male, anzi può essere un bene. A patto di averne consapevolezza. A patto di essere sicuri di andare nella direzione giusta. Di progredire e non solo di svilupparsi. Come diceva Bertrand Russell in ogni cosa è salutare, di tanto in tanto, mettere un punto interrogativo a ciò che a lungo si era dato per scontato. E il punto interrogativo che ti propongo oggi è: la tecnologia che usi ogni giorno ti rende una persona migliore o peggiore?

A domani, Jacopo


I problemi rendono felici.

Ogni volta che risolvo un problema sono felice di averlo risolto. Il che mi fa pensare che risolvere i problemi renda felici. E questo è anomalo perché i problemi sono sempre visti come qualcosa di negativo, qualcosa da evitare. E se invece fossero positivi? Se fossero l’origine della felicità? Lo dico perché quando invece non ho problemi da risolvere sono annoiato e tendo a creare non-problemi così da aver qualcosa da risolvere. Se anche tu la vedi così, ti propongo questo sillogismo: Lavorare vuol dire risolvere problemi, risolvere problemi rende felici, quindi lavorare rende felici. Morale: cerca (o inventati) un lavoro che ti permetta ogni giorno di risolvere un nuovo problema.

A domani, Jacopo


Non ci facciamo più domande, non cerchiamo più risposte, vogliamo solo conferme.

Già nel 1921, James Harvey Robinson nel suo libro “The Mind in the Making” sosteneva che l’essere umano avesse una naturale propensione a difendere le proprie convinzioni e quindi la propria (presunta) saggezza. Quasi 100 anni dopo, le cose non sono cambiate, anzi, le “Filter bubble” dei Social Media, hanno enfatizzato questa tendenza dando a chiunque la possibilità di crearsi un sistema mediatico che non fa altro che confermare le nostre convinzioni. Stiamo smettendo di farci domande o cercare risposte. Mentre siamo sempre di più alla ricerca di conferme. Oggi il problema non è solo un’informazione fatta di Fake News ma di Self News. Ovvero una rete di informazioni che ci danno l’illusione di essere sempre nel giusto e ci evitano in tutti i modi il disagio di metterci in discussione.

A domani, Jacopo


La produttività non è una questione di quantità di lavoro ma di qualità.

Una delle cose che più mi ha colpito dell’intervista che David Rubenstein ha fatto a Jeff Bezos, è che il fondatore di Amazon dorme 8 ore per notte e dopo le 5 del pomeriggio non prende più decisioni. Mi ha colpito perché questa immagine va contro lo stereotipo del manager o dell’imprenditore stacanovista che fa a gara con i suoi colleghi a chi lavora più ore, e mette in luce un aspetto importante del lavoro, ovvero che la produttività non è una questione di quantità ma di qualità. Non conta quanto lavoriamo ma come lavoriamo. Lavorare tutti i giorni senza avere orari non solo è insostenibile (prima o poi le energie si esauriscono) ma è anche controproducente perché limita la nostra capacità di concentrarci e quindi prendere le giuste decisioni o avere la giusta visione. In un recente post su LinkedIn Adam Grant, professore e autore di bestseller internazionali, ha dimostrato come per avere più successo ed essere più produttivi dovremmo lavorare massimo sei ore al giorno, ovvero finire la giornata lavorativa alle 15.00. Magari finire alle 15.00 è esagerato ma penso che una vita lavorativa più organizzata e più breve ci permetterebbe di lavorare molto meno e molto meglio.

A domani, Jacopo


L’agitazione dell’imprenditore.

Per essere liberi, diceva Tocqueville nel suo “Viaggio in Inghilterra”, bisogna essere abituati a una vita piena di agitazione, cambiamento e pericolo. E questo vale tanto per la vita personale, quanto per quella professionale. Nel momento in cui decidi di metterti in proprio, perdi la certezza di uno stipendio fisso, rischi il tuo capitale (e il tuo tempo) e spesso sei molto agitato. Ma sei anche molto più libero e, per me che lavoro in proprio da quasi vent’anni, questa libertà non ha prezzo. Spesso dico che sono un “Nativo Precario”, nel senso che non ho mai avuto un posto fisso o uno stipendio mensile. E, in tutta onestà, non mi è mai mancato. Perché questa “precarietà” è ciò che mi tiene vivo ogni giorno. Ogni giorno so che dovrò inventarmi qualcosa di nuovo, perché nessuno se la inventerà per me.

A domani, Jacopo


L’idea giusta.

Per il lavoro che faccio e i temi che tratto (imprenditoria e lavoro), una delle domande che le persone mi fanno più spesso è se l’idea che hanno in testa potrebbe funzionare. Ovviamente non esiste una risposta universale a questa domanda. Ma posso dirti che un’idea per funzionare deve essere il punto di incontro tra te (le tue competenze, i tuoi valori, la tua passione, le tue risorse, quello che ti motiva etc etc) e il mercato, ovvero rispondere a un bisogno di mercato (quello di cui hanno bisogno i tuoi clienti potenziali) e differenziarti dai competitor (le realtà che già fanno quello che vuoi fare tu).

A domani, Jacopo