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Elogio (inaspettato) della noia.

Un paio di settimane fa ero in stazione, il mio treno doveva partire alle 6.45 ma, a causa di un incidente, era fermo. Non sapevo quando sarebbe ripartito e quindi non sapevo cosa fare. Per 30 minuti non ho fatto nulla. Mi sono terribilmente annoiato. Per tutta la vita ho considerato la noia come qualcosa da evitare in tutti i modi. Un “mostro delicato” capace di ingoiare il mondo in un solo sbadiglio (per rubare le parole a Baudelaire). Tuttavia, in un mondo che fa di tutto per non farti annoiare mai, dove qualsiasi attimo della nostra vita è occupato da un messaggio o da una pubblicità, forse la noia è diventata un lusso che mi sento di rivalutare. Perché annoiarsi vuol dire avere tempo per sé. Avere tempo per pensare, tempo per svuotare la mente, tempo per riflettere, tempo per lasciarsi sorprendere da quello che potrebbe accadere o da quello che potremmo osservare, ma che non vediamo perché siamo sempre immersi in qualsiasi attività che ci eviti, in tutti i modi, l’horror vacui di un momento passato senza fare nulla.

A domani, Jacopo


Non è la tecnologia che hai ma come la usi.

Nel 2008 ero a New York e una delle cose che più mi colpiva era la quantità di persone che in metropolitana guardavano il proprio smartphone. Anche in Italia c’erano gli smartphone, ma non mi era mai capitato di vederne così tante. Ogni volta che entravo in metro erano tutti con la testa chinata sul loro cellulare. Oggi è la normalità ovunque. Il che potrebbe giustificare la teoria per cui la tecnologia ci isola. Fisicamente siamo in un luogo, ma con la testa siamo da un’altra parte. E questo in parte è vero. Il punto però non è la tecnologia in sé, ma l’utilizzo che se ne fa. Quello che conta veramente è il contenuto non il contenitore. Prima degli smartphone, la gente in metropolitana leggeva i libri o i quotidiani e questa era un’abitudine sana. Io leggo un libro a settimana e gli spostamenti sono ideali per ritagliarmi del tempo per leggere. La tecnologia di cui disponiamo oggi ci dà la possibilità di avere accesso a tutto il sapere sempre a portata di mano, ci semplifica la vita e ci permette di comunicare con tutto il mondo. Ovviamente sta a ognuno di noi decidere come e perché usarla.

A domani, Jacopo


Usa i social come Mark Twain!

Mark Twain aveva una buona abitudine. Prima di mandare una lettera dai toni accesi, la teneva in tasca per 5 giorni e se dopo 5 giorni ne era ancora convinto, allora la mandava. Ai tempi della comunicazione instantanea e dei Social Media, penso che il suo monito sia più attuale che mai. Nell’ultimo anno, Trump per poco non dava inizio a una guerra nucleare per i suoi Tweet contro Kim Jong Un, Elon Musk stava per far fallire la Tesla a causa di un suo Tweet in cui condivideva l’idea di privatizzare la sua azienda e, qualche giorno, fa Dolce e Gabbana si sono inimicati un intero paese (la Cina….) per un video e un commento su Instagram. Di fronte a tutto questo, mi viene da pensare che forse aveva ragione Mark Twain. Forse serve tempo per essere sicuri di un proprio pensiero, prima di condividerlo. Soprattutto se si è un personaggio pubblico o un imprenditore. Perché, prendendo ispirazione dalla celebre frase che lo zio di Spider Man diceva sempre a suo nipote: con grande visibilità arrivano grandi responsabilità.

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Strategia Nostalgia.

Tra poco è Natale e, se non hai ancora visto la pubblicità dei grandi magazzini John Lewis’s con Elton John come protagonista, ti consiglio di vederla. È fatta molto bene, si sviluppa su un concept chiaro e coerente (“alcuni regali sono molto di più di un semplice regalo”) e tocca le giuste corde (soprattutto se sei padre o madre e adori il Natale). Tuttavia, è l’ennesima dimostrazione che la nostalgia è uno degli strumenti di marketing più utilizzati di questo inizio Secolo. Il nostro presente è intriso di nostalgia. La politica che promette un ritorno a un passato glorioso. I social Media che ci ripropongono ricordi del passato. Il cinema che produce un sequel dietro l’altro. Le serie televisive ambientate in un passato che non c’è più (e che forse non c’è mai stato). Tutto sembra guardare più al passato che al futuro. Tanto che nel marketing, la nostalgia è diventata una vera e propria strategia usata da molti brand per coinvolgere e rassicurare il proprio pubblico, perché, come dice il professore di psicologia Clay Routledge, in tempi di incertezza dove nessuno sa dove stiamo andando, la nostalgia è una forza stabilizzatrice che ci fa sentire più sicuri.

A domani, Jacopo


Nel lungo periodo i secondi arrivano sempre primi.

Nella storia della musica, il 14 agosto 1995 è ricordato come il giorno della battaglia delle band, quando le due più importanti band britanniche degli anni Novanta – i Blur e gli Oasis – uscivano in contemporanea con il loro nuovo singolo. All’inizio, sono i Blur a vincere la battaglia ma, nel lungo periodo gli Oasis venderanno molti più dischi e terranno, l’11 agosto 1996 a Knebworth, il più grande concerto a pagamento della storia. Spesso arrivare primi non è garanzia di successo, anzi è vero il contrario. Se pensiamo alla tecnologia, la storia è piena di secondi che si sono poi imposti come primi. Yahoo è arrivato prima di Google. Hotmail è arrivata prima di Gmail. Messenger è arrivato prima di Skype che è arrivato prima di Whatsapp. Così come MySpace è arrivato prima di Facebook e Nokia prima di Apple. Qualsiasi cosa tu stia pensando di fare, è verosimile che sul mercato ci sia già un player che propone il tuo stesso prodotto o servizio. Ma questo non deve essere un pretesto per rinunciare. Anzi, è un’occasione per imparare dagli errori degli altri e offrire qualcosa di migliore o diverso che possa, nel lungo periodo, essere più sostenibile.

A domani, Jacopo


Con la cultura si mangia (se la sai cucinare).

Dire che in Italia con la cultura non si mangia non ha senso. È come se in Arabia Saudita dicessero che con il petrolio non si mangia. Nel nostro Paese abbiamo ereditato tonnellate di materia prima culturale e tanto il settore culturale quanto quello del turismo è in crescita costante (dal 1950 ad oggi il settore del turismo è aumentato del 4.700%). In quest’ottica, l’arte e la cultura sono risorse molto preziose. A patto però di essere in grado di trasformarle in valore economico. Chi in Italia pensa che con la cultura non si possa mangiare è solo perché non sa come cucinarla. Il problema non è economico, ma manageriale. Non è un problema di risorse, ma di competenze. E le competenze si acquisiscono con la formazione. Ieri sono stato a Roma per tenere un corso di Cultura e Impresa e la prima cosa che ho detto ai miei studenti è stata: “Voi avete un compito fondamentale perché voi sarete i manager che gestiranno il nostro patrimonio culturale. Voi avrete il compito di valorizzare, anche in termini economici, migliaia di anni di storia. Questa è una grande opportunità, ma come tale, è anche una grande responsabilità”.

A domani, Jacopo


Meno perfezione, più azione.

Nel bene e nel male, oggi non è il tempo giusto per i perfezionisti. O almeno, per i perfezionisti che procrastinano, ovvero quelli che fino a quando la propria idea non è perfetta al 100% non la buttano sul mercato. Il mercato con cui abbiamo a che fare oggi è troppo veloce per chiudersi anni nelle proprie stanze a rifinire nei minimi dettagli il proprio prodotto. Il rischio è che quando sei pronto tu, è già cambiato tutto. Dall’altra parte però, oggi abbiamo Internet, la stampa 3D e la globalizzazione, e quindi è molto più facile lanciare sul mercato una versione più rudimentale della propria idea, fare qualche test, aggiustarla e ributtarla sul mercato migliorata (il celebre processo Build-Measure-Learn proposto da Eric Ries). In più, nessuno si accontenta più del prodotto finito, vogliamo vedere il processo che ha portato a quel prodotto, vogliamo conoscere la storia che ci sta dietro (X-Factor docet…). Quindi qualsiasi sia la tua idea, smetti di progettarla e inizia a farla.

A domani, Jacopo


La storia nascosta.

L’altra sera ho visto su Netflix “John Leguizamo’s Latin History for Morons”, uno show in cui il comico latino-americano ripercorre le origini dell’identità degli Ispanici in America. Lo show parte dal presupposto (vero) per cui spesso la nostra conoscenza della storia del Sud America si ferma ai Maya, ovvero a 3.000 anni fa. Tra allora e adesso: Nada! Certo, c’è stato Che Guevara, c’è stata Frida Kahlo e Diego Rivera, c’è stata l’immigrazione di noi Italiani. Ma c’è stato anche molto altro che nei libri di storia (soprattutto americani) non è mai stato raccontato. E questo è un grosso problema per l’identità latino-americana perché, come sostiene Leguizamo, se non vedi te stesso rappresentato fuori da te stesso ti senti invisibile. Pensi di non avere radici. Anche se in realtà le hai molto profonde. Questo vale per la cultura degli Ispanici, come per quella degli Indiani d’America, per molte popolazioni dell’Africa, per gli Aborigeni d’Australia e per tutte quei popoli che l’uomo ha cancellato e che sta continuando a cancellare. Molto spesso perché la loro cultura è un ostacolo alle proprie mire espansionistiche. Proprio come la cultura dei Maya, dei Toltechi e degli Aztechi lo era per l’impero spagnolo.

A domani, Jacopo


Siamo diventati tutti Giapponesi.

Il bimbo in questa foto è mio figlio Leone due anni fa a Kyoto, poco prima di iniziare la camminata verso il santuario di Fushimi Inari-taisha. E la folla attorno a lui sono alcuni dei molti Giapponesi che, ogni volta che lo vedevano, gli facevano una foto. Mio figlio è di carnagione molto chiara, con i capelli biondi e gli occhi azzurri. Tratti non comuni a un Giapponese. E così spesso veniva fotografato. Meno di vent’anni fa, lo stereotipo del turista Giapponese con la macchina fotografica sempre in mano pronto a fotografare qualsiasi cosa era un luogo comune di cui spesso si rideva. Oggi è la normalità per tutti. Siamo tutti diventati come lo stereotipo del turista giapponese. Come scrive Yuval Noah Harari in Homo Deus, il nostro nuovo motto è: ‘If you experience something – record it. If you record something – upload it. If you upload something – share it.’ Ed è vero, un tempo godevamo di una esperienza, oggi godiamo nel condividerla su un qualche Social Media.

A domani, Jacopo


Sorridi come Jan Lewan.

Qualche sera fa ho visto il film “The Polka King” dove Jack Black interpreta l’imprenditore e cantante polacco, naturalizzato americano, Jan Lewan. Devo essere onesto, ci ho pensato un po’ prima di condividere la sua storia. Diciamo che Lewan non è stato proprio un imprenditore modello. Nel 2004 è anche finito in carcere per aver messo in atto uno schema Ponzi. Però c’è un tratto della sua personalità che penso sia essenziale per chiunque voglia mettersi in proprio o fare l’imprenditore. Lewan è nato in Polonia nel 1941 durante l’occupazione nazista e per tutta la vita ha fatto qualsiasi lavoro per guadagnarsi da vivere. Ma, non ha mai smesso di credere nel suo sogno e a qualsiasi cosa gli accadesse ha sempre risposto con il sorriso e con la ferma convinzione che ce l’avrebbe fatta. Tanto che a un suo musicista che lo accusava di essere un bugiardo, rispose: “A volte dici le cose per farle accadere. Dici grandi cose e grandi cose accadono. Non sono un bugiardo. Sono uno che ci crede”. E questa penso sia la caratteristica principale di un imprenditore. L’imprenditore fa accadere le cose di cui parla.

A domani, Jacopo


Ogni tanto ci ricasco.

Ogni tanto ci ricasco… Per molti anni l’arte è stata la mia passione e la mia professione. Poi è rimasta una grande passione. L’arte è fondamentale nella vita di ogni persona, perché ti spinge sempre a farti domande e vedere la quotidianità da un altro punto di vista. Adoro visitare mostre e, ancora di più, curarle. Così ogni tanto ricasco in qualche progetto artistico. Tre settimane fa sono stato a Torino per presiedere una giuria di esperti e nominare i vincitori di un bando internazionale di Street Art promosso dalla Fondazione Contrada. Sono arrivate quasi 100 proposte da tutto il mondo. Le abbiamo viste e analizzate una ad una. Abbiamo selezionato i finalisti e poi abbiamo lasciato la parola ai cittadini che hanno scelto i tre vincitori. Sono molto contento di questa scelta perché penso sia giusto lasciare la decisione finale a chi condividerà ogni giorno la sua vita con le opere d’arte che i tre artisti vincitori realizzeranno su delle enormi facciate cieche nel loro quartiere.

A domani, Jacopo


Il paradosso della pubblicità ai tempi di Spotify.

Da più di cent’anni le aziende fanno di tutto per farci sembrare la pubblicità come qualcosa di bello, coinvolgente ed emozionante. Qualcosa che vogliamo vedere, non che dobbiamo vedere. Poi arriva il modello di business Freemium (qui inteso come la possibilità di pagare per togliere la pubblicità) e la pubblicità tradizionale si palesa per quella che è: un terzo incomodo tra noi e quello che vorremmo fare, vedere o sentire. Pensa al Kindle di Amazon, che puoi comprare a prezzo scontato se accetti di avere al suo interno la pubblicità. Oppure pensa a Spotify dove puoi ascoltare la musica gratis, ma se vuoi togliere la pubblicità devi pagare 9,99 € al mese. Modelli di business come questi mettono in luce il paradosso della pubblicità. Da un lato la pubblicità deve essere qualcosa di talmente fastidioso da spingere le persone a pagare pur di toglierla. Dall’altro però, per essere efficace la pubblicità deve essere tutt’altro che fastidiosa. Quindi che fare? Non lo so. Però questo paradosso potrebbe tradursi in un modo per risollevare le sorti della pubblicità tradizionale. Vendere a Brand come Amazon o Spotify pubblicità talmente fastidiose da incrementare il tasso di consumatori che passano alla versione Premium.

A domani, Jacopo


Un libro: “How to Fail at Almost Everything and Still Win Big”.

Questa settimana ho letto “How to Fail at Almost Everything and Still Win Big” di Scott Adams, fumettista (è l’inventore della striscia a fumetti “Dilbert”), autore, imprenditore nel campo del cibo vegetariano, membro dell’associazione Mensa (quella dove per accedere devi avere un QI superiore al 98° percentile) e teorizzatore del Principio di Dilbert, secondo il quale le aziende tendono a promuovere i dipendenti più incapaci così da evitare che facciano danni. Il libro è molto autobiografico e racconta molti episodi della sua vita dandone sempre una lettura a metà strada tra la filosofia e la satira. Una delle teorie più interessanti che ho trovato nel libro è quella del “Talent Stacking”. Secondo Adams, se vuoi aumentare le possibilità di avere successo in quello che fai è meglio migliorarsi in più competenze complementari invece di focalizzarsi su una sola cosa. Perché è la sommatoria delle varie competenze che ti rende unico e aumenta le tue possibilità. Adams stesso ne è un esempio. Non ha puntato ad essere un ottimo fumettista, ma ha unito differente competenze (scrittura, imprenditoria, satira, filosofia…) per crearsi il proprio posizionamento unico e distintivo.

A domani, Jacopo


Troppi sogni sono un incubo di frustrazione.

Sono un sognatore. Per lo più un sognatore entusiasta. Ovvero uno di quelli che si innamora delle idee. E questo non sempre è un bene, perché si tende a non voler rinunciare a nulla, seguendo l’ambizione (irreale) di realizzare tutti i propri sogni. E credimi, troppi sogni finiscono per essere un incubo di frustrazione. Vorresti fare tutto e finisci per non fare nulla. Così, da qualche anno, mi sono dato una regola molto semplice. Se investo in un nuovo progetto, disinvesto in un altro progetto. Immaginalo così. Stai guidando una macchina da cinque posti, di cui uno è occupato da te. Ne restano quattro. Se hai già quattro passeggeri e, per strada, vuoi far salire un altro passeggero, devi per forza far scendere qualcuno. E questo vale anche per il lavoro. Scegli tu se avere un sidecar, una macchina o un camper (ma ricordati che più il mezzo è grande e meno libertà di movimento hai). Ma se stai già lavorando a diversi progetti, prima di iniziare a lavorare a un nuovo progetto capisci quale progetto chiudere. Perché, per quanto tu sia bravo, il tuo tempo e le tue risorse sono limitate, esattamente come lo spazio in una macchina.

A domani, Jacopo


Etimologia dell’idiota.

Adoro l’etimologia delle parole, perché dietro ogni parola si nasconde un mondo di storie. Settimana scorsa durante l’intervento che mi ha visto ospite di Book City, Alberto Meomartini mi ha fatto scoprire l’etimologia della parola ‘idiota’ che viene dal greco ‘idiótes’, ovvero ‘uomo privato’, in contrapposizione all’uomo pubblico che era invece colto, capace ed esperto. Nell’antica Grecia dunque, l’idiota era colui che pensava solo a se stesso, che non si curava degli altri o della società. Oggi questa parola ha un significato differente, ma la sua etimologia regala uno spunto di riflessione interessante. Non prendersi cura di nulla, fregarsene, pensare solo ai propri interessi, non sentirsi parte della civiltà, non informarsi o evitare qualsiasi tipo di scontro o di opinione diversa dalla propria è ancora oggi, a mio avviso, la base dell’idiozia. E, in un mondo in cui la cosa pubblica interessa sempre meno, penso che l’etimologia di questa parola sia più attuale che mai.

A domani, Jacopo


5 film da imprenditori da vedere su Prime Video.

Se su Netflix non ci sono molti film “da imprenditori” validi, su Amazon ce ne sono ancora meno. Però se ne stai cercando qualcuno, puoi vedere:

  • Fight Club: guardalo per capire come costruire un brand.
  • The Internship: guardalo per capire come attrarre nuovi talenti.
  • Big Fish: guardalo per capire come cambiare professione di continuo.
  • Family Business: guardalo per capire come gestire un business di famiglia.
  • Smetto quando voglio: guardalo per capire come re-inventarsi.

A domani, Jacopo


Conosci i tuoi clienti come Ferrero.

Un giorno, un giornalista chiese a Michele Ferrero quale fosse il segreto del suo successo, e l’inventore della Nutella rispose: «Il mio segreto? Fare sempre diverso dagli altri, avere fede, tenere duro e mettere ogni giorno al centro la Valeria». Al che, il giornalista gli domandò chi fosse la “Valeria”, e Ferrero rispose che alla Ferrero, la “Valeria” è la padrona di tutto, l’amministratore delegato, colei che può decidere del successo o della fine dell’azienda, quella da rispettare, che non bisogna mai tradire ma capire fino in fondo. Valeria è la mamma che fa la spesa, la nonna, la zia, è il consumatore che decide cosa si compra ogni giorno. Mettendo il proprio consumatore al centro, Ferrero è riuscito a creare uno dei brand italiani più conosciuti al mondo. Seguendo il suo esempio, qualsiasi sia il tuo lavoro, non dimenticarti mai per chi lo stai facendo. Metti il tuo cliente target al centro della tua attività, dagli un volto e un nome e pensa a lui (o lei) ogni volta che devi prendere una decisione. Guardalo negli occhi e immaginati come risponderà alle tue iniziative.

A domani, Jacopo


Remote Working.

Questa settimana lavoro da qui. Dietro il monitor del mio Mac vedo la punta del Monte Bianco e, appena riesco, faccio una pausa e vado a fare un giro tra i boschi con i miei bimbi. Una delle cose che adoro del mio lavoro, o meglio dei miei lavori, è che mi dà la possibilità di organizzare il mio tempo e di cambiare spesso luogo di lavoro. Anche quando sono a Milano non lavoro mai più di due giorni di seguito nello stesso posto. E questo stimola molto la mia creatività e mi permette di vedere la quotidianità da più punti di vista. Un giorno avevo chiesto a Giorgio Fipaldini, fondatore di Open, quale fosse il nemico numero uno della creatività, e lui mi rispose: “La chiusura mentale. Il numero due l’indolenza”. Lavorare in luoghi, e a volte città, differenti è un buon antidoto per entrambe. Da una parte ti tiene la mente costantemente aperta, ti dà nuovi stimoli e nuove ispirazioni. Dall’altra ti obbliga a stare attivo e a non ripetere sempre le stesse azioni.

A domani, Jacopo


Do It Smart.

Satispay è la start up più innovativa, audace e rivoluzionaria che abbiamo in Italia. Quando sono andato da loro qualche anno fa, su un muro della sede c’era scritto un gigantesco: “DO IT SMART”. Un motto che ogni azienda italiana dovrebbe incidere a caratteri cubitali al proprio ingresso. Come scrive Shane Snow nel suo libro Smartcuts, lavoriamo duro, ma di rado ci chiediamo se stiamo lavorando in modo intelligente. E lavorare in modo intelligente (“smart”) ci permetterebbe di lavorare meno e produrre di più. Lavorare smart vuol dire focalizzarsi sugli obiettivi raggiunti, non sulle ore lavorate. Vuol dire domandarsi sempre se c’è un modo diverso di fare il proprio lavoro, senza smettere mai di imparare nuove competenze e nuovi strumenti. Vuol dire evitare la routine, la confort zone, la pigrizia e tutto quello che ci porta a fare sempre le stesse cose, sempre nello stesso modo. Vuol dire, per usare le parole di Alberto Dalmasso (co-fondatore di Satispay), smettere di lavorare sulla “Best practice” e creare la “Next practice”, ovvero, smettere di fare come si è sempre fatto e chiedersi il perché di ciò che stiamo facendo così da farlo nel migliore dei modi, non nel più comune.

A domani, Jacopo


Un libro: Ted Talks.

Questa settimana ho letto “Ted Talks” di Chris Anderson, il padre (adottivo) dei Ted Talks. È un libro molto pratico che si posiziona come la guida definitiva per parlare in pubblico e copre tutto quello che c’è da sapere sul tema. Dal come superare l’ansia di salire su un palco, a come creare una connessione con il tuo pubblico, quali temi enfatizzare e come costruire una narrazione chiara e coinvolgente. Il tutto citando moltissimi Ted Talks, sia positivi che negativi (così da imparare dagli errori degli altri). L’assunto alla base del libro è che il Public Speaking è un’arte che tutti possono imparare (non a caso un tempo c’erano le scuole di retorica…), ed effettivamente su questo concordo, anzi penso che non avere dei corsi di Public Speaking sia una mancanza di molte università o Business School. Oggi è fondamentale saper presentare le proprie idee o il proprio progetto in maniera chiara e comprensibile, e la prima regola per farlo è selezionare quello che vuoi dire. Ridurre il tuo discorso all’essenziale, perché “overstuffed equals underexplained”, ovvero se vuoi dire troppe cose, finisci per non farti comprendere.

A domani, Jacopo


Se sai venderti, non ti serve nessun capo.

Lavoro in proprio da quando ho 18 anni. Il mio primo lavoro è stato il programmatore di siti internet. Era il 1999 e ai tempi Internet era un mistero di cui tutti parlavano (un po’ come la Block Chain oggi) e chi sapeva fare un sito poteva guadagnare molto bene. All’inizio avevo fatto un colloquio con una grossa agenzia, ma per fortuna non mi presero e così decisi di aprire la mia agenzia. Dopo un po’ di anni ho smesso di programmare, e ho iniziato a fare altro. Ma quel lavoro mi ha insegnato una cosa molto importante, che mi è stata utile per qualsiasi altro lavoro abbia fatto: la regola numero uno per lavorare in proprio o fare l’imprenditore è saperti vendere. Ovvero devi essere in grado di vendere il tuo lavoro. Se non sei in grado di farlo, allora dovrai sempre dipendere da qualcun altro. Se invece sai venderti, non ti serve nessun capo.

A domani, Jacopo


Robot Ritrattisti.

Uno degli argomenti su cui mi capita di più di fare ricerche è il futuro del lavoro. E una delle domande che mi viene fatta più spesso riguarda l’automatizzazione del lavoro, ovvero: “Un domani potrei essere sostituito da un robot?”. Fare previsioni è sempre difficile, ma in questo caso è verosimile che sempre più lavori verranno automatizzati. Anche solo per il fatto che questo sta accadendo da più di un secolo (dal Bancomat che ha sostituito il cassiere in banca, alla spoletta volante di John Kay nell’Inghilterra del Settecento). Come regola generale, più un lavoro richiede creatività, minori sono le possibilità che venga automatizzato. In quest’ottica, il lavoro del pittore dovrebbe avere basse probabilità di essere sostituito da un robot. Tuttavia, due ricercatori italiani, Mauro Martino e Luca Stornaiuolo, hanno progettato un software di AI in grado di creare un tuo ritratto partendo da quello che ha imparato studiando migliaia di volti di persone famose. Il che darà un taglio più holliwoodiano al tuo volto. Quello in alto è il mio ritratto, puoi fare fare il tuo qui: https://aiportraits.com/

A domani, Jacopo


5 film da imprenditori da vedere su Netflix.

Netflix per i film non è il massimo. È meglio per le serie o i documentari. Ciò nonostante, si trova anche qualche film interessante. Se cerchi ispirazioni per metterti in proprio, ecco cinque film che potresti vedere:

  • Walt Before Mickey: guardalo per capire come trasformare i tuoi sogni nel tuo lavoro.
  • Ocean’s Eleven: guardalo per capire come costruire un team.
  • The King of Polka: guardalo per capire l’importanza di crederci.
  • The Wolf of Wall Street: guardalo per capire quando è il momento di fermarsi.
  • The Pursuit of Happyness: guardalo (anche se è un po’ scontato…) per capire l’importanza della determinazione.

A domani, Jacopo


È Venerdì, ricomincia da capo come Bill Murray.

Nel 1984 Bill Murray è all’apice del successo. Nello stesso anno escono due film che lo vedono protagonista: “Ghostbusters” che diventerà la commedia con gli incassi più alti di tutti i tempi, e “Il filo del rasoio”, un film fortemente voluto da Murray, che però sarà un clamoroso flop. Di fronte a questo insuccesso, l’attore americano conosce la prima grande battuta d’arresto della sua carriera. Così decide di prendersi una pausa dal mondo dello spettacolo, si trasferisce a Parigi, dove studia Storia e Filosofia alla Sorbona, e per quattro anni declina ogni proposta di lavoro. Fino a quando non si sente pronto per il grande ritorno nel 1989 con “S.O.S. fantasmi” e poi nel 1993 con il successo di “Ricomincio da capo”. Ti ho raccontato questa storia perché nell’arco della tua vita professionale può succedere che ci siano dei momenti di blocco dove magari non sai cosa fare o sei meno motivato. In questi momenti, cogli l’occasione per cambiare aria e imparare qualcosa di nuovo. Cerca nuovi stimoli che possano darti nuove energie e nuove idee per “ricominciare da capo” con ancora più entusiasmo di prima.

A domani, Jacopo


L’immigrazione è il motore dell’economia.

L’America è la più grande economia al mondo perché alcuni tra i più grandi al mondo sono emigrati in America. La Bank Of America è stata fondata da un italiano (Amedeo Giannini). Il liberismo è stato “inventato” da un economista austriaco (Hayek) e il calvinismo da un umanista francese (Calvino). Persino il nonno di Trump era un immigrato tedesco che fece fortuna con i bordelli. L’immigrazione è sempre stata il motore dell’economia. E non capisco come oggi questo concetto venga messo in discussione. Soprattutto in Italia dove, dal mio punto di vista, il vero problema non sono i giovani immigrati che vorrebbero entrare nel nostro Paese (e contribuire con il loro lavoro alla nostra economia), ma i giovani italiani che vorrebbero abbandonarlo. Un Paese che, da una parte blocca l’ingresso di nuova forza lavoro e dall’altro non fa nulla per trattenere i propri talenti, è destinato a esaurire la propria competitività in breve tempo. Chi governa il nostro Paese ha invertito il problema con l’opportunità. I migranti sono un’opportunità mentre i talenti in fuga sono una minaccia, tanto per la nostra economia quanto per il nostro futuro.

A domani, Jacopo


Siamo tutti Futuristi.

Secondo una ricerca fatta da CBInsights, tra i job-title più usati su Linkedin e Twitter, quelli che più fanno perdere di credibilità chi li usa sono “Thought Leader” e “Futurist” (fortunatamente ai tempi di Marinetti LinkedIn e Twitter ancora non esistevano…). E non posso che essere d’accordo. In un mercato del lavoro in continuo cambiamento, ha ancora senso darsi una definizione? Forse conta di più quello che fai e il contributo che dai ogni giorno alla tua impresa, piuttosto che quello che dichiari di essere sulla tua pagina social. Il job-title è più una questione di status che di utilità. Seguendo questa tendenza, qualche tempo fa Elon Musk, si è definito il “Nulla” di Tesla e ha annunciato che non avrà più alcuna job-title all’interno della sua azienda. Le cose cambiano troppo in fretta per incastrare una persona in una job-title. In un futuro del lavoro sempre più automatizzato, penso sia molto più importante valorizzare la singola persona più che il ruolo che ricopre, perché un ruolo può essere automatizzato (ovvero fatto da un robot), una persona invece no.

A domani, Jacopo


Un libro: La civiltà del dopo lavoro.

Questa settimana ho letto “La civiltà del dopo lavoro” di Nicola Zanardi, un libro breve lunghissimo. Breve nella forma (sono poco più di 100 pagine) ma che tocca moltissimi argomenti. Dal lavoro, che è il tema centrale, alla politica, le città, l’innovazione e la sostenibilità. Ma al centro di ogni riflessione c’è l’uomo. E questo è un tema molto attuale, perché oggi, per la prima volta nella storia, l’uomo sta rischiando di perdere la sua centralità. Oggi è possibile pensare a un futuro del mondo anche senza un futuro dell’uomo. O almeno dell’uomo come lo conosciamo noi. Il filosofo israeliano Harari, per esempio, parla di Homo Deus, ovvero dell’evoluzione dell’Homo Sapiens che supera se stesso e si avvicina più all’idea di essere divino che essere umano. Se pensiamo al futuro del pianeta, iniziamo a pensare (o meglio temere) un futuro apocalittico dove il cambiamento climatico estinguerà l’uomo. E quando pensiamo al futuro del lavoro, iniziamo anche a pensarlo in un’ottica automatizzata dove l’uomo potrebbe perdere la suo funzione e risultare quindi inutile. Da cui la domanda chiave alla base del libro di Nicola è più attuale che mai: può esistere un’identità della persona non più fondata sul lavoro?

A domani, Jacopo


BookCity, lavoro e disuguaglianza.

Sabato sono stato ospite di BookCity dove ho parlato di lavoro e futuro del lavoro insieme a Donatella Sciuto, Ivan Berni, Alberto Meomartini e Nicola Zanardi. Sono emersi molti spunti interessanti. Tra questi c’è un tema, di cui ho parlato anche in altre occasioni, ma che trovo fondamentale. Il tema della automazione del lavoro è molto legato a quello della disuguaglianza economico-finanziaria perché un futuro in cui i robot faranno il lavoro dell’uomo è un futuro di abbondanza, un futuro in cui si potrà produrre più ricchezza con meno costi. Il punto è capire se sarà un’abbondanza distribuita e quindi di uguaglianza, oppure un’abbondanza accentrata e quindi disuguale. Nel primo caso (abbondanza distribuita) saremo di fronte a un futuro radioso in cui si avvererà la previsione di Keynes per cui l’uomo lavorerà meno ore senza abbassare il proprio tenore di vita, e quindi avrà il “problema” di tenersi occupato. Nel secondo caso invece (abbondanza accentrata) saremo di fronte a uno scenario apocalittico fatto di disoccupazione e povertà di massa da una parte, e immensa ricchezza nelle mani di pochi individui dall’altra. Con il risultato che i ricchi saranno sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

A domani, Jacopo


Sonno.

Una volta ho sentito un’intervista al giornalista Antonio Savignano che raccontava di come Pertini fosse solito dormire 3 ore per notte. Savignano ne parlava in termini di “vittoria biologica” del Presidente nei confronti di tutti gli altri. Anche Pirandello dormiva 3 ore a notte, e anche Kafka. Di giorno lavorava come avvocato e di notte scriveva. Io non ci sono mai riuscito. Da quando sono diventato padre la cosa che più mi manca è proprio il sonno. Quando non dormo sono più nervoso e meno creativo. Penso sia un fatto biologico. Il sonno è essenziale per migliorare la produttività e la creatività. E lo pensano sempre più persone. In alcune sedi di Google, per esempio, hanno creato delle aree tecnologiche chiamate “nap pods” per far riposare i dipendenti. È vero che più dormi e mano lavori. Ma è anche un fatto di qualità del lavoro, non solo di quantità. Si dice che Bill Clinton abbia detto che ogni grande errore che ha fatto fosse dovuto alla mancanza di sonno. Ed è vero, meno dormi più rischi di fare scelte sbagliate. E una scelta sbagliata ha conseguenze ben peggiori di qualche ora di sonno in più.

A domani, Jacopo


L’importanza di andare in Skate.

Qualche settimana fa ho iniziato a insegnare a mio figlio più grande, Leone, ad andare in skate. Forse è un po’ piccolo (ha 4 anni) ma gli piace molto, così ho assecondato questa sua passione. In realtà non mi interessa che impari ad andare in skate, questo lo sceglierà lui, quello che mi interessa è che lo skate insegni a Leone, due cose importanti che ha insegnato anche a me. 1) Come un giorno disse il padre di Batman a un piccolo Bruce Wayne, se cadiamo è solo per imparare a rialzarci. Nello skate cadere è un processo fondamentale per imparare. Se non sei mai caduto vuol dire che non hai mai imparato. E questo vale tanto per lo sport quanto per il lavoro. 2) Come scrisse Robert Louis Stevenson, viaggiare è meglio che arrivare. Quando andavo in skate, usavo lo skate per andare ovunque, non per arrivare prima ma per divertirmi. In un’epoca in cui siamo costantemente orientati al risultato e all’ottimizzazione dei processi, penso sia importante imparare a godersi il viaggio e non solo la meta.


Comunica come Houdini!

Nonostante il successo mondiale che negli anni Houdini era riuscito a guadagnare grazie alle sue spettacolari imprese, verso i primi anni del Novecento la sua carriera conosce una prima crisi. La gente comincia a partecipare sempre meno numerosa alle sue performance in teatro e le vendite dei biglietti iniziano a calare. Così l’illusionista ha un’idea tanto semplice quanto geniale: «If I can’t bring the folks to the theatre, I’ll bring the theatre to the folks». Se non riesco a portare le persone a teatro, porterò il teatro alle persone. Comincia così una serie di spettacoli all’aperto in cui si lancia da ponti dentro fiumi ghiacciati, si fa appendere da palazzi completamente legato e organizza altri prodigiosi eventi che lasciano tutti esterrefatti. Così facendo, la sua carriera riprende e il suo nome è di nuovo sulla bocca di tutti. Con un secolo di anticipo, Houdini aveva compreso un principio fondamentale del marketing: è più efficace portare il tuo prodotto dove già ci sono le persone interessate a comprarlo, piuttosto che far spostare le persone e portarle da te. Il più delle volte infatti, la tua community già esiste, anche se tu non ne sei ancora consapevole.


Quando non sai cosa fare: Give it a try!

Durante i due anni di MBA ho fatto un percorso di Coaching. Ai tempi non sapevo neanche cosa fosse il Coaching, ma era incluso nel pacchetto e così l’ho fatto. Un giorno mentre stavo inondando la mia Coach di dubbi e domande su cosa scegliere tra i tanti progetti che avevo in testa, lei mi interrompe e mi dice: “Jacopo, Give it a try!”. Ovvero, dai ai tuoi progetti una possibilità, vedi come vanno e poi decidi. Ed è un buon consiglio. Oggi viviamo in un’epoca molto complessa dove è tanto difficile scegliere e fare decisioni, quanto è facile fare un test di mercato e provare a vedere se un’idea che hai in testa può funzionare. Quindi piuttosto che perdere tempo a scegliere su quale progetto puntare, dagli una possibilità. Metti insieme il minimo di risorse che ti servono per fare un test di mercato e vedi come va. Raccogli feedback, impara tutto quello che puoi e poi decidi.


Le donne (imprenditrici) cambieranno il mondo.

Secondo una ricerca fatta da StartUp Genome, il 56% delle donne imprenditrici lancia la propria azienda con l’obiettivo di cambiare il mondo (gli uomini che lo fanno sono solo il 41%). Questo è un dato molto importante perché in un mondo del lavoro dove (in Italia) solo il 26% delle donne ricopre cariche manageriali, c’è un generd pay gap di quasi il 30% (ovvero per ogni euro guadagnato dagli uomini le donne prendono 70 centesimi) e solo il 21,8% delle imprese italiane è guidato da donne, penso che l’imprenditoria possa essere l’unica soluzione per ridurre, se non eliminare, le differenze di genere sul lavoro.


On Tyranny.

Questa settimana ho letto un libro fondamentale, “On Tyranny” di Timothy Snyder. Lo considero fondamentale perché è uno di quei libri che ti spinge a riflettere su temi fondamentali per il nostro presente e, soprattutto, per il nostro futuro. Il libro raccoglie 20 suggerimenti per evitare di trasformare lo stato di democrazia in cui siamo abituati a vivere in una tirannia e si apre con una frase che riassume bene la lezione più importante: “History does not repeat, but it does instruct”. Una frase che sottolinea l’importanza di conoscere la storia per non ripeterne gli errori. Partendo da questo ammonimento, Snyder ci ricorda quanto sia importante osservare il presente con un pensiero critico e viverlo con un atteggiamento pro-attivo. Farsi domande, non obbedire in anticipo, credere alla verità e non all’apparenza (perché, “Post – truth is pre – fascism”), contribuire alle cause in cui si crede ed essere coraggioso perché, come conclude l’autore, “If none of us is prepared to die for freedom, then all of us will die under tyranny”.


La formazione del Futuro.

Una delle cose che più mi dà da pensare per il futuro dei miei due figli è la formazione. In parte perché è sempre meno accessibile (il debito degli studenti è al massimo storico), in parte perché la formazione scolastica non penso riesca ad andare alla velocità del cambiamento che stiamo vivendo. Ti porto qualche dato: il 35% delle competenze utilizzate oggi, verranno sostituite nei prossimi 5 anni (quindi perché impararle?), le 10 professioni oggi più richieste dal mercato non esistevano fino a 10 anni fa (quindi come insegnarle?) e, soprattutto, il 65% dei bambini che hanno iniziato le elementari affronteranno lavori di cui oggi non conosciamo le caratteristiche. Di fronte a questo scenario sto valutando tutto (incluso l’Homeschooling), e sto leggendo di tutto. Ad oggi non ho una soluzione (se tu l’hai trovata scrivimelo), però queste sono le 6 cose che penso qualsiasi bambino debba imparare per essere al passo con il futuro: 1) Continuous learning (ovvero non smettere mai d’imparare); 2) STEM (ovvero Scienza, Tecnologia, Engineering e Matematica); 3) Sviluppare creatività e Problem Solving; 4) Avere un pensiero critico; 5) Coltivare il proprio lato empatico e 6) Avere immaginazione che è l’origine di qualsiasi forma di progresso umano.

A domani, Jacopo


Scrivere per avere Like o avere Like per scrivere?

Da quando ho iniziato a pubblicare il mio blog su Instagram, uno dei consigli che mi sento dare più spesso è di aggiungere qualche fotografia. Ed è un consiglio corretto, dal momento che oggi tendiamo a guardare più che leggere. Tuttavia questa tendenza può, a mio avviso, nascondere una pericolosa deriva. Ovvero invertire il fine con il mezzo. Penso che chiunque scriva on line dovrebbe chiedersi: “Perché scrivo? Scrivo per avere dei Like, oppure ho dei like per quello che scrivo?”. Sono due punti di vista molto differenti. Io scrivo perché adoro scrivere e perché spero di darti qualcosa di interessante o utile da leggere. Diverso è scrivere un articolo con il fine unico di prendere quanti più like possibile e quindi invertire il fine (informare) con il mezzo (il media attraverso cui si informa).

A domani, Jacopo


L’inquietudine salverà il mondo.

Come scrissero Marx e Engels nel loro Manifesto, il mondo moderno ha bisogno della confusione e dell’incertezza per crescere e prosperare. Ed è vero. Quella spiacevole sensazione che chiamiamo inquietudine è il motore della nostra vita. Senza di essa sprofonderemmo nella noia di un’esistenza routinaria. Senza inquietudine non potrebbe più esserci innovazione e mai come oggi il mondo oggi ha bisogno d’innovazione. Ha bisogno di nuove soluzioni per risolvere vecchi problemi. Gli imprenditori, i rivoluzionari, gli inventori e gli artisti sono tutte persone inquiete che proprio grazie alla loro inquietudine hanno cambiato le cose e contribuito al progresso dell’umanità. Ed è sempre stato così. Nel film “The Third Man”, Harry Lime ci ricorda come in Italia, sotto i Borgia, per trent’anni ci siano state guerre, terrore e spargimenti di sangue. Ma tutto questo ha prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera invece hanno avuto 500 anni di democrazia e pace, e cosa ha prodotto? L’orologio a cucù. La comfort zone raramente ti farà avere nuove idee, l’inquietudine invece stimola la creatività.

A domani, Jacopo


Fai le cose a modo tuo come Enrico VIII.

Come è noto il re d’Inghilterra Enrico VIII ebbe sei mogli (nessuna delle quali fece una bella fine…). Ciò nonostante, ai suoi tempi annullare un matrimonio per un re non era per nulla facile. Serviva l’autorizzazione del papa. Così quando papa Clemente VII non diede ad Enrico VIII l’autorizzazione per annullare il suo matrimonio con Caterina D’Aragona, il re decise per la separazione dalla Chiesa cattolica di Roma e proclamò lo scisma. Questo atteggiamento riassume bene l’attitudine degli anglosassoni verso il proprio lavoro e, più in generale, la propria vita. All’inizio ci provano per le vie tradizionali, ma se queste non funzionano lo fanno a modo loro. E questa è una delle grandi differenze (culturali ancor prima che economiche) tra noi italiani (cattolici e votati al martirio) e gli americani (protestanti e votati al successo). Se un giovane italiano manda decina di curricula e non riceve alcun risposta si deprime e diventa inattivo. Se invece un giovane americano non riceve alcuna risposta, fonda la propria azienda con la convinzione di riuscire un domani a far fallire l’azienda che non lo ha voluto assumere. Inutile dirti che, se vuoi metterti in proprio, è consigliabile un’attitudine più anglosassone.

A domani, Jacopo


L’importanza del sogno.

In una scena di un vecchio fumetto di Capitan America, Steve Rogers (ovvero Capitan America), dopo essere stato lodato da un generale per il suo impegno e la sua lealtà, impugna la bandiera americana e dice: “Non sono fedele a nulla generale – se non al sogno”. Penso sia una frase che ogni responsabile marketing o imprenditore dovrebbe appendersi al muro. Nulla rende più fedele un cliente di un sogno da condividere e di cui sentirsi parte. L’idea di “compare” la fedeltà dei propri clienti con carte fedeltà o con contratti vincolanti non è sostenibile nel lungo tempo, perché appena arriva qualcuno che offre qualcosa in più, rischi di perdere i tuoi clienti da un giorno con l’altro. Se invece riesci a trasmettere e far condividere un sogno, allora non sei più uno dei tanti, ma sei l’unico. E questo vale anche per le persone con cui lavori. Si possono dare benefit o stipendi sempre più alti, ma nulla lega e motiva come un sogno comune in cui credere.

A domani, Jacopo


Il valore dell’acqua.

L’altra sera ho visto la serie “Explained” su Netflix (molto bella). La puntata 19 parla dell’acqua e, come sempre, sono rimasto con un misto di ansia e stupore. Stupore perché non capisco come si possa dare per scontato il valore dell’acqua. Ansia perché c’è sempre meno acqua e ne sprechiamo sempre di più. Per produrre una tazzina di caffé servono 130 litri d’acqua. Per un hamburger 1650. E per una maglietta 2500. Senza contare l’acqua sprecata a causa dell’usura degli acquedotti. Mantenerli costa troppo e così sono pieni di perdite. A Città del Messico dove l’acqua è un’urgenza quotidiana, il 42% dell’acqua potabile viene sprecata a causa di perdite nei tubi. Sprechiamo acqua solo perché è gratuita e quindi non ne percepiamo il valore. La diamo per scontata. Tanto che arriviamo a pagare acqua (in bottiglie di plastica) che potremmo avere gratuitamente (e con meno sprechi) dal rubinetto. Una delle soluzioni che il documentario propone è aumentare il prezzo dell’acqua così che le persone si rendano conto del suo valore. Io spero non si arrivi a questo. Spero che ci si possa rendere conto del valore dell’acqua senza perdere la fortuna di avere ogni giorno acqua potabile pubblica in abbondanza.

A domani, Jacopo


Homo Deus: A Brief History of Tomorrow

Questa settimana ho letto “Homo Deus” di Yuval Noah Harari. Il libro, per come l’ho inteso io, si basa sull’assunto per cui siamo diventati talmente umani che abbiamo smesso di credere in Dio e abbiamo iniziato a credere seriamente di poter diventare noi stessi degli dei. Con l’inizio del nuovo Secolo, l’uomo è sempre più vicino ad estinguere le tre grosse minacce che hanno caratterizzato la sua esistenza: la carestia, le guerre e le epidemie. Per la prima volta nella storia, sono più le persone che muoiono perché mangiano troppo rispetto a quelle che mangiano troppo poco, sono di più le persone che muoiono di vecchiaia rispetto a quelle che muoiono di malattie infettive e sono di più le persone che si suicidano rispetto a quelle che muoiono in guerra. Questa condizione ha portato l’uomo a lavorare a tre possibili sviluppi che potrebbero portarlo dallo stato di Homo Sapiens a quello di Homo Deus: la felicità, l’immortalità e l’acquisizione, grazie all’integrazione uomo-macchina, di poteri sovra-umani (dalla forza di Ercole, alla sensualità di Afrodite). Se hai tempo, ti consiglio di leggerlo. È un libro che unisce chiarezza e profondità, oltre a raccontare molti casi ed esperimenti che fanno riflettere.

A domani, Jacopo


L’infelice felicità di noi Italiani.

Un po’ di tempo fa stavo parlando con un mio amico portoghese che vive in Italia. A un certo punto mi ha detto una cosa che penso ritragga bene la nostra cultura. “Sai Jacopo, voi Italiani siete molto felici, davvero, il problema è che non lo sapete, e allora vi lamentate sempre di tutto”. Spesso si dice che per comprendere le cose si deve guardarle da fuori, ed è vero. Se sei italiano e vivi in Italia immerso nella cultura e nei problemi del tuo paese, può succedere che perdi di vista tutto ciò che di positivo hai e passi il tempo a lamentarti di tutte le cose che non funzionano. L’Italia è piena di problemi – primo fra tutti una classe di politici incapaci di risolverli (ecco che viene fuori il mio lato lamentoso) – però è anche un paese meraviglioso, le cui meraviglie non andrebbero mai date per scontate. Fëdor Dostoevskij, che non a caso Nietzsche considerava il più grande psicologo di tutti i tempi, diceva che l’uomo è infelice perché non sa di essere felice. E penso che se noi italiani comprendessimo la nostra felicità saremmo subito più felici e più propositivi verso il futuro del nostro paese.

A domani, Jacopo


Altri tempi, altre cure.

Da un po’ di tempo lavoro in Moscova (a Milano), tutte le mattine accompagno i miei bimbi all’asilo in bici e poi attraverso il Parco di Porta Venezia. Ora non c’è più, ma un tempo il parco ospitava uno zoo. Ancora me lo ricordo quando ci andavo da bambino. C’erano orsi, giraffe, foche e altri animali. Ogni volta che ci andavo ero felicissimo. Oggi di quello zoo rimangono solo le gabbie. E ogni mattina quando passo davanti alle gabbie degli orsi o alla piscina delle foche, mi domando come degli animali selvatici potessero vivere in spazi così piccoli. Oggi sarebbe impensabile condannare degli animali a quella vita. Molti cittadini (tra cui io) si opporrebbero a questa ingiustizia. Eppure per più di un secolo quest’ingiustizia è stata considerata normale. Milioni di persone (tra cui io con i miei genitori) hanno passato ore a girare per il parco guardando animali rinchiusi in una gabbia di pochi metri quadrati. «Altri tempi, altre cure», direbbe Voltaire, ma in quest’ottica non posso fare a meno di mettere in discussione il concetto stesso di normalità e domandarmi quale delle tante cose che facciamo oggi e consideriamo “normali” verrà un domani considerato un abominio.

A domani, Jacopo


Geography is Destiny.

Qualche settimana fa, ho finito di vedere la prima stagione della serie “Jack Ryan” su Prime Video. All’inizio ero scettico ma poi mi ha convinto e quindi te la consiglio. In una delle ultime puntate, Jack Ryan e il suo capo, James Greer, sono in Turchia in viaggio con Tony, un trafficante che li sta aiutando a rintracciare il loro asset. Mentre sono in auto a discutere su chi sia il buono e chi il cattivo, Tony dice a Jack: «Geography Is Destiny». Ovvero, dove nasci condiziona il tuo destino. Da buon americano, Jack lo guarda con sufficienza, come dire: «Ma che dici! Sta solo a te crearti il tuo destino!». Ma non sempre è così. Viviamo nell’era della globalizzazione, del neo-liberismo, di Internet, del “Yes We Can” e dei voli Low Cost. Eppure la frase di Tony è ancora una cruda realtà per miliardi di persone. Forse è proprio la geografia, tanto sociale quanto territoriale, l’elemento che, ancora oggi, condiziona di più il destino. Non a caso, le due persone più ricche al mondo, Jeff Bezos e Bill Gates, non solo vivono nello stesso paese (gli USA), ma anche nello stesso distretto della stessa città (Seattle).

A domani, Jacopo


Trova il tuo Miles Davis.

Nel 1967 Miles Davis è a Stoccolma, per un concerto con il suo nuovo quintetto formato, tra gli altri, anche dal pianista Herbie Hancock. A un certo punto, Hancock sbaglia un accordo durante un assolo di Davis. Miles si ferma per un attimo e poi suona delle note che rendono l’accordo di Hancock corretto, trasformando qualcosa di sbagliato in qualcosa di giusto. Per tutta la sua esistenza, Miles Davis è stato un catalizzatore di talenti. È riuscito a scoprire e valorizzare musicisti come George Coleman, Wayne Shorter o Bill Evans. Ovunque si trovasse riusciva sempre a creare un ecosistema di talenti che si ispiravano e crescevano a vicenda. L’ecosistema in cui decidi di stare influenza molto la tua creatività e la capacità di esprimere il tuo talento. Se sei all’interno di un contesto dinamico e stimolante è più facile avere nuove idee e realizzarle. Se invece ti chiudi nella comfort zone di un ecosistema protetto e monotono è molto più difficile trovare persone che possano valorizzare il tuo talento.

A domani, Jacopo


If this is heaven I need something more.

La mia canzone preferita degli Arcade Fire è “Reflektor”. E il mio verso preferito di “Reflektor” dice: “If this is heaven I need something more”. Mi piace perché sintetizza molto bene l’ansia di non avere mai abbastanza. Questa fastidiosa sensazione di poter avere sempre di più. Non tanto perché si vuole avere di più ma perché si ha l’illusione di poter avere di più. Uno degli obiettivi che mi sono dato quest’anno è smettere di essere (troppo) multitasking. Sto cercando di smettere per due motivi. Uno, sono meno produttivo, faccio più cose, vero, ma le faccio peggio. Due, non mi godo quello che sto facendo. Qualsiasi cosa faccio cerco di fare anche qualcos’altro così da “ottimizzare” il tempo. E alla fine mi domando che senso abbia fare qualcosa se non puoi goderti il momento in cui la fai.


Il tempo in cui il clima di paura coincide con la paura del clima.

In una scena del film “Private Life”, durante la sera di Halloween, il protagonista, Richard, apre la porta e si trova davanti due bambini. Come da tradizione, dovrebbero essere travestiti da mostri, ma hanno un costume strano. Così Richard chiede loro da cosa fossero vestiti e i bambini rispondono: “Da cambiamento climatico”. Citando una bellissima vignetta dell’illustratore El Roto, oggi viviamo in quel tempo in cui il clima da paura (fatto di terrorismo e ansie apocalittiche) coincide con la paura del clima (che cambia sempre più in fretta e fa sempre più disastri). Ora, è vero che l’uomo ha sempre vissuto in un clima da paura (persino negli opulenti e spensierati anni 80, un Americano su due era certo che una guerra atomica avrebbe estinto l’umanità), ma questa volta le cose sono molto diverse. Un tempo la paura non dipendeva da noi (non eravamo noi a decidere di sganciare una bomba atomica o diffondere una malattia). Oggi invece, almeno per la seconda paura (quella del clima), noi abitanti di questa Terra siamo i soli responsabili e quindi anche gli unici che possono fare qualcosa (ovvero cambiare le nostre abitudini quotidiane) per evitare che le nostre paure si trasformino in realtà.

A domani, Jacopo


The Start-up of You.

Questa settimana ho letto “The Start-up of You” scritto dal fondatore di LinkedIn Reid Hoffman. Un libro che parte da un concetto molto chiaro: tutti gli umani sono imprenditori, per il semplice fatto che la volontà di creare è innata nel nostro DNA. E da persona che si “inventa” il proprio lavoro da sempre, non posso che essere d’accordo. Il libro è pieno di spunti, teorie e consigli per mettersi in proprio. Da come sviluppare un proprio vantaggio competitivo, a come costruirsi un network (del resto l’autore è il fondatore di LinkedIn e ci tiene a sottolineare che una persona con 170 connessioni su LinkedIn è al centro di un network professionale di più di 2 milioni di persone), fino all’importanza di avere un piano A (quando le cose vanno bene), un piano B (quando le cose potrebbero andare meglio) e un piano Z, ovvero quello che ti salva quando il tuo progetto affonda. E anche su questo concordo. Avere un piano Z è importante perché il suo pensiero ti aiuterà nei momenti in cui le cose vanno male e ti farà stare più con i piedi per terra quando vanno bene.

A domani, Jacopo


Il pessimismo è un lusso che non possiamo più permetterci.

All’inizio del documentario “Requiem For The American Dream” l’attivista americano Noam Chomsky racconta come, durante la crisi del ’29 in Americana, nonostante ci fosse molta povertà e disoccupazione (molto più di oggi), le persone avessero la convinzione che le cose sarebbero andate meglio. C’era un reale senso di speranza verso il futuro. Cosa che oggi, secondo Chomsky, non c’è più. Sono d’accordo e penso che oggi il pessimismo sia un lusso che non possiamo più permetterci. Forse un tempo, durante Les Trente Glorieuses – i trent’anni dal 1945 al 1975 in cui le economie dei Paesi sviluppati avevano una crescita costante – potevamo anche permetterci di essere pessimisti, tanto le cose attorno a noi accadevano comunque. L’economia girava. Molti Paesi, come l’Italia o la Francia erano in pieno boom economico. Se perdevi il lavoro ne trovavi un altro poco dopo. Oggi non è più così. In Europa il tasso di disoccupazione ha superato il 10% e quello di inattivi è ancora più alto. Non possiamo più lasciarci andare al pessimismo. Ritrovare fiducia nel futuro è una condizione necessaria perché senza questa spinta è difficile riuscire ad andare oltre la crisi e costruire nuovi scenari.

A domani, Jacopo


Più la tecnologia è evoluta più crea incertezza.

Come disse il premio Nobel Niels Bohr, fare previsioni è molto difficile, soprattutto se riguardano il futuro. E questa “previsione” non poteva essere più azzeccata. Uno dei paradossi della tecnologia, è che più la tecnologia è evoluta più crea incertezza. Un tempo era più facile prevedere il futuro ed essere certi delle proprie scelte, oggi invece, grazie alla tecnologia, il presente viaggia a una velocità tale che il futuro è diventato molto meno prevedibile e quindi molto meno certo. Non a caso la storia è piena di previsioni tecnologiche errate. Me ne sono appuntate alcune: Alla fine dell’Ottocento il Presidente degli Stati Uniti, Rutherford Hayes, trovava il telefono una bella invenzione ma pensava che nessuno lo avrebbe mai voluto usare. Negli stessi anni, Thomas Edison considerava la corrente alternata una perdita di tempo e l’automobile era vista da molti come una moda passeggera. Nel 1943 il CEO di IBM, Thomas J. Watson, pensava che nel mondo ci sarebbe stato mercato per al massimo 5 computer e tre anni più tardi, Darryl Zanuck della 20th Century Fox predisse che la televisione non avrebbe avuto alcun mercato perché la gente si sarebbe annoiata davanti a quella scatola di compensato.

A domani, Jacopo


Guardare le serie televisive è estenuante (ma non posso farne a meno).

Settimana scorsa ho visto la terza stagione di “The Man In The High Castle”. Forse la migliore della serie. Ciò nonostante, per la prima volta, mi sono reso conto di quanto sia estenuante vedere una serie. Pensaci. Tra una stagione e l’altra passano anni, quindi ogni volta che riprendi devi fare lo sforzo di ricordarti tutto quello che è successo nelle stagioni precedenti. Poi c’è l’estenuante tentazione di vedere una puntata dietro l’altra (ovvero fare binge-watching), con il rischio di passare notti in bianco e non parlare d’altro per una settimana. E poi c’è l’ultima puntata dove speri che tutto finisca e invece succede di tutto. E tu rimani con il vuoto dentro sapendo che dovrai aspettare altri due anni per vedere cosa succede dopo. Con il rischio che magari qualcuno decida di cancellare la serie così tu non potrai mai sapere come va a finire (cosa che mi è successa con “Manhattan”). Se ci pensi è assurdo, investi ore del tuo tempo per vedere una storia di cui magari non conoscerai la fine. È peggio di vedere un film di David Lynch. Almeno nei film di Lynch un finale c’è. È soggettivo, lascia molte porte aperte ma finisce.

A domani, Jacopo


Meno per meno = Più.

Lo scorso week end ho fatto il cambio di stagione e ho realizzato una cosa importante. Un tempo ero felice quando avevo qualcosa in più. Ora sono felice quando ho qualcosa in meno. Un tempo ero felice se compravo qualcosa di nuovo. Ora sono felice se vendo o regalo qualcosa di vecchio, o semplicemente qualcosa che non uso più. Qualche tempo fa avevo letto che nelle economie “sviluppate” le la maggior parte delle persone possiede tra i 1.000 e i 5.000 oggetti. Se ci pensi sono tantissimi. E la maggior parte di questi non solo non li usiamo ma spesso non sappiamo neanche di averli. Ci occupano spazio fisico e mentale senza darci nulla in cambio. Veniamo da mezzo secolo di abbondanza spropositata dove l’imperativo della crescita e dell’accumulo ha guidato ogni nostra azione. Oggi – un po’ per volontà un po’ per necessità (visto come sta andando l’economia) – abbiamo la possibilità di ridimensionare le nostro aspettative di consumo, facendo nostro il principio algebrico per cui meno per meno, dà come risultato più.

A domani, Jacopo


Non sono vegetariano per salvare gli animali. Sono vegetariano per salvare gli umani.

Faccio una precisazione. Non sono totalmente vegetariano, nel senso che non mangio carne ma ogni tanto mangio ancora pesce. Il che può sembrare un’ipocrisia, e quindi devo fare una seconda precisazione: non mangio carne, non per salvare gli animali (anche perché la maggior parte degli animali esistono solo per essere mangiati, quindi se tutti fossimo vegetariani, non esisterebbero). Sono vegetariano per salvare gli umani. Ovvero per contribuire nel mio piccolo a ridurre il cambiamento climatico che potrebbe portare all’estinzione dell’uomo. È andata così: diversi anni fa ho realizzato che ogni mia azione ha un impatto negativo sul pianeta, ovvero produce C02. Così mi sono chiesto cosa potessi fare per ridurre il mio impatto. Le 4 cose che producono più C02 sono: 1) Avere figli; 2) Mangiare carne; 3) Usare macchine e aerei; 4) Consumare luce e gas. Di figli ne ho due. Auto e aereo li uso il meno possibile, ma eliminarli è difficile. Per la casa sono passato a energia verde, ma fare a meno di gas e luce è impossibile. Quindi rimaneva solo la carne. E così l’ho eliminata. All’inizio è stata dura (visto che adoro la carne), ma ora non ne sento in alcun modo la mancanza e vivo molto meglio.

A domani, Jacopo


3 times a day, stop and look for something good in your life.

L’altro giorno ho ascoltato un podcast in cui Loretta Breuning (un dottore che un tempo lavorava a Wall Street) parla di come ripensare (lei dice “Hack”) il proprio cervello per essere felici. Una delle azioni che consiglia è quella di fermarsi tre volte al giorno per concentrarsi su ciò che di buono c’è nella propria vita. Lo trovo un suggerimento molto giusto. Spesso abbiamo la tendenza a dare troppo peso a alle cose negative e dare invece per scontato quelle positive. Nelle sue città invisibili, Italo Calvino, immaginava un dialogo tra Marco Polo e Kublai Kan in cui il viaggiatore italiano suggerisce al condottiero mongolo, due modi per non soffrire dell’inferno che abitiamo tutti i giorni. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo invece è cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non é inferno e farlo durare e dargli spazio. Io sono sempre stato un convinto sostenitore del secondo modo e focalizzarsi tre volte al giorno su quello che di positivo ci circonda lo trovo un buon metodo per dare spazio a tutto quello che non è inferno.

A domani, Jacopo


La mente del principiante.

Per più di due anni ho avuto un problema con la spalla sinistra. Avevo un dolore costante. Così ho incontrato diversi specialisti. Ma nessuno riusciva a capire cosa avessi. Poi un giorno, durante una visita, incontro una tirocinante. Mi guarda la spalla e dice: “Secondo me la tua spalla non ha nulla, hai solo il tendine infiammato. Prova a fare questi esercizi ogni giorno e vedi come va”. E aveva ragione. Tutto qui: Da due anni mi portavo dietro una semplice infiammazione, il muscolo si era indebolito e quindi qualsiasi cosa facessi mi faceva male. Il monaco zen Shunryu Suzuki diceva che nella mente del principiante ci sono molte possibilità, mentre nella mente degli esperti ce ne sono poche. Ed è vero. Quando siamo troppo competenti (come gli specialisti cui mi sono rivolto all’inizio) spesso tendiamo a vedere complessità che in realtà non ci sono e quindi non riusciamo a risolvere un problema non perché sia troppo complesso ma perché è troppo semplice. Se invece siamo dei principianti, abbiamo la mente più libera, non siamo prigionieri delle nostre competenze, e quindi riusciamo a vedere soluzioni e opportunità che gli esperti non riescono a vedere.

A domani, Jacopo


Non diventerai mai ricco svendendo il tuo tempo.

Quando lavori in proprio, sei il capo di te stesso, il che ti dà la possibilità di lavorare quando e quanto vuoi. E questa flessibilità non ha prezzo. Puoi seguire i ritmi folli della Silicon Valley provando a raggiungere il tuo sogno miliardario, oppure puoi lavorare solo sei mesi all’anno o tre ore al giorno. Sta a te. Dall’altra parte però, nessuno ti paga se perdi tempo o se lo investi nel progetto sbagliato. I risultati e il mercato sono il tuo solo capo. In quest’ottica, il tempo diviene la tua risorsa più preziosa, quindi usala al meglio. Il tempo è una questione di qualità, non di quantità. Puoi essere l’uomo più ricco ed influente al mondo, ma avrai sempre 24 ore al giorno e 365 giorni all’anno. Questo è il motivo per cui il tempo è più prezioso dei soldi. I soldi sono potenzialmente illimitati, ma il tempo non lo è ed economicamente parlando, una risorsa limitata è generalmente più preziosa di una illimitata. Tieni quindi traccia del tuo tempo e dagli un prezzo. Traccia ogni ora che spendi a lavorare su un progetto così da definire al meglio il prezzo del tuo lavoro. Perché quando svendi il tuo tempo, stai svendendo te stesso.

A domani, Jacopo


Awesome Mix

La prima scena del film i Guardiani della Galassia è ambientata nel 1988. A quei tempi il protagonista, Peter Quill, era ancora bambino quando viene rapito da un gruppo di pirati spaziali e l’unica cosa che riesce a portare con sé è il suo walkman con dentro una cassetta che sua madre gli aveva regalato poco prima di morire. Per ventisei anni, le poche canzoni contenute in quella cassetta sono l’unica musica che Peter ascolta. Le ascolta così tanto che diventano parte della sua vita. Oggi fa strano pensare di ascoltare solo una decina di canzoni. Grazie a strumenti come Spotify possiamo ascoltare tutta la musica che vogliamo dove e quando vogliamo. E questo è fantastico. Ma, nella mia mentalità perennemente nostalgica, ogni tanto sento la mancanza della musica ai tempi delle cassette. Oggi ascolto troppa musica – troppo spesso. Cambio di continuo saltando da una canzone all’altra. Non riesco a dare il tempo a una canzone di diventare mia. Di rimanere una parte indelebile della mia vita. Tutte le canzoni che hanno caratterizzato momenti della mia vita, sono diventati tali perché le ho ascoltate centinaia di volte. Anche solo per il fatto che non avevo altre canzoni da ascoltare. Perché non basta avere qualcosa ma bisogna anche volerlo avere. Bisogna voler ascoltare proprio quella canzone in mezzo a un milione di canzoni per innamorarsene. E per fare questo serve tempo.

A domani, Jacopo


Il ruolo di un padre.

Un po’ di tempo fa sono stato a un matrimonio, e durante la cerimonia il prete ha raccontato questa storia: Un giorno, una mamma porta il figlio di otto anni, che aveva appena iniziato a suonare il pianoforte, a vedere un concerto. Quando entrano nel teatro, la mamma incontra alcune sue amiche e si mette a parlare con loro. Il bimbo si allontana e inizia a camminare per il teatro fino a quando non trova una porta con scritto: “Vietato Entrare”. Lui la apre e entra. Quando le luci in sala si abbassano la mamma si rende conto che suo figlio si è allontanato e, presa dall’agitazione, inizia a cercarlo. Il sipario si apre e il bimbo è lì immobile davanti al pianoforte. Non sa cosa fare e così suona le uniche note che sa suonare. Il pianista sale sul palco, si siede accanto al bimbo, mette una mano sulla spalla del bimbo e con l’altra accompagna le note del bambino trasformando una musica disordinata in una melodia. Penso sia una bella metafora del ruolo di un padre. Un padre non si deve arrabbiare perché il proprio figlio è curioso e apre porte che non dovrebbe aprire. Ma deve lavorare con lui per trasformare la sua curiosità in un talento.

A domani, Jacopo


Per avere culo, bisogna farselo.

Un giorno una mia amica (che fa l’imprenditrice), mi disse: “È incredibile, più mi faccio il culo, più ho culo”. Il che mi ha fatto pensare a una frase che avevo letto su un libro di Bo Peabody (anche lui imprenditore): The best way to ensure that lucky things happen is to make sure that a lot of things happen. Ed è vero. Spesso delle persone si ricordano solo i colpi di fortuna che hanno avuto, ma si dimenticano tutto il lavoro che hanno dovuto fare per arrivare a quella fortuna. E questo è un peccato, perché si finisce con il pensare che la fortuna sia una questione di casualità, quando spesso è anche una questione di costanza.

A domani, Jacopo


Kim Ki-duk e ToDo List.

Il mio film preferito di Kim Ki-duk è “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera”. Nel film, un anziano monaco vive in un eremo galleggiante al centro di un lago. L’eremo non ha pareti interne, le stanze sono tra loro comunicanti, però tra uno spazio e l’altro ci sono delle porte, che il monaco apre e chiude ogni volta che entra in una stanza. Potrebbe passargli accanto ma, invece, ogni volta che passa da un luogo all’altro utilizza la porta. La trovo un’immagine stupenda. Oggi viviamo nell’era del multitasking, del caos e della velocità, ed è importante avere una mente completamente aperta senza muri dove i pensieri possano scorrere liberi tra loro e generare nuove connessioni e nuove idee. Ma proprio per questo, mai come oggi è altrettanto fondamentale che tra un pensiero e l’altro ci siano delle porte che sanciscano la fine di un lavoro e l’inizio di uno nuovo. Quindi, io faccio così. Ogni volta che finisco un lavoro, chiudo tutte le cartelle che ho aperte, riordino il desktop e la scrivania, tiro una riga sulla mia ToDo List, mi prendo una pausa di qualche minuto e poi passo al lavoro successivo.

A domani, Jacopo


Don’t be what they made you.

Di tutta la saga dei film tratti dai fumetti della Marvel, “LOGAN” è il mio preferito. Il film non ha molti dialoghi, ma a un certo punto, verso la fine, Wolverine dice a Laura, sua “figlia” creata in laboratorio clonando il suo DNA: “Don’t be what they made you”, ovvero non essere ciò che loro ti hanno fatto. È una frase che riassume tutto il senso del film e che sul lavoro mi è capitato spesso di vedere nelle persone e in me stesso. Lavoriamo molto, ma raramente ci fermiamo a pensare se quello che stiamo facendo sia quello che vogliamo fare veramente. E così finiamo per essere quello che altri hanno voluto che noi fossimo. Iniziamo un percorso di studi, conosciamo delle persone, cogliamo delle occasioni. Non ci fermiamo mai. Quando invece è importante capire cosa vogliamo essere, cosa vogliamo fare. Perché se lo si capisce troppo tardi poi è difficile tornare indietro.

A domani, Jacopo


Le cose accadono perché le persone le fanno accadere.

Sono cresciuto in una via vicina a Corso Como a Milano. Oggi Porta Nuova è uno dei quartieri più belli (a mio avviso) della città. Ma un tempo non era così. Una mattina ricordo di essere uscito di casa e la via era stata chiusa dalla polizia perché una famiglia di zingari che viveva in fondo alla strada aveva dato fuoco alla roulotte della famiglia che abitava davanti a loro. Dove ora c’è Piazza Gae Aulenti c’era una distesa di terra dove, ogni tanto, veniva montato un tendone da circo. E dove ora c’è via Joe Colombo, con le sue ville da milioni di euro, c’era un Luna Park semi-abbandonato. Nel giro di due decenni, tutto è cambiato ed è cambiato perché delle persone (da Carla Sozzani in poi) lo hanno fatto cambiare. Le cose non accadono grazie o per colpa di qualcos’altro. Le cose accadono perché le persone le fanno accadere. C’è una super-citata frase di Gandhi che dice: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Ed è vero. Esiste la burocrazia, esistono gli imprevisti ed esistono gli ostacoli. Ma, sopra tutto, esistono le persone che, se vogliono, possono superarli e far accadere le cose.

A domani, Jacopo


Più il lavoro è indisciplinato più serve disciplina.

Diversi anni fa sono stato a una mostra di Dalì e sul muro ho letto una frase che non ho poi ritrovato da nessun’altra parte. Diceva più o meno così: “Ho infranto il muro dell’arte con disciplina da militare”. Nella mia vita ho lavorato con molti artisti e creativi e mi ritrovo molto nella frase di Dalì. Più il lavoro che fai è indisciplinato, più serve disciplina per portarlo a termine. Serve auto-controllo, costanza e determinazione. Altrimenti si finisce vittima della propria creatività. Oggi viviamo in un mondo pieno di opportunità. Possiamo fare molte cose in molti modi diversi. E questo è un vantaggio, a patto che le opportunità non si trasformino in distrazioni che ci fanno perdere la nostra direzione. Quando si lavora in proprio non c’è nessuno che ci dice cosa fare o cosa non fare. Possiamo lavorare quattordici ore al giorno come passare la giornata sul divano a guardare serie televisive. Sta solo a noi e alla nostra capacità di essere disciplinati e portare a casa il risultato che vogliamo ottenere.

A domani, Jacopo


Se rimaniamo intrappolati nel sogno di qualcun altro, siamo fottuti.

È vero, aveva ragione il filosofo francese Gilles Deleuze quando scriveva: “Si vous êtes pris dans le rêve de l‘autre; vous êtez foutus.” Se rimaniamo intrappolati nel sogno di qualcun altro, siamo fottuti. Questo vale tanto da un punto di vista filosofico, quanto da quello personale o professionale. Viviamo nell’era della vita condivisa. Ogni giorno, attraverso i Social Media, guardiamo nella vita di migliaia di persone (o almeno nella loro versione mediatica). E penso sia inevitabile comparare la vita dell’altro con la nostra. Migliore o peggiore che sia, sentiamo il bisogno di confrontarci con gli altri e questo spesso crea invidie, disagi e frustrazioni (non a caso la FOMO – paura di rimanere esclusi – è una delle principali patologie del nuovo Secolo). Io mi occupo di imprenditoria e posso dirti che dal punto di vista del lavoro, viviamo un periodo storico dove ci sono molte più possibilità di un tempo di seguire il proprio sogno, grande o piccolo che sia, e trasformarlo nel proprio lavoro. Perché allora perdersi dietro quello che fanno gli altri? Perché provare a fare quello che è già stato fatto? Molto meglio credere nel proprio sogno e fare qualcosa che solo tu potresti fare.

A domani , Jacopo


Creiamo la tecnologia che ci ri-crea.

Come disse Churchill in occasione della riapertura del Parlamento di Westminster dopo il restauro: “Noi diamo forma ai nostri edifici, i quali a loro volta ci formano”. Questa è una frase che dovrei attaccarmi al mio computer e al mio smartphone così da leggerla ogni volta che li uso. Un po’ come quei foglietti illustrativi (che non leggo mai) con scritto “Leggere attentamente prima dell’uso”. Dovrei farlo per ricordarmi che la tecnologia che creiamo finisce sempre per ri-crearci, per cambiare le nostre abitudini e renderci delle persone diverse. Il che non è necessariamente un male, anzi può essere un bene. A patto di averne consapevolezza. A patto di essere sicuri di andare nella direzione giusta. Di progredire e non solo di svilupparsi. Come diceva Bertrand Russell in ogni cosa è salutare, di tanto in tanto, mettere un punto interrogativo a ciò che a lungo si era dato per scontato. E il punto interrogativo che ti propongo oggi è: la tecnologia che usi ogni giorno ti rende una persona migliore o peggiore?

A domani, Jacopo


I problemi rendono felici.

Ogni volta che risolvo un problema sono felice di averlo risolto. Il che mi fa pensare che risolvere i problemi renda felici. E questo è anomalo perché i problemi sono sempre visti come qualcosa di negativo, qualcosa da evitare. E se invece fossero positivi? Se fossero l’origine della felicità? Lo dico perché quando invece non ho problemi da risolvere sono annoiato e tendo a creare non-problemi così da aver qualcosa da risolvere. Se anche tu la vedi così, ti propongo questo sillogismo: Lavorare vuol dire risolvere problemi, risolvere problemi rende felici, quindi lavorare rende felici. Morale: cerca (o inventati) un lavoro che ti permetta ogni giorno di risolvere un nuovo problema.

A domani, Jacopo


Non ci facciamo più domande, non cerchiamo più risposte, vogliamo solo conferme.

Già nel 1921, James Harvey Robinson nel suo libro “The Mind in the Making” sosteneva che l’essere umano avesse una naturale propensione a difendere le proprie convinzioni e quindi la propria (presunta) saggezza. Quasi 100 anni dopo, le cose non sono cambiate, anzi, le “Filter bubble” dei Social Media, hanno enfatizzato questa tendenza dando a chiunque la possibilità di crearsi un sistema mediatico che non fa altro che confermare le nostre convinzioni. Stiamo smettendo di farci domande o cercare risposte. Mentre siamo sempre di più alla ricerca di conferme. Oggi il problema non è solo un’informazione fatta di Fake News ma di Self News. Ovvero una rete di informazioni che ci danno l’illusione di essere sempre nel giusto e ci evitano in tutti i modi il disagio di metterci in discussione.

A domani, Jacopo


La produttività non è una questione di quantità di lavoro ma di qualità.

Una delle cose che più mi ha colpito dell’intervista che David Rubenstein ha fatto a Jeff Bezos, è che il fondatore di Amazon dorme 8 ore per notte e dopo le 5 del pomeriggio non prende più decisioni. Mi ha colpito perché questa immagine va contro lo stereotipo del manager o dell’imprenditore stacanovista che fa a gara con i suoi colleghi a chi lavora più ore, e mette in luce un aspetto importante del lavoro, ovvero che la produttività non è una questione di quantità ma di qualità. Non conta quanto lavoriamo ma come lavoriamo. Lavorare tutti i giorni senza avere orari non solo è insostenibile (prima o poi le energie si esauriscono) ma è anche controproducente perché limita la nostra capacità di concentrarci e quindi prendere le giuste decisioni o avere la giusta visione. In un recente post su LinkedIn Adam Grant, professore e autore di bestseller internazionali, ha dimostrato come per avere più successo ed essere più produttivi dovremmo lavorare massimo sei ore al giorno, ovvero finire la giornata lavorativa alle 15.00. Magari finire alle 15.00 è esagerato ma penso che una vita lavorativa più organizzata e più breve ci permetterebbe di lavorare molto meno e molto meglio.

A domani, Jacopo


L’agitazione dell’imprenditore.

Per essere liberi, diceva Tocqueville nel suo “Viaggio in Inghilterra”, bisogna essere abituati a una vita piena di agitazione, cambiamento e pericolo. E questo vale tanto per la vita personale, quanto per quella professionale. Nel momento in cui decidi di metterti in proprio, perdi la certezza di uno stipendio fisso, rischi il tuo capitale (e il tuo tempo) e spesso sei molto agitato. Ma sei anche molto più libero e, per me che lavoro in proprio da quasi vent’anni, questa libertà non ha prezzo. Spesso dico che sono un “Nativo Precario”, nel senso che non ho mai avuto un posto fisso o uno stipendio mensile. E, in tutta onestà, non mi è mai mancato. Perché questa “precarietà” è ciò che mi tiene vivo ogni giorno. Ogni giorno so che dovrò inventarmi qualcosa di nuovo, perché nessuno se la inventerà per me.

A domani, Jacopo


L’idea giusta.

Per il lavoro che faccio e i temi che tratto (imprenditoria e lavoro), una delle domande che le persone mi fanno più spesso è se l’idea che hanno in testa potrebbe funzionare. Ovviamente non esiste una risposta universale a questa domanda. Ma posso dirti che un’idea per funzionare deve essere il punto di incontro tra te (le tue competenze, i tuoi valori, la tua passione, le tue risorse, quello che ti motiva etc etc) e il mercato, ovvero rispondere a un bisogno di mercato (quello di cui hanno bisogno i tuoi clienti potenziali) e differenziarti dai competitor (le realtà che già fanno quello che vuoi fare tu).

A domani, Jacopo


Senza domanda non può esserci offerta.

Il mese scorso sono stato ospite del Festival della Letteratura di Mantova e una delle cose che più mi ha colpito è stato vedere code lunghissime di persone che aspettavano ore per assistere ad un evento letterario. Mi ha colpito perché, in un mondo dove milioni di persone fanno ore di coda per avere l’ultima versione di smartphone, fa bene sapere che ci sono persone che allo smartphone preferiscono i libri. Ma se ci sono persone così, perché l’editoria è in crisi? Semplice: perché le case editrici si sono dimenticate del principio base dell’economia, ovvero l’equilibrio tra domanda e offerta. In Italia, tra il 1980 e il 2016 la produzione di libri è aumentata del 400%. E nel mondo, dall’inizio dell’anno, sono stati pubblicati quasi 2 milioni di libri. Ovvero, l’offerta è aumentata esponenzialmente. È questo è un bene. Il problema è che le case editrici non hanno la minima idea di come vendere tutti i libri che stampano e quindi non sono in grado di stimolare la domanda. Si stampano più libri possibili, nella speranza che qualcuno si venda da sé. Quando forse bisognerebbe concentrarsi anche sulla domanda e non solo sull’offerta.

A domani, Jacopo


L’evoluzione (in piccolo).

L’ultimo film con Jason Statham si chiama “The Meg” e parla di un improbabile ritrovamento di un Megalodonte, ovvero una specie di squalo vissuta più di due milioni di anni fa e lunga 20 metri. Sebbene il film non sia nulla di ché (fa un po’ rimpiangere i tempi di Jason Statham in Crank…), la storia del Megalodonte è il classico esempio di come spesso il modo migliore per sopravvivere non sia diventare più grandi, ma più piccoli. E questa è una lezione che ogni imprenditore dovrebbe sempre ricordarsi. L’imperativo della crescita fine a se stessa è molto pericoloso perché inverte il fine con il mezzo. Diventare più grandi ha senso se serve per raggiungere il proprio obiettivo. Altrimenti non ha senso. Pensaci. Mentre molte aziende piccole vorrebbero essere più grandi, grandi aziende sognano di diventare più piccole per essere più agili e flessibili. Perché una volta che sei grande è molto difficile restringersi senza licenziare persone, demoralizzarsi e cambiare il modo in cui fai il tuo lavoro.

A domani, Jacopo


Il punto di partenza è sempre il mercato.

Adoro andare al cinema. Prima di avere figli ci andavo spesso, ora meno. Ma appena posso ci vado. E ogni volta che ci vado rimango sempre colpito dal costo del biglietto. Nove euro sono tantissimi per un solo film. E quando li pago mi domando se il gestore del cinema sia consapevole che oggi con nove euro una persona può abbonarsi (in condivisione) a Netflix e Prime Video per un mese. Ovvero, con lo stesso costo di un film al cinema può vedere migliaia di film dove vuole. Immagino che se facessi questa domanda a un gestore del cinema mi direbbe: “Ma tu hai idea di quanto costa gestire un cinema?”. Ed ecco uno degli errori più gravi che un imprenditore possa fare. Partire dal costo e non dal mercato. Non chiedersi quale sia il prezzo giusto per il proprio mercato di riferimento (fatto da clienti e competitor), ma solo quale sia il prezzo giusto in base ai propri costi. E, non a caso, molti cinema (come molte aziende) stanno chiudendo.

A domani, Jacopo


L’importanza di far sentire importanti.

Un giorno Simon Cowell, fondatore di X-Factor, chiese a suo padre come gestire un’azienda e suo padre rispose: «È molto semplice, tutti hanno un cartello in fronte con scritto: “Fammi sentire importante”». In queste poche parole c’è tutto quello che bisognerebbe sapere su come lavorare (bene) con le persone. Farle sentire importanti. O, ancora meglio, farle sentire una parte importante di qualcosa di importante. Tutti hanno bisogno di sentirsi gratificati e realizzati. È ciò che Freud chiama “il desiderio di essere grandi” o il filosofo americano Dewey chiama “il desiderio di essere importanti”. Dall’altro lato, non c’è nulla di più frustrante di sentirsi inutili. Dell’impressione di non contribuire a una causa. Quindi se vuoi che le persone con cui lavori lavorino al meglio, abbi il coraggio di farle sentire importanti.

A domani, Jacopo


Non conta cosa fai o dove lo fai ma come lo fai.

Qualche settimana fa Amazon ha raggiunto la valorizzazione record di 1.000 miliardi (seconda solo ad Apple). Il che mi ha fatto pensare alla relatività del settore. Spesso quando si prende in analisi un’idea di business, si valuta se il settore in cui opera sia un settore ricco o povero, seguendo il principio (un po’ datato) per cui sia il settore ad influenzare l’impresa e non viceversa. Esempi come Amazon invece vanno nella direzione opposta. Quando Jeff Bezos ha lanciato Amazon non si è focalizzato sui limiti del settore dell’editoria, ma su come poteva cambiarlo per creare valore per lui e per la sua azienda. E lo stesso ha fatto Guy Laliberté con il Cirque du Soleil. Morale della storia: non conta quello che fai o in che settore lo fai. Conta solo come lo fai.

A domani, Jacopo


Un’idea non è mai bella o brutta ma migliore o peggiore di un’altra.

Negli ultimi 4 anni ho lavorato a molti (forse troppi) progetti. Ovvero ho disperso le mie energie in molte direzioni. E dopo 4 anni posso dirti che non ne vale la pena. Ogni cosa per essere fatta bene richiede molto tempo. E questo è positivo perché ti obbliga a focalizzarti solo sulle cose che importano veramente. Quindi adesso ogni volta che penso a un progetto, o mi viene proposto un progetto, mi domando se quel progetto vale più di tutti quelli che sto già seguendo. Perché un’idea non è mai bella o brutta, ma sempre migliore o peggiore di un’altra. Non è una questione di avere l’idea giusta ma di saper scegliere l’idea giusta, perché ogni volta che scegli di dedicare tempo e risorse a un progetto stai decidendo di togliere tempo e risorse a un altro progetto, anche se magari non te ne rendi conto. Su questo tema, questa settimana ho letto un libro che ti consiglio: “Essentialism” di Greg McKeown una guida sul come focalizzarsi su una sola idea (quella che conta veramente) e non disperdere le proprie energie.

A domani, Jacopo


Un breve inizio.

Se c’è una cosa che ho capito dalla mia newsletter settimanale è che la costanza non solo premia, ma stimola nuovi pensieri e nuove idee. E così l’assecondo sempre. Mi piace confrontarmi con progetti editoriali basati sulla costanza. Dal 1 Settembre 2009 ogni giorno mi segno una breve lezione che ho imparato (ovvero – ad oggi – 3.316 lezioni…), dal 1 Gennaio 2016 tutti i giorni riprendo un secondo della mia vita e ogni giorno mi ritaglio almeno 40 minuti per leggere un libro. Con oggi voglio cominciare una nuova sfida che condivido subito (così mi sento più motivato): scrivere ogni giorno un micro post di massimo 200 parole su vita, lavoro e altre cose interessati. Il che è una doppia sfida. Non solo essere costante, ma anche essere breve e, tenendo conto che per me è più facile scrivere un libro piuttosto che un tweet, non sarà una sfida facile.

A domani, Jacopo