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Cause Perse.

“Inseguire una causa persa ostacola le cause che ancora non hai perso.”
– S. Godin

Qualche giorno fa ho letto un post di Seth Godin in cui l’autore americano raccontava di aver rotto due ciotole. Stava svuotando la lavastoviglie con due ciotole in mano. A un certo punto, una delle due gli cade. La sorte della ciotola era già decisa: infrangersi sul pavimento della cucina. Non c’era niente da fare. Tuttavia, Godin, prova a salvarla. Ma nel farlo, lascia cadere anche la seconda ciotola. Risultato, si ritrova con entrambe le ciotole rotte. Anche se non è facile, spesso, la cosa migliore da fare con una causa persa è lasciar perdere. Perché provare a perseguirla, ostacola le cause che non hai ancora perso. E il rischio, proprio come per le due ciotole di Seth Godin, è sacrificare una buona causa nel vano tentativo di salvarne una persa.

A domani, Jacopo


Leggere.

Oggi è la giornata mondiale del libro e penso che leggere sia una delle azioni più importanti e significative che possiamo fare. Perché leggere vuol dire conoscere e conoscere vuol dire essere liberi e essere in grado di difendere la libertà, propria e degli altri. È per questo motivo che nonostante la televisione, nonostante Internet, i Social, la Radio e i giornali. Nonostante tutti i media che l’uomo ha inventato dal 1455 in avanti, il libro rimane ancora il mio media preferito. Leggo circa un libro a settimana e leggere (come scrivere) è una delle poche attività che mi piace fare indipendentemente dal risultato. Mi fa stare bene. Lo so. Viviamo nell’era della distrazione di massa ed è sempre più difficile ritagliarsi del tempo per leggere un libro. Ma penso sia importante (e fattibile). Nel suo blog, Austin Kleon suggerisce cinque regole per leggere di più: 1) Smetti di leggere libri che non ti piacciono; 2) Porta sempre un libro con te; 3) Tieni il tuo telefono in modalità aerea; 4) Visita regolarmente la tua libreria di fiducia; 5) Condividi i libri che più ti piacciono con gli altri.

A domani, Jacopo


I conti non tornano.

Secondo uno studio pubblicato su Forbes, il 66% dei nativi digitali soffre di workaholism, si sente di lavorare troppo e non staccare mai. Ed effettivamente è vero. Lavoriamo sempre. In vacanza, in malattia, la sera e anche nei week end. Il che non è un problema in sé. Il problema sono i risultati. Noi Millenials lavoriamo di più, abbiamo a disposizione una tecnologia all’avanguardia che dovrebbe renderci molto produttivi (ovvero permetterci di lavorare di meno e produrre di più) e viviamo in un’epoca di ricchezza e abbondanza eppure i Millenials sono sempre più poveri. Come è possibile? I conti non tornano. Lavoriamo sempre di più e guadagniamo sempre di meno. Eppure è così. Il che mi fa pensare che forse il nostro modo di lavorare andrebbe rivisto. Forse non staccare mai non fa così bene. Forse essere sempre “incasinati” e multitasking non è il modo giusto di lavorare. E forse tutta questa tecnologia non è vero che ci rende più produttivi.

A domani, Jacopo


Vedo i film per vedere me stesso.

“Leggo i libri per leggere me stesso”
– S. Birkerts

Nel suo “The Gutenberg Elegies”, l’autore americano Sven Birkerts scrisse che leggeva i libri per leggere se stesso. A me succede lo stesso con i film. Vedo i film per vedere me stesso. Guardare film mi permette di vedere me stesso, i miei comportamenti o quello che mi succede da un punto di vista che non è il mio. Mi permette di vedere la mia vita da fuori. E questo aiuta, perché quando ci si osserva da fuori, tutto diventa molto più oggettivo e si riesce a dare il giusto peso alle cose. Audrey Hepburn diceva che tutto quello che aveva imparato lo aveva imparato dai film. Forse è esagerato, ci sono molte lezioni che ho imparato anche dai libri e dalle esperienze che ho vissuto, ma i film rimangono una delle mie principali fonti di insegnamento.

A domani, Jacopo


Un documentario: Into The Inferno.

Da quando quest’estate ho portato i miei due bimbi a Pompei, il più grande dei due è diventato un appassionato di vulcani. Così mi sto facendo una cultura in merito di vulcanologia. Qualche sera fa ho visto su Netflix “Into the Inferno” un documentario scritto e girato dal gigante del cinema Werner Herzog. Il documentario segue l’esplorazione di vulcani attivi a Vanuatu, in Indonesia, Islanda, Corea del Nord ed Etiopia, raccontati con l’inconfondibile voce, a tratti spettrale, del regista tedesco. I vulcani sono in realtà un espediente per indagare la cultura di popoli molto diversi tra loro, ma uniti da una venerazione per la meraviglia e dal terrore dei vulcani con cui condividono la loro esistenza.

A domani, Jacopo


Hanson Gregory e l’importanza di trasformare un problema in un tratto distintivo.

Si dice che non tutte le ciambelle riescano con il buco, tuttavia le ciambelle non nascono con il buco. Non lo hanno mai avuto fino al 1847 quando un giovane marinaio di nome Hanson Gregory non gli diede questa forma. Gregory amava cucinare le ciambelle, ma la parte al centro spesso era poco cotta. E questo non gli piaceva. Così un giorno, mentre era a bordo di una nave mercantile, prese una piccola scatola di latta e fece un buco in mezzo alla pasta. Da quel momento tutte le ciambelle hanno il buco. Anche se non cuciniamo ciambelle con il buco, a volte il modo migliore per risolvere un problema non è trovargli una soluzione, ma eliminarlo alla radice e trasformare la sua assenza nel proprio tratto distintivo.

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A domani, Jacopo


Troppe buone abitudini sono una cattiva abitudine.

Questo è il mio duecentesimo post di fila. A Ottobre mi ero dato l’obiettivo di scrivere un post di massimo 200 parole al giorno. E fino ad ora non ho mai saltato un giorno. La considero una buona abitudine. Mi aiuta ad organizzare i pensieri e mi stimola nuove riflessioni. Tuttavia in questi ultimi sette mesi mi sono reso conto che troppe buone abitudini sono una cattiva abitudine. Quando si hanno troppe buone abitudini, si finisce per farle tutte male e appesantirsi inutilmente la vita. Così mi sono dato una nuova buona abitudine: quando una nuova buona abitudine entra, una vecchia buona abitudine esce.

A domani, Jacopo


Alessandra Lomonaco.

Questa settimana su FIRED ho intervistato Alessandra Lomonaco. Come scrisse il filosofo statunitense David Weinberger, quando sei la persona più intelligente nella stanza, vuol dire che sei nella stanza sbagliata. E nel 2013, dopo vent’anni di carriera nel campo del controllo aziendale, Alessandra ha sentito il bisogno di cambiare stanza. Ha capito che la carriera in azienda, non faceva per lei. Ha capito che aveva bisogno di nuovi stimoli, di imparare ogni giorno cose nuove e, soprattutto, di avere maggiore autonomia. Così, dopo un Executive MBA decide di cambiare non solo stanza, ma anche vita. Lascia il lavoro da manager e si mette in proprio. Entra nel mondo delle start up e della consulenza. E dal quel momento non torna più indietro, perché, usando le sue stesse parole, quando lasci la carriera da dipendente per metterti in proprio, non stai solo cambiando lavoro, ma stai cambiando identità e questo è un passaggio irreversibile.

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A domani, Jacopo


L’età giusta per fare l’imprenditore.

Spesso si pensa che l’età giusta per fare l’imprenditore sia vent’anni, quando si è ancora giovani e si ha poco da perdere. Il mito dello Startupper ventenne che lascia l’università per fondare la propria azienda miliardaria ha generato una visione alterata dell’imprenditoria. Ma la realtà è molto diversa. Uno studio pubblicato dall’Harvard Business Review, ha messo in luce che l’età media dei fondatori di Start Up di successo (ovvero che durano nel tempo), non sia vent’anni, ma 45. Quindi, se vuoi fare l’imprenditore non rinunciare al tuo sogno solo perché non hai più vent’anni.

A domani, Jacopo


Il problema numero uno dell’Italia: Il capitale umano.

Questo grafico, preso dal sito REDI della London School Of Economics, compara l’Italia del Nord Ovest con Londra e riassume molto bene il problema numero uno dell’Italia, ovvero il capitale umano. In Italia il problema non sono tanto i fondi o l’innovazione di processo (dove l’Italia del Nord Ovest e l’area metropolitana di Londra sono vicini), quanto le persone e il networking. E in un mondo del lavoro dove le persone sono la risorsa più strategica, questo è un problema serio. In Italia mancano i talenti. Non perché non ci siano, ma perché non vengono coltivati e valorizzati, e quindi abbandonano il nostro paese. Negli ultimi dieci anni il numero di italiani che si sono trasferiti all’estero è triplicato. Qualsiasi riforma e qualsiasi discussione sul tema del lavoro in Italia, dovrebbe, a mio avviso partire da questo punto. Come valorizzare le persone. Come creare un ecosistema che permetta alle persone di lavorare al meglio e valorizzare il proprio talento. Qualsiasi altro tema è secondario. Perché senza persone non c’è innovazione e senza innovazione non c’è futuro.

A domani, Jacopo


Cambiare il futuro (non il passato).

“Non puoi andare indietro nel tempo e cambiare l’inizio delle cose, ma puoi partire da dove sei e cambiarne la fine.”
– C. S. Lewis

Lo scrittore, e autore de “Le cronache di Narnia”, C S Lewis, un giorno scrisse che non si può andare indietro nel tempo e cambiare l’inizio delle cose, ma si può partire da dove si è e cambiarne la fine. Ed ha ragione. Spesso ci concentriamo troppo sul passato con l’improbabile illusione che le cose passate possano cambiare. Non cambiano. Punto. Quello che può cambiare invece è il nostro futuro. Gli errori si fanno, gli imprevisti accadono e i bei tempi passano. Possiamo guardarci indietro e sperare che le cose brutte non siano mai successe e le cose belle ritornino. Oppure possiamo guardarci avanti e lavorare ogni giorno per far sì che il nostro futuro (e quello di chi verrà dopo di noi) sia meglio del nostro passato.

A domani, Jacopo


Interazione o Distrazione?

In occasione della Milano Digital Week, sono stato invitato a parlare di Knowledge Interaction, ovvero di quali sono le ultime innovazioni che permettono alle persone di interagire con la conoscenza e la cultura. Ce ne sono molte. La realtà virtuale, quella aumentata, la digitalizzazione, la stampa 3D, l’intelligenza artificiale e i BOT, Internet e molte altre. Di fronte a tutte queste innovazioni però, mi sono domandato quale sia il limite tra interazione e distrazione. E quindi quanto queste tecnologie aiutino veramente le persone, e in particolare gli studenti, a imparare. Diversi mesi fa avevo letto un articolo sul New York Times che raccontava di come in America stia accadendo un fenomeno interessante. Mentre le scuole pubbliche sono sempre più digitalizzate e cerchino di dare un device ad ogni studente, quelle private e, più in particolare, quelle frequentate dai figli dei ricchi della Silicon Valley, stanno mettendo al bando qualsiasi schermo di qualsiasi device. Il che mi fa pensare che la tecnologia legata alla formazione alla fine sia più una distrazione che un supporto.

A domani, Jacopo


Charles Bukowski e l’importanza di tenere duro.

Charles Bukowski iniziò a scrivere quando era ancora un adolescente, pubblicò il suo primo racconto breve nel 1943 a ventitré anni e continuò a scrivere (e inviare a molte case editrici) poesie e racconti per tutta la sua vita. Eppure, nessuno si accorse del suo talento fino al 1969, quando un piccolo imprenditore di nome John Martin vide in lui il nuovo Walt Whitman e aprì una casa editrice chiamata Black Sparrow con il solo scopo di pubblicare il primo romanzo di Bukowski: “Post Office” che introdusse il personaggio di Henry Chinaski e lanciò la carriera di uno degli autori più significativi del Ventesimo secolo. Quando ti metti in proprio, a volte può andarti bene al primo colpo, ma il più delle volte devi tenere duro per anni prima di realizzare il tuo sogno. E questa è una bella notizia, perché più tieni duro e più ci credi, più avrai la costanza e la determinazione per far durare il successo della tua attività nel lungo periodo.

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A domani, Jacopo


Non vincono i migliori, ma i più tenaci.

Come ho letto qualche tempo fa sull’oroscopo di Rob Brezsny, per migliaia di generazioni i nostri antenati sono stati capaci di procurarsi il cibo di cui avevano bisogno usando una tecnica chiamata caccia per sfinimento. Di solito non erano veloci come gli animali che inseguivano, ma avevano un vantaggio: potevano braccare la loro preda senza fermarsi finché quella si stancava, anche perché avevano meno pelo e quindi soffrivano meno il caldo. Molti degli imprenditori che sono riusciti a realizzare i propri progetti non erano i più bravi o i più capaci, ma i più tenaci. Erano quelli che riuscivano a sopportare più a lungo la fatica e il disagio di continuare a provare a realizzare le proprie idee senza perdere l’entusiasmo e la determinazione. Erano sicuri che prima o poi ce l’avrebbero fatta e che la direzione era quella giusta, e sono sempre andati avanti per la loro strada.

A domani, Jacopo


Se hai paura che ti rubino l’idea, vuol dire che non credi abbastanza in te stesso.

Una delle domande che mi fanno più spesso è come proteggere la propria idea. Risposta diplomatica: Puoi far firmare un NDA, puoi registrare la tua idea o quanto meno il tuo marchio oppure puoi registrare il brevetto. Ma la risposta vera è che se hai paura che ti rubino l’idea vuol dire che non credi abbastanza in te stesso. L’idea è importante, ma quello che fa veramente la differenza è come tu la realizzi. E quindi quello che fa veramente la differenza non è la tua idea, ma tu stesso. È per questo motivo che una delle parti più importanti (e più trascurate) quando si valuta un business plan è il team. È il team che determinerà il successo di un’idea. Non l’idea in sé o i soldi che può generare. Se c’è il team giusto e giustamente motivato e dedicato, l’idea funziona. Se c’è il team sbagliato o non sufficientemente dedicato, l’idea non funziona.

A domani, Jacopo


Justification Narratives.

Ieri ho ascoltato un’intervista alla psicoterapeuta forense Gwen Adshead. Uno dei concetti più interessanti del podcast è quello di “Justification narratives”, ovvero le storie che ci creiamo nella nostra mente per giustificare le nostre decisioni. È un meccanismo psicologico molto comune, ma anche molto rischioso. Perché non ci permette di vedere la realtà per quella che è, ma solo per la versione che noi vogliamo darle. Funziona così tanto nella vita privata quanto in quella professionale. Dietro a molti fallimenti o errori spesso si nasconde proprio una “Justification narrative” che ha portato manager o imprenditori a cercare di più una storia per giustificare (in primis a se stessi) quello che avevano fatto piuttosto che una soluzione ai problemi che avevano creato.

A domani, Jacopo


Capire il problema è più importante che risolverlo.

Risolvere un problema è importante, e di “problem solver” è pieno il mondo. Ma quanti sono in grado di capire il problema da risolvere? Perché capire un problema e risolvere un problema sono due cose molto diverse. Se lo vediamo in un’ottica professionale, il compito di un consulente non è tanto risolvere un problema che un’azienda pensa di avere (anche se è pagato per questo…) quanto piuttosto capire quale sia il problema da risolvere, un problema che il più delle volte un’azienda non sa neanche di avere.

A domani, Jacopo


Captain Puffa.

Uno degli ultimi film che ho visto con i miei bimbi è “I Puffi: Viaggio nella foresta segreta”. La trama è molto semplice. Quattrocchi, Tontolone e Forzuto seguono Puffetta nel suo viaggio all’interno della foresta proibita dove scoprono una popolazione di Puffe. Una realtà speculare a quella dei Puffi ma al femminile. Al posto di Grande Puffo, c’è la Grande Puffa Mirtilla, poi c’è la Quattrocchi, la Tontolona e così via. Il film si regge su due dei principali trend cinematografici degli ultimi anni: le donne e la nostalgia. La nostalgia per un tempo passato (i Puffi della nostra infanzia) ma evitando di ricordarci che era un tempo molto più al maschile che al femminile. È uno stratagemma che stanno adottando molti film, dall’ultimo Ghostbusters a Ocean’s 8. E che sta dietro al successo senza precedenti dell’ultimo film della Disney/Marvel: “Captain Marvel”. Un trionfo di nostalgia per gli anni Ottanta e Novanta (da “Top Gun” a “Independence Day”) riproposto vent’anni dopo al femminile.

A domani, Jacopo


Il super potere di un imprenditore.

“Il successo è dato da quanto in alto sei in grado di rimbalzare quando tocchi il fondo.”
– Generale Patton

Il generale Patton sosteneva che il successo fosse dato da quanto in alto siamo in grado di rimbalzare quando tocchiamo il fondo. E questa frase sintetizza bene l’approccio alla resilienza tipico della cultura americana. In psicologia, il termine “resilienza” indica la capacità di una persona di reagire in maniera propositiva a traumi, difficoltà o, più in generale, ad eventi negativi. Sebbene oggi sia molto utilizzata, “resilienza” è una parola con una lunga storia alle spalle. Già agli inizi del Novecento, il poeta e diplomatico francese Paul Claudel racconta, all’interno di una sua lettera, della resilienza degli Americani alla fine della presidenza Hoover poco dopo la Grande Depressione del 1929, descrivendola come una qualità che si esprime in concetti come elasticità, rimbalzo, essere pieno di risorse e buon umore. Ho sempre visto la “resilienza” come il super potere segreto di ogni imprenditore. Perché la vita di un imprenditore è molto più simile a una montagna russa che a un’autostrada. Ogni tanto sei al top altre volte ti senti a terra. Ma quello che conta è continuare ad andare avanti.

A domani, Jacopo


Max Tooney e l’importanza di andare dritto al punto.

In una scena del film “La leggenda del pianista sull’oceano”, Max Tooney è in coda davanti all’ufficio di reclutamento nella speranza di far parte del personale di bordo del transatlantico Virginian. Prima di lui, un signore si avvicina al reclutatore e alla domanda «Che sai fare?», risponde: «Ho fatto il cuoco, il fabbro, il sarto…», ma il reclutatore lo interrompe. Sono troppe le cose che ha fatto e così lo invita ad andarsene. Dopo di lui è il turno di Tooney che va dritto al punto: «So suonare la tromba. Nulla di più!» dice al reclutatore, che però non è interessato e lo manda via. Tooney allora apre la custodia della sua tromba e si mette a suonare tra la gente. Sentendolo, il reclutatore capisce il talento (e l’utilità) di Tooney e lo invita ad unirsi al personale di bordo. Quando ti proponi per un progetto o un lavoro, vai dritto al punto. Non confondere le idee raccontando tutto quello che hai fatto o sai fare. Capisci le persone che hai davanti e raccontagli quello che è veramente importante per loro. E se non lo capiscono, faglielo vedere (o sentire).

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A domani, Jacopo


Il ruolo dell’investitore.

Qualche giorno fa ho ascoltato un’intervista a Sir Gregory Winter, vincitore del Premio Nobel per la chimica 2018. La sua vita è piena di spunti interessanti, primo fra tutti il fatto che la scoperta che lo ha portato a vincere il premio Nobel l’ha fatta mentre era a letto convalescente dopo un grave incidente in bici. Tuttavia, ascoltando il podcast con le orecchie di un imprenditore, mi ha colpito il fatto che Winter ci abbiamo messo anni a convincere degli investitori a finanziare la sua invenzione. È incredibile perché Winter ha inventato una nuova classe di farmaci che oggi ha un mercato di 70 Miliardi. Eppure per anni nessun investitore è stato in grado di cogliere le potenzialità di mercato della sua invenzione. Questo accade perché a volte gli investitori si concentrano troppo sui numeri e troppo poco sul mercato e, così facendo, perdono contatto con la realtà. Ragionano meccanicamente e non umanamente. È per questo motivo che, spesso, il modo migliore per convincere degli investitori della potenzialità di un’idea è mostrargliela, fargliela provare e toccare con mano. Spostare l’attenzione da un foglio Excel alla realtà, che non è fatta solo di numeri a attualizzazioni di flussi di cassa.

A domani, Jacopo


Gianluca Diegoli.

Oggi su FIRED ho intervistato Gianluca Diegoli. Gianluca è un poliglotta dei media digitali. Abusa di internet dal 1995 e qualsiasi canale ci sia on line lui c’è. È su Tumblr, Twitter, Facebook, Medium, Instagram, Telegram, WhatsApp, LinkedIn e Messanger, ha un sito, un blog, un podcast, una newsletter. E in ogni canale parla un linguaggio differente. Su Instagram utilizza le fotografie per raccontare la sua Emilia con l’hashtag #emiliaisillinois, nei suoi podcast utilizza la voce e on line le parole scritte. Scrive da sempre, un po’ per scherzo, un po’ per passione e un po’ per non fare sport. Dopo 15 anni di management di marketing, decide di trasformare questa passione in una professione. Lascia il lavoro da dipendente, inizia a lavorare in proprio come independent marketing strategy advisor e nel 2004 apre uno dei blog di marketing più longevi e conosciuti in Italia: “Mini Marketing”.

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A domani, Jacopo


Una docuserie: Losers.

“Losers” è una docuserie che affronta il tema del successo in maniera contro intuitiva. Ovvero, parlando del fallimento e di come spesso un fallimento, anche clamoroso, possa innescare un percorso di realizzazione di se stessi. La docuserie racconta otto storie di sportivi che hanno affrontato importanti sconfitte e, dopo aver passato momenti di depressione e disperazione, sono riusciti ad uscirne e costruirsi una nuova vita, spesso migliore di quella che avevano vissuto come sportivi di successo.

A domani, Jacopo


Crescere è più importante di vincere.

Inutile nasconderlo, vincere fa bene al proprio ego, alla propria autostima e, se ci sono premi in denaro, anche al proprio portafogli. Tolto questo però, vincere non ha molto altro da offrire. Una volta che hai vinto, una volta che sei arrivato primo, cosa rimane? Niente. Se sei primo vuol dire che non hai più nulla da imparare. Personalmente ho sempre preferito crescere piuttosto che vincere. Quando si punta a crescere non importa se si arriva primi o secondi. Importa solo migliorarsi e imparare qualcosa di nuovo. Anzi, meno si vince più si impara. Si impara dagli altri e si impara dai propri errori. Crescere è molto più stimolante. Sbagli, impari, fai meglio, provi nuove strade e alla fine crei qualcosa di nuovo. Innovi o inventi qualcosa che chi è troppo concentrato ad arrivare primo neanche riesce a vedere. Nel mondo delle imprese succede spesso così. Grosse aziende ossessionate dall’essere leader di mercato vengono spazzate via da piccole realtà che non puntano ad essere prime, ma a crescere cambiando le regole del gioco.

A domani, Jacopo


L’importanza di mettersi in gioco e risolvere un problema.

Qualche giorno fa, girando per la rete ho visto il video con cui David Barnett, ai tempi professore di filosofia, aveva lanciato una campagna su Kickstarter per finanziare la produzione dei suoi PopSocket. I PopSocket sono le cover (ormai molto popolari) con i due bottoni grossi che permettono di appoggiare lo smartphone durante una videochiamata oppure arrotolare le cuffie. Il video è assurdo. Barnett balla con il cellulare in mano mentre mostra le incredibili funzioni della sua invenzione. Mentre lo guardavo ho pensato due cose: 1) Quanto sia importante, quando si lancia un proprio prodotto, mettersi in gioco, con la propria faccia. 2) Quanto sia importante lanciare un prodotto che risolva un problema (anche piccolo) ma reale a quante più persone possibile. PopSocket ha entrambe queste caratteristiche e, non a caso, David Barnett, ha venduto centinaia di milioni di copie della sua invenzioni guadagnando milioni di dollari.

A domani, Jacopo


Analfabeti.

“Gli analfabeti del XXI secolo non saranno quelli che non sanno leggere o scrivere, ma quelli che non sanno imparare, disimparare e poi re-imparare.”
– Alvin Toffler

Il 65% dei bambini che hanno iniziato le elementari affronteranno lavori di cui oggi non conosciamo le caratteristiche. Saranno lavori nuovi che ancora ci dobbiamo inventare. Il problema però non è quali lavori faranno i nostri figli, ma come potremo insegnarglieli. Oggi il mondo della formazione e il mondo del lavoro vanno sempre di più a due velocità differenti. Le università fanno fatica ad andare alla velocità dell’innovazione. C’è un gap di competenze. Le scuole spesso non hanno gli strumenti per formare i lavoratori di domani. E gli studenti rischiano di passare gran parte del loro tempo ad acquisire competenze inutili. Di fronte a questo scenario, sarà più importante valorizzare l’attitudine e le soft skills, piuttosto che le competenze e le hard skills. Ma soprattutto, sarà essenziale avere la capacità di continuare a imparare, disimparare e poi re-imparare.

A domani, Jacopo


Henry Ford e l’importanza di comprendere (non solo ascoltare) i propri clienti.

Per quanto oggi ci sembri impossibile pensare a un mondo senza automobili, all’inizio del Ventesimo secolo, le cose erano molto diverse. L’automobile era un bene di lusso, di fabbricazione artigianale e dal costo proibitivo. In pochi potevano permettersi una Benz o una Daimler. Anche perché in pochi ne sentivano il bisogno. L’automobile era ancora uno strumento troppo complesso e troppo costoso per sostituire il mercato dei trasporti a cavallo. Almeno fino al 1908, quando Henry Ford introdusse sul mercato il suo modello T. Un’automobile standardizzata a un prezzo accessibile, che chiunque poteva avere del colore che preferiva, purché fosse nera. Qualche anno più tardi, Ford disse che se avesse chiesto ai suoi clienti cosa volevano, gli avrebbero risposto un cavallo più veloce. E in questa frase c’è tutto il suo genio. Un buon imprenditore ascolta i propri clienti e li soddisfa dando loro quello che vogliono (ad esempio, cavalli più veloci). Un grande imprenditore invece, comprende i propri clienti e dà loro qualcosa che neanche sanno di volere (ad esempio, un’automobile ad un costo accessibile).

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A domani, Jacopo


Quando qualcosa di impossibile è necessario, allora diventa possibile.

Non è mai una questione di tempo, di risorse o di competenze. Se non facciamo qualcosa che vorremmo fare o pensiamo sia utile fare, è solo perché non è una priorità, non è qualcosa che dobbiamo fare. Quando invece diventa una priorità si trova sempre il modo di farla. Anche se prima ci sembrava impossibile. Trasformare in una priorità qualcosa che vogliamo fare, ma non troviamo mai il tempo per farla, è un buon modo per riuscire a farla. Possiamo darle una scadenza o fissare un appuntamento con qualcuno per presentare la nostra idea, o qualsiasi altra cosa che ci metta nelle condizioni di doverla fare. Perché quando qualcosa di impossibile è necessario, allora diventa possibile.

A domani, Jacopo


Meglio influenzare che lavorare in un posto influente.

Qualche giorno fa ho letto un articolo di Adam Grant, dove l’autore americano parlava di come scegliere il posto di lavoro: Meglio essere un pesce piccolo in una vasca grande o un pesce grande in una vasca piccola? All’interno dell’articolo Grant esprime un concetto interessante. Le opportunità di crescita più importanti non sono sempre nel posto più influente ma nel posto dove puoi essere tu più influente. Il posto dove puoi accumulare competenze e capitale sociale. Ed ha ragione. Aggiungo solo che spesso il posto migliore per avere questo tipo di influenza è il posto che ti crei, la tua azienda o il tuo contesto lavorativo. Perché quando lavori in proprio ogni giorno è un’occasione (necessaria) per crescere e migliorarsi.

A domani, Jacopo


Un documentario: Five Came Back.

“Five Came Back” è un documentario che racconta il ruolo di cinque registi – John Ford, William Wyler, John Huston, Frank Capra e George Stevens – e il loro lavoro in prima linea durante la seconda guerra mondiale, attraverso il commento di cinque registi contemporanei – Steven Spielberg (che parla di Wyler), Francis Ford Coppola (che parla di Huston), Guillermo del Toro (che parla di Capra), Paul Greengrass (che parla di Ford) e Lawrence Kasdan (che parla di Stevens). È un progetto molto ambizioso che si avvale di oltre 100 ore di filmati d’archivio tra interviste e incredibile prese dirette di momenti della Seconda Guerra Mondiale. Il documentario è una testimonianza del potere del cinema e di come l’arte, la propaganda e la comunicazione siano in grado, tanto allora quanto oggi, di cambiare il percorso della storia, ricordandoci che in tempi bui chiunque è tenuto a contribuire, attraverso il suo lavoro, a riportare la luce.

A domani, Jacopo


Quando le persone non ti comprendono, le persone non ti comprano.

Nella lingua italiana le parole “comprendere” e “comprare” non hanno la stessa etimologia. Tuttavia nel mondo del lavoro, sono tra loro molto legate. Perché qualsiasi sia il prodotto o servizio che vendiamo, quando le persone non ci comprendono, le persone non ci comprano. Pensare che siano i nostri clienti a dover far lo sforzo di comprenderci o che la forma non abbia importanza perché tanto il contenuto si “spiega da sé”, è molto rischioso. Perché se una persona non comprende subito il valore del nostro prodotto o servizio, è molto probabile che si rivolga a qualcun altro. Fare una bella presentazione, trovare lo slogan giusto, saper spiegare il proprio progetto con parole semplici, capire quale colore usare, sono tutte attività che richiedono tempo. Ma sono attività essenziali, perché mettono le persone nella condizione di capire il valore di quello che gli stiamo vendendo.

A domani, Jacopo


Social Scheletri.

Nel video “Rock DJ”, Robbie Williams balla e canta in mezzo a un gruppo di modelle che girano attorno a lui su dei pattini a rotelle. Lui è sicuro di sé, pensa di saperle intrattenere, ma nessuna delle ragazze lo considera. Così per attirare la loro attenzione, si toglie la maglietta, e poi i pantaloni. Ma nulla. Nessuna reazione. Allora Robbie ci pensa un po’ e si toglie anche le mutande. Pensa di aver fatto colpo, ma le ragazze sono indifferenti. Non sa cosa fare, ma non può fermarsi. Le guarda e poi si butta. Si strappa la pelle di dosso e poi i muscoli. Finalmente ha l’attenzione che cercava. Allora va avanti. Si toglie gli ultimi muscoli rimasti e poi tutti gli organi. Fino a restare uno scheletro esangue (ma felice). Il video è del 2001 ma tocca un tema molto attuale. Quanto siamo disposti a spingerci pur di attirare l’attenzione? Cosa siamo disposti a condividere pur di avere un Like? Le nostre foto? La nostra vita? Quella dei nostri figli? E soprattutto, qual è il limite? Ci ridurremo tutti a degli scheletri esangui senza più niente da mostrare o ci fermeremo prima?

A domani, Jacopo


Prima conosci te stesso, poi trova il contesto.

Oggi voglio scriverti una cosa tanto banale quanto essenziale: prima conosci te stesso e poi trova il contesto migliore che possa valorizzare il tuo talento. Tutto qui. Semplice da dire (o scrivere) difficilissimo da fare. Lo so, “Conosci te stesso” lo diceva Socrate più di duemila anni fa. Però era fondamentale allora e lo è ancora di più oggi. Conoscersi vuol dire sapere quale sia il proprio talento, cosa si vuole fare, cosa non si vuole fare e soprattutto perché lo si vuole o non lo si vuole fare. E questo richiede tempo, bisogna farsi domande e cercare delle risposte. Bisogna sapersi osservare e guardare da fuori. Ma una volta che lo hai capito tutto è più chiaro. A quel punto sei pronto per trovare il contesto lavorativo che ti permetta di valorizzare il talento che hai scoperto di avere. Anche il più brillante dei talenti se non è inserito nel giusto contesto non potrà mai valorizzarsi, quindi non sottovalutare l’importanza del contesto. Se pensi che l’azienda dove lavori non sia il contesto giusto cambiala. E se non trovi nessuna azienda che sia in grado di valorizzarti. Creane tu una.

A domani, Jacopo


Tarzan e l’importanza di trovare la propria identità.

Da quando sono padre, guardo molti film insieme ai miei figli e uno dei loro film preferiti è “Tarzan 2”. Quando aveva pochi mesi, Tarzan perde entrambi i genitori e viene allevato nella foresta da un gruppo di gorilla. Un giorno però, si rende conto di non essere un gorilla e comincia un percorso di scoperta di sé. Prova a stare in mezzo alle rane, ma capisce subito di non essere una rana. Prova allora con gli elefanti e poi con i pesci. Ma nessuno è come lui. Non si dà pace, fino a quando un gorilla gli dà la risposta: “Tu sei Tarzan! Tu riesci a fare cose che nessun altro riesce a fare!”. In quel momento, Tarzan capisce di essere unico e trasforma le sue paure in strumenti per valorizzare il suo talento. Anche sul lavoro a volte succede così. Molte delle persone che intervisto per FIRED non appartengono a nessuna categoria. Sono persone che hanno scoperto la propria identità professionale e si sono costruite un lavoro che potesse valorizzarla. E penso che questa sia la strada giusta, perché in futuro ci saranno sempre meno categorie, sempre meno Job Title e sempre più persone con il loro nome.

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A domani, Jacopo


Il pianeta è la nuova politica.

Un po’ di tempo fa stavo osservando una manifestazione che passava sotto casa mia. Tutto mi ricordava le manifestazioni cui partecipavo al Liceo. Stesse canzoni, stessi slogan e anche stesse persone. Solo con venti o trenta anni di più. Settimana scorsa invece ho partecipato con i miei figli al Global Climate Strike e lo scenario era diverso. Un fiume di giovani studenti che riempiva il centro di Milano. Spesso ho sentito dire che i giovani non si interessano più di politica. E può essere vero. Ma forse è solo perché la politica ha smesso di interessarsi a loro. Quando parlo con uno studente del liceo o dell’università rimango colpito da due cose. La prima è il loro timore per il futuro. La seconda è il loro senso pratico. Nelle cose pratiche la politica non è mai stata molto capace e i politici tendono sempre di più a promettere un ritorno al passato (dal “Make America Great Again” al ritorno alla Lira) piuttosto che capire come costruire un futuro. Il cambiamento climatico invece riguarda il nostro futuro ed è un problema molto pratico. Non mi stupisce quindi che a un giovane il pianeta possa interessare molto di più della politica.

A domani, Jacopo


Ahmed Barkia.

Questa settimana per FIRED ho intervistato Ahmed Barkia. Ho conosciuto Ahmed nel 2015 durante un evento per imprenditori alla libreria Open. In quel periodo Ahmed camminava con le stampelle ed era nel mezzo di una campagna di crowdfunding per raccogliere i 75.000 € che gli servivano per un’operazione che avrebbe potuto cambiargli la vita: l’istallazione di un bacino bionico. Molti sarebbero stati preoccupati, stanchi o demotivati. Ahmed invece era solare, positivo e pieno di energia. E questa è la cosa che più mi ha colpito di lui. La sua immensa forza di volontà e fiducia verso il futuro. Completata la campagna di crowdfunding, Ahmed affronta l’operazione e ne esce rafforzato, non solo fisicamente ma anche caratterialmente. Decide di fare tesoro delle competenze acquisite e lancia una startup a Tallinn, in Estonia (Elysium, piattaforma che raccoglie i dati sanitari di una persona), e una a Dubai negli Emirati, (Ahmed Barkhia Co che offre Management Consulting per le aziende), ma soprattutto non si ferma mai e continua a lavorare a nuove iniziative e nuovi progetti imprenditoriali, costruendosi il proprio futuro passo dopo passo.

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A domani, Jacopo


Il ruolo di un padre.

Qualche mese fa sono stato a un matrimonio e, durante la cerimonia, il prete ha raccontato una storia. Un giorno, una mamma porta il figlio che aveva appena iniziato a suonare il pianoforte, a vedere un concerto. Quando entrano nel teatro, la mamma incontra alcune amiche e si mette a parlare con loro. Il bimbo si allontana e gira per il teatro fino a quando non trova una porta con scritto: “Vietato Entrare”. Lui la apre e entra. Quando le luci in sala si abbassano, la mamma si rende conto che suo figlio si è allontanato e, presa dall’agitazione, inizia a cercarlo. Il sipario si apre e il bimbo è lì immobile davanti al pianoforte. Non sa cosa fare e così improvvisa qualche nota. Il pianista sale sul palco, si siede accanto al bimbo, mette una mano sulla spalla del bimbo e con l’altra accompagna le note del bambino trasformando una musica disordinata in una melodia. Penso sia una bella metafora del ruolo di un padre. Un padre non si deve arrabbiare perché il proprio figlio è curioso e apre porte che non dovrebbe aprire. Ma deve lavorare con lui per trasformare la sua curiosità in un talento.

A domani, Jacopo


Un film: A Futile and Stupid Gesture.

Come scrisse Paulo Coelho, il momento più buio è quello prima dell’alba. Ed è vero, ma può essere vero anche il contrario. A volte il momento più luminoso è quello prima del buio. A volte, il momento di maggior successo può segnare l’inizio del declino. E questo è quello che è successo a Douglas Kenney, co-fondatore del magazine “National Lampoon” e autore di “Animal House”, una delle commedie che hanno guadagnato di più nella storia del cinema americano. Tra il 1970 e il 1980 Douglas Kenney ha rivoluzionato il modo di fare commedia, lanciato attori come John Belushi e Bill Murray e posto le basi per la televisione e il cinema comico americano degli anni Ottanta e Novanta. Ciò nonostante, non è stato in grado di cambiare se stesso, e i suoi incubi del passato hanno trasformato il momento più luminoso della sua carriera nell’inizio di quello più buio.

A domani, Jacopo


Vale di più quanto fai o come lo fai?

Un mio caro amico guarda i film a velocità doppia oppure, quando li guarda a velocità normale, nel frattempo fa anche qualcos’altro. Dice che in questo modo riesce a guardare più film. Io ci ho provato, ma non ce la faccio. Se guardo un film e nel frattempo faccio qualcos’altro non riesco a seguire la storia del film e faccio male quello che sto facendo nel frattempo. È una situazione lose-lose. Tuttavia è una situazione che rispecchia molto bene i tempi che stiamo vivendo, dove spesso l’obiettivo è fare quante più cose possibili. Non importa come le fai ma solo quante ne fai. Dal mio punto di vista invece, vale esattamente l’opposto. È molto meglio vedere venti film godendosi ogni inquadratura, piuttosto che vederne 50 ascoltando distratti i dialoghi. Ma per far questo bisogna scegliere cosa guardare e cosa non guardare. Bisogna arrendersi all’umana impossibilità di vedere tutti i film che oggi potremmo vedere o fare tutte le cose che oggi potremmo fare.

A domani, Jacopo


Un’infelicità tutta italiana.

Secondo il Report mondiale sulla felicità, l’Italia è al 47° posto della classifica dei Paesi più felici. Ma la cosa che preoccupa maggiormente è che l’Italia è tra i 25 Paesi con il tasso di decrescita della felicità più alto al mondo. Ovvero non solo siamo infelici ma siamo anche sempre più infelici. E questa è una cosa che non riesco a comprendere. Perché forse avremmo delle motivazioni per essere arrabbiati. Ma non certo per essere infelici. Viviamo in uno dei Paesi più belli al mondo, dove ci sono tutti gli ingredienti da manuale per rendere le persone felici (dal cibo alle relazioni sociali). Eppure siamo tristi. Ma forse siamo tristi perché non ci rendiamo conto della nostra felicità. Perché la diamo per scontata. E questo, in effetti, è molto triste.

A domani, Jacopo


Greta e l’importanza di cambiare il sistema.

Greta Thunberg è una ragazza svedese di sedici anni che da diverso tempo ha iniziato uno sciopero dello studio contro l’indifferenza internazionale sul tema dell’impatto climatico. Nel suo discorso alla conferenza internazionale sul cambiamento climatico, Greta inchioda noi adulti al muro delle nostre responsabilità e ci ricorda che se trovare soluzioni all’interno del sistema non è possibile, forse è meglio cambiare il sistema. Ovvero quel sistema politico ed economico che non è in grado di creare un’economia globale sostenibile, a livello ambientale, ed equa, a livello sociale e finanziario. Ma, oltre a questo, Greta dice un’altra cosa importante: “Non sei mai troppo piccolo per fare la differenza”. Ed ha ragione. Questo vale tanto da un dal punto di vista anagrafico (e Greta ne è un esempio), quanto da un punto di vista di singole persone. Perché anche se siamo più di sette miliardi sulla terra, ognuno di noi, nel suo piccolo, ha il diritto e il dovere, con le proprie abitudini e le proprie scelte, di contribuire a un cambiamento molto più grande.

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A domani, Jacopo


L’importanza dell’oggettività.

Prima di ricevere il Nobel, Einstein riteneva che la sua teoria sulla relatività lo facesse sembrare un ciarlatano. Quando finì il suo primo romanzo, “Carrie”, Stephen King lo ritenne talmente scarso che lo gettò nella spazzatura. Rino Gaetano considerava “Gianna” la sua peggior canzone. E quando a Francis Ford Coppola proposero “Il padrino”, il regista americano si disperò all’idea di dirigere una simile spazzatura. Inutile dirti che la teoria della relatività ha cambiato le sorti del mondo, “Carrie” è stato uno dei romanzi Horror più di successo (e più censurati) della letteratura americana, “Gianna” uno delle canzoni italiane più popolari e “Il padrino” un capolavoro del cinema. Nel bene e nel male, ognuno di noi è la persona meno indicata per giudicare la validità della propria idea. A volte abbiamo grandi idee, ma le consideriamo degne solo della spazzatura. Altre volte pensiamo di aver avuto l’idea del secolo, ma in realtà sono l’opposto. Come sempre, la soluzione sta nel mezzo. Ovvero in mezzo alle persone con cui condividiamo le nostre idee e che ci possono dare dei giudizi più oggettivi dei nostri.

A domani, Jacopo


Marco Porcaro.

Questa settimana per FIRED ho intervistato il fondatore di Cortilia Marco Porcaro. Quando a Enzo Ferrari fu chiesto quale fosse il suo modello preferito, lui rispose il prossimo modello. E in questa semplice risposta c’è l’essenza di ogni imprenditore: guardare sempre al futuro. Marco Porcaro è così, un imprenditore seriale che non smette mai di innovare e innovarsi. Ogni volta che ci vediamo per un pranzo o una testimonianza in Università, finisce sempre per raccontarmi nuove idee e nuovi progetti. Qualche anno fa un giornalista gli chiese quale fosse il tratto distintivo di un innovatore e lui rispose: «Essere serenamente ossessionato dal prossimo traguardo!». Oggi il suo traguardo si chiama Cortilia, un’azienda da lui fondata nel 2011 che unisce la tradizione e i tempi “lenti” dell’agricoltura con l’innovazione e i tempi “veloci” di Internet.

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A domani, Jacopo


Normalità.

“Darkness cannot drive out darkness; only light can do that.”

“The Butler” è uno di quei film che mette in luce l’ipocrisia e la violenza dell’America della segregazione razziale di metà novecento attraverso la storia (vera) di Eugene Allen, maggiordomo della Casa Bianca per più di trent’anni. Come sempre accade quando guardo film che toccano questi temi, ho un misto di vergogna e incredulità per tutto quello che un tempo veniva considerato “normale” e che oggi appare come un abominio. Nella seconda metà dell’ottocento negli Stati Uniti la schiavitù era considerata normale. Oggi appare come un abominio. Per la maggior parte del novecento sfruttare, segregare e uccidere persone di colore negli Stati Uniti era considerato accettabile. Oggi appare come un abominio. Parlare di matrimoni misti come qualcosa d’illegittimo o incostituzionale ci sembra un’assurdità eppure in America, nello Stato dell’Alabama, lo erano fino al 2000, anno in cui fu abolita l’ultima legge sulla miscegenetion relativa alla mescolanza del sangue. E non stiamo parlando del Medioevo. Stiamo parlando del Novecento. Di una storia molto vicina a noi. Il che mi fa pensare a quante delle cose che oggi consideriamo normali o quanto meno accettabili, verranno un domani considerate dai nostri figli come un abominio.

A domani, Jacopo


L’unico lavoro che puoi fare.

“Be yourself; everyone else is already taken.”
– Oscar Wilde

Oscar Wilde era molto eccentrico e teneva molto alla sua unicità. Non stupisce dunque che esortasse le persone ad essere se stesse. Anche solo per il fatto che qualsiasi altro posto era già preso. Ed effettivamente aveva ragione. Possiamo passare la vita provando ad essere qualcun altro. Oppure possiamo lavorare ogni giorno per essere la versione migliore di noi stessi. Essere quello che ognuno di noi vuole essere. E non quello che sono gli altri o che pensiamo gli altri vogliano che noi siamo. In quest’ottica, essere te stesso è l’unico lavoro che tu possa fare nella vita, perché qualsiasi altro è già preso.

A domani, Jacopo


L’importanza del gioco.

Come molti bambini, anche i miei figli ogni tanto fanno i capricci perché non vogliono mangiare. Allora mi invento una storia che trasforma il pranzo o la cena in un gioco. E, senza neanche accorgersene, i miei bimbi mangiano tutto. Noi (adulti) non siamo bambini, ma molte logiche rimangono le stesse. Qualsiasi cosa facciamo, se riusciamo a trasformarla in un gioco, diventa più interessante, coinvolgente e stimolante. Questo vale tanto nella vita quanto nel lavoro. Non conta cosa fai, ma come lo fai. Conta la storia che ci costruisci attorno. Se riesci a trasformare il tuo lavoro in un gioco, anche le attività più ripetitive, noiose e monotone diventano coinvolgenti, il tuo cervello è più propenso all’apprendimento e anche la tua produttività aumenta.

A domani, Jacopo


Supera il primo no.

Quando inizi qualcosa di nuovo è molto probabile che tu possa lasciarti bloccare dai primi no, come: “No, non ce la farò mai”, “No, non ho abbastanza tempo”, “No, non sono abbastanza bravo”, “No, non è la mia specialità”, “No, non ho abbastanza soldi”, “No, non ho i contatti” e così via. Non assecondarli, superali. Superare il primo no, è l’inizio dei successivi sì. Funziona un po’ come nello sport. Ogni volta che vinci la pigrizia o la fatica, poi hai ancora più energia e motivazione di prima e riesci a raggiungere obiettivi che un tempo ti sembravano impossibili.

A domani, Jacopo


Il futuro (è) delle Donne.

Qualche anno fa ho letto su un muro questa scritta: “I maschi al bar, sfogano a parole la loro invidia per le donne”. È una frase divertente, ma che nasconde un fondo di verità. Perché è vero che il passato e il presente del mondo sono maschili, ma sono abbastanza sicuro che il futuro sarà anche, se non soprattutto, femminile. Lo penso perché il futuro sarà multitasking, e le donne sono di natura più portate al multitasking degli uomini. Lo penso perché il futuro sarà complesso, e le donne hanno una mente più complessa di quella degli uomini. Lo penso perché il futuro sarà (spero) di pace, e la guerra è fatta, pensata e promossa dagli uomini. Lo penso perché nel futuro dovremo pensare fuori dagli schemi, e le donne lo hanno dovuto fare per secoli perché qualsiasi schema era al maschile. E infine lo penso perché nel futuro dovremo prenderci cura di quello che abbiamo (il nostro pianeta in primis), e l’uomo ha la propensione a distruggere quello che lo circonda (fin dai tempi del “Mors Tua Vita Mea”), la donna invece a prendersi cura (fin dai tempi in cui partorire voleva spesso dire “Vita Tua Mors Mea”).

A domani, Jacopo


La paura della luce.

“Dovremmo perdonare a un bambino la sua paura del buio; la vera tragedia nella vita è quando gli adulti hanno paura della luce.”
– Platone

Quando uno dei miei due figli mi dice che ha paura del buio penso a questa frase di Platone: “Dovremmo perdonare a un bambino la sua paura del buio; la vera tragedia nella vita è quando gli adulti hanno paura della luce”. Ed è vero. I miei figli impareranno a non aver paura del buio. Anzi, magari un domani ne apprezzeranno la bellezza. Quello che mi importa però, è che non abbiano paura della luce. Che non abbiano paura di vedere le cose per quelle che sono. Di affrontarle, di criticarle e, se necessario, di combatterle.

A domani, Jacopo


Giulla Buffa

Questa settimana per FIRED ho intervistato Giulla Buffa, la fondatrice di ViciniMiei.it. Sant’Agostino scriveva che il mondo è un libro e coloro che non viaggiano ne leggono solo una pagina. Ed aveva ragione. Viaggiando si conoscono nuove persone e nuovi modi di fare le cose, si ha la possibilità di vedere la propria vita quotidiana da una prospettiva differente e avere nuove idee. Nella vita di Giulia, il viaggio ha un ruolo fondamentale. Dopo la maturità lascia la sua città, Firenze, e inizia a viaggiare in giro per il mondo. Parte inizialmente alla volta di Parigi, poi Valencia e Glasgow, per poi trasferirsi prima a Jaipur in India e poi a Berlino. Nei suoi viaggi Giulia si rende conto di quanto sia importante conoscere il quartiere dove si abita e, soprattutto, le persone che lo abitano. Così, la prima cosa che fa ogni volta che arriva in una nuova città, è bussare alle porte dei vicini e diventarne amica. Con questo spirito, nel 2018 torna in Italia e fonda “vicinimiei.it”, un social network di quartiere che mette in contatto gli abitanti del vicinato e che ad oggi ha già coinvolto più di 175 quartieri a Milano.

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A domani, Jacopo


Un libro: Silence.

“We live in the age of noise. Silence is almost extinct.”
– Erling Kagge

Erling Kagge è un esploratore, collezionista, avvocato e autore norvegese. Nella sua vita ha avuto la fortuna (sempre più rara) di immergersi nel silenzio più assoluto della natura e coglierne la sua essenza più profonda. Nel sul libro “Silence”, racconta delle sue avventure tra i ghiacci, delle sue figlie adolescenti e di come oggi il silenzio sia in via d’estinzione. Ed è vero, viviamo nell’era del chiasso e ci stiamo dimenticando dell’importanza del silenzio. Non solo come suono, ma anche come stato mentale. Come momento per noi in cui diventare un’estensione di quello che ci circonda. Il silenzio viene spesso visto come qualcosa di inutile. Come il nulla. Ma non è così. E il libro di Kagge ci aiuta a capire che spesso l’essenziale non solo è invisibile agli occhi ma è anche impercettibile dalle orecchie.

A domani, Jacopo


Meglio un disastro che un deserto.

“Mieux vaut un désastre qu’un désêtre.”
– Alain Badiou

Una delle mie frasi preferite del filosofo francese Alain Badiou è: “Mieux vaut un désastre qu’un désêtre”. Non so esattamente cosa voglia dire (anche perché non parlo molto bene il francese…), ma l’interpretazione che le ho sempre dato io è: “Meglio un disastro che un deserto”. Meglio buttarsi con il rischio di fallire e fare un disastro piuttosto che non fare mai nulla. Perché se fai e poi sbagli ci sono alte probabilità che poi farai meglio e, con il tempo, raggiungerai i tuoi obiettivi. Non fare nulla invece è più sicuro, ma è difficile che ti porti da qualche parte. Questo è un grande classico nella storia dell’imprenditoria. Molti prodotti che ora sono un successo sono nati come dei colossali disastri. Google ne è un esempio, negli ultimi dieci anni, l’azienda americana ha lanciato e poi chiuso più di dieci prodotti all’anno, tra cui GooglePlus. E così è successo per il Viagra, il Post-it o lo Champagne. Tutti disastri diventati successi.

A domani, Jacopo


La ricerca della Felicità.

“Nessuna carovana ha mai raggiunto l’utopia, ma è l’utopia che fa andare avanti le carovane”
– Proverbio magrebino

Alla fine l’ho visto. “The Pursuit of Happyness” di Muccino. Non l’avevo mai visto perché ero prevenuto. Mi sembrava una storia scontata. E un po’ lo è. È la classica storia dell’imprenditore americano che segue il sogno di fare successo nella San Francisco degli anni ’80, dove la felicità si misura in quanti soldi hai, quanto grande è la tua casa e quanto bella è la tua auto. All’inizio del film però c’è un monologo del protagonista, Chris, che trovo interessante. Una sera mentre corre a casa, Chris pensa a Thomas Jefferson e alla Dichiarazione di Indipendenza, quando parla del diritto alla vita e alla ricerca della felicità. Perché usa la parola ricerca? Perché non usa solo felicità? Non dice che tutti hanno il diritto ad essere felici, ma solo a ricercare la felicità. Perché? Forse perché la felicità è qualcosa che possiamo solo inseguire ma che non riusciremo mai a raggiungere. C’è un vecchio proverbio magrebino che dice nessuna carovana ha mai raggiunto l’Utopia, eppure è l’Utopia che fa muovere le carovane. In questo senso la felicità è simile all’Utopia. Magari è qualcosa che non raggiungeremo mai, ma è quel qualcosa che da la direzione alla nostra vita.

A domani, Jacopo


Ipocondria mediatica.

“Se un tempo avere potere significava avere accesso all’informazione, oggi avere potere significa sapere cosa ignorare.”
– Y. Harari

Riceviamo sempre più informazioni, da sempre più fonti e sempre più spesso. A volte in tempo reale, altre volte con poche ore di distanza dall’accaduto. Se da una parte questo è positivo, perché ci permette di osservare il mondo da più punti di vista, dall’altro rischia di alimentare un’ansia costante verso il futuro. È una reazione naturale. Una propensione innata alla sopravvivenza. Leggiamo di un’emergenza e subito pensiamo al peggio. Anche se molto spesso il peggio non accade. O, quanto meno, non accade subito. E quando accade noi siamo troppo concentrati sulla prossima possibile minaccia per accorgercene. Viviamo una sorta di ipocondria mediatica per cui tutto potrebbe accadere. E l’unico modo per tenerla a bada è mettere un filtro. Avere la capacità di capire cosa è importante e cosa non lo è. Come scrive il filosofo iraniano Harari nel suo “Homo Deus” se un tempo avere potere significava avere accesso all’informazione, oggi avere potere significa sapere cosa ignorare.

A domani, Jacopo


Ed Koch e l’importanza di domandarsi come si sta andando.

Nel 1977 New York stava vivendo un periodo buio. Problemi finanziari, criminalità alle stelle, peggioramento della qualità della vita e strade invase da gang criminali in stile “Guerrieri della Notte”. Il 1977 però è anche l’anno delle elezioni per il nuovo sindaco di New York e a vincerle è un ex avvocato del Bronx di nome Ed Koch. Con lui alla guida della città le cose cambiano radicalmente e alle successive elezioni, nel 1981, Koch vince con il 75% dei voti per poi vincere ancora nel 1985 con il 78% di voti. Come ha fatto? Semplice, non ha mai perso il contatto con i cittadini. Ed Koch aveva infatti una buona abitudine, che penso dovrebbe avere anche qualsiasi amministratore o imprenditore. Ogni tanto usciva dal suo ufficio e passeggiava per le strade della Grande Mela chiedendo alle persone: «Come sto andando?». Una semplice domanda che gli permetteva di rimanere sempre in contatto con i suoi cittadini e capire i loro bisogni. Anche se non fai il politico, il tuo lavoro è comunque legato alle persone e il modo migliore per capire se stai funzionando come professionista è parlare con tutte le persone che sono coinvolte dal tuo lavoro.

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A domani, Jacopo


La qualità è la nuova celebrità.

Settimana scorsa ho letto un’intervista all’attore Francesco Mandelli che si concludeva così: “Oggi essere famoso non è figo. Lo si può ottenere facilmente con Internet e una buona idea. Oggi realmente figo è fare cose belle”. E ha ragione. Negli anni Sessanta Warhol prevedeva che un domani chiunque avrebbe avuto diritto a 15 minuti di celebrità. A quei tempi la celebrità era un lusso che pochi divi potevano concedersi. Oggi però non è più così. La celebrità è diventata una sorta di commodity. Nasciamo e siamo già celebri. Non facciamo in tempo ad aprire gli occhi e abbiamo già una nostra foto su Facebook. Nel 2018, la persona più celebre di YouTube è stata un bambino di 7 anni che ha incassato 22 Milioni facendo dei video amatoriali in cui recensisce giocattoli. Di fronte a questa indigestione di celebrità in stile fast food (divento celebre in breve tempo con prodotti di scarsa qualità), penso che in futuro la vera celebrità sarà la qualità. Sarà avere la possibilità (e la capacità) di fare cose belle. Fare progetti che ci rappresentino in termini di qualità non di quantità. Progetti che ci rendano orgogliosi di averci investito tempo e risorse.

A domani, Jacopo


Tv Boy.

Questa settimana per FIRED ho intervistato l’artista (nonché mio caro amico) Tv Boy. Ho conosciuto Salvatore (che ai tempi si firmava “Crasto”) il 29 Settembre 2003 in occasione della nona edizione dell’Illegal Art Show. Da allora abbiamo condiviso molti progetti e momenti di vita. Abbiamo festeggiato il nostro compleanno (siamo nati lo stesso giorno…) in giro per il mondo, abbiamo realizzato murales, curato campagne di comunicazione e pubblicato cataloghi. Negli ultimi sedici anni, Salvatore, è cresciuto e maturato molto, sia come artista sia come professionista. Oggi espone in tutto il mondo, collabora con Brand e aziende, provoca e fa parlare di sé con i suoi interventi di street art e on line è seguito da centinaia di migliaia di persone. La sua arte è una sperimentazione continua di linguaggi comunicativi. Mixa street art, neo pop, satira, illustrazione e advertising. E grazie a questo “miscuglio creativo” è riuscito a creare uno stile unico e un brand internazionale: Tv Boy.

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A domani, Jacopo


Un documentario: Black Sheep.

“Volevo essere amato. Volevo sentirmi amato. E così sono diventato amico dei mostri.”
– Cornelius Walker

“Black sheep”, candidato agli Oscar 2019, racconta l’adolescenza di Cornelius Walker un ragazzo di colore la cui vita cambia quando i genitori lasciano Londra per trasferirsi nell’Essex. Qui Cornelius scopre una realtà molto diversa da quella sperata dai suoi genitori e molto più simile a quella da cui i suoi genitori stavano cercando di scappare. Una realtà fatta di bianchi che odiano i neri. Che li prendono in giro, li insultano e li picchiano. Dopo l’ennesimo episodio di violenza, per farsi accettare dai suoi coetanei bianchi, Cornelius decide di diventare come loro. Si trasforma nel corpo e nel carattere. Una sera, esce con i suoi nuovi amici bianchi. Vuole essere uno di loro, e per dimostrarglielo picchia uno sconosciuto. Gli tira pugni e calci in faccia fino a lasciarlo per terra agonizzante. Quando gli chiedono se si sente in colpa, Cornelius risponde: “Sì mi sono sentito in colpa. Ma mi sono anche sentito accettato”. Il documentario mette in luce come spesso il problema della violenza non è solo la violenza in sé, quanto piuttosto la sua vitalità. La sua capacità di generare violenza. Perché in un contesto di violenza l’unico modo per essere accettati è essere violento. Essere violenti insieme.

A domani, Jacopo


Le 5 domande per capire se un’idea è quella giusta.

Qualche settimana fa sono stato a una conferenza dove un manager di Amazon ha esposto il processo interno per la proposta e la selezione di nuovi prodotti o progetti da lanciare. La premessa è molto semplice (e condivisibile): “Start with the customer and work backwards”, ovvero non partire dal prodotto o dalla tua idea, ma parti dal mercato e da un reale bisogno che puoi soddisfare. Da cui le 5 domande cui ogni prodotto deve rispondere ancor prima di essere proposto:

1) Chi è il cliente.
2) Qual è il problema o l’opportunità per il cliente.
3) Il principale beneficio per il cliente è chiaro?
4) Come fai a sapere cosa il cliente vuole o di cosa ha bisogno?
5) Come sarà l’esperienza del cliente?

Una volta risposto a queste tre domande, ci sono altri due documenti da produrre:

A) Il comunicato stampa per il lancio del prodotto.
B) Le FAQ

Sono tutti passaggi importanti, ma in particolare, scrivere le FAQ in anticipo penso sia un’idea molto utile per mettersi nella testa del consumatore.

A domani, Jacopo


Marvel.

Nelle ultime due settimane ho visto due film basati su fumetti Marvel. “DeadPool” e “Venom”. E con questi penso di aver visto tutti i film dell’Universo Marvel. Bill Cosby disse che non sapeva quale fosse la chiave del successo, ma quella dell’insuccesso era provare a piacere a tutti. Tuttavia, il fondatore della Marvel, Stan Lee, sembra esserci riuscito creando personaggi senza tempo che incarnano i macro tratti dell’esistenza umana come il Bene contro il Male o il riscatto dei deboli, e dando la possibilità a grandi attori e grandi sceneggiatori di re-interpretarli e farli anche loro. I film basati su fumetti Marvel toccano generi e tipologie anche molto diverse tra loro e possono accontentare tutti. Se vuoi il film più introspettivo guarda “Logan”. Se cerchi l’anti-eroe dark psicologico guarda “Venom”. Se invece preferisci l’anti-eroe più ironico guarda “Deadpool”. Se vuoi il colossal guarda gli “Avengers”. Se vuoi l’americanata guarda “Captain America”. Se invece vuoi il film più impegnato con aspirazioni da Oscar guarda “Black Panther”. O se ti piace il genere Sci-Fi Vintage guarda “I Guardiani della Galassia”. Questo è il segreto della Marvel: qualsiasi siano i tuoi gusti, c’è un Super eroe adatto a te.

A domani, Jacopo


Arte e Vita.

Il mio esame di filosofia estetica si è aperto con una discussione sul rapporto tra Arte, intesa come rappresentazione, e Vita, intesa come realtà. È la rappresentazione a influenzare la realtà? O è la realtà a influenzare la rappresentazione? È una domanda che ancora oggi mi faccio. Soprattutto quando guardo film basati su storie vere. Qualche sera fa ho visto “Bohemian Rhapsody”, dedicato alla vita di Freddie Mercury. Molto bello. O almeno, molto bello per me che ascolto i Queen, ma non ne sono mai stato un fan. On line infatti ho letto di fan delusi dalle inesattezze del film. Ma del resto è un film. Non è la storia vera. Il problema è che nell’epoca dei Social Media, la linea tra rappresentazione e realtà è sempre più sottile, e così succede che l’arte finisce per influenzare la vita e può capitare di credere che quello che vediamo sia più vero della verità stessa. Quindi per rispondere (con tredici anni di ritardo…) alla mia domanda di esame, quello che importa non è tanto se la realtà influenza l’arte o l’arte influenza la realtà. Quello che importa è che ognuno di noi sappia distinguere cosa sia arte e cosa sia realtà.

A domani, Jacopo


Puccini e l’importanza di imparare dalle critiche.

La Madama Butterfly è una delle mie opere preferite. E “Un bel dì vedremo” è in assoluto la mia aria preferita. Dal 1904 ad oggi, l’opera è stata eseguita migliaia di volte in tutti i principali teatri del mondo. Ciò nonostante, la prima rappresentazione, che ebbe luogo al Teatro alla Scala di Milano, il 17 febbraio 1904 fu un fiasco colossale. Il pubblico accolse l’opera con una “ubriacatura d’odio” come scrisse in una lettera all’amico Camillo Bondi lo stesso Puccini. Fortunatamente però tanto l’autore quanto l’editore, credevano molto nel progetto e così raccolsero le critiche e decisero di sottoporre l’opera ad un’accurata revisione che la rese più agile e proporzionata. Dopo tre mesi riproposero l’opera al Teatro Grande di Brescia dove il pubblico la accolse con entusiasmo e diede inizio a un successo che dura ancora oggi. Ricevere critiche non è mai bello. Tuttavia, come abbiamo visto anche settimana scorsa con la storia di Freddie Mercury, dalle critiche si può imparare molto. Sono il modo migliore per capire come aggiustare il proprio prodotto.

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A domani, Jacopo


Privacy Labels.

Qualche giorno fa ho visto un’intervista a Kevin Ashton, inventore britannico noto per aver (accidentalmente) coniato il termine “Internet of Things”. Nell’intervista, Ashton parla di come un domani qualsiasi oggetto potrebbe potenzialmente dialogare con Internet e quindi trasmettere dati sui nostri comportamenti e le nostre abitudini. È uno scenario tanto eccitante quanto inquietante. Perché ci sono molti fattori in gioco, dal come e perché verranno utilizzati tutti questi dati, fino al macro tema dei nostri diritti come consumatori in termini di privacy, intesa come la possibilità di determinare chi vede le nostre informazioni. Secondo Ashton è importante che le persone siano più consapevoli di come vengono trattati i propri dati e propone di mettere un’etichetta su tutti gli oggetti in modo da illustrare con chiarezza la Privacy Policy (un po’ come sui cibi da ormai molti anni è obbligatorio dichiarare gli ingredienti che si usano). Penso sia un’idea interessante, anche perché quello che farà veramente la differenza nel futuro dell’Internet of Things non saranno i fattori tecnologici quanto quelli umani. Ovvero quanto potere decideremo noi umani di concedere alle macchine.

A domani, Jacopo


L’improvvisazione (unita alla visione) è la nuova pianificazione.

Agli albori della Strategia Competitiva, i manager si chiudevano nei loro uffici, fumavano centinaia di sigarette, definivano una strategia e poi la portavano avanti per anni. Erano i tempi della strategia classica e della SWOT. Poi però arrivano gli anni Ottanta e iniziano a nascere strategie più “adattive”, arriva Mintzberg con la sua strategia a due vie: un po’ si pianifica e un po’ si colgono nuove opportunità che si incontrano lungo il cammino. Infine arriva il XXI Secolo con la sua schizofrenia dei mercati e le sue ventate di innovazione tecnologica. Tutto cambia e, di fronte a questo cambiamento, viene naturale domandarsi se oggi abbia ancora senso pianificare oppure se sia meglio improvvisare. Difficile dirlo. Quello che penso è che mai come oggi sia fondamentale avere una visione chiara nel lungo periodo, avere un obiettivo che ci guidi e, al contempo, essere disposti a cambiare completamente la propria strategia se le cose non vanno come le avevamo pianificate. Un po’ come Colombo. Era partito per conquistare una nuova terra e aveva pianificato di arrivare alle Indie. Ma non importa che abbia rispettato il piano. Quello che importa è che abbia rispettato l’obiettivo.

A domani, Jacopo


Un documentario: FYRE.

“Fyre” racconta l’inquietante storia dell’imprenditore Billy McFarland e della sua truffa da 27 milioni di dollari. Billy è il classico ragazzo che vuole fare più soldi possibili nel minor tempo possibile con un’innata capacità di vendere di tutto, anche quando non ha nulla da vendere. Nel 2017 organizza un “luxury music festival” in un’isola, un tempo proprietà di Pablo Escobar, con l’idea di dare ai propri clienti la possibilità di vivere come il celebre narcotrafficante. Il problema è che né lui né il suo socio, il rapper Ja Rule, hanno idea di come si organizzi un festival. Ma ai tempi di Instagram cosa importa della sostanza? Basta l’apparenza e così invitano delle modelle sull’isola e cominciano a postare foto su Instagram. Il progetto diventa virale, centinaia di “Influencer” lo supportano e migliaia di persone si iscrivono. Risultato: il Festival non avrà mai luogo, migliaia di persone e centinaia di lavoratori vengono truffati e Billy McFarland viene condannato a sei anni di prigione. Come dice una delle persone intervistate, “Fyre ha portato alla vita Instagram”, e ha messo in luce come ci sia una distanza sempre maggiore tra quello che si racconta sui Social Media e quella che è la realtà.

A domani, Jacopo


Amiamo avere scelte. Odiamo fare scelte.

Amiamo avere scelte. Odiamo fare scelte. Questo è uno dei grandi paradossi della nostra epoca. Abbiamo sempre più possibilità e vogliamo avere sempre più possibilità, ma dall’altra parte evitiamo in tutti i modi di scegliere. Vogliamo evitare il rischio spiacevole di fare la scelta sbagliata. Perché quando abbiamo la libertà di scegliere, se scegliamo male è tutta colpa nostra. Non abbiamo nessun altro da incolpare. E questo può essere pesante. Così può accadere che rimaniamo paralizzati dalla scelta. Di fronte a troppe scelte, scegliamo di non scegliere. Un po’ come quando la sera stanchi ci mettiamo davanti a Netflix e cerchiamo un film da vedere, ma ci sono troppi film, allora non sappiamo cosa scegliere e passiamo il tempo a scegliere fino a quando siamo troppo stanchi e non guardiamo nulla. Se succede con un film non è un grosso problema. Se invece succede con la nostra carriera o con il nostro voto, allora è un grosso problema. Perché se rinunciamo alla fatica di fare una scelta consapevole, rinunciamo ad essere liberi.

A domani, Jacopo


Pianeta e persone.

Il nostro secolo (quello tra il 2000 e il 2100) sarà il periodo con il maggior numero di persone sulla terra di tutta la storia, passata e futura, dell’uomo. Nel 2100 saremo circa 11 miliardi di persone. Non ci sono mai state e mai ci saranno così tante persone. Non ci saranno, per il semplice motivo che i tassi di natalità stanno scendendo e continueranno a scendere. Quindi gli 11 miliardi di persone che popoleranno la terra nel 2100 saranno principalmente adulti. Il che mi ha fatto pensare a due cose: 1) Dobbiamo tenere duro ancora qualche generazione, dobbiamo ridurre il nostro impatto ambientale così che il pianeta riesca ad ospitare 11 miliardi di persone almeno fino a quando non torniamo ad essere di meno. 2) L’empatia assume un ruolo chiave nelle competenze che ogni persona deve sviluppare, perché più persone vuol dire più relazioni. Vuol dire che un domani la relazione umana sarà un fattore chiave per tutti i lavori che non verranno fatti dai robot.

A domani, Jacopo


Latino, Greco antico e altre cose inutilmente utili.

Le lingue che ho studiato di più sono Latino, Greco Antico e Giapponese. Tre lingue che nella vita non mi sono mai servite a nulla (di pratico). In compenso a scuola non ho mai studiato Inglese, la lingua che, nella pratica, uso di più dopo l’Italiano. E mi sono spesso domandato il senso di questa scelta. Forse avrebbe avuto più senso studiare cinque anni Inglese piuttosto che Greco Antico. Eppure oggi, che come padre penso all’educazione dei miei figli, sono ancora più convinto di questa scelta e spero che anche i miei figli, come me, faranno il Liceo Classico. L’inglese è importante, è una commodity, bisogna saperlo parlare. Ma è solo uno strumento per comunicare. Se un domani ci sarà una tecnologia portatile in grado di tradurre in diretta quello che diciamo, potrebbe essere inutile. Il greco e il latino invece, sono un mondo. Ti aprono la mente, ti fanno fare domande e ti permettono di conoscere le origini della nostra cultura. E questo è qualcosa che una macchina non potrà mai fare. Quindi paradossalmente, qualcosa di “inutile” come lo studio di una lingua morta, sarà più utile dello studio di una lingua viva.

A domani, Jacopo


Freddie Mercury e l’importanza di circondarsi di persone diverse da sé.

Nel 1982, i Queen si prendono una pausa. Nel particolare, Mercury assume alcuni musicisti per incidere il suo album. Ma le cose non vanno come pensa perché si trova a lavorare con persone che fanno esattamente quello che dice lui. Nessuno lo contraddice, nessuno gli riscrive i testi o lo critica e questo contesto lo rende meno creativo. Capisce allora di aver bisogno della sua band e si rende conto che le loro discussioni e le loro diversità erano quello che li rendeva unici. Richiama i membri del gruppo e nel 1984 pubblicano “The Works”, l’unico album in cui tutti i componenti scrivono una canzone poi estratta come singolo. Taylor scrive “Radio GaGa”, Deacon “I Want to Break Free”, Mercury “It’s a Hard Life” e May “Hammer to Fall”. Quando lavoriamo, circondarsi di persone che acconsentono a tutto quello che diciamo è più facile, si vive meglio e si discute meno. Ma non è nell’approvazione che sta la creatività. La creatività, come l’innovazione, sta nel contrasto, nello scambio di idee e nei punti di vista differenti. Se guardi il tuo lavoro sempre dalla stessa prospettiva finisci per perdere di vista tutto quello che ti circonda.

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A domani, Jacopo


Come trovare il proprio partner (di lavoro).

È San Valentino! E, visto che trovare le persone con cui fondare un’impresa è un po’ come sposarsi, ecco cinque riflessioni per trovare il giusto partner (di lavoro):

1) Mai sposarsi troppo presto, prima meglio testare la relazione: Prima di lanciare un’azienda, lavora su un progetto per capire se funzionate bene insieme.

2) Inutile provare a sposare qualcuno che è già sposato: È uno spreco di tempo e risorse. Se qualcuno ha già un lavoro, non lascerà mai il suo lavoro per te. Ma non riuscirà a dirtelo e quindi cercherà solo di farti aspettare il più a lungo possibile.

3) La regola dell’amico: Gli amici sono amici, i partner sono partner. Professionalmente parlando, a volte l’amicizia può essere la peggior situazione in cui trovarsi.

4) Firmare sempre un accordo: Basta anche un accordo privato su carta semplice, ma prima di aprire un’azienda insieme meglio definire almeno i punti essenziali come l’equity, i ruoli, come vi dividete il lavoro e cosa fare in caso di vendita o chiusura della società.

5) Non sposarsi con se stesso: Una squadra funziona se al suo interno ci sono persone diverse che possano apportare valori e risorse differenti al progetto.


Greta.

“Se trovare soluzioni all’interno del sistema non è possibile, forse è meglio cambiare il sistema.”
– Greta Thunberg

Qualche settimana fa ho visto l’intervento che Greta Thunberg ha fatto alla conferenza internazionale sul cambiamento climatico. Greta è una ragazza svedese di quindici anni che da diverso tempo ha iniziato uno sciopero dello studio contro l’indifferenza internazionale sul tema dell’impatto climatico. Nel suo discorso, Greta inchioda noi adulti al muro delle nostre responsabilità e ci ricorda che se trovare soluzioni all’interno del sistema non è possibile, forse è meglio cambiare il sistema. Ovvero quel sistema politico ed economico che non è in grado di creare un’economia globale sostenibile, a livello ambientale, ed equa, a livello sociale e finanziario. Ma, oltre a questo, Greta dice un’altra cosa importante: “Non sei mai troppo piccolo per fare la differenza”. Ha ragione. Questo vale tanto da un dal punto di vista anagrafico (e Greta ne è un esempio), quanto da un punto di vista di singole persone. Perché anche se siamo più di sette miliardi sulla terra, ognuno di noi, nel suo piccolo, ha il diritto e il dovere, con le proprie abitudini e le proprie scelte, di contribuire a un cambiamento molto più grande.

A domani, Jacopo


Un film: Green Book.

“Il talento non basta, ci vuole coraggio per cambiare il cuore delle persone.
– Oleg (dal film “GreenBook”).

“Green Book” racconta la storia (vera) del pianista afroamericano Don Shirley e del suo autista, l’italoamericano Tony Vallelonga, che nel 1962 intraprendono un tour nel sud degli Stati Uniti dove il pianista, nonostante sia accolto trionfalmente durante i suoi concerti, subisce continue discriminazioni a causa del colore della sua pelle. Don Shirley potrebbe stare a New York e guadagnare molto di più rischiando molto di meno. Ma, non lo fa. Vuole utilizzare il suo talento per cambiare le cose. Per andare oltre gli stereotipi e dimostrare che non conta il colore della pelle o i vestiti che indossi, ma solo la persona che sei. È una scelta difficile che lo porta a perdere la sua identità e non sentirsi abbastanza nero per essere un nero e abbastanza bianco per essere un bianco. Ma è tuttavia una scelta necessaria, perché quando sia ha un grande talento si ha anche una grande responsabilità. La responsabilità di usare il proprio talento per cambiare le cose e, soprattutto, il cuore delle persone. E per farlo, come ci ricorda Oleg, uno dei musicisti del trio di Don Shirley, non basta avere talento, bisogna avere anche molto coraggio.

A domani, Jacopo


Il lavoro non è un ergastolo (non renderlo tale).

Mi ha sempre colpito il fatto che la parola “ergastolo” venga dal greco antico “ergazomai”, ovvero lavorare. Già nell’antichità infatti, il lavoro a vita era visto come una delle pene maggiori che si potessero infliggere all’uomo (la Genesi insegna…). E, in un certo senso, avevano ragione. Fare qualcosa che non ami, qualcosa che ti rende infelice, frustrato e brutto è molto simile a passare tutta la vita in prigione. Tuttavia, il lavoro non è un ergastolo. Anzi può, e deve, essere l’opposto. Il lavoro deve essere qualcosa che ti realizza e ti renda la versione migliore di te dandoti la possibilità di valorizzare il tuo potenziale. Non sempre è facile. Ma sta molto a te. Sta a te tanto il lavoro che scegli di fare, quanto il modo in cui scegli di farlo. Max Fisher, l’eccentrico protagonista di “Rushmore”, pensa che il segreto sia trovare qualcosa che ami fare e farlo per tutta la vita. Cosa facile da dire ma difficile da fare, perché spesso il problema non è tanto fare quello che ami fare, quanto trovare quello che ami fare. Ma una volta che lo hai trovato, sei già con un piede fuori dalla prigione.

A domani, Jacopo


Rushmore.

Qualche sera fa ho visto “Rushmore”, l’unico film (insieme a “Bottle Rocket”) che mi mancava del regista Wes Anderson. E come tutti i film di Wes Anderson, non ha deluso le mie aspettative. Nel particolare mi sono annotato tre riflessioni:

1) L’importanza di dare una seconda possibilità: Il primo film di Anderson, “Bottle Rocket”, è constato 5 milioni di dollari, ma ne ha incassati poco più di 500.000. Ovvero, dal punto di vista economico è stato un disastro. Fortunatamente però il talento del regista americano è valso di più del Box Office e così gli è stata data una seconda possibilità, e da “Rushmore” in avanti i film di Anderson sono stati un successo tanto di pubblico quanto di critica.

2) L’importanza dello stile: “Rushmore” è il secondo film di Anderson, ciò nonostante fin dal primo frame si capisce che è un suo film. L’inquadratura, la musica, la tonalità della pellicola, le grafiche. Anderson è stato in grado fin da subito di fare le cose a modo suo e crearsi uno stile inconfondibile.

3) L’importanza della colonna sonora: “Rushmore” è un film molto bello, ma è ancora più bello grazie alla sua colonna sonora.

A domani, Jacopo


Meno FOMO Più JOMO.

Una delle grandi patologie della nostra epoca è la FOMO, la Fear Of Missing Out. La paura di essere tagliati fuori, soprattutto dai Social Network. Il terrore dell’ignoranza sociale. In un mondo in cui tutti sanno tutto di tutti, essere l’unico a non sapere. È una paura su cui Facebook ha costruito il suo impero. Perché usiamo Facebook o WhatsApp? Perché lo usano tutti e non possiamo non esserci. Negli ultimi anni però, oltre alla FOMO si sta diffondendo anche la JOMO, ovvero la Joy Of Missing Out, la gioia derivante dallo stare disconnessi. Come sempre più ricerche dimostrano infatti, i Social Network e gli Smartphone ci rendono sempre più tristi e stressati, e sempre meno produttivi. Passiamo le nostre giornate ad aspettare notifiche che non arrivano, guardare chi prende più Like di noi e leggere informazioni che non ci interessano. E così stiamo riscoprendo la gioia di stare disconnessi. Di prenderci il tempo per noi. Di godere delle cose che facciamo indipendentemente dalle reazioni o dagli stati delle altre persone.

A domani, Jacopo


Masaru Ibuka e l’importanza della motivazione.


Quando Masaru Ibuka fondò la Sony nel 1946 non aveva soldi, nonostante aveva prodotti, non aveva brevetti e non aveva neanche contatti. Ma aveva un’idea. E l’idea era quella di creare un luogo di lavoro dove gli ingegneri potessero provare la gioia dell’innovazione tecnologica, essere consci della loro missione nella società e lavorare finché ne avessero voglia. È un’idea molto innovativa per l’epoca, che si fonda sul principio per cui il contesto in cui si lavora e, soprattutto, la motivazione che ci spinge a fare il nostro lavoro valgono di più delle competenze, dell’esperienza o delle risorse. Ed è vero. Le competenze cambiano e le risorse si esauriscono ma la motivazione, se è condivisa, rimane e anche quando non si ha nulla, è il punto di partenza per costruire tutto.

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A domani, Jacopo


Not Everything Makes The Cut.

L’ultimo spot di Amazon – presentato qualche giorno fa al Super Bowl – si chiama “Not Everything Makes The Cut” ed è una celebrazione ironica dei fallimenti di alcune funzioni di Alexa. Fantastico. Amazon è un’azienda così di successo da potersi permettere di celebrare i propri insuccessi. Ma del resto è sempre stato così. Amazon è un’azienda con una cultura fortemente incentrata sul fallimento e sulla condivisione degli errori. È un’azienda che è stata in grado di trasformare ogni insuccesso in un test per creare prodotti di successo. Basta pensare al telefono FIRE. Le sue vendite sono state talmente basse che neanche quando lo provarono a vendere a 1 dollaro la gente lo comprava. Tuttavia, chi ha avuto l’idea di lanciare un telefono Amazon, non solo non è stato licenziato, ma ora ricopre una carica manageriale molto più elevata rispetto ai tempi del FIRE. Questo perché di fronte a un insuccesso non hanno cercato un capro espiatorio così da risolvere il problema il più velocemente possibile e quindi evitare di risolverlo. Ma, al contrario, hanno affrontato il problema, hanno cercato di capire cosa non ha funzionato e sono andati avanti utilizzando le lezioni imparate da FIRE per creare due prodotti di successo: il tablet Amazon e Echo.

A domani, Jacopo


Se continui a commettere gli stessi errori, o sei folle o non sono errori.

Einstein era solito dire che la follia è fare la stessa cosa sempre nello stesso modo e aspettarsi risultati differenti. Ed effettivamente aveva ragione. Continuare a fare sempre gli stessi errori e aspettarsi un risultato differente è da folli. Tuttavia c’è un’altra possibilità. Se continui a commettere gli stessi errori, magari non sono errori. Magari sono la scelta giusta, perché è quella che vuoi veramente. E allora al posto di darti del folle o pentirti delle tue scelte, puoi rivedere i tuoi piani e lavorare per trasformare quelli che pensavi essere degli errori in nuove opportunità.

A domani, Jacopo


Un libro: Factfullness.

Questa settimana ti consiglio “Factfulness” di Hans Rosling, un libro che ci mette di fronte tanto alla nostra ignoranza quanto alla nostra fortuna. Ignoranza perché ci fa subito capire quanto poco sappiamo del mondo. Fortuna perché ci ricorda di come siamo fortunati a vivere nella parte del mondo in cui abbiamo accesso all’acqua, mangiamo tre volte al giorno e abbiamo medici e ospedali che ci curano ogni volta che non ci sentiamo bene. Il libro si apre con un approccio maieutico-socratico, ci fa capire di non sapere con un test composto da 13 domande sui temi chiave del mondo. Dal tasso di mortalità infantile, al numero di specie in via d’estinzione. Un test cui la maggior parte delle migliaia di persone cui l’autore l’ha proposto non ha saputo rispondere correttamente. Ed effettivamente il risultato del test è molto differente dall’immagine che ci viene raccontata dai media. Spesso i fatti sono molto diversi dalle notizie sui giornali o dai post sui Social. Ed è fondamentale conoscerli perché, come giustamente dice Rosling, se si vuole veramente cambiare il mondo, bisogno prima comprenderlo.

A domani, Jacopo


Vita ordinata, lavoro disordinato.

“Sii regolare e ordinato nella vita così da poter essere irruente e disordinato nel lavoro”.
– Gustave Flaubert

Come disse lo scrittore Gustave Flaubert: “Sii regolare e ordinato nella vita così da poter essere irruente e disordinato nel lavoro”. Ed aveva ragione. L’equilibrio tra ordine e disordine regola il mondo (dai tempi dello Yin e lo Yang), ed è importante, nella vita di tutti i giorni, averli entrambi bilanciando con un piede ben piantato nella sicurezza e nell’ordine e uno nell’avventura e nelle possibilità. Troppo ordine non ti fa scoprire nulla di nuovo e finisci per avere una vita noiosa e monotona. Troppo disordine al contrario non ti permette di concretizzare nulla e, soprattutto, non è sostenibile nel lungo periodo. L’ideale è quindi seguire il consiglio di Flaubert e avere un lavoro disordinato e avventuroso da una parte e una vita privata regolare e sicura dall’altra.

A domani, Jacopo


Ciò che ti rende sicuro, non ti rende forte.

C’è un trade off cui, come padre, penso spesso. Quello tra sicurezza e forza. Cosa è meglio fare? Proteggere i propri figli da tutto così da evitargli sofferenze? Oppure lasciare che vivano esperienze, che si facciano male, ma che così facendo divengano più forti? Perché il più delle volte quello che ci rende sicuro e ci protegge, non ci rende forti. Ci dà sicurezza, ma ci toglie sicurezza in noi stessi.

A domani, Jacopo


Caos e libertà.

Questa settimana sto leggendo un libro che mi ha fatto riflettere sul rapporto tra caos e libertà. Il caos è la dimensione in cui siamo quando non sappiamo dove siamo e dove andare. E quando non sappiamo dove andare è l’unico momento in cui siamo liberi di andare ovunque.

A domani, Jacopo


Coltiva i tuoi hobby come Benjamin Franklin.


Benjamin Franklin è stato uno degli uomini più prolifici e poliedrici della storia degli Stati Uniti. Grazie a un raro miscuglio di Puritanesimo e Illuminismo riuscì a strappare lo scettro ai tiranni e il fulmine al cielo. Come politico e attivista è stato tra i protagonisti della Rivoluzione americana. Mentre come inventore e scienziato ha inventato il parafulmine, le lenti bifocali, l’armonica a bicchieri e le pinne. Nonostante la sua intensa attività professionale, riuscì sempre a ritagliarsi il tempo per coltivare i suoi molti hobby (tra cui la lettura, il nuoto, gli scacchi, la musica, la filosofia, la scienza e la politica). E furono proprio questi hobby che gli permisero di eccellere e distinguersi in tutte le sue attività. Ti ho raccontato la storia di Benjamin Franklin perché, indipendentemente da quale sia il tuo lavoro, avere degli hobby e dedicargli del tempo, ti darà la possibilità di avere nuove idee, vedere il tuo lavoro da diversi punti di vista e stimolare il tuo lato creativo.

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A domani, Jacopo


Il rischio di non rischiare.

Oggi non rischiare è, paradossalmente un grande rischio. C’è stato un tempo in cui potevamo anche non rischiare. Un tempo in cui l’economia girava di più, le cose accadevano e anche se non si faceva nulla, si andava avanti lo stesso. Oggi invece dobbiamo rischiare. Dobbiamo provare a fare le cose in maniera differente. Dobbiamo lanciarci. Sbagliare e riprovare. Perché se non rischiamo, qualcuno rischierà per noi e noi ci troveremo fuori dal mercato. Tanto come imprenditori, quanto come dipendenti. Un’azienda che non rischia è un’azienda che non innova, e oggi qualsiasi azienda deve innovarsi. Un dipendente che non rischia è un dipendente che non si evolve, e oggi qualsiasi dipendente deve evolversi. Deve imparare nuove competenze, deve metterci del suo e deve creare valore. Rischiare è sempre rischioso, ma non rischiare oggi è ancora più rischioso.

A domani, Jacopo


Il futuro sono le persone.

Per gran parte del Novecento la Finlandia è stato uno dei paesi più poveri d’Europa. Oggi invece è uno dei paesi più innovativi, dinamici e con il PIL procapite più alto del mondo. Come è stato possibile? Semplice, hanno puntato sulle persone. In un’intervista uscita sul magazine Monocle di questo mese, Juha Leppanen, direttore del thing-tank Demos a Helsinki, dice una cosa molto interessante: “L’unica soluzione per un paese come il nostro, molto lontano e con un clima terribile, era focalizzarsi sulle persone”. È ha ragione. La vita sono le persone che incontriamo, il lavoro sono le persone con cui lavoriamo e il futuro sono le persone che lo costruiranno. In un mondo che cambia sempre più in fretta, investire sulle persone è la scelta più intelligente che possiamo fare. Perché le macchine non si adattano. I soldi si svalutano. Gli immobili si rovinano. Le persone invece possono guidare il cambiamento e creare valore anche dove nessuno lo vede.

A domani, Jacopo


Minimalism: A Documentary.

“Ama le persone, usa le cose, perché l’opposto non funziona mai.”
-Joshua Fields Millburn

Uno dei documentari più interessanti che ho visto su Netflix l’anno scorso è “Minimalism” che racconta le storie di diverse persone che, in America, hanno scelto di adottare uno stile di vita minimalista (liberarsi delle cose tangibili per avere più spazio per se stessi). Oltre al tema, che trovo molto attuale, il documentario è interessante anche da un punto di vista imprenditoriale. Il racconto gira attorno ai due fondatori del blog theminimalists.com, Joshua Fields Millburn e Ryan Nicodemus, che per un anno girano gli Stati Uniti per promuovere il loro libro “Minimalism”. Affittano luoghi dove parlare, partecipano alle fiere e parlano con le persone che incontrano per strada. All’inizio non li considera nessuno, poi, miglia dopo miglia, iniziano a creare una nicchia di sostenitori, attirano l’interesse dei media e, dopo un anno, riempiono le sale e vendono migliaia di copie. È un ottimo esempio dell’iter necessario per lanciare un prodotto: si sceglie un tema chiaro, in cui si crede e in crescita (qui il Minimalismo), si costruisce un prodotto (qui il libro) e poi si gira il territorio di riferimento (qui gli USA) per promuoverlo, mettendoci il proprio tempo, i propri soldi e, soprattutto, la propria faccia.

A domani, Jacopo


Perché lavoro in proprio.

“Le tre dipendenze più nocive sono l’eroina, i carboidrati e uno stipendio mensile.”
-Nassim Nicholas Taleb

Ok, forse questa citazione di Taleb è eccessiva. I carboidrati non mi hanno mai dato dipendenza. Sull’eroina e lo stipendio mensile invece non ti so dire. La prima non l’ho mai provata, il secondo non l’ho mai avuto. Da quando ho 18 anni lavoro in proprio. E, dal mio punto di vista, non potrebbe esserci modo migliore di lavorare. Perché quando lavori in proprio sei libero di scegliere. Non hai capi che ti dicono cosa fare o non fare. Sei libero di decidere quando e quanto lavorare. Hai uno stile di vita più flessibile. Sei libero di dire no, quando non sei d’accordo. Sei libero di fare errori e imparare a modo tuo. Sei libero di scegliere le persone con cui lavorare e la tipologia di progetti che vuoi sviluppare. Puoi guadagnare tanto o poco. Sta a te. Se guadagni 100 prendi 100. Non devi aspettare per un aumento. Puoi lavorare dove vuoi. Puoi andare in vacanza quando tutti lavorano e lavorare quando tutti sono in vacanza. Sei più coinvolto in quello che fai. Perché sai che dipende da te. Sai che puoi essere tu, in prima persona, il cambiamento che vorresti vedere nella tua vita e nel mondo.

A domani, Jacopo


Una causa in comune.

750 milioni di anni fa la Terra era quasi interamente ricoperta dall’acqua. Ci sono voluti centinaia di milioni di anni per far assumere alla Terra la sua attuale conformazione. Oggi tuttavia, molte coste e molte città – da Miami a Venezia – rischiano di essere sommerse dal mare. Oggi il cambiamento climatico è, dal mio punto di vista, la principale minaccia per il nostro pianeta. Una minaccia che ci riguarda tutti, non tanto perché tutti noi ne subiremo le conseguenze, ma perché tutti noi ne siamo la causa. Ogni singola persona che abita questa terra è responsabile per il futuro di miliardi di persone. E questa la considero una bella notizia. Perché salvare il nostro pianeta è la cosa più democratica che possiamo fare. Non è qualcosa che può fare solo l’1%. È qualcosa che possiamo e dobbiamo fare tutti insieme. Semplicemente modificando il nostro stile di vita. Tutto il resto segue. Se come consumatori smettiamo di usare plastica mono uso, le aziende si adegueranno e cambieranno la produzione. Se come cittadini riduciamo il nostro impatto, i politici si adegueranno e cambieranno le leggi. Qualsiasi cambiamento deve partire da noi, non da qualcun altro.

A domani, Jacopo


Dieci previsioni per il 2019.

1 / I Top Tech Trends del 2019 secondo CbInsights.

2 / Le previsioni per il giornalismo nel 2019 secondo NiemanLab.

3 / Il 2019 in Italia e all’estero secondo Good Morning Italia.

4 / Le innovazioni che nel 2019 ci daranno i brividi secondo FastCompany.

5 / I Paesi che più cresceranno e quelli che più decresceranno nel 2019 secondo l’Economist.

6 / Cosa aspettarsi per la UX nel 2019 secondo UXDesign.

7 / Il futuro del lavoro secondo il World Economic Forum.

8 / I 105 strumenti per lanciare il tuo business nel 2019 secondo The Mission.

9 / I 9 trend nel Design per il 2019 secondo FastCompany.

10 / Le previsioni per il 2019 di Monocle.

A domani, Jacopo


David Steindl-Rast e l’importanza di fermarsi, guardare e poi agire.

David Steindl-Rast è un monaco benedettino austriaco emigrato a 26 anni negli Stati Uniti. Nella sua vita si è fatto portavoce del dialogo interreligioso e dell’importanza di essere grati (come via per essere felici). Durante un Ted Talk di qualche anno fa, ha riassunto la via per la gratitudine in tre semplici passaggi: Stop, Look, Go. Un po’ come quando da piccolo ti insegnano ad attraversare la strada. Fermati, guarda e poi vai. E questo vale tanto nella vita personale quanto in quella professionale. Fermati, prenditi del tempo per conoscerti, metti di tanto in tanto dei segnali di stop nella tua vita. Poi guarda, apri gli occhi, il naso, le orecchie e osserva quello che ti circonda. E infine, vai, agisci, fai qualcosa di concreto, costruisci il cambiamento che vuoi vedere nella tua vita. Lo considero un buon consiglio che voglio condividere anche con te. Perché qualsiasi sia il tuo lavoro è importante fermarsi di tanto in tanto per capire se la direzione in cui si sta andando è quella verso cui si vuole andare.

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A domani, Jacopo


Il Click ritorna al Brick.

Come scrive Timothy Snyder nel suo libro “On Tyranny”, la storia non si ripete ma insegna. E generalmente chi è in grado di imparare dalla storia ha meno probabilità di ripeterne gli errori. Nel mercato multimiliardario della tecnologia, sta accadendo un fenomeno interessante. Diverse aziende che hanno fatto fortuna con la tecnologia e il digitale (“Click”), stanno investendo in uno dei settori meno digitali e innovativi di tutti: il mattone (“Brick”). A Dicembre, Joe Gebbia, uno dei due fondatori di Airbnb, ha annunciato il lancio del progetto Backyard, “an endeavor to design and prototype new ways of building and sharing homes.” Ovvero, dal 2019 Airbnb comincerà a costruire case. Settimana scorsa invece, Microsoft ha dichiarato che investirà 500 milioni di dollari per costruire “affordable houses” in un’aria di Seattle. Così come Amazon costruisce librerie, Uber progetta elicotteri e Facebook investe 300 milioni in giornali locali. Se prima era tempo di creare nuovi modelli di business, ora sembra tempo di innovare quelli vecchi.


Flow.

Qualche giorno fa ho visto un TED, piuttosto noioso ma interessante, in cui lo psicologo ungherese Mihaly Csikszentmihalyi, parla del concetto di Flow (uno stato mentale in cui la persona è completamente immersa in un’attività) come percorso per raggiungere la felicità. Il pensiero di Csikszentmihalyi parte dal presupposto che la felicità sia raggiungibile facendo attività che ci realizzano e ci portano quindi a raggiungere uno stato emotivo descrivibile in sette fattori:

1) Essere completamenti focalizzati su quello che si sta facendo.
2) Percepire un senso di estasi, come se si fosse fuori dalla routine quotidiana.
3) Avere chiaro il proprio ruolo e quello che deve essere fatto.
4) Sapere che l’attività è realizzabile e si hanno le competenze per farla.
5) Essere sereni.
6) Perdere il senso del tempo, ci si dimentica di sé e ci si sente parte di qualcosa di più grande.
7) Avere una motivazione intrinseca, si sa che quello che si sta facendo vale la pena di essere fatto anche solo per il gusto di farlo.

Per raggiungere questo stato mentale è necessario unire un alto grado di competenze (fare qualcosa in cui siamo bravi) ad un alto livello di sfida (fare qualcosa che ci coinvolga).

A domani, Jacopo


Un libro: “It doesn’t have to be crazy at work”.

Questa settimana ho letto “It doesn’t have to be crazy at work” di Jason Fried e David Hansson – i fondatori di Basecamp. Il libro non mi ha fatto impazzire (molto meglio il loro precedente “Rework”), ma si fonda sul concetto (in cui mi ci ritrovo a pieno) per cui non deve essere sempre un casino sul lavoro. Non è possibile che le riunioni non finiscano mai quando devono finire, che i brief cambino in continuazione, che tutti siano sempre incasinati, che la gente non risponda mai alle mail, che nessuno abbia mai tempo, che si arrivi sempre in ritardo, che la gente sparisca etc etc (potrei andare avanti all’infinito). Può, e deve, esserci un’alternativa. E come alternativa, i due autori propongo il metodo che da vent’anni applicano alla loro società: “The answer isn’t more hours, it’s less bullshit”. Ovvero passare dal “Crazy Working” al “Calm Working”. Non lavorare mai più di 40 ore a settimana, niente distrazioni, niente interferenze con la vita privata, niente obiettivi irraggiungibili, niente riunioni inutili e così via. Insomma il contesto lavorativo opposto a quello in cui spesso ci ritroviamo a lavorare.

A domani, Jacopo


Come avere costanza.

Qualsiasi siano i tuoi buoni propositi di quest’anno, per trasformarli in buone azioni, ti servirà molta motivazione e tanta costanza. Sulla motivazione sta a te capire cosa ti spinge a realizzare i tuoi obiettivi. Sulla costanza invece, ci sono cinque cose che puoi fare:

  1. Scrivi i tuoi obiettivi: Averli scritti (anche su un pezzo di carta), ti aiuta a visualizzare il tuo obiettivo e renderlo più tangibile.
  2. Condividi i tuoi obiettivi: Condividere i tuoi risultati con altre persone (basta anche una piccola cerchia di amici) ti aiuta a responsabilizzarti sul raggiungimento degli obiettivi che ti sei dato.
  3. Non essere troppo rigido con te stesso: Avere costanza non è facile, e se sei un perfezionista è ancora più difficile. Concediti degli errori ogni tanto. È meglio mantenere il ritmo che essere sempre al meglio.
  4. Aggiusta il tuo piano: Avere costanza non vuol dire non farsi domande. Continua a monitorare i tuoi risultati e se vedi che le cose non vanno come dovrebbero andare, aggiusta il tuo obiettivo.
  5. Datti delle scadenze intermedie: Scomponi i tuoi obiettivi in obiettivi più ridotti e più raggiungibili. Questo ti aiuta a sentirti più motivato e gratificato.

A domani, Jacopo


Elogio (inaspettato) dell’insicurezza.

La sicurezza in se stessi è la chiave del successo. Vero. Se non credi in te stesso nessuno crederà in te. Vero. Tuttavia, troppa sicurezza in sé può portare a chiudersi in se stessi e perdere contatto con gli altri e con il mondo che ci circonda. Da cui un inaspettato elogio dell’insicurezza. Perché quando sei insicuro tendi ad essere meno arrogante, più curioso, più propenso ad ammettere i tuoi errori e quindi a imparare dai tuoi errori, più aperto a nuove proposte e più propenso ad ascoltare. Tutte caratteristiche essenziali per poter cambiare. Per evolvere e avere nuove idee. Perché il rischio più grande di essere troppo sicuro di sé è che finisci per auto convincerti che tutto quello che pensi o fai sia giusto. Anche quando non lo è.

A domani, Jacopo


Per un futuro al femminile.

Qualche sera fa ho visto “The Spy Who Dumped Me” (titolo che richiama il decimo James Bond “The Spy Who Loved Me”), un film che il New Yorker ha inserito tra i film più interessanti del 2018 e che mi sento di inserire nel filone “remake al femminile”. Ovvero tutte quelle pellicole che ripropongono sceneggiature o generi tipicamente maschili, ma con interpreti femminili. In questa categoria rientrano anche l’ultimo Ghostbusters e Ocean’s 8. Ci sta, oggi il femminismo è molto pop e mi sento di appoggiare qualsiasi iniziativa che vada nella direzione di ridurre il gender gap. Tuttavia, non penso che il modo migliore per ridurre le disuguaglianze tra uomini e donne sia trasformare le donne in uomini. Non penso si possa costruire un futuro al femminile utilizzando le stesse logiche che hanno creato un passato e un presente al maschile. Perché, così facendo, si rischia di andare verso un futuro, intuito dal filosofo Žižek, in cui gli uomini saranno sempre più perpetui adolescenti in stile Trump, e le donne sempre più dure e punitive in stile Clinton.

A domani, Jacopo


Senza è il nuovo Con.

Per mezzo secolo molte aziende hanno basato il proprio vantaggio competitivo su una formula molto semplice: dare ai propri clienti il più possibile al minor costo possibile. “Puoi avere tutto incluso a soli 49,99 Dollari!”. Oggi questo paradigma si sta lentamente invertendo. Da qualche anno, molte aziende stanno avendo successo ribaltando la propria offerta, ovvero dando meno a un prezzo più alto. Pensiamo al cibo. Un tempo il valore aggiunto (come dice la parola stessa) era dato da cosa si aggiungeva. Mc Donald’s insegna: panini sempre più grandi e sempre più farciti a un prezzo sempre più basso. Oggi vale il contrario. Il valore aggiunto è dato dalla sottrazione. Meno ingredienti, più sani. E così sulle confezioni del cibo la parola “senza” ha sostituito la parola “con”. “SENZA olio di palma”. “SENZA calorie”. “SENZA grassi aggiunti”. “SENZA sfruttare animali”. “SENZA carne”. E poi ancora, sigarette senza caffeina. Caffè senza caffeina. Coca-Cola senza zuccheri. Birra senza alcol. Tutto per seguire un nuovo mercato dove il consumatore sembra aver finalmente capito che, in un mondo di abbondanza, quello che conta veramente, non è la quantità ma la qualità.

A domani, Jacopo


Social Media e Soft Skills.

Lunedì sono stato ospite di Radio Rai per parlare di lavoro e, in particolare di come promuoversi on line. Tra i temi emersi:

  1. Oggi nessun professionista può ignorare i Social Media, per il semplice fatto che chiunque li usa e, soprattutto, chiunque li può leggere. Tanto i tuoi amici quanto il tuo capo, il tuo futuro datore di lavoro o i tuoi clienti. Quindi serve una strategia e serve consapevolezza. È importante essere consapevoli che qualsiasi cosa scriviamo o postiamo è pubblica.
  2. Oggi le soft skills, valgono di più delle hard skills, perché in un mondo del lavoro sempre più dinamico, chi sei, la tua attitudine al lavoro e il tuo potenziale, vale di più di cosa hai fatto, delle tue competenze tecniche e del tuo passato. E i social media sono un ottimo strumento per raccontarti e valorizzare le tue soft skills.
  3. Su Internet non si può fingere, il tuo racconto deve rispecchiare la tua persona. È importante usare dei canali dove ci si possa esprimere senza forzature. Se non ti senti a tuo agio con i social network, esistono i blog, le newsletter (di cui sono un sostenitore…) o molti altri strumenti tra cui scegliere.

A domani, Jacopo


Il costo di fare qualcosa ad ogni costo.

Poco dopo la partenza, Edward Smith, capitano del Titanic, ordinò di fare tutto il necessario per arrivare a New York il prima possibile e battere ogni record. “Dobbiamo arrivare a New York a tutti i costi! Nulla ci potrà fermare!”. Inutile scriverti come è andata a finire. L’urgenza di fare qualcosa ad ogni costo spesso crea più danni che benefici, perché ti fa perdere di vista il contesto. Ti obbliga a guardare solo in una direzione, a non cambiare mai il tuo piano e a vedere tutto come un’inutile distrazione. Diventi come un Lemming nel celebre videogioco del 1991. Vai sempre avanti per la tua strada senza farti domande. E anche quando incontri un burrone (o un iceberg) tu vai comunque avanti perché devi raggiungere il tuo obiettivo “ad ogni costo”.

A domani, Jacopo


I bei vecchi tempi sono sempre più belli quando sono vecchi.

Insieme all’ansia, la nostalgia è uno degli stati emotivi che più caratterizzano la nostra epoca. Ansia per il futuro. Nostalgia per il passato. E in mezzo ci siamo noi, con il nostro lavoro sempre più precario e i nostri valori sempre più fragili. In Russia hanno nostalgia dell’Unione Sovietica. In Europa dell’autonomia dall’Unione Europea. E in America di quando l’America era grande. In tutto il mondo dilaga un senso di nostalgia che ci condanna ad essere turisti del nostro stesso passato (per parafrasare un nostalgico Rent in T2). Ci convinciamo che si stava meglio quando si stava peggio. E non importa se i dati dimostrano il contrario. Se la mortalità infantile continua a scendere e l’istruzione in tutto il mondo è in crescita. È il trucco della nostalgia: rende il passato più bello anche quando non lo era. “We are not thinking, we are feeling” scriveva il medico svedese Hans Rosling. E questo è un rischio perché, come ci insegna la storia, le emozioni sono molto più facili da influenzare rispetto ai nostri pensieri.

A domani, Jacopo


Le nuove idee non lavorano dove lavori tu.

L’idea per il mio primo libro l’ho avuta mentre facevo la doccia dopo aver corso. L’idea per il secondo libro l’ho avuta mentre davo da mangiare a mio figlio di fronte al mare di San Vito Lo Capo. Quella per il terzo libro mentre ero in tram e quella per il mio primo romanzo (che non ho ancora scritto, ma che prima o poi scriverò!) mentre mi stavo stirando una camicia. Te lo scrivo perché sono convinto che le nuove idee non lavorano dove lavori tu. E neanche dove lavoro io. Perché il modo migliore per avere nuove idee è uscire dal luogo dove lavori tutti i giorni. Tutti i più grandi creativi facevano così. Gustav Mahler componeva in un cottage tra le Alpi e ogni giorno camminava ore per avere l’ispirazione per scrivere nuova musica. Charles Dickens scriveva per cinque ore al giorno e poi faceva una passeggiata di tre ore per avere nuove idee. Sono buoni esempi. Scegli tu cosa fare. Puoi fare una passeggiata come Dickens o Mahler, oppure andare a correre, o a vedere una mostra, o qualsiasi altra cosa, purché sia fuori dal tuo ufficio.

A domani, Jacopo


Il misterioso naufragio della barca di Van Gogh.

“Chi sono io agli occhi della gente? Una nullità. Ebbene, anche se ciò fosse vero, vorrei un giorno che le mie opere mostrassero cosa c’è nel cuore di questa eccentrica nullità.”
– Vincent van Gogh

Parafrasando la versione cinematografica del poeta americano Rene Ricard, nel film del 1996 Basquiat: quale artista non vorrebbe salire sulla barca di Van Gogh? Dal 1890 in avanti l’intera storia dell’arte è stata un risarcimento (non tanto a lui quanto agli artisti dopo di lui) per aver ignorato l’artista olandese. Oggi sembra impensabile che un artista come Van Gogh fosse in vita un’eccentrica nullità (come lui stesso si definiva). È un mistero come il mondo non si sia accorto di lui. Van Gogh era l’uomo giusto (un pittore geniale) al posto giusto (Parigi) nel momento giusto (la Parigi di fine Ottocento) con i contatti giusti (dal fratello gallerista Theo ai molti amici pittori da Renoir a Gauguin). Eppure non è mai stato in grado di emergere e realizzarsi, e ha passato la sua vita a combattere contro i propri demoni senza mai sentirsi a casa in nessun luogo. Perché non basta essere nel posto giusto al momento giusto. Fino a quando non si trova la propria dimensione e il proprio equilibrio, qualsiasi contesto è quello sbagliato.

A domani, Jacopo


Mobilità Politica.

Qualche sera fa ho visto “Vice”, il film sulla vita del politico americano Dick Cheney. È un film coraggioso (tanto per i contenuti, quanto per lo stile narrativo) che mi ha fatto riflettere su molti temi. Tra cui la mobilità sociale. Ovvero la possibilità per un individuo di passare da uno status sociale ad un altro. Gli Stati Uniti (come anche l’Italia) sono uno dei paesi al mondo con la minore mobilità sociale, dove, per intenderci, se nasci povero è probabile che tu rimanga tale. Questo non riguarda però tutti i settori. Basta pensare all’entertainment dove, soprattutto in America, sono molti gli attori e i cantanti, nati poveri e diventati in breve tempo molto ricchi. Ma oltre all’entertainment c’è anche (e non ci avevo mai pensato), quello della politica dove, anche se nasci nessuno, se riesci a crearti i giusti appoggi puoi diventare uno degli uomini più potenti del paese. Dick Cheney o Ronald Reagan ne sono un esempio, così come in Italia lo è Di Maio. Il che mi ha fatto pensare che forse c’è una correlazione tra mobilità sociale e politica: il grado di mobilità sociale nella società è inversamente proporzionale alla mobilità politica.

A domani, Jacopo


Se lavori da solo non lavorare da casa.

Nel film “Bandernsnatch”, Stefan è un giovane programmatore che preferisce lavorare da solo chiuso in casa piuttosto che in un ufficio con altre persone. E anche quando una casa di produzione gli commissiona la creazione di un nuovo video gioco con un team a lui dedicato, Stefan preferisce chiudersi in casa e passare giorno e notte attaccato al computer. Risultato: diventa paranoico, uccide il padre e viene arrestato (perdona lo spoiler – ma tanto hai altri quattro finali a disposizione). Ok, la storia di Stefan è drammatica. Lavorare da casa non porta necessariamente alla follia. Ma uno dei rischi maggiori di lavorare in proprio è quello di isolarsi. Lavorare da solo in un piccolo ufficio o, ancora peggio, a casa, magari in pigiama. Questo non è sano. Evitalo. Se lavori da solo non lavorare da casa. Esci. Lavora su una panchina in mezzo al parco piuttosto, o in un bar. Dovunque tu voglia, purché ci siano altre persone con cui parlare e condividere idee. Lavorare in proprio non vuol dire lavorare da solo, anzi è uno stimolo per lavorare con molte altre persone e creare una rete di collaboratori.

A domani, Jacopo


Una lettera dal futuro te.

Qualsiasi attività tu voglia fare, così come qualsiasi competenza tu voglia saper fare, richiede tempo, spesso anni. Nulla (che vale) è tutto e subito. Se fra cinque anni, il futuro te dovesse scriverti una lettera per ringraziarti di un’attività che hai iniziato oggi. Quale attività sarebbe? Inizieresti un tuo side project? Impareresti una nuova lingua? Faresti un master? Sono molte le attività che puoi fare per cambiare il tuo futuro e far sì che il te del futuro te ne sia grato.

A domani, Jacopo


Bandernsnatch e il gravoso fardello della scelta.

L’altra sera ho visto “Bandernsnatch”, un film molto sperimentale, ai limiti del manierismo, che, al viscerale senso di ansia e nostalgia (tipico di Black Mirror), unisce la possibilità di interagire con la storia. Un po’ come i libro-game di un tempo, con la differenza che, quando leggevi un libro-game, non c’era un algoritmo che teneva traccia di tutte le tue scelte per venderti più libri. Il film è totalmente incentrato sul tema della scelta. Tutto è narrato in ottica algoritmica IF THEN. Se fai questo, accade questo. La trovo una buona metafora dell’epoca contemporanea dove tutto sta a noi, dove abbiamo (almeno in apparenza) la possibilità di scegliere su ogni cosa. Non so se un domani tutti i film saranno interattivi. Non penso (e in tutta onestà non lo spero). Avere troppa scelta (tanto nei film quanto nella vita) a volte è più un peso che un reale beneficio. Rischiamo di rimanere paralizzati da troppe possibilità. Un po’ come quando apriamo Netflix e, di fronte all’immensa quantità di film a disposizione, passiamo la serata a scegliere quale film vedere e alla fine non vediamo nulla.

A domani, Jacopo


Cento.

Questo è il mio centesimo post di fila. L’1 Ottobre 2018 ho iniziato a scrivere un blog quotidiano. Mi sono dato l’obiettivo di scrivere ogni giorno un nuovo post di massimo 200 parole su vita, lavoro e altre cose interessanti. E, fino ad ora, non ho mai saltato un giorno. È un buon esercizio. Mi aiuta ad essere costante e stimola la creatività e questo penso sia il motivo principale per cui continuo a farlo: perché la costanza stimola la creatività. È un po’ come meditare. Nel caos della giornata lavorativa, so che almeno dieci minuti al giorno, li dedico ad organizzare i miei pensieri e dargli forma su carta.

A domani, Jacopo


Anno nuovo, lavoro nuovo.

Anno nuovo, lavoro nuovo. Gennaio è il mese dei buoni propositi e se stai cercando (o ti stai inventando…) un nuovo lavoro, queste sono tre caratteristiche da tenere in considerazione:

  • Motivazione: fai qualcosa in cui credi, qualcosa che per te è importante. Qualcosa che ti permetta di sentirti parte di un movimento più grande e ti dia la possibilità di avere un impatto (anche piccolo, ma positivo) sul mondo.
  • Realizzazione: fai qualcosa in cui sei bravo o puoi diventare bravo. Qualcosa che ti permetta di valorizzare quelle che gli psicologi chiamano le Signature Strengths (i tuoi tratti distintivi) e che ti dia la possibilità di migliorarti ogni giorno.
  • Remunerazione: fai qualcosa per cui sei pagato il giusto. Dove “giusto” vuol dire né troppo poco ma neanche troppo, perché se sei pagato troppo, la remunerazione assume un’importanza maggiore rispetto alle altre due caratteristiche e l’equilibrio si rompe.

Buon anno (e buon lavoro)!

A domani, Jacopo


Libri che ci leggono.

“Presto i libri ti leggeranno mentre tu leggi loro.”
-Yuval Noah Harari

Un tempo leggevo i libri su carta. Oggi invece li leggo principalmente su Kindle. È stata una scelta sofferta. Sono molto legato ai libri cartacei, mi piace toccarli, mi piace tenerli in casa e mi piace sottolineare le parti che preferisco e appuntarmi alcune note a matita. Però leggendo molto e ovunque, gli e-book sono molto più pratici e, alla fine, la praticità ha vinto. C’è però una cosa che potrebbe farmi ritornare al libro cartaceo. Ovvero il rischio che un domani, come scrive il filosofo Harari, i libri mi leggeranno mentre io li leggo. Strumenti come il Kindle di Amazon, tengono traccia di cosa sottolinei, di quali libri leggi e di come li leggi. E se un domani dovessero avere sensori biometrici o rilevatori delle espressioni facciali (cosa che alcuni iPhone già hanno), saranno in grado di decodificare le emozioni che un libro ci suscita. E quindi influenzare la nostra lettura e, di conseguenza, i nostri pensieri.

A domani, Jacopo


Facebook ha ucciso il gossip.

Dicembre è il mese in cui faccio più pranzi e cene. E per questo motivo, è uno dei mesi che preferisco. Con la scusa del Natale, rivedo persone che difficilmente riesco a incontrare durante il resto dell’anno. E quando non vedi qualcuno da un po’ di tempo è bello scambiarsi novità su amici e conoscenze comuni. O almeno, un tempo era bello. Oggi con Facebook lo è molto meno. Perché con Facebook tutti sanno tutto di tutti in tempo reale. Non c’è più la novità. Un tempo quando qualcuno parlava dell’ex compagna di classe che aspettava un figlio o si era sposata, tutti erano interessati. Oggi invece per qualsiasi gossip la risposta è: “Ah sì, l’ho visto su Facebook”. E questo è un peccato perché il gossip (nella forma del racconto tra persone), è sempre stato un importante collante sociale.

A domani, Jacopo


Open Space.


Ieri ho letto l’ennesimo articolo che mette in luce i limiti degli Open Space. Diminuiscono la produttività, riducono le interazioni e aumentano le distrazioni e la possibilità di ammalarsi. Tanto che il 60% delle persone che ci lavora non è contenta. E più ci penso più sono d’accordo. Personalmente non mi piace lavorare tutto il giorno in un Open Space. Li considero più una moda che qualcosa di realmente utile. Sono una fucina di distrazioni e interruzioni (esattamente come molti degli strumenti di instant messaging che usiamo ogni giorno) che riducono la concentrazione e quindi la produzione. Ci mettiamo più tempo a fare qualsiasi cosa perché siamo continuamente distratti da quello che ci succede attorno. Avere degli spazi aperti nel luogo del lavoro ci sta. Possono essere utili per fare delle riunioni o per stimolare la creatività e la condivisione di informazioni, ma dovrebbero essere circoscritti a delle aree specifiche, non essere la norma.

A domani, Jacopo


Scrivere.

“Scrivere è l’unica cosa che non mi dà la sensazione che sarebbe meglio se facessi altro”.
— Gloria Steinem

Un giorno Gloria Steinem disse che per lei scrivere era l’unica cosa che non le desse la sensazione che sarebbe meglio se facesse altro. Per me non è l’unica cosa, ma è una delle poche attività che mi piace fare indipendentemente dal risultato. Mi piace scrivere anche se poi non pubblico quello che ho scritto. E questo è il motivo per cui scrivo almeno un breve post ogni giorno. Il 2019 è appena iniziato e, generalmente Gennaio è un buon momento dell’anno per riflettere sul proprio lavoro e su quello che si vuole o non vuole fare. Se tra le tante attività che fai, ce ne è una che ti fa sentire realizzato e non ti dà la sensazione che sarebbe meglio se facessi altro, quest’anno potrebbe essere quello giusto per dedicarci più tempo e trasformarla nella tua professione.

A domani, Jacopo


Sorry To Bother You.


Qualche sera fa ho visto un film che volevo vedere da diverso tempo. “Sorry to Bother You” di Boots Riley. Il titolo del film si rifà a una delle frasi che il protagonista, Cassius “Cash” Green, dice più spesso: “Scusa il disturbo”. Cassius lavora infatti come telemarketer in una società che non paga lo stipendio ma dà solo commissioni. Quindi se vendi vieni pagato, se non vendi non vieni pagato. È un film che con ironia e satira, ritrae bene la condizione di precarietà lavorativa (e quindi anche personale) con cui sempre più persone devono avere a che fare, tanto in America quanto nel resto del mondo (Italia in primis). Oltre a mettere in discussione il sogno americano e tutta quell’idea di società orientata al successo e alla scalata sociale, che molto spesso si traduce in un’insostenibile chimera.

A domani, Jacopo


Buoni propositi.


Buoni propositi per il 2019: andare in palestra. Davvero, ma non una palestra fisica per il corpo, una qualsiasi palestra per la mente. Nel 2019 voglio fare più attività che tengano la mia mente allenata. Attività che mi facciano fare domande, scoprire risposte e imparare nuove cose. Attività che mi facciano crescere e maturare. E questo vuol dire fare errori, studiare, leggere, fare e inventarmi nuovi lavori, giocare con i miei figli, conoscere nuove persone e viaggiare. È un proposito tanto ambizioso quanto necessario che per non mancare condivido fin da subito. Buon anno!

A domani, Jacopo


È Capodanno, brucia tutto (quello di cui ti vorresti liberare).

Un Capodanno di molti anni fa ero a una festa in campagna e, dopo la mezzanotte, siamo tutti usciti di casa, abbiamo acceso un enorme falò, abbiamo scritto su dei pezzi di carta quello di cui volevamo sbarazzarci e gli abbiamo dato fuoco. Da allora lo faccio ogni anno. Non è necessario fare un enorme falò. È sufficiente un pezzo di carta, una penna e una candela. Prenditi qualche minuto per pensare a tutto quello di cui ti vorresti liberare (pensieri negativi, brutte abitudini, routine, lavori, etc etc), scrivili su un pezzo di carta, piegalo e poi brucialo. Guarda il fumo e lascialo andare via. Da domani, ogni volta che quello di cui vorresti liberare ritorna, pensa che l’hai bruciato e guarda oltre. 

A domani, Jacopo


Classifiche di fine anno.

Il 2018 in 10 classifiche:

A domani, Jacopo


Ogni volta che leggo i quotidiani mi domando: Quanto indietro si può andare?

Ogni volta che leggo i quotidiani mi domando: Quanto indietro si può andare? Leader come Salvini quanto la possono sparare grossa? Ripristinare il militare? Tornare alla Lira? È tutta una marcia indietro verso un passato che non c’è più, e che in realtà non c’è mai stato. E questo accade ovunque. La Brexit promette un ritorno all’Inghilterra autonoma. Trump promette un ritorno alla grande America di Reagan (che a sua volta prometteva un ritorno alla grande America degli anni Cinquanta). L’Isis promette un ritorno ai gloriosi anni dell’Islam. Tutti i leader del Novecento, erano mossi da una fortissima spinta in avanti verso il futuro, volevano cambiare il mondo radicalmente, a costo di distruggere tutto. Oggi invece, nessun politico ha il coraggio di cambiare il mondo e così giocano tutti la carta della nostalgia. Come sostiene Mohsin Hamid, l’essere umano è ancora un animale, e gli animali faticano ad adattarsi ai cambiamenti troppo rapidi. Oggi tutto sta cambiando troppo in fretta e così la nostalgia diventa un rifugio sicuro dove nascondersi. A un prezzo però. Fino a quando non ci toglieremo di dosso il fardello di un secolo così importante come il Novecento sarà difficile guardare al futuro e andare oltre.

A domani, Jacopo


L’anonimato è un super potere.

Come un giorno disse lo street artist Banksy: “Non capisco perché le persone siano così entusiaste di condividere pubblicamente i dettagli della propria vita privata, si sono dimenticati che essere invisibili è un super potere”. Ed ha ragione. L’invisibilità, l’anonimato e la privacy sono super poteri sempre più rari e quindi sempre più preziosi. Perché se negli anni settanta, come sosteneva Andy Warhol, in futuro ognuno avrebbe avuto diritto a 15 minuti di celebrità, oggi possiamo prevedere che in futuro ognuno avrà diritto a 15 minuti di anonimato. L’anonimato sarà il super potere del XXI secolo. Essere completamente anonimi, lontani da qualsiasi riflettore, ricerca, database, anagrafe o archivio reale o virtuale sarà il sogno proibito delle prossime generazioni.

A domani, Jacopo


Attività differenti, strumenti differenti.

Un tempo avevo tanti strumenti. Poi è arrivato lo smartphone e per molti anni è stato il mio solo strumento. L’unico che mi portavo dietro ovunque andassi. Lo usavo per tutto. Lavorare, leggere, fotografare, controllare la mail, scrivere i miei appunti, chiamare e comunicare. Oggi sono tornato indietro. Da più di un anno, sto usando lo smartphone sempre meno. Adesso uso il mio taccuino di carta per scrivere. L’orologio per guardare l’ora. Kindle per leggere i libri. La sveglia per svegliarmi. Il computer per lavorare. La macchina fotografica per fotografare. Lo stereo (o il mio vecchio iPod) per ascoltare musica e così via. È ovviamente molto più scomodo, devo andare in giro con più strumenti. Ma funziona molto di più. Perché avere uno strumento differente per ogni attività mi aiuta a concentrarmi di più su quella attività. È come se usando quello specifico strumento comunicassi al mio cervello che sto facendo proprio quella specifica attività. E non dieci attività contemporaneamente. E questo mi rende più produttivo.

A domani, Jacopo


Whiplash e la delicata tensione del talento.


L’altra sera ho visto un film capolavoro: “Whiplash” che ruota attorno alla storia di Andrew, giovane studente che sogna di diventare il miglior batterista jazz della sua generazione e di Terence, spietato direttore del conservatorio, che spinge Andrew ai limiti della sopportazione fisica e mentale nel tentativo di far esplodere il suo talento. C’è un dialogo che riassume il senso del film. Dopo che Andrew ha deciso di smettere con la batteria a causa dell’eccessiva pressione psicologica e Terence è stato licenziato dal conservatorio a causa dei suoi metodi al limite del sadismo, i due protagonisti si ritrovano e Terence dice ad Andrew: “Io non ero lì per dirigere. Io ero lì per spingere le persone oltre le loro aspettative. [Perché] non ci sono due parole più dannose di ‘Buon Lavoro’” Così, Andrew gli domanda se questo non rischi di scoraggiare il prossimo Charlie Parker e Terence risponde: “No, perché Charlie Parker non si lascerebbe scoraggiare da nulla”. Il che porta a domandarsi quanto si possa spingere il talento senza farlo implodere e quale sia il giusto equilibrio tra un rassicurante ma poco stimolante “Hai fatto un buon lavoro” e un incoraggiante ma potenzialmente distruttivo “Puoi dare di più”.

A domani, Jacopo


All I Want for Christmas Is… Time!

All I Want for Christmas Is… Time! Dovunque e comunque tu abbia deciso di trascorrere il Natale, spero tu riesca a prenderti un po’ di tempo per te e per gli altri. Tempo per staccare con la routine lavorativa (e con il telefono). Tempo per leggere un libro e rilassarti. Tempo per pensare al 2018, a quello che hai fatto e a quello che non hai fatto ma che avresti voluto fare. Tempo per ritrovare l’equilibrio e riscoprire le tue priorità. Buon Natale!

A domani, Jacopo


Serie Trotsky.

“La vita è bella. Possano le generazioni future liberarla da ogni male, oppressione e violenza, e goderla in tutto il suo splendore.”
– Leon Trotsky

Ieri sera ho finito di vedere un’inaspettata (nel senso che ignoravo la sua esistenza) serie su Trotsky. La trovi su Netflix e si intitola “Trotsky”. A parte il fatto che è solo in lingua originale (russo… ma ha i sottotitoli anche in italiano), è molto interessante. Conoscevo Trotsky e parte dei suoi scritti, ma molti aspetti della sua vita privata li ignoravo. Dal fatto che avesse preso il suo nome (Trotsky) dal capo-carceriere della prigione dove da giovane fu condannato a quattro anni di esilio. Fino ai suoi incontri con Freud e le sue amanti. Sapevo invece (piccolo gossip) della parentela tra l’assassino di Trotsky (l’agente segreto sovietico Ramón Mercader) e la madre di madre di Christian De Sica che è quindi non solo il figlio di uno dei più grandi registi italiani, ma anche il nipote dell’assassino di Trotsky.

A domani, Jacopo


Radio Tchaikovsky e l’importanza di stupirsi.

Secondo Spotify, la seconda canzone che ho ascoltato di più quest’anno è il Concerto per violino e orchestra in re maggiore op. 35 di Tchaikovsky. Ed effettivamente la sento molto spesso. Tanto su Spotify quanto in Mp3 o cd. Due domeniche fa però, mi è capitato di accendere la radio e dopo qualche minuto la speaker ha annunciato l’esecuzione del Concerto per violino di Tchaikovsky. Non avevo programmato di ascoltarla, non avevo scelto io di ascoltarla. È capitato. E il fatto che ascoltarla fosse un evento inaspettato l’ha resa molto più bella. Oggi viviamo la società del “tutto e subito”. Pensiamo ad una canzone e possiamo ascoltarla subito su Spotify. Vogliamo vedere un film e lo possiamo vedere subito su Netflix. Cerchiamo un’informazione e abbiamo la risposta in meno di un minuto su Google. Tutto sembra essere ad un tasto da noi. Ma in questo modo rischiamo di perdere la bellezza dello stupore che rende tutto più unico. Proprio perché non programmato.

A domani, Jacopo


Vado a scuola.


Qualche sera fa, ho visto insieme ai miei due figli, un documentario bellissimo. Il titolo è “Vado a scuola” e documenta le sfide che devono vivere ogni giorno quattro bambini per raggiungere le loro scuole. Jackson, 11 anni, in Kenya, percorre quindici chilometri nella savana tra animali selvatici. Zahira, 11, in Marocco, cammina per una giornata intera per raggiungere la scuola. Samuel, 13, in India, percorre sulla sedia a rotelle, accompagnato dai due fratellini, 4 chilometri di strada sabbiosa. Carlito , 11, in Argentina, attraversa a cavallo insieme alla sorellina le pianure della Patagonia per coprire i diciotto chilometri che lo separano dalla scuola. La cosa più incredibile delle storie raccontate, è quanto le difficoltà responsabilizzino e motivino i bambini. Il fatto di dover ogni giorno affrontare da soli molte difficoltà per raggiungere la scuola li responsabilizza come persone e li motiva come studenti. La scuola per loro non è qualcosa che devono fare ma che vogliono fare a tutti i costi. Ed è per questo che ci tenevo a vedere questo documentario con i miei figli. Perché possano capire fin da subito che andare a scuola è un privilegio che non dovrebbero mai dare per scontato.

A domani, Jacopo


Scrivo per leggere, insegno per imparare.

Ogni giorno scrivo un post, ogni settimana scrivo una newsletter e, dal 2015, ogni anno pubblico un libro. Non lo faccio solo perché scrivere è la mia passione, ma anche perché scrivere mi obbliga a non smettere mai di leggere e di studiare. E lo stesso vale per l’insegnamento. Insegno così da avere la motivazione per continuare a imparare. Oggi stiamo vivendo una rivoluzione professionale molto importante e non smettere mai di formarsi (detto anche Continuous Learning) è un’attività essenziale per il tuo futuro professionale. Ciò nonostante, trovare il tempo per studiare mentre lavori non è facile. Di natura siamo portati a preoccuparci più di quello che ci accade nel breve periodo piuttosto che nel lungo. E così, alla fine della giornata, il Continuous Learning non è più una priorità. Se però vuoi farla diventare una priorità, posso suggerirti due strade: 1) Fai un lavoro che ti obbliga a imparare sempre nuove cose; 2) Crei dei momenti per condividere quello che stai imparando con altre persone. Basta anche un blog o una serie di incontri, ma il solo fatto di avere qualcuno con cui regolarmente condividi il tuo sapere ti motiva e ti permette di avere una scadenza da rispettare.

A domani, Jacopo


Ascoltare non vuol dire sentire.

L’edicolante della fermata della metropolitana Moscova a Milano, ha un cartello appeso vicino alla cassa che mi fa sempre pensare. È un A4 plastificato con una scritta nera su sfondo bianco: “Non serviamo persone che parlano al cellulare”. Chiarissimo. Lo condivido a pieno. Che senso ha parlare se nel frattempo con la testa siamo da un’altra parte? Piuttosto non parliamo, o parliamo meno, ma se parliamo, parliamo e basta. Parlare non vuol dire sentire e annuire. Vuol dire ascoltare, pensare e rispondere. E queste tre azioni richiedono concentrazione. Ascoltare e sentire sono due cose molto differenti. Se mentre parliamo stiamo leggendo una mail o controllando il nostro profilo Facebook, stiamo sentendo quello che la persona ci sta dicendo (sentire è un gesto meccanico), ma non stiamo ascoltando e quindi non stiamo capendo. E quando non si capisce, è più difficile parlare.

A domani, Jacopo


To Do, or Not To do (List).

Sono un “To Do List Addicted”. Le faccio dai tempi del Liceo. Adoro scrivere l’elenco delle cose che devo o voglio fare. Ma ancora di più, adoro tirarci su una riga quando le ho fatte. Nonostante ci siano centinaia di strumenti per fare ToDo List digitali, io le faccio ancora su carta. Prima scrivo tutto quello che voglio fare e poi divido le attività in “Must-To-Do” (ovvero quelle che devo fare per forza) e “Nice-To-Do” (ovvero quelle che posso anche non fare). Ultimamente però ho aggiunto un’ulteriore categoria: le attività “To-Do-Not”, ovvero quelle che non devo fare. Le attività non necessarie, o che posso delegare o che posso automatizzare. E questo mi aiuta molto, mi permette di fare meno, e farlo meglio. Mi permette di fare tutto quello che devo e voglio fare. Perché l’unico modo per completare tutte le attività che hai sulla tua To Do List è avere meno cose da fare.

A domani, Jacopo


Xmas ’18.


Un tempo facevo le cassette, poi i cd, poi le liste di Mp3 e ora le playlist su Spotify. Ogni anno raccolgo le mie canzoni preferite di Natale in una playlist. Queste le 18 canzoni di quest’anno:

  1. Andy Williams – It’s the Most Wonderful Time of the Year
  2. Band Aid – Do They Know It’s Christmas?
  3. Bob Dylan – Silver Bells
  4. Jethro Tull – Another Christmas Song
  5. The Pogues – Fairytale of New York
  6. Overmountain Men – Rambling Door to Door
  7. Queen – Thank God It’s Christmas
  8. Bruce Springsteen – Santa Claus Is Comin’ to Town
  9. Johnny Cash – I’ll Be Home for Christmas
  10. Greg Lake – I Believe in Father Christmas
  11. Bryan Adams – Christmas Time
  12. Elvis Presley – Blue Christmas
  13. The Beach Boys – Little Saint Nick
  14. Mud – Lonely This Christmas
  15. The Ronettes – I Saw Mommy Kissing Santa Clausr
  16. Wizzard – I Wish It Could Be Christmas Everyday
  17. The Darkness – Christmas Time (Don’t Let the Bells End)
  18. Tracy Chapman – O Holy Night.

Puoi ascoltare la playlist qui.


Qualsiasi cosa fai, all’inizio ti sentirai ridicolo (e va bene così).


Se ripenso a tutte le mie prime volte mi sento ridicolo. La prima volta che ho insegnato in università: ridicolo. La prima volta che ho insegnato in università in inglese: utterly ridiculous. La prima volta che ho parlato in pubblico. La prima volta che ho chiesto soldi a degli investitori. La prima volta che ho venduto qualcosa. Ridicolo, ridicolo e ridicolo. Eppure è proprio grazie a quelle prime volte che oggi posso fare quello che faccio. E funziona sempre così: qualsiasi cosa tu decida di fare, è molto probabile che all’inizio ti sentirai ridicolo, magari un po’ goffo o, quanto meno, inesperto. È normale. Fattene una ragione e, soprattutto, non lasciare che questo ti inibisca. Essere, o meglio apparire, ridicolo è un elemento cruciale per sviluppare il tuo approccio imprenditoriale, perché significa essere aperto a provare nuove strade, fare errori e, di conseguenza, imparare e migliorare se stessi. Tutte le grandi innovazioni o invenzioni sono passate da alcuni momenti ridicoli, come quando i primi pionieri del volo provavano a volare attaccandosi enormi ali alle braccia. Potevano apparire ridicoli, vero, tuttavia oggi tutti noi possiamo volare anche grazie a quelle “ridicole” invenzioni.

A domani, Jacopo


Elogio (inaspettato) della noia.

Un paio di settimane fa ero in stazione, il mio treno doveva partire alle 6.45 ma, a causa di un incidente, era fermo. Non sapevo quando sarebbe ripartito e quindi non sapevo cosa fare. Per 30 minuti non ho fatto nulla. Mi sono terribilmente annoiato. Per tutta la vita ho considerato la noia come qualcosa da evitare in tutti i modi. Un “mostro delicato” capace di ingoiare il mondo in un solo sbadiglio (per rubare le parole a Baudelaire). Tuttavia, in un mondo che fa di tutto per non farti annoiare mai, dove qualsiasi attimo della nostra vita è occupato da un messaggio o da una pubblicità, forse la noia è diventata un lusso che mi sento di rivalutare. Perché annoiarsi vuol dire avere tempo per sé. Avere tempo per pensare, tempo per svuotare la mente, tempo per riflettere, tempo per lasciarsi sorprendere da quello che potrebbe accadere o da quello che potremmo osservare, ma che non vediamo perché siamo sempre immersi in qualsiasi attività che ci eviti, in tutti i modi, l’horror vacui di un momento passato senza fare nulla.

A domani, Jacopo


Non è la tecnologia che hai ma come la usi.


Nel 2008 ero a New York e una delle cose che più mi colpiva era la quantità di persone che in metropolitana guardavano il proprio smartphone. Anche in Italia c’erano gli smartphone, ma non mi era mai capitato di vederne così tante. Ogni volta che entravo in metro erano tutti con la testa chinata sul loro cellulare. Oggi è la normalità ovunque. Il che potrebbe giustificare la teoria per cui la tecnologia ci isola. Fisicamente siamo in un luogo, ma con la testa siamo da un’altra parte. E questo in parte è vero. Il punto però non è la tecnologia in sé, ma l’utilizzo che se ne fa. Quello che conta veramente è il contenuto non il contenitore. Prima degli smartphone, la gente in metropolitana leggeva i libri o i quotidiani e questa era un’abitudine sana. Io leggo un libro a settimana e gli spostamenti sono ideali per ritagliarmi del tempo per leggere. La tecnologia di cui disponiamo oggi ci dà la possibilità di avere accesso a tutto il sapere sempre a portata di mano, ci semplifica la vita e ci permette di comunicare con tutto il mondo. Ovviamente sta a ognuno di noi decidere come e perché usarla.

A domani, Jacopo


Usa i social come Mark Twain!

Mark Twain aveva una buona abitudine. Prima di mandare una lettera dai toni accesi, la teneva in tasca per 5 giorni e se dopo 5 giorni ne era ancora convinto, allora la mandava. Ai tempi della comunicazione instantanea e dei Social Media, penso che il suo monito sia più attuale che mai. Nell’ultimo anno, Trump per poco non dava inizio a una guerra nucleare per i suoi Tweet contro Kim Jong Un, Elon Musk stava per far fallire la Tesla a causa di un suo Tweet in cui condivideva l’idea di privatizzare la sua azienda e, qualche giorno, fa Dolce e Gabbana si sono inimicati un intero paese (la Cina….) per un video e un commento su Instagram. Di fronte a tutto questo, mi viene da pensare che forse aveva ragione Mark Twain. Forse serve tempo per essere sicuri di un proprio pensiero, prima di condividerlo. Soprattutto se si è un personaggio pubblico o un imprenditore. Perché, prendendo ispirazione dalla celebre frase che lo zio di Spider Man diceva sempre a suo nipote: con grande visibilità arrivano grandi responsabilità.

Leggi la mia newsletter di oggi.


Strategia Nostalgia.

Tra poco è Natale e, se non hai ancora visto la pubblicità dei grandi magazzini John Lewis’s con Elton John come protagonista, ti consiglio di vederla. È fatta molto bene, si sviluppa su un concept chiaro e coerente (“alcuni regali sono molto di più di un semplice regalo”) e tocca le giuste corde (soprattutto se sei padre o madre e adori il Natale). Tuttavia, è l’ennesima dimostrazione che la nostalgia è uno degli strumenti di marketing più utilizzati di questo inizio Secolo. Il nostro presente è intriso di nostalgia. La politica che promette un ritorno a un passato glorioso. I social Media che ci ripropongono ricordi del passato. Il cinema che produce un sequel dietro l’altro. Le serie televisive ambientate in un passato che non c’è più (e che forse non c’è mai stato). Tutto sembra guardare più al passato che al futuro. Tanto che nel marketing, la nostalgia è diventata una vera e propria strategia usata da molti brand per coinvolgere e rassicurare il proprio pubblico, perché, come dice il professore di psicologia Clay Routledge, in tempi di incertezza dove nessuno sa dove stiamo andando, la nostalgia è una forza stabilizzatrice che ci fa sentire più sicuri.

A domani, Jacopo


Nel lungo periodo i secondi arrivano sempre primi.

Nella storia della musica, il 14 agosto 1995 è ricordato come il giorno della battaglia delle band, quando le due più importanti band britanniche degli anni Novanta – i Blur e gli Oasis – uscivano in contemporanea con il loro nuovo singolo. All’inizio, sono i Blur a vincere la battaglia ma, nel lungo periodo gli Oasis venderanno molti più dischi e terranno, l’11 agosto 1996 a Knebworth, il più grande concerto a pagamento della storia. Spesso arrivare primi non è garanzia di successo, anzi è vero il contrario. Se pensiamo alla tecnologia, la storia è piena di secondi che si sono poi imposti come primi. Yahoo è arrivato prima di Google. Hotmail è arrivata prima di Gmail. Messenger è arrivato prima di Skype che è arrivato prima di Whatsapp. Così come MySpace è arrivato prima di Facebook e Nokia prima di Apple. Qualsiasi cosa tu stia pensando di fare, è verosimile che sul mercato ci sia già un player che propone il tuo stesso prodotto o servizio. Ma questo non deve essere un pretesto per rinunciare. Anzi, è un’occasione per imparare dagli errori degli altri e offrire qualcosa di migliore o diverso che possa, nel lungo periodo, essere più sostenibile.

A domani, Jacopo


Con la cultura si mangia (se la sai cucinare).

Dire che in Italia con la cultura non si mangia non ha senso. È come se in Arabia Saudita dicessero che con il petrolio non si mangia. Nel nostro Paese abbiamo ereditato tonnellate di materia prima culturale e tanto il settore culturale quanto quello del turismo è in crescita costante (dal 1950 ad oggi il settore del turismo è aumentato del 4.700%). In quest’ottica, l’arte e la cultura sono risorse molto preziose. A patto però di essere in grado di trasformarle in valore economico. Chi in Italia pensa che con la cultura non si possa mangiare è solo perché non sa come cucinarla. Il problema non è economico, ma manageriale. Non è un problema di risorse, ma di competenze. E le competenze si acquisiscono con la formazione. Ieri sono stato a Roma per tenere un corso di Cultura e Impresa e la prima cosa che ho detto ai miei studenti è stata: “Voi avete un compito fondamentale perché voi sarete i manager che gestiranno il nostro patrimonio culturale. Voi avrete il compito di valorizzare, anche in termini economici, migliaia di anni di storia. Questa è una grande opportunità, ma come tale, è anche una grande responsabilità”.

A domani, Jacopo


Meno perfezione, più azione.

Nel bene e nel male, oggi non è il tempo giusto per i perfezionisti. O almeno, per i perfezionisti che procrastinano, ovvero quelli che fino a quando la propria idea non è perfetta al 100% non la buttano sul mercato. Il mercato con cui abbiamo a che fare oggi è troppo veloce per chiudersi anni nelle proprie stanze a rifinire nei minimi dettagli il proprio prodotto. Il rischio è che quando sei pronto tu, è già cambiato tutto. Dall’altra parte però, oggi abbiamo Internet, la stampa 3D e la globalizzazione, e quindi è molto più facile lanciare sul mercato una versione più rudimentale della propria idea, fare qualche test, aggiustarla e ributtarla sul mercato migliorata (il celebre processo Build-Measure-Learn proposto da Eric Ries). In più, nessuno si accontenta più del prodotto finito, vogliamo vedere il processo che ha portato a quel prodotto, vogliamo conoscere la storia che ci sta dietro (X-Factor docet…). Quindi qualsiasi sia la tua idea, smetti di progettarla e inizia a farla.

A domani, Jacopo


La storia nascosta.

L’altra sera ho visto su Netflix “John Leguizamo’s Latin History for Morons”, uno show in cui il comico latino-americano ripercorre le origini dell’identità degli Ispanici in America. Lo show parte dal presupposto (vero) per cui spesso la nostra conoscenza della storia del Sud America si ferma ai Maya, ovvero a 3.000 anni fa. Tra allora e adesso: Nada! Certo, c’è stato Che Guevara, c’è stata Frida Kahlo e Diego Rivera, c’è stata l’immigrazione di noi Italiani. Ma c’è stato anche molto altro che nei libri di storia (soprattutto americani) non è mai stato raccontato. E questo è un grosso problema per l’identità latino-americana perché, come sostiene Leguizamo, se non vedi te stesso rappresentato fuori da te stesso ti senti invisibile. Pensi di non avere radici. Anche se in realtà le hai molto profonde. Questo vale per la cultura degli Ispanici, come per quella degli Indiani d’America, per molte popolazioni dell’Africa, per gli Aborigeni d’Australia e per tutte quei popoli che l’uomo ha cancellato e che sta continuando a cancellare. Molto spesso perché la loro cultura è un ostacolo alle proprie mire espansionistiche. Proprio come la cultura dei Maya, dei Toltechi e degli Aztechi lo era per l’impero spagnolo.

A domani, Jacopo


Siamo diventati tutti Giapponesi.

Il bimbo in questa foto è mio figlio Leone due anni fa a Kyoto, poco prima di iniziare la camminata verso il santuario di Fushimi Inari-taisha. E la folla attorno a lui sono alcuni dei molti Giapponesi che, ogni volta che lo vedevano, gli facevano una foto. Mio figlio è di carnagione molto chiara, con i capelli biondi e gli occhi azzurri. Tratti non comuni a un Giapponese. E così spesso veniva fotografato. Meno di vent’anni fa, lo stereotipo del turista Giapponese con la macchina fotografica sempre in mano pronto a fotografare qualsiasi cosa era un luogo comune di cui spesso si rideva. Oggi è la normalità per tutti. Siamo tutti diventati come lo stereotipo del turista giapponese. Come scrive Yuval Noah Harari in Homo Deus, il nostro nuovo motto è: ‘If you experience something – record it. If you record something – upload it. If you upload something – share it.’ Ed è vero, un tempo godevamo di una esperienza, oggi godiamo nel condividerla su un qualche Social Media.

A domani, Jacopo


Sorridi come Jan Lewan.

Qualche sera fa ho visto il film “The Polka King” dove Jack Black interpreta l’imprenditore e cantante polacco, naturalizzato americano, Jan Lewan. Devo essere onesto, ci ho pensato un po’ prima di condividere la sua storia. Diciamo che Lewan non è stato proprio un imprenditore modello. Nel 2004 è anche finito in carcere per aver messo in atto uno schema Ponzi. Però c’è un tratto della sua personalità che penso sia essenziale per chiunque voglia mettersi in proprio o fare l’imprenditore. Lewan è nato in Polonia nel 1941 durante l’occupazione nazista e per tutta la vita ha fatto qualsiasi lavoro per guadagnarsi da vivere. Ma, non ha mai smesso di credere nel suo sogno e a qualsiasi cosa gli accadesse ha sempre risposto con il sorriso e con la ferma convinzione che ce l’avrebbe fatta. Tanto che a un suo musicista che lo accusava di essere un bugiardo, rispose: “A volte dici le cose per farle accadere. Dici grandi cose e grandi cose accadono. Non sono un bugiardo. Sono uno che ci crede”. E questa penso sia la caratteristica principale di un imprenditore. L’imprenditore fa accadere le cose di cui parla.

A domani, Jacopo


Ogni tanto ci ricasco.

Ogni tanto ci ricasco… Per molti anni l’arte è stata la mia passione e la mia professione. Poi è rimasta una grande passione. L’arte è fondamentale nella vita di ogni persona, perché ti spinge sempre a farti domande e vedere la quotidianità da un altro punto di vista. Adoro visitare mostre e, ancora di più, curarle. Così ogni tanto ricasco in qualche progetto artistico. Tre settimane fa sono stato a Torino per presiedere una giuria di esperti e nominare i vincitori di un bando internazionale di Street Art promosso dalla Fondazione Contrada. Sono arrivate quasi 100 proposte da tutto il mondo. Le abbiamo viste e analizzate una ad una. Abbiamo selezionato i finalisti e poi abbiamo lasciato la parola ai cittadini che hanno scelto i tre vincitori. Sono molto contento di questa scelta perché penso sia giusto lasciare la decisione finale a chi condividerà ogni giorno la sua vita con le opere d’arte che i tre artisti vincitori realizzeranno su delle enormi facciate cieche nel loro quartiere.

A domani, Jacopo


Il paradosso della pubblicità ai tempi di Spotify.

Da più di cent’anni le aziende fanno di tutto per farci sembrare la pubblicità come qualcosa di bello, coinvolgente ed emozionante. Qualcosa che vogliamo vedere, non che dobbiamo vedere. Poi arriva il modello di business Freemium (qui inteso come la possibilità di pagare per togliere la pubblicità) e la pubblicità tradizionale si palesa per quella che è: un terzo incomodo tra noi e quello che vorremmo fare, vedere o sentire. Pensa al Kindle di Amazon, che puoi comprare a prezzo scontato se accetti di avere al suo interno la pubblicità. Oppure pensa a Spotify dove puoi ascoltare la musica gratis, ma se vuoi togliere la pubblicità devi pagare 9,99 € al mese. Modelli di business come questi mettono in luce il paradosso della pubblicità. Da un lato la pubblicità deve essere qualcosa di talmente fastidioso da spingere le persone a pagare pur di toglierla. Dall’altro però, per essere efficace la pubblicità deve essere tutt’altro che fastidiosa. Quindi che fare? Non lo so. Però questo paradosso potrebbe tradursi in un modo per risollevare le sorti della pubblicità tradizionale. Vendere a Brand come Amazon o Spotify pubblicità talmente fastidiose da incrementare il tasso di consumatori che passano alla versione Premium.

A domani, Jacopo


Un libro: “How to Fail at Almost Everything and Still Win Big”.

Questa settimana ho letto “How to Fail at Almost Everything and Still Win Big” di Scott Adams, fumettista (è l’inventore della striscia a fumetti “Dilbert”), autore, imprenditore nel campo del cibo vegetariano, membro dell’associazione Mensa (quella dove per accedere devi avere un QI superiore al 98° percentile) e teorizzatore del Principio di Dilbert, secondo il quale le aziende tendono a promuovere i dipendenti più incapaci così da evitare che facciano danni. Il libro è molto autobiografico e racconta molti episodi della sua vita dandone sempre una lettura a metà strada tra la filosofia e la satira. Una delle teorie più interessanti che ho trovato nel libro è quella del “Talent Stacking”. Secondo Adams, se vuoi aumentare le possibilità di avere successo in quello che fai è meglio migliorarsi in più competenze complementari invece di focalizzarsi su una sola cosa. Perché è la sommatoria delle varie competenze che ti rende unico e aumenta le tue possibilità. Adams stesso ne è un esempio. Non ha puntato ad essere un ottimo fumettista, ma ha unito differente competenze (scrittura, imprenditoria, satira, filosofia…) per crearsi il proprio posizionamento unico e distintivo.

A domani, Jacopo


Troppi sogni sono un incubo di frustrazione.

Sono un sognatore. Per lo più un sognatore entusiasta. Ovvero uno di quelli che si innamora delle idee. E questo non sempre è un bene, perché si tende a non voler rinunciare a nulla, seguendo l’ambizione (irreale) di realizzare tutti i propri sogni. E credimi, troppi sogni finiscono per essere un incubo di frustrazione. Vorresti fare tutto e finisci per non fare nulla. Così, da qualche anno, mi sono dato una regola molto semplice. Se investo in un nuovo progetto, disinvesto in un altro progetto. Immaginalo così. Stai guidando una macchina da cinque posti, di cui uno è occupato da te. Ne restano quattro. Se hai già quattro passeggeri e, per strada, vuoi far salire un altro passeggero, devi per forza far scendere qualcuno. E questo vale anche per il lavoro. Scegli tu se avere un sidecar, una macchina o un camper (ma ricordati che più il mezzo è grande e meno libertà di movimento hai). Ma se stai già lavorando a diversi progetti, prima di iniziare a lavorare a un nuovo progetto capisci quale progetto chiudere. Perché, per quanto tu sia bravo, il tuo tempo e le tue risorse sono limitate, esattamente come lo spazio in una macchina.

A domani, Jacopo


Etimologia dell’idiota.

Adoro l’etimologia delle parole, perché dietro ogni parola si nasconde un mondo di storie. Settimana scorsa durante l’intervento che mi ha visto ospite di Book City, Alberto Meomartini mi ha fatto scoprire l’etimologia della parola ‘idiota’ che viene dal greco ‘idiótes’, ovvero ‘uomo privato’, in contrapposizione all’uomo pubblico che era invece colto, capace ed esperto. Nell’antica Grecia dunque, l’idiota era colui che pensava solo a se stesso, che non si curava degli altri o della società. Oggi questa parola ha un significato differente, ma la sua etimologia regala uno spunto di riflessione interessante. Non prendersi cura di nulla, fregarsene, pensare solo ai propri interessi, non sentirsi parte della civiltà, non informarsi o evitare qualsiasi tipo di scontro o di opinione diversa dalla propria è ancora oggi, a mio avviso, la base dell’idiozia. E, in un mondo in cui la cosa pubblica interessa sempre meno, penso che l’etimologia di questa parola sia più attuale che mai.

A domani, Jacopo


5 film da imprenditori da vedere su Prime Video.

Se su Netflix non ci sono molti film “da imprenditori” validi, su Amazon ce ne sono ancora meno. Però se ne stai cercando qualcuno, puoi vedere:

  • Fight Club: guardalo per capire come costruire un brand.
  • The Internship: guardalo per capire come attrarre nuovi talenti.
  • Big Fish: guardalo per capire come cambiare professione di continuo.
  • Family Business: guardalo per capire come gestire un business di famiglia.
  • Smetto quando voglio: guardalo per capire come re-inventarsi.

A domani, Jacopo


Conosci i tuoi clienti come Ferrero.

Un giorno, un giornalista chiese a Michele Ferrero quale fosse il segreto del suo successo, e l’inventore della Nutella rispose: «Il mio segreto? Fare sempre diverso dagli altri, avere fede, tenere duro e mettere ogni giorno al centro la Valeria». Al che, il giornalista gli domandò chi fosse la “Valeria”, e Ferrero rispose che alla Ferrero, la “Valeria” è la padrona di tutto, l’amministratore delegato, colei che può decidere del successo o della fine dell’azienda, quella da rispettare, che non bisogna mai tradire ma capire fino in fondo. Valeria è la mamma che fa la spesa, la nonna, la zia, è il consumatore che decide cosa si compra ogni giorno. Mettendo il proprio consumatore al centro, Ferrero è riuscito a creare uno dei brand italiani più conosciuti al mondo. Seguendo il suo esempio, qualsiasi sia il tuo lavoro, non dimenticarti mai per chi lo stai facendo. Metti il tuo cliente target al centro della tua attività, dagli un volto e un nome e pensa a lui (o lei) ogni volta che devi prendere una decisione. Guardalo negli occhi e immaginati come risponderà alle tue iniziative.

A domani, Jacopo


Remote Working.

Questa settimana lavoro da qui. Dietro il monitor del mio Mac vedo la punta del Monte Bianco e, appena riesco, faccio una pausa e vado a fare un giro tra i boschi con i miei bimbi. Una delle cose che adoro del mio lavoro, o meglio dei miei lavori, è che mi dà la possibilità di organizzare il mio tempo e di cambiare spesso luogo di lavoro. Anche quando sono a Milano non lavoro mai più di due giorni di seguito nello stesso posto. E questo stimola molto la mia creatività e mi permette di vedere la quotidianità da più punti di vista. Un giorno avevo chiesto a Giorgio Fipaldini, fondatore di Open, quale fosse il nemico numero uno della creatività, e lui mi rispose: “La chiusura mentale. Il numero due l’indolenza”. Lavorare in luoghi, e a volte città, differenti è un buon antidoto per entrambe. Da una parte ti tiene la mente costantemente aperta, ti dà nuovi stimoli e nuove ispirazioni. Dall’altra ti obbliga a stare attivo e a non ripetere sempre le stesse azioni.

A domani, Jacopo


Do It Smart.

Satispay è la start up più innovativa, audace e rivoluzionaria che abbiamo in Italia. Quando sono andato da loro qualche anno fa, su un muro della sede c’era scritto un gigantesco: “DO IT SMART”. Un motto che ogni azienda italiana dovrebbe incidere a caratteri cubitali al proprio ingresso. Come scrive Shane Snow nel suo libro Smartcuts, lavoriamo duro, ma di rado ci chiediamo se stiamo lavorando in modo intelligente. E lavorare in modo intelligente (“smart”) ci permetterebbe di lavorare meno e produrre di più. Lavorare smart vuol dire focalizzarsi sugli obiettivi raggiunti, non sulle ore lavorate. Vuol dire domandarsi sempre se c’è un modo diverso di fare il proprio lavoro, senza smettere mai di imparare nuove competenze e nuovi strumenti. Vuol dire evitare la routine, la confort zone, la pigrizia e tutto quello che ci porta a fare sempre le stesse cose, sempre nello stesso modo. Vuol dire, per usare le parole di Alberto Dalmasso (co-fondatore di Satispay), smettere di lavorare sulla “Best practice” e creare la “Next practice”, ovvero, smettere di fare come si è sempre fatto e chiedersi il perché di ciò che stiamo facendo così da farlo nel migliore dei modi, non nel più comune.

A domani, Jacopo


Un libro: Ted Talks.

Questa settimana ho letto “Ted Talks” di Chris Anderson, il padre (adottivo) dei Ted Talks. È un libro molto pratico che si posiziona come la guida definitiva per parlare in pubblico e copre tutto quello che c’è da sapere sul tema. Dal come superare l’ansia di salire su un palco, a come creare una connessione con il tuo pubblico, quali temi enfatizzare e come costruire una narrazione chiara e coinvolgente. Il tutto citando moltissimi Ted Talks, sia positivi che negativi (così da imparare dagli errori degli altri). L’assunto alla base del libro è che il Public Speaking è un’arte che tutti possono imparare (non a caso un tempo c’erano le scuole di retorica…), ed effettivamente su questo concordo, anzi penso che non avere dei corsi di Public Speaking sia una mancanza di molte università o Business School. Oggi è fondamentale saper presentare le proprie idee o il proprio progetto in maniera chiara e comprensibile, e la prima regola per farlo è selezionare quello che vuoi dire. Ridurre il tuo discorso all’essenziale, perché “overstuffed equals underexplained”, ovvero se vuoi dire troppe cose, finisci per non farti comprendere.

A domani, Jacopo


Se sai venderti, non ti serve nessun capo.

Lavoro in proprio da quando ho 18 anni. Il mio primo lavoro è stato il programmatore di siti internet. Era il 1999 e ai tempi Internet era un mistero di cui tutti parlavano (un po’ come la Block Chain oggi) e chi sapeva fare un sito poteva guadagnare molto bene. All’inizio avevo fatto un colloquio con una grossa agenzia, ma per fortuna non mi presero e così decisi di aprire la mia agenzia. Dopo un po’ di anni ho smesso di programmare, e ho iniziato a fare altro. Ma quel lavoro mi ha insegnato una cosa molto importante, che mi è stata utile per qualsiasi altro lavoro abbia fatto: la regola numero uno per lavorare in proprio o fare l’imprenditore è saperti vendere. Ovvero devi essere in grado di vendere il tuo lavoro. Se non sei in grado di farlo, allora dovrai sempre dipendere da qualcun altro. Se invece sai venderti, non ti serve nessun capo.

A domani, Jacopo


Robot Ritrattisti.

Uno degli argomenti su cui mi capita di più di fare ricerche è il futuro del lavoro. E una delle domande che mi viene fatta più spesso riguarda l’automatizzazione del lavoro, ovvero: “Un domani potrei essere sostituito da un robot?”. Fare previsioni è sempre difficile, ma in questo caso è verosimile che sempre più lavori verranno automatizzati. Anche solo per il fatto che questo sta accadendo da più di un secolo (dal Bancomat che ha sostituito il cassiere in banca, alla spoletta volante di John Kay nell’Inghilterra del Settecento). Come regola generale, più un lavoro richiede creatività, minori sono le possibilità che venga automatizzato. In quest’ottica, il lavoro del pittore dovrebbe avere basse probabilità di essere sostituito da un robot. Tuttavia, due ricercatori italiani, Mauro Martino e Luca Stornaiuolo, hanno progettato un software di AI in grado di creare un tuo ritratto partendo da quello che ha imparato studiando migliaia di volti di persone famose. Il che darà un taglio più holliwoodiano al tuo volto. Quello in alto è il mio ritratto, puoi fare fare il tuo qui: https://aiportraits.com/

A domani, Jacopo


5 film da imprenditori da vedere su Netflix.

Netflix per i film non è il massimo. È meglio per le serie o i documentari. Ciò nonostante, si trova anche qualche film interessante. Se cerchi ispirazioni per metterti in proprio, ecco cinque film che potresti vedere:

  • Walt Before Mickey: guardalo per capire come trasformare i tuoi sogni nel tuo lavoro.
  • Ocean’s Eleven: guardalo per capire come costruire un team.
  • The King of Polka: guardalo per capire l’importanza di crederci.
  • The Wolf of Wall Street: guardalo per capire quando è il momento di fermarsi.
  • The Pursuit of Happyness: guardalo (anche se è un po’ scontato…) per capire l’importanza della determinazione.

A domani, Jacopo


È Venerdì, ricomincia da capo come Bill Murray.

Nel 1984 Bill Murray è all’apice del successo. Nello stesso anno escono due film che lo vedono protagonista: “Ghostbusters” che diventerà la commedia con gli incassi più alti di tutti i tempi, e “Il filo del rasoio”, un film fortemente voluto da Murray, che però sarà un clamoroso flop. Di fronte a questo insuccesso, l’attore americano conosce la prima grande battuta d’arresto della sua carriera. Così decide di prendersi una pausa dal mondo dello spettacolo, si trasferisce a Parigi, dove studia Storia e Filosofia alla Sorbona, e per quattro anni declina ogni proposta di lavoro. Fino a quando non si sente pronto per il grande ritorno nel 1989 con “S.O.S. fantasmi” e poi nel 1993 con il successo di “Ricomincio da capo”. Ti ho raccontato questa storia perché nell’arco della tua vita professionale può succedere che ci siano dei momenti di blocco dove magari non sai cosa fare o sei meno motivato. In questi momenti, cogli l’occasione per cambiare aria e imparare qualcosa di nuovo. Cerca nuovi stimoli che possano darti nuove energie e nuove idee per “ricominciare da capo” con ancora più entusiasmo di prima.

A domani, Jacopo


L’immigrazione è il motore dell’economia.

L’America è la più grande economia al mondo perché alcuni tra i più grandi al mondo sono emigrati in America. La Bank Of America è stata fondata da un italiano (Amedeo Giannini). Il liberismo è stato “inventato” da un economista austriaco (Hayek) e il calvinismo da un umanista francese (Calvino). Persino il nonno di Trump era un immigrato tedesco che fece fortuna con i bordelli. L’immigrazione è sempre stata il motore dell’economia. E non capisco come oggi questo concetto venga messo in discussione. Soprattutto in Italia dove, dal mio punto di vista, il vero problema non sono i giovani immigrati che vorrebbero entrare nel nostro Paese (e contribuire con il loro lavoro alla nostra economia), ma i giovani italiani che vorrebbero abbandonarlo. Un Paese che, da una parte blocca l’ingresso di nuova forza lavoro e dall’altro non fa nulla per trattenere i propri talenti, è destinato a esaurire la propria competitività in breve tempo. Chi governa il nostro Paese ha invertito il problema con l’opportunità. I migranti sono un’opportunità mentre i talenti in fuga sono una minaccia, tanto per la nostra economia quanto per il nostro futuro.

A domani, Jacopo


Siamo tutti Futuristi.

Secondo una ricerca fatta da CBInsights, tra i job-title più usati su Linkedin e Twitter, quelli che più fanno perdere di credibilità chi li usa sono “Thought Leader” e “Futurist” (fortunatamente ai tempi di Marinetti LinkedIn e Twitter ancora non esistevano…). E non posso che essere d’accordo. In un mercato del lavoro in continuo cambiamento, ha ancora senso darsi una definizione? Forse conta di più quello che fai e il contributo che dai ogni giorno alla tua impresa, piuttosto che quello che dichiari di essere sulla tua pagina social. Il job-title è più una questione di status che di utilità. Seguendo questa tendenza, qualche tempo fa Elon Musk, si è definito il “Nulla” di Tesla e ha annunciato che non avrà più alcuna job-title all’interno della sua azienda. Le cose cambiano troppo in fretta per incastrare una persona in una job-title. In un futuro del lavoro sempre più automatizzato, penso sia molto più importante valorizzare la singola persona più che il ruolo che ricopre, perché un ruolo può essere automatizzato (ovvero fatto da un robot), una persona invece no.

A domani, Jacopo


Un libro: La civiltà del dopo lavoro.

Questa settimana ho letto “La civiltà del dopo lavoro” di Nicola Zanardi, un libro breve lunghissimo. Breve nella forma (sono poco più di 100 pagine) ma che tocca moltissimi argomenti. Dal lavoro, che è il tema centrale, alla politica, le città, l’innovazione e la sostenibilità. Ma al centro di ogni riflessione c’è l’uomo. E questo è un tema molto attuale, perché oggi, per la prima volta nella storia, l’uomo sta rischiando di perdere la sua centralità. Oggi è possibile pensare a un futuro del mondo anche senza un futuro dell’uomo. O almeno dell’uomo come lo conosciamo noi. Il filosofo israeliano Harari, per esempio, parla di Homo Deus, ovvero dell’evoluzione dell’Homo Sapiens che supera se stesso e si avvicina più all’idea di essere divino che essere umano. Se pensiamo al futuro del pianeta, iniziamo a pensare (o meglio temere) un futuro apocalittico dove il cambiamento climatico estinguerà l’uomo. E quando pensiamo al futuro del lavoro, iniziamo anche a pensarlo in un’ottica automatizzata dove l’uomo potrebbe perdere la suo funzione e risultare quindi inutile. Da cui la domanda chiave alla base del libro di Nicola è più attuale che mai: può esistere un’identità della persona non più fondata sul lavoro?

A domani, Jacopo


BookCity, lavoro e disuguaglianza.

Sabato sono stato ospite di BookCity dove ho parlato di lavoro e futuro del lavoro insieme a Donatella Sciuto, Ivan Berni, Alberto Meomartini e Nicola Zanardi. Sono emersi molti spunti interessanti. Tra questi c’è un tema, di cui ho parlato anche in altre occasioni, ma che trovo fondamentale. Il tema della automazione del lavoro è molto legato a quello della disuguaglianza economico-finanziaria perché un futuro in cui i robot faranno il lavoro dell’uomo è un futuro di abbondanza, un futuro in cui si potrà produrre più ricchezza con meno costi. Il punto è capire se sarà un’abbondanza distribuita e quindi di uguaglianza, oppure un’abbondanza accentrata e quindi disuguale. Nel primo caso (abbondanza distribuita) saremo di fronte a un futuro radioso in cui si avvererà la previsione di Keynes per cui l’uomo lavorerà meno ore senza abbassare il proprio tenore di vita, e quindi avrà il “problema” di tenersi occupato. Nel secondo caso invece (abbondanza accentrata) saremo di fronte a uno scenario apocalittico fatto di disoccupazione e povertà di massa da una parte, e immensa ricchezza nelle mani di pochi individui dall’altra. Con il risultato che i ricchi saranno sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

A domani, Jacopo


Sonno.

Una volta ho sentito un’intervista al giornalista Antonio Savignano che raccontava di come Pertini fosse solito dormire 3 ore per notte. Savignano ne parlava in termini di “vittoria biologica” del Presidente nei confronti di tutti gli altri. Anche Pirandello dormiva 3 ore a notte, e anche Kafka. Di giorno lavorava come avvocato e di notte scriveva. Io non ci sono mai riuscito. Da quando sono diventato padre la cosa che più mi manca è proprio il sonno. Quando non dormo sono più nervoso e meno creativo. Penso sia un fatto biologico. Il sonno è essenziale per migliorare la produttività e la creatività. E lo pensano sempre più persone. In alcune sedi di Google, per esempio, hanno creato delle aree tecnologiche chiamate “nap pods” per far riposare i dipendenti. È vero che più dormi e mano lavori. Ma è anche un fatto di qualità del lavoro, non solo di quantità. Si dice che Bill Clinton abbia detto che ogni grande errore che ha fatto fosse dovuto alla mancanza di sonno. Ed è vero, meno dormi più rischi di fare scelte sbagliate. E una scelta sbagliata ha conseguenze ben peggiori di qualche ora di sonno in più.

A domani, Jacopo