Ciao! Benvenuto nel mio blog, dove ogni giorno condivido una breve riflessione su vita, lavoro e altre cose interessanti. Puoi seguire gli aggiornamenti, sul mio canale Instagram oppure iscrivendoti alla mia newsletter settimanale. Se invece vuoi ricevere ogni giorno il mio post nella tua email, iscriviti qui.

Non si può fare, non esiste.

“Non si può fare, non esiste”. Questa è una delle frasi cardine di qualsiasi imprenditore. Un imprenditore trova sempre la soluzione. Ed è vero, anche solo per il fatto che o è lui a trovarla o nessuno la trova per lui. Tuttavia, quando si è imprenditori, la determinazione è un’arma a doppio taglio. Se si pensa di sapere (o dovere) fare tutto, allora è fondamentale sapere anche cosa fare e cosa non fare. Altrimenti si rischia di investire tempo e risorse per portare a termine progetti che non hanno futuro, solo per dimostrare a noi stessi che possiamo fare tutto.

A domani, Jacopo


Meglio arrossire prima piuttosto che sbiancare dopo.

“Meglio arrossire prima piuttosto che sbiancare dopo”, è una frase che mi ha detto un mio amico qualche tempo fa. Ed è vero. Sul lavoro, così come nella vita è meglio avere dei piccoli momenti di imbarazzo o tensione prima, piuttosto che dei grandi fraintendimenti o delle grandi tensioni dopo. Meglio avere un piccolo momento di imbarazzo prima e parlare subito di soldi, piuttosto che trovarsi a fine lavoro senza aver definito il proprio compenso. Meglio avere una piccola tensione prima per chiarire i ruoli di ognuno, piuttosto che trovarsi a gestire una grande tensione dopo perché nessuno sa quale sia il proprio ruolo.

A domani, Jacopo


Capire di più per temere di meno.

“Nulla nella vita va temuto, ma solo compreso. Ora è tempo di capire di più così che possiamo temere di meno.”
– M.Curie

Un giorno Marie Curie scrisse che nulla nella vita va temuto, ma solo compreso. Ora è tempo di capire di più così che possiamo temere di meno. È passato quasi un secolo da quando Marie Curie scrisse questa frase, ma la trovo ancora molto attuale. Meno capiamo e più abbiamo paura. E più abbiamo paura e meno ci sforziamo di capire. Preferiamo lasciarci guidare da chi ci promette di cancellare le nostre paure e non da chi ci aiuta a capirle.

A domani, Jacopo


Lucio Dalla e l’importanza di trasformare un imprevisto in un’ispirazione.


Durante un’estate di molti anni fa, Lucio Dalla è in barca nei pressi di Napoli. A un certo punto il motore della sua imbarcazione si guasta e così il cantautore si trova costretto a interrompere la sua vacanza e fermarsi in un albergo a Sorrento. La sera, mentre parla con il barista dell’albergo, scopre che nella sua stanza aveva soggiornato anche il tenore Enrico Caruso. Da questa storia, Dalla trae l’ispirazione per scrivere una delle sue canzoni di maggior successo, “Caruso”, che ha venduto 40 milioni di copie ed è stata interpretata da decine di cantanti, da Pavarotti ai Metallica. Ti ho raccontato questa storia perché sul lavoro sono molti gli imprevisti che possono succedere e, soprattutto se lavori in proprio, sta solo a te scegliere come affrontarli. Puoi vederli come qualcosa di negativo da evitare in tutti i modi. Oppure come un’occasione per fare le cose in maniera differente e avere nuove idee.

A domani, Jacopo


Treni persi.

Una mattina ero a Venezia, Mestre, e dovevo prendere un treno per Venezia, Santa Lucia. Erano le 8.15, c’era un treno alle 8.17 e uno alle 8.20. Ho fatto una corsa nella speranza di prendere quello delle 8.17, ma l’ho perso. Quello delle 8.20 era dalla parte opposta della stazione. Ho corso per prenderlo, ma ho perso anche quello. Risultato: per provare a prendere un treno impossibile da prendere, ho perso due treni. A volte provare a cogliere un’opportunità molto improbabile, ci preclude la possibilità di cogliere altre opportunità molto più probabili.

A domani, Jacopo


Intervista a Franco Guidi.

Questa settimana su FIRED ho intervistato Franco Guidi, ex manager che, a 52 anni, ha lasciato la comfort zone aziendale per re-inventarsi imprenditore e fondare, insieme ad altri 5 soci, lo studio di progettazione architettonica più grande d’Italia, Lombardini22.

Leggi l’intervista.

A domani, Jacopo


Crescere con il mercato.

Ogni settimana mando una newsletter e per farlo uso Mailchimp. Ora Mailchimp è un’azienda che fattura centinaia di milioni di dollari e che ha un valore di mercato di qualche miliardo di dollari. Tuttavia, è un’azienda che si è sempre auto-finanziata ed è cresciuta in quello che considero il modo migliore per crescere: con il mercato. Non è cresciuta grazie a continue iniezioni di capitali. È cresciuta grazie all’abilità dei suoi fondatori di farla crescere. In un’intervista, il fondatore di Mailchimp, Ben Chestnut, ha detto che poco dopo aver fondato la sua start up, stava mangiando a un McDonald’s e, mentre mangiava un panino, stava sognando di avere un domani abbastanza soldi per mangiare dall’altra parte della strada, da Fuddruckers, dove un hamburger costa 8 dollari. Così ha pensato: “Come posso fare in modo che Mailchimp faccia abbastanza soldi per darmi la possibilità di pagarmi un pranzo come si deve ogni giorno?” E per molto tempo questa è stata la motivazione che ha spinto Ben Chestnut a far crescere la sua attività. Lavorare per guadagnarsi da vivere. E questa penso sia ancora una delle motivazioni più sane per lanciare una propria attività.

A domani, Jacopo


Più diventiamo grandi, più smettiamo di crescere.

Quando è stata l’ultima volta che hai continuato a fare qualcosa che ti piace fare fino a svenire dal sonno? Quando è stata l’ultima volta che ti sei domandato il perché di tutto quello che ti circonda? Quando è stata l’ultima volta che hai provato a fare qualcosa, sei caduto, ti sei rialzato e sei andato avanti a cadere e rialzarti fino a quando non sei riuscito a farla? Quando è stata l’ultima volta che hai passato un’intera giornata ad imparare qualcosa di nuovo? Te lo chiedo perché sono cose che i miei due figli fanno di continuo. E penso che ci sia molto da imparare da loro, così come da qualsiasi altro bambino. Perché ho come l’impressione che più diventiamo grandi più smettiamo di crescere. E questo è un peccato.

A domani, Jacopo


La tecnologia è come una scala mobile.

La tecnologia è come una scala mobile. Se la usiamo mettendoci del nostro, ovvero salendo i gradini, ci permette di andare più veloci e ci rende più attivi. Se invece non ci mettiamo del nostro, ovvero ci facciamo trasportare, andiamo alla stessa velocità di prima e ci impigrisce.

A domani, Jacopo


Meglio puntare ad essere migliori che i migliori.

È meglio puntare ad essere migliori che i migliori. Puntare a migliorarsi ogni giorno, piuttosto che puntare ad essere il meglio in qualcosa. Perché essere il migliore è un punto di arrivo. E quando ci siamo arrivati è molto probabile che qualcun altro, prima o poi sarà migliore di noi. Essere migliori invece è un processo di crescita personale. È un continuo punto di partenza.

A domani, Jacopo


Glenn Gould e l’importanza di rinunciare a tutto (o quasi) per investire nel proprio progetto.

Glenn Gould è stato uno dei più grandi pianisti di tutti i tempi. Ha iniziato ad esibirsi a 13 anni. A 18 incise il suo primo album. A 25 anni, in piena Guerra Fredda, era in tour in Russia e a 28 vien diretto da Leonard Bernstein. A 30 anni è una leggenda della musica, vendette milioni di album e vinse 4 Grammys. Tuttavia, a 31 anni smette di esibirsi. Perché Glenn Gould non era solo uno dei migliori pianisti di sempre, ma anche uno dei più eccentrici. Era paranoico, ipocondriaco, suonava solo sulla sedia pieghevole che gli aveva fatto il padre, viaggiava con una valigia piena di medicine e in media annullava un concerto su tre. Quando durante un’intervista gli chiesero quale consiglio si sentisse di dare a un aspirante musicista, lui, senza pensarci molto, rispose: “Devi rinunciare a qualsiasi altra cosa per dedicarti unicamente alla musica”. È un consiglio azzardato, ma ha un fondo di verità, perché se vogliamo diventare veramente bravi in qualcosa, dobbiamo necessariamente rinunciare a qualcosa altro, così da avere il tempo e le risorse per investire nel nostro progetto.

Leggi la newsletter di oggi.

A domani, Jacopo


Fare = Scegliere di fare.

“You can do anything, but not everything”
– D. Allen

“Getting Things Done” è un grande classico della letteratura manageriale. Un giorno il suo autore, David Allen, scrisse che: “You can do anything, but not everything”. Puoi fare qualsiasi cosa, ma non puoi fare tutto. Ed è vero. Spesso il primo passo verso la realizzazione dei nostri progetti è scegliere cosa fare e, soprattutto, cosa non fare.

A domani, Jacopo


Il cliente è il nuovo capo.

Ai tempi della Gig Economy, della Sharing Economy e delle prestazioni di lavoro occasionale, l’idea di capo assume una forma nuova e ancora molto ambigua. Per i rider di Deliveroo è una piattaforma. Per chi ha partita iva è un cliente. Per chi lavora con Fiverr è uno strumento. E per chi mette le case su Airbnb, un collaboratore. Ci dice cosa fare e come farlo, ma non dice di farlo.

A domani, Jacopo


Meglio perdere sei mesi a 20 anni che una vita a 60.

Uno dei consigli che dò più spesso a chi ha appena finito il Liceo è di prendersi un po’ di tempo per capire cosa si vuole fare nella vita. Di fare tante esperienze, viaggiare, provare diverse professioni, conoscersi, scoprire il proprio talento e cosa ci fa stare bene. Quando siamo giovani abbiamo sempre fretta, e questa fretta può portarci a fare un lavoro che non c’entra nulla con quello che vogliamo fare veramente. Ma lo facciamo lo stesso, perché abbiamo paura di fermarci e perdere tempo. Arriviamo a sessant’anni e ci rendiamo conto che abbiamo dedicato la nostra vita a un lavoro che non ci ha permesso di realizzarci come persone e come professionisti. Ma a quel punto non si può tornare indietro. E allora meglio perdere sei mesi a vent’anni per capire cosa vogliamo fare, piuttosto che una vita a sessanta perché non ci siamo mai fermati a capire cosa avremmo voluto fare.

A domani, Jacopo


Meglio un passato di verdure che un futuro di merda.

“Meglio un passato di verdure che un futuro di merda”, uno slogan che ho visto su un cartello tra le strade di Milano e che ben sintetizza il motivo per cui non mangio carne. La carne mi piace e l’ho sempre mangiata. Ma credo che ognuno di noi possa contribuire a un futuro migliore per il nostro pianeta solo cambiando le proprie abitudini quotidiane. La produzione di carne (soprattutto bovina) ha un impatto devastante sull’ambiente. E così da diversi anni ho smesso di mangiare carne. Mi manca? Sì certo. Ma mi manca meno di quello che potrebbe un domani mancarmi il mio pianeta.

A domani, Jacopo


San Francisco, cultura e ricchezza.

San Francisco è la città con più miliardari al mondo. Un cittadino ogni 11.600 abitanti è un miliardario. La città americana più aperta all’immigrazione, alla creatività, alla sperimentazione, alle differenze di genere, alla cultura, all’altro, all’avanguardia e all’arte, è diventata la città più ricca al mondo. Forse puntare sull’apertura verso il prossimo e la cultura non è poi una strategia così sbagliata.


Come ai tempi del giovane Hitler.

Su Prime Video, qualche sera fa, ho visto “Il Giovane Hitler”, una mini-serie che racconta i primi anni di vita di Hitler e la sua ascesa al potere. Sono passati cento anni da allora, eppure la politica è ancora lì. Hitler usava le birrerie per parlare al popolo. Oggi si usano i Social Media. Hitler usava gli ebrei. Oggi si usano gli immigrati. Ma le logiche non sono cambiate. Vince chi urla più forte. Vince chi promette un ritorno al passato. Vince chi critica il sistema. Vince chi punta sulla paura dell’altro. Nonostante cento anni di progresso. Nonostante Internet. Nonostante l’alfabetizzazione. Abbiamo ancora bisogno di carismatici demagoghi che celebrano la nostra razza e ci promettono di cacciare lo straniero.

A domani, Jacopo


Stephen Fry e l’importanza di essere un verbo (non un nome).

È difficile imprigionare Stephen Fry in una categoria professionale. In un Job Title. È un attore, certo. Ma è anche uno scrittore, un regista, uno sceneggiatore, un ex-galeotto (da adolescente ha passato tre mesi in prigione per truffa con carta di credito…) e un attivista. Lui stesso un giorno disse di sé di non essere un nome ma un verbo: “Noi non siamo nomi, siamo verbi. Non sono una cosa – un attore, o uno scrittore – sono una persona che fa cose – scrivo e recito – e non so mai cosa farò un domani. Penso tu possa rimanere imprigionato se pensi a te stesso come un nome.” Ed effettivamente ha ragione. Quello che importa veramente non è il nome che ti dai, ma quello che fai ogni giorno. La sostanza, non il sostantivo. Un nome già lo hai. È il tuo nome. Lascia che siano le tue azioni a descrivere quello che fai.

Leggi la mia newsletter di oggi.

A domani, Jacopo


Soft Skills da curriculum.

Un po’ di giorni fa una studentessa mi ha scritto su LinkedIn per domandarmi come poter inserire le proprie Soft Skills all’interno del curriculum vitae. È una domanda interessante, perché è vero che le Soft Skills sono sempre più importanti, ma d’altro canto è difficile dimostrare di averle. Tutti possono scrivere di avere un’attitudine positiva al lavoro, o una propensione al lavoro di squadra. Ma un conto è scriverlo, un conto è dimostrare di averle. Così il consiglio che le ho dato è stato di inserire nel proprio curriculum delle esperienze che dimostrassero le sue Soft Skills. Raccontare dei progetti, anche piccoli, da cui si capisse non solo le sue competenze tecniche ma anche la sua attitudine al lavoro. E se non aveva nessuna esperienza, le ho consigliato di lavorare a un progetto che mettesse in luce le sue Soft Skills. Perché spesso il modo migliore per far capire qualcosa non è provare a spiegarlo a parole ma mostrarlo con i fatti.

A domani, Jacopo


Smartphone and Cigarettes.

Se vediamo qualcuno che, mentre fa benzina, fuma una una sigaretta, pensiamo sia un folle e ci allarmiamo. Se invece vediamo qualcuno che, mentre fa benzina, usa uno smartphone, pensiamo sia normale e non diciamo nulla. Tuttavia, da qualsiasi benzinaio è chiaramente indicato che, mentre si fa benzina, è vietato tanto fumare quanto usare il cellulare. E dunque mi domando, stiamo dando troppo peso ai rischi legati al fumo, oppure troppo poco peso ai rischi legati allo smartphone? E poi quello che oggi ci appare normale, sarà normale anche tra cinquant’anni?

A domani, Jacopo


Se Facebook fosse a pagamento lo useresti?

Facebook è gratis e lo sarà sempre. Ma se c’è una cosa che ho capito studiando modelli di business simili a Facebook è che quando qualcosa è gratis allora chi lo usa è il prodotto. Facebook è gratis in un’accezione puramente economica (non paghiamo per usarlo), ma il punto è che chi usa Facebook non è il suo cliente, ma il suo fornitore. È la persona che fornisce a Facebook i dati e i contenuti su cui Facebook genera i propri guadagni. È un do ut des. Dò a Facebook i miei contenuti e i miei dati e in cambio Facebook mi permette di utilizzare la sua piattaforma. Può starci. L’importante però è essere consapevoli del prezzo che paghiamo. La domanda che dobbiamo farci è: “Se Facebook fosse a pagamento, lo utilizzeremmo?”. Se la risposta è no, allora tanto vale smettere di usarlo fin da subito.

A domani, Jacopo


Godere al Popolo.

“Godere al Popolo”, una frase che ho trovato su un muro di Venezia e che riassume bene l’essenza della politica oggi. Siamo passati dal Potere al Popolo, al Godere del Popolo.

A domani, Jacopo


La propria fortuna si vede meglio da fuori.

Un mio amico portoghese mi ha fatto capire quanto noi italiani siamo felici. Un mio amico spagnolo mi ha fatto apprezzare la bellezza della luce di Milano. Un mio amico finlandese mi ha fatto capire la meraviglia di vivere in un paese come l’Italia. E per questo li ringrazio. Perché le proprie fortune si vedono meglio da fuori. Quando le guardiamo da dentro le diamo spesso per scontate. Tendiamo a lamentarci di tutto quello che non funziona o che non abbiamo. Invece di valorizzare tutto quello di positivo che ci circonda.

A domani, Jacopo


L’originalità della difficoltà.

“Se vuoi davvero distinguere il tuo lavoro da quello degli altri, tutte le volte che sei davanti ad un bivio, non pensare a quale strada prendere; scegli in automatico quella più difficile. Tutti gli altri prenderanno quella più facile”
– R. Serra

L’artista Richard Serra ha un buon metodo per essere sempre originali: ogni volta che sei di fronte a un bivio non pensare a quale strada prendere. Scegli in automatico la più difficile, perché tutti gli altri sceglieranno quella più facile. Ed effettivamente ha ragione. Non tanto perché la via più facile sia sempre da evitare, ma perché sono le difficoltà a stimolare la nostra creatività e la nostra creatività è ciò che ci permette di distinguerci dagli altri ed essere originali. È un ragionamento controintuitivo. L’essere umano è di natura portato a scegliere la via più facile cercando di semplificarsi la vita. È una primordiale questione di sopravvivenza. Dobbiamo risparmiare la nostra energia fisica e celebrale. Se scegliamo la via più facile la risparmiamo in automatico. Se invece scegliamo la via più difficile dobbiamo inventare qualcosa di nuovo per rendere semplice qualcosa di complesso. E questo ci porta ad essere più innovativi.

A domani, Jacopo


Gioachino Rossini e l’importanza di arrivare secondi.

La prima opera alla Scala di Milano che ho visto con mio figlio più grande è stata “Il Barbiere di Siviglia” di Gioachino Rossini. Per quanto oggi sia considerata una pietra miliare della storia della lirica, quando fu messa in scena per la prima volta nel 1816 fu soffocata da una tempesta di proteste. Nel pubblico infatti si trovavano molti sostenitori del maestro Giovanni Paisiello che, trentaquattro anni prima di Rossini, aveva realizzato una versione de “Il Barbiere di Siviglia”. Rossini era arrivato per secondo, il suo Barbiere di Siviglia era un remake di un grande classico. Tuttavia, in breve tempo la sua versione oscurò quella di Paisiello e ancora oggi il suo Barbiere di Siviglia è una delle opere maggiormente eseguite nei teatri di tutto il mondo. Qualsiasi cosa tu stia pensando di fare, è verosimile che sul mercato ci sia già un player che propone il tuo stesso prodotto o servizio. Ma questo non deve essere un pretesto per rinunciare. Anzi, è un’occasione per imparare dagli errori degli altri e offrire qualcosa di migliore o diverso che possa, nel lungo periodo, essere più sostenibile.

Leggi la newsletter di oggi.

A domani, Jacopo


Urlare il nulla.

“Non ho niente da dire, e lo voglio urlare”. È una frase che ho trovato su un muro mentre mi perdevo tra le vie di Venezia. Riassume bene l’essenza dei Social Media dove sentiamo quasi il dovere di aver sempre qualcosa da dire, e di dirlo a più gente possibile. Anche quando non abbiamo nulla da dire.

A domani, Jacopo


Una parola: Gambiarra.

“Gambiarra” è una parola brasiliana meravigliosa che potrebbe essere tradotta come la capacità di una persona di cambiare il destino trasformando le proprie debolezze in punti di forza e affrontare qualsiasi avversità. È una parola che sintetizza molto bene l’approccio alla vita tipico di un imprenditore o un innovatore: qualsiasi cosa succeda è un’opportunità per pensare in modo innovativo e trovare soluzioni che altri non hanno trovato.

A domani, Jacopo


L’Italia è una Comfort Country.

Faccio una critica controintuitiva al nostro paese: in Italia si sta troppo bene. E questo può essere un problema. In Italia si mangia bene, si vive bene, se stiamo male c’è chi ci cura gratis, il costo della vita è relativamente contenuto, c’è un clima fantastico e, con il reddito di cittadinanza, potremmo addirittura ambire a vivere senza lavorare. L’Italia è un comfort country. È la comfort zone fatta a paese. Il problema è che, come è noto, il comfort è il nemico numero uno dell’innovazione. Perché fare innovazione quando non hai problemi quotidiani da risolvere? Non a caso i paesi più innovativi sono quelli dove di base si sta peggio. Dove o innovi o sei perduto. Quando invece si vive nella propria zona di comfort si tende a chiudersi in se stessi, ad avere paura di tutto quello che viene da fuori e a fare di tutto per evitare che le cose cambino. Non si guarda al lungo periodo, ma solo al breve. Un po’ come l’uomo che cade da un palazzo di 50 piani, e pensando di saper volare si ripete: “Fino a qui, tutto bene”. Ma ignora che il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.

A domani, Jacopo


Ci viene insegnato come non cadere, ma non come rialzarci.

Più tempo passo con i miei figli, più mi rendo conto di come nella vita tendiamo molto di più a insegnare come non cadere, o come non fare errori, piuttosto che come rialzarsi quando si cade o come rimediare agli errori che si fanno. A scuola ci viene insegnato come fare bene qualcosa, ma non ci viene insegnato cosa fare quando le cose non funzionano. Quando ai nostri figli insegniamo ad andare in bicicletta, gli spieghiamo come non cadere, ma non gli spieghiamo come rialzarsi. E così succede anche al lavoro e nella vita di tutti i giorni. L’obiettivo è mettere le persone nelle condizioni di non fare errori. Ma visto che di errori ne facciamo in continuazione, forse sarebbe utile insegnare anche ad affrontarli, e non solo ad evitarli.

A domani, Jacopo


Il processo di costruire qualcosa dal nulla.

“Amo il processo di costruire qualcosa dal nulla. È più interessante del risultato”. Lo ha detto la fondatrice di 10 Corso Como, Carla Sozzani, durante un’intervista che ho letto qualche giorno fa su Monocle. Concordo. Spesso tendiamo a focalizzarci unicamente sul risultato, dimenticandoci dell’importanza del processo che porta a quel risultato.

A domani, Jacopo


Faketellers.

Come è noto, il Ministro della Propaganda del Terzo Reich Joseph Goebbels, aveva un principio chiaro in mente: una bugia raccontata una volta rimane una bugia, ma una bugia raccontata migliaia di volte diventa realtà. Ai tempi di Goebbels Internet ancora non esisteva, e in pochi avevano il potere mediatico di far raccontare una bugia migliaia di volte. Oggi però con Internet è molto più facile, tanto che sta nascendo una nuova figura professionale che si potrebbe definire il “Faketeller”. Proprio come uno Storyteller racconta storie, ed è bravo a farlo. Solo che non sono storie vere, o quanto meno basate su una storia vera, ma sono storie false. Storie inventate. Storie costruite nei minimi dettagli per essere vere e raccontate talmente bene che sembrano vere e, di click in click, magari alla fine lo diventano.

A domani, Jacopo


George Lucas e l’importanza di mettere tutto a profitto.

Quando la 20th Century Fox comprò i diritti di Star Wars, chiese a George Lucas di dirigere il film per 500.000 dollari. Ma invece di accettare, Lucas propose ai manager della casa di produzione di tenere il suo salario più basso, 150.000 dollari, in cambio di due clausole: avere tutti i diritti sul merchandising e quelli sugli eventuali sequel del film. A quei tempi, nessun manager avrebbe scommesso su possibili sequel di un film che parlava di astronavi e guerre intergalattiche, e il merchandising non era ancora una grande fonte di ricavi. Così accettarono e Lucas firmò il contratto. Come tutti sappiamo Star Wars è stato un successo senza precedenti, ma il vero guadagno per George Lucas non arrivò dal botteghino, ma da tutto il resto: merchandising, musica, sequels, giochi, dvd, vhs, libri, fumetti, vestiti, licensing e qualsiasi prodotto marchiato Star Wars. Se non avesse chiesto di tenere i diritti, avrebbe comunque ricevuto un buono stipendio come regista ma sarebbe stato nulla in confronto a quanto ha guadagnato come imprenditore. Di fatto Lucas ha barattato una parte del suo stipendio fisso, 350.000 dollari, con dei diritti che negli anni gli hanno fruttato quasi 5 miliardi di dollari. Seguendo l’esempio di George Lucas, quando stai pensando a come rendere il tuo lavoro profittevole, non guardare in una sola direzione ma pensa a tutti i modi in cui il tuo lavoro potrebbe generare introiti.

Leggi la mia newsletter di oggi.

A domani, Jacopo


Un futuro di libri.

“Non serve bruciare i libri per distruggere una cultura. Basta convincere le persone a smettere di leggere.”
– Ray Bradbury

Ray Bradbury aveva ragione, il modo migliore per distruggere una cultura è convincere le persone a smettere di leggere. Ed effettivamente un presente (o un futuro) senza libri fa paura. Tuttavia l’impressione che ho (ma devo premettere che sono un inguaribile ottimista…) è che, nonostante i Social Media, la televisione e tutto il resto, le persone continuino a leggere libri. Soprattutto i ragazzi. Secondo un report pubblicato dall’Istat, la quota più alta di lettori si riscontra tra i ragazzi di 11-14 anni. E tra questi, legge l’80% di chi ha madre e padre lettori e solo il 39,8% di coloro che hanno entrambi i genitori non lettori. È per questo motivo che, come padre, una delle responsabilità più grandi che sento di avere è quella di leggere tanti libri e raccontare tante storie ai miei due figli. Perché così facendo voglio contribuire a generare un futuro dove si leggeranno e si scriveranno sempre più libri.

A domani, Jacopo


Luca Sburlati


Oggi su FIRED ho intervistato Luca Sburlati. Ci sono imprenditori che puntano a costruire le aziende migliori al mondo, e quelli che puntano a costruire le aziende migliori per il mondo. Ci sono imprenditori che vedono nella sostenibilità dei propri prodotti un limite, e quelli che la vedono come un’opportunità. Ci sono imprenditori che producono quantità e quelli che producono qualità. Tanto come manager quanto come imprenditore, Luca Sburlati ha sempre scelto la qualità, l’innovazione e la sostenibilità. Laurea in Scienze Politiche internazionali e MBA alla Bocconi, Luca appartiene a una nuova generazione di imprenditori del fashion italiano che crede nel sogno di trasformare il “Made in Italy” nel pioniere della moda sostenibile nel mondo. E ogni giorno, con le aziende di cui è a capo, lavora per raggiungere questo sogno.

Leggi l’intervista.

A domani, Jacopo


Lavorare è come guidare, meglio non distrarsi.

In un suo post, l’autore americano Paul Jarvis scrive di trattare il lavoro come se stesse guidando: Notifications = distractions. Proprio come è illegale guidare e nel frattempo scrivere o ricevere messaggi, allo stesso modo dovrebbe essere illegale (o comunque molto sconsigliato…) lavorare e, nel frattempo scrivere o ricevere messaggi. Mi sembra un ragionamento intelligente. È vero, se mentre stai lavorando ti continui a distrarre per scrivere o leggere messaggi, non rischi di schiantarti. Però rischi di non fare bene il tuo lavoro oppure di metterci molto più tempo di quello che servirebbe.

A domani, Jacopo


La felicità è una questione di metriche.

Qualche tempo fa ho ascoltato un’intervista allo scienziato Paul Dolan che sosteneva come per essere felici sia fondamentale conoscersi, sapere cosa ci fa stare bene e vivere secondo le proprie metriche, non quelle di qualcun altro. Ed ha ragione. Spesso giudichiamo la nostra vita non secondo le nostre metriche, secondo quello che noi vogliamo o quello che ci fa stare bene. Ma secondo quelle di qualcun altro. Quelle dei nostri genitori, quelle della società in cui viviamo, o delle persone che conosciamo. E questo ci rende profondamente infelici perché passiamo la vita a comparare la nostra felicità con quella di qualcun altro, spesso senza neanche sapere se questa persona sia veramente felice. Non pensiamo a quello che ci fa stare bene. Ma solo a quello che qualcuno ha (o pensiamo che abbia) e che noi non abbiamo. Soldi, Followers, Amici, Successo, Amore. È tutto una sfida. Con la beffa che non c’è limite alla sfida. Perché ci sarà sempre qualcuno migliore di noi. Se invece capiamo cosa conta veramente per noi, cosa ci fa stare bene e usiamo questa come unica metrica per la nostra felicità, allora non possiamo che migliorarci (ed essere felici) ogni giorno di più.

A domani, Jacopo


Se non passi, non segni.

Qualche giorno fa ero al parco con i miei due figli e stavo osservando alcuni bambini giocare a calcetto. Tra tutti, c’era un bambino che era particolarmente bravo. Riusciva a fare tutto il campetto con il pallone attaccato ai piedi. Era molto bravo. Eppure non segnava mai. Non segnava perché non passava mai la palla. Voleva fare tutto lui. E quando i bambini della squadra avversaria lo hanno capito, hanno iniziato a marcarlo da tutte le direzioni. Risultato, appena prendeva la palla, tutti andavano su di lui e lui perdeva la palla prima di riuscire a tirarla in porta. Che Guevara, diceva che ognuno di noi da solo non vale nulla. Ed effettivamente è vero. Qualsiasi sia il gioco cui vogliamo giocare o il progetto che vogliamo realizzare, se non lo condividiamo con altre persone sarà molto più difficile portarlo a termine.

A domani, Jacopo


Un’idea: WePark.

Nel 2016 ho pubblicato un libro (L’Impresa Concentrica), in cui analizzo alcuni dei modelli di business che stanno cambiando il modo di fare impresa. Uno dei punti in comune di molte delle aziende che ho analizzato è l’utilizzo in maniera innovativa di risorse inutilizzate. WEPARK è una StartUp che si basa su un’idea interessante: in una città come San Francisco dove uno spazio coworking costa minimo 400 dollari, perché non usare gli spazi destinati al parcheggio? Non so se l’idea decollerà. Ma trovo sempre stimolante provare a dare un senso nuovo a qualcosa di vecchio.

A domani, Jacopo


Maria Callas e l’importanza di trovare il giusto maestro.

Maria Callas è considerata una delle più grandi soprano di tutti i tempi. La sua fama e la sua voce erano tali da valerle l’appellativo di “Divina”. Ciò nonostante da piccola era goffa, sgraziata e non aveva particolari velleità musicali. Tutto cambiò quando, a sedici anni, la Callas entrò nel conservatorio di Atene ed ebbe la fortuna di avere come insegnante Elvira de Hidalgo, soprano spagnola, che la fece appassionare alla musica. Grazie a questo incontro la Callas iniziò la sua veloce trasformazione nella Divina cantante che fece la storia della musica. Spesso si pensa che il ruolo di un insegnante si quello di insegnare. Quello di trasmettere e condividere il sapere. Ma questa è la base. È un gesto quasi meccanico. Il vero ruolo di un insegnante è quello di far appassionare i propri studenti, di farli innamorare della materia. E questo è un gesto profondamente umano.

Leggi la mia newsletter di oggi.

A domani, Jacopo


Perdersi nella ricerca.

“La ricerca è quello che faccio quando non so cosa sto facendo.”
– Wernher von Braun

Nel bene, in qualità di scienziato e visionario che portò l’uomo nello spazio, e nel male, in qualità di scienziato della Germania nazista che ideò i razzi V-2, Wernher von Braun è stato uno dei più grandi scienziati aerospaziali della storia. Un giorno scrisse che la ricerca per lui era quello che faceva quando non sapeva cosa stesse facendo. Ed è vero. L’unico modo per far ricerca e scoprire qualcosa di nuovo è perdersi. Provare strade che non si erano mai provate. Svuotare la mente. Lasciarsi guidare da quello che si trova e non da quello che si vuole trovare. La ricerca non può essere pianificata. Bisogna darle fiducia. Anche se a volte ci sembra di perdere tempo, in realtà stiamo costruendo le basi per la nostra prossima scoperta.

A domani, Jacopo


Film meccanici.

“Lo Spietato” (lo trovi su Netflix) è il secondo (dopo “Rock the Kasbah”) film che ho visto questo mese e che non mi è piaciuto. Non mi è piaciuto per lo stesso motivo per cui non mi è piaciuto “Rock the Kasbah”: la sceneggiatura. Più film prodotti da Netflix vedo, più ho l’impressione che si investa sempre di più sugli effetti speciali, sul marketing, sugli attori, sulla regia e sulla scenografia, ma sempre meno sulla sceneggiatura. È come se stessimo andando verso una produzione taylorista dei film. Una produzione di massa sempre più meccanica e sempre meno umana. Si studia quello che funziona e si spendono un sacco di soldi nella produzione e nella promozione, ma non si dà il giusto peso a quello che ritengo l’essenza di un film, ovvero la sua storia. E questo è rischioso perché il risultato potrebbe essere un’inutile quantità di film sempre più uguali tra loro e sempre meno originali.

A domani, Jacopo


Una parola: Exnovation.

Nella serie televisiva “How I Met Your Mother”, Barney Stinson aveva una buona regola per affrontare ogni cambiamento: “New Is Always Better”. Tutto ciò che è nuovo è sempre meglio. L’idea per cui il nuovo è sempre meglio del vecchio però, non vale per tutto. Come ci ricorda lo scrittore polacco Ryszard Kapuściński, non tutto ciò che è nuovo è necessariamente buono. Ed ha ragione. In un mondo dopato d’innovazione, c’è un concetto molto meno conosciuto, ma non meno importante: “Exnovation”, un termine che ha un significato opposto a quello di innovazione e indica una condizione per cui un prodotto o processo viene standardizzato per assicurarsi che non venga più innovato. Non sempre infatti un prodotto deve essere innovato, a volte va già bene così. Si può migliorare ma non si deve cambiare. Perché il rischio dell’innovazione a tutti i costi è spendere soldi per creare innovazione che non è necessaria, ritrovandosi così in una situazione lose-lose: si perdono soldi e contemporaneamente si perde valore.

A domani, Jacopo


Dallo schermo piccolo a quello grande (e ritorno).

Ogni giorno ci svegliamo e guardiamo il piccolo schermo del nostro smartphone per spegnere la sveglia e controllare le notifiche, poi accendiamo quello un po’ più grande del nostro tablet per leggere il giornale, poi quello ancora un po’ più grande del computer per lavorare, poi ancora lo schermo dello smartphone mentre torniamo a casa, e poi la sera, lo schermo grande della nostra tv per vedere una serie o un film. Finito il film, ancora lo schermo piccolo per controllare i social e le notifiche, e infine lo schermo medio per leggere. Fino a quando non ci addormentiamo. Un tempo il ritmo della nostra vita era scandito dalla luce del sole oggi dalla grandezza del nostro schermo.

A domani, Jacopo


Non contano gli ingredienti che abbiamo ma come li mescoliamo.

“Rock the Kasbah” racconta una bella storia, ha una bella scenografia, una bella colonna sonora, una bella fotografia,uno splendido Bill Murray, un buon Bruce Willis e una sensuale Kate Hudson. Tutti gli ingredienti del film sono validi. Eppure è un film brutto. Un film che non mi sentirei di consigliare a nessuno. Perché avere dei buoni ingredienti non basta. Quello che conta veramente è come li mescoli. Cosa riesci a creare con quello che hai. A volte per fare un bel film non serve molto meno. Non serve un cast stellare o una regia d’autore. Quello che conta veramente è la storia e come viene raccontata. Ovvero la sceneggiatura. È questa che fa veramente la differenza. E in un mondo che va verso l’automazione di tutto, questa è, per noi umani una bella notizia. Perché la sceneggiatura è l’elemento più umano di un film. Oggi molte scenografie vengono fatte al computer, una volta sono stato ospite di una trasmissione su Sky dove le telecamere si muovevano da sole, è verosimile che un domani molti attori verranno creati in 3D. Ma è difficile che un computer riuscirà un domani a scrivere una sceneggiatura degna della creatività umana.

A domani, Jacopo


Il mercato vale di più delle previsioni.

Qualche giorno fa stavo parlando con un giovane imprenditore entrato da poco nel mondo degli investimenti privati. Con una certa incredulità mi domandava come funzionasse la valorizzazione di un’azienda. In base a cosa un’azienda avesse un determinato valore economico e quindi quanto potesse chiedere in cambio di una parte di equity. Certo, si possono attualizzare previsioni sui fatturati o fare quantificazioni legate all’ampiezza del mercato di riferimento. Ma alla fine quello che conta veramente è il mercato degli investitori. Quello che conta è quanti soldi sono stati messi da altri investitori per la stessa parte di equity. Se riesci a convincere un investitore a darti 250.000 € per il 25% della tua start up, allora la tua StartUp vale 1 milione. Funziona così per tutto. Uber ha una valorizzazione di mercato che supera i 70 Miliardi perché continua ad attrarre investitori che credono nel progetto e iniettano capitale. E più capitale iniettano più l’azienda vale. Quando facevo il curatore d’arte vedevo la stessa logica applicata alle opere d’arte. Era un’asta. Più persone volevano un’opera e più erano disposti a spendere, più l’opera valeva. Punto. È la regola della domanda e dell’offerta. Vale tanto per l’arte quanto per le StartUp.

A domani, Jacopo


Chris Rock e l’importanza di testare le proprie idee.

Quando ero giovane (ai tempi dell’università) con alcuni amici avevo un club, si chiamava S’agapò, e ogni Martedì sera organizzavamo spettacoli di cabaret dove attori (e aspiranti tali) venivano per sperimentare le proprie battute. Per chi fa cabaret, è importante avere dei momenti dove testare le proprie idee. Il comico americano Chris Rock per esempio fa così. Va in un locale e, senza farsi annunciare, sale sul palco. Prova battute, espressioni e gag. E poi si appunta le reazioni del pubblico. La gran parte delle battute non funzionano, ma alcune sì. Così Rock se le segna, ci lavora e, dopo mesi passati tra i club, è pronto per fare i suoi show da un’ora dove ogni battuta funziona. I comici usano le serate nei club per fare dei test e capire cosa tenere e cosa togliere. Gli imprenditori invece usano il mercato. Il modo migliore per capire se l’idea che hai in testa funziona è fare tanti test di mercato con pubblici differenti, prendere nota di cosa funziona e cosa non funziona e aggiustare il tuo prodotto o servizio prima di risalire sul palco.

Leggi la mia newsletter qui.

A domani, Jacopo


L’illegale è il nuovo legale.

Come dice lo street artist Banksy è meglio chiedere il perdono che il permesso. Ed effettivamente nella Street Art funziona così. Chi fa un’opera in strada al massimo chiede il perdono ma non certo il permesso. È il compito dell’arte, shoccare e stupire. Ultimamente però, anche il mondo dell’impresa sembra andare in questa direzione. Molte delle più importanti Start Up a livello globale, da Uber a Airbnb, poggiano il loro modello di business su un’attività ai limiti del legale. Non hanno chiesto il permesso. Non si sono domandate se fosse possibile farlo. Lo hanno fatto. E al massimo un domani chiederanno il perdono (ovvero pagheranno qualche multa), ma intanto stanno rivoluzionando interi settori. Ed è normale, perché l’innovazione ha sempre rotto le regole delle istituzioni. E, mai come oggi, l’innovazione va a una velocità tale da infrangere ogni regola, ancor prima che chi dovrebbe garantire la regolarità dei mercati se ne possa accorgere.

A domani, Jacopo


Festa del lavoro (e di chi se lo inventa).

Primo Maggio. Viva il lavoro e chi se lo inventa.


Jazzentrepreneur.

“Quando non sai cos’è, allora è Jazz!”
– A. Baricco

Come scrisse Baricco nel suo Novecento, “Quando non sai cos’è, allora è Jazz!”. E fare l’imprenditore è un po’ come fare Jazz. L’imprenditore è quel lavoro che fai quando non sai cosa stai facendo. Per fare l’imprenditore devi sapere improvvisare, più che eseguire. Quando fai l’imprenditore non ci sono strade predefinite o regole certe. Conta il risultato e l’armonia che si riesce a creare quando si lavora con altre persone.

A domani, Jacopo


Riunioni.

Qualsiasi sia il lavoro che facciamo, per farlo, facciamo riunioni. È impossibile evitarle. Ma è possibile evitare che si trasformino in una gigantesca perdita di tempo con cinque semplici regole:

  • Condividere l’ordine del giorno con tutti i partecipanti almeno un paio i giorni prima della riunione così che tutti possano arrivare preparati e si possano saltare le introduzioni.
  • Invitare solo le persone strettamente necessarie. Meno si è e più si decide.
  • Darsi un tempo e, se possibile, dare un tempo ad ogni punto dell’ordine del giorno.
  • Essere propositivi e concreti. Individuare un problema chiaro e proporre soluzioni concrete.
  • Chiudere la riunione dando ad ognuno dei compiti chiari, concreti e fattibili.

A domani, Jacopo


Meglio un vero ignorante che un falso esperto.

Nel film “La Sirenetta” Scuttle è un gabbiano che dà informazioni ad Ariel sugli usi e costumi del mondo umano. In realtà Scuttle non ne sa nulla degli usi e costumi degli umani, eppure si vende come il massimo esperto in materia. Così quando la Sirenetta gli mostra alcuni degli oggetti che ha trovato in un relitto, lui le spiega che la forchetta è in realtà un pettine e una pipa è uno strumento musicale. La Sirenetta è un film d’animazione, ma il mondo è pieno di personaggi come Scuttle. Personaggi che non si fanno nessun problema a mentire pur di apparire esperti generando mostri mediatici e Fake News. E allora molto meglio un vero ignorante che un falso esperto. Perché l’ignoranza può generare conoscenza. Mentre la finta conoscenza genera solo ignoranza.

A domani, Jacopo


La svolta di Ghali.

Ogni tanto mi perdo su Internet. È il mio modo di fare ricerca. Inizio a cliccare su un link dietro l’altro per vedere dove vado a finire. Qualche giorno fa questa ricerca disordinata mi ha portato a vedere un video su YouTube che racconta l’evoluzione artistica del rapper Ghali dal 2009 al 2017. La cosa che più mi ha colpito è che, come spesso accade nella musica, all’inizio Ghali imitava i molti rapper del tempo. Stesse canzoni, stesso immaginario e stesse parole. E il risultato era mediocre (uno dei suoi primi EP è stato addirittura considerato dalla critica come uno dei punti più bassi dell’hip hop italiano). La svolta nella sua carriera è avvenuta solo quando ha deciso di lavorare su se stesso, su un proprio stile e, soprattutto, su una propria personalità. Quando ha abbandonato l’immaginario del rapper di periferia che si auto celebra con rime scontate, per dare spazio alle proprie origini e alle proprie sonorità. Quando ha smesso di seguire quello che facevano gli altri per essere uno dei tanti rapper in circolazione, e ha avuto il coraggio di provare a diventare qualcosa che solo lui poteva essere.

A domani, Jacopo


Lawrence d’Arabia e l’importanza di sognare di giorno.

Lawrence d’Arabia ha segnato la storia del Novecento vivendo una vita in bilico tra leggenda e realtà. Nella sua biografia, scrisse che tutti gli uomini sognano, ma non tutti allo stesso modo. Ci sono quelli che sognano di notte e quelli che sognano di giorno. I primi sono innocui perché non provano neanche a realizzare i loro sogni. I secondi invece sono pericolosi perché possono mettere in pratica i loro sogni e renderli possibili. Lawrence d’Arabia appartiene a questa seconda categoria. Fin da giovane infatti, ha sempre combattuto per vivere la vita che voleva vivere. Spesso sentiamo dire di seguire i nostri sogni. E ci sta. I sogni sono positivi. Ma non bastano. Dobbiamo avere il coraggio di affrontare le sfide necessarie per trasformare i nostri sogni in realtà. Senza questo coraggio, i sogni sono molto più simili a delle illusioni. E le illusioni sono terribili, perché danno al nostro cervello la sensazione di aver già raggiunto i nostri obiettivi, ci rilassano e non ci danno la motivazione che ci serve. E in questo modo i nostri sogni rimangono solo dei sogni e una volta passata l’ubriacatura da sogno, la realtà è peggiore di quella che era un tempo.

Leggi la mia newsletter di oggi.

A domani, Jacopo


Il 25 Aprile che sarà.

“Post – truth is pre – fascism.”
– T. Snyder

Oggi è il 25 Aprile. Una data vecchia 74 anni. Ma ancora molto attuale. Perché nell’era delle Fake News, del populismo politico e di quello mediatico, dei luoghi comuni, delle grandi paure, dell’incertezza, dei Social Media, dei reality, della nostalgia, dei Big Data, dei contratti firmati ma non letti, delle super potenze tecnologiche, dei giornali che chiudono e dei libri che non si leggono, penso sia importante ricordarsi che, come scrisse Timothy Snyder, la post-verità è il pre-fascismo.

A domani, Jacopo


Cause Perse.

“Inseguire una causa persa ostacola le cause che ancora non hai perso.”
– S. Godin

Qualche giorno fa ho letto un post di Seth Godin in cui l’autore americano raccontava di aver rotto due ciotole. Stava svuotando la lavastoviglie con due ciotole in mano. A un certo punto, una delle due gli cade. La sorte della ciotola era già decisa: infrangersi sul pavimento della cucina. Non c’era niente da fare. Tuttavia, Godin, prova a salvarla. Ma nel farlo, lascia cadere anche la seconda ciotola. Risultato, si ritrova con entrambe le ciotole rotte. Anche se non è facile, spesso, la cosa migliore da fare con una causa persa è lasciar perdere. Perché provare a perseguirla, ostacola le cause che non hai ancora perso. E il rischio, proprio come per le due ciotole di Seth Godin, è sacrificare una buona causa nel vano tentativo di salvarne una persa.

A domani, Jacopo


Leggere.

Oggi è la giornata mondiale del libro e penso che leggere sia una delle azioni più importanti e significative che possiamo fare. Perché leggere vuol dire conoscere e conoscere vuol dire essere liberi e essere in grado di difendere la libertà, propria e degli altri. È per questo motivo che nonostante la televisione, nonostante Internet, i Social, la Radio e i giornali. Nonostante tutti i media che l’uomo ha inventato dal 1455 in avanti, il libro rimane ancora il mio media preferito. Leggo circa un libro a settimana e leggere (come scrivere) è una delle poche attività che mi piace fare indipendentemente dal risultato. Mi fa stare bene. Lo so. Viviamo nell’era della distrazione di massa ed è sempre più difficile ritagliarsi del tempo per leggere un libro. Ma penso sia importante (e fattibile). Nel suo blog, Austin Kleon suggerisce cinque regole per leggere di più: 1) Smetti di leggere libri che non ti piacciono; 2) Porta sempre un libro con te; 3) Tieni il tuo telefono in modalità aerea; 4) Visita regolarmente la tua libreria di fiducia; 5) Condividi i libri che più ti piacciono con gli altri.

A domani, Jacopo


I conti non tornano.

Secondo uno studio pubblicato su Forbes, il 66% dei nativi digitali soffre di workaholism, si sente di lavorare troppo e non staccare mai. Ed effettivamente è vero. Lavoriamo sempre. In vacanza, in malattia, la sera e anche nei week end. Il che non è un problema in sé. Il problema sono i risultati. Noi Millenials lavoriamo di più, abbiamo a disposizione una tecnologia all’avanguardia che dovrebbe renderci molto produttivi (ovvero permetterci di lavorare di meno e produrre di più) e viviamo in un’epoca di ricchezza e abbondanza eppure i Millenials sono sempre più poveri. Come è possibile? I conti non tornano. Lavoriamo sempre di più e guadagniamo sempre di meno. Eppure è così. Il che mi fa pensare che forse il nostro modo di lavorare andrebbe rivisto. Forse non staccare mai non fa così bene. Forse essere sempre “incasinati” e multitasking non è il modo giusto di lavorare. E forse tutta questa tecnologia non è vero che ci rende più produttivi.

A domani, Jacopo


Vedo i film per vedere me stesso.

“Leggo i libri per leggere me stesso”
– S. Birkerts

Nel suo “The Gutenberg Elegies”, l’autore americano Sven Birkerts scrisse che leggeva i libri per leggere se stesso. A me succede lo stesso con i film. Vedo i film per vedere me stesso. Guardare film mi permette di vedere me stesso, i miei comportamenti o quello che mi succede da un punto di vista che non è il mio. Mi permette di vedere la mia vita da fuori. E questo aiuta, perché quando ci si osserva da fuori, tutto diventa molto più oggettivo e si riesce a dare il giusto peso alle cose. Audrey Hepburn diceva che tutto quello che aveva imparato lo aveva imparato dai film. Forse è esagerato, ci sono molte lezioni che ho imparato anche dai libri e dalle esperienze che ho vissuto, ma i film rimangono una delle mie principali fonti di insegnamento.

A domani, Jacopo


Un documentario: Into The Inferno.

Da quando quest’estate ho portato i miei due bimbi a Pompei, il più grande dei due è diventato un appassionato di vulcani. Così mi sto facendo una cultura in merito di vulcanologia. Qualche sera fa ho visto su Netflix “Into the Inferno” un documentario scritto e girato dal gigante del cinema Werner Herzog. Il documentario segue l’esplorazione di vulcani attivi a Vanuatu, in Indonesia, Islanda, Corea del Nord ed Etiopia, raccontati con l’inconfondibile voce, a tratti spettrale, del regista tedesco. I vulcani sono in realtà un espediente per indagare la cultura di popoli molto diversi tra loro, ma uniti da una venerazione per la meraviglia e dal terrore dei vulcani con cui condividono la loro esistenza.

A domani, Jacopo


Hanson Gregory e l’importanza di trasformare un problema in un tratto distintivo.

Si dice che non tutte le ciambelle riescano con il buco, tuttavia le ciambelle non nascono con il buco. Non lo hanno mai avuto fino al 1847 quando un giovane marinaio di nome Hanson Gregory non gli diede questa forma. Gregory amava cucinare le ciambelle, ma la parte al centro spesso era poco cotta. E questo non gli piaceva. Così un giorno, mentre era a bordo di una nave mercantile, prese una piccola scatola di latta e fece un buco in mezzo alla pasta. Da quel momento tutte le ciambelle hanno il buco. Anche se non cuciniamo ciambelle con il buco, a volte il modo migliore per risolvere un problema non è trovargli una soluzione, ma eliminarlo alla radice e trasformare la sua assenza nel proprio tratto distintivo.

Leggi la newsletter di oggi.

A domani, Jacopo


Troppe buone abitudini sono una cattiva abitudine.

Questo è il mio duecentesimo post di fila. A Ottobre mi ero dato l’obiettivo di scrivere un post di massimo 200 parole al giorno. E fino ad ora non ho mai saltato un giorno. La considero una buona abitudine. Mi aiuta ad organizzare i pensieri e mi stimola nuove riflessioni. Tuttavia in questi ultimi sette mesi mi sono reso conto che troppe buone abitudini sono una cattiva abitudine. Quando si hanno troppe buone abitudini, si finisce per farle tutte male e appesantirsi inutilmente la vita. Così mi sono dato una nuova buona abitudine: quando una nuova buona abitudine entra, una vecchia buona abitudine esce.

A domani, Jacopo


Alessandra Lomonaco.

Questa settimana su FIRED ho intervistato Alessandra Lomonaco. Come scrisse il filosofo statunitense David Weinberger, quando sei la persona più intelligente nella stanza, vuol dire che sei nella stanza sbagliata. E nel 2013, dopo vent’anni di carriera nel campo del controllo aziendale, Alessandra ha sentito il bisogno di cambiare stanza. Ha capito che la carriera in azienda, non faceva per lei. Ha capito che aveva bisogno di nuovi stimoli, di imparare ogni giorno cose nuove e, soprattutto, di avere maggiore autonomia. Così, dopo un Executive MBA decide di cambiare non solo stanza, ma anche vita. Lascia il lavoro da manager e si mette in proprio. Entra nel mondo delle start up e della consulenza. E dal quel momento non torna più indietro, perché, usando le sue stesse parole, quando lasci la carriera da dipendente per metterti in proprio, non stai solo cambiando lavoro, ma stai cambiando identità e questo è un passaggio irreversibile.

Leggi l’intervista.

A domani, Jacopo


L’età giusta per fare l’imprenditore.

Spesso si pensa che l’età giusta per fare l’imprenditore sia vent’anni, quando si è ancora giovani e si ha poco da perdere. Il mito dello Startupper ventenne che lascia l’università per fondare la propria azienda miliardaria ha generato una visione alterata dell’imprenditoria. Ma la realtà è molto diversa. Uno studio pubblicato dall’Harvard Business Review, ha messo in luce che l’età media dei fondatori di Start Up di successo (ovvero che durano nel tempo), non sia vent’anni, ma 45. Quindi, se vuoi fare l’imprenditore non rinunciare al tuo sogno solo perché non hai più vent’anni.

A domani, Jacopo


Il problema numero uno dell’Italia: Il capitale umano.

Questo grafico, preso dal sito REDI della London School Of Economics, compara l’Italia del Nord Ovest con Londra e riassume molto bene il problema numero uno dell’Italia, ovvero il capitale umano. In Italia il problema non sono tanto i fondi o l’innovazione di processo (dove l’Italia del Nord Ovest e l’area metropolitana di Londra sono vicini), quanto le persone e il networking. E in un mondo del lavoro dove le persone sono la risorsa più strategica, questo è un problema serio. In Italia mancano i talenti. Non perché non ci siano, ma perché non vengono coltivati e valorizzati, e quindi abbandonano il nostro paese. Negli ultimi dieci anni il numero di italiani che si sono trasferiti all’estero è triplicato. Qualsiasi riforma e qualsiasi discussione sul tema del lavoro in Italia, dovrebbe, a mio avviso partire da questo punto. Come valorizzare le persone. Come creare un ecosistema che permetta alle persone di lavorare al meglio e valorizzare il proprio talento. Qualsiasi altro tema è secondario. Perché senza persone non c’è innovazione e senza innovazione non c’è futuro.

A domani, Jacopo


Cambiare il futuro (non il passato).

“Non puoi andare indietro nel tempo e cambiare l’inizio delle cose, ma puoi partire da dove sei e cambiarne la fine.”
– C. S. Lewis

Lo scrittore, e autore de “Le cronache di Narnia”, C S Lewis, un giorno scrisse che non si può andare indietro nel tempo e cambiare l’inizio delle cose, ma si può partire da dove si è e cambiarne la fine. Ed ha ragione. Spesso ci concentriamo troppo sul passato con l’improbabile illusione che le cose passate possano cambiare. Non cambiano. Punto. Quello che può cambiare invece è il nostro futuro. Gli errori si fanno, gli imprevisti accadono e i bei tempi passano. Possiamo guardarci indietro e sperare che le cose brutte non siano mai successe e le cose belle ritornino. Oppure possiamo guardarci avanti e lavorare ogni giorno per far sì che il nostro futuro (e quello di chi verrà dopo di noi) sia meglio del nostro passato.

A domani, Jacopo


Interazione o Distrazione?

In occasione della Milano Digital Week, sono stato invitato a parlare di Knowledge Interaction, ovvero di quali sono le ultime innovazioni che permettono alle persone di interagire con la conoscenza e la cultura. Ce ne sono molte. La realtà virtuale, quella aumentata, la digitalizzazione, la stampa 3D, l’intelligenza artificiale e i BOT, Internet e molte altre. Di fronte a tutte queste innovazioni però, mi sono domandato quale sia il limite tra interazione e distrazione. E quindi quanto queste tecnologie aiutino veramente le persone, e in particolare gli studenti, a imparare. Diversi mesi fa avevo letto un articolo sul New York Times che raccontava di come in America stia accadendo un fenomeno interessante. Mentre le scuole pubbliche sono sempre più digitalizzate e cerchino di dare un device ad ogni studente, quelle private e, più in particolare, quelle frequentate dai figli dei ricchi della Silicon Valley, stanno mettendo al bando qualsiasi schermo di qualsiasi device. Il che mi fa pensare che la tecnologia legata alla formazione alla fine sia più una distrazione che un supporto.

A domani, Jacopo


Charles Bukowski e l’importanza di tenere duro.

Charles Bukowski iniziò a scrivere quando era ancora un adolescente, pubblicò il suo primo racconto breve nel 1943 a ventitré anni e continuò a scrivere (e inviare a molte case editrici) poesie e racconti per tutta la sua vita. Eppure, nessuno si accorse del suo talento fino al 1969, quando un piccolo imprenditore di nome John Martin vide in lui il nuovo Walt Whitman e aprì una casa editrice chiamata Black Sparrow con il solo scopo di pubblicare il primo romanzo di Bukowski: “Post Office” che introdusse il personaggio di Henry Chinaski e lanciò la carriera di uno degli autori più significativi del Ventesimo secolo. Quando ti metti in proprio, a volte può andarti bene al primo colpo, ma il più delle volte devi tenere duro per anni prima di realizzare il tuo sogno. E questa è una bella notizia, perché più tieni duro e più ci credi, più avrai la costanza e la determinazione per far durare il successo della tua attività nel lungo periodo.

Leggi la newsletter di oggi.

A domani, Jacopo


Non vincono i migliori, ma i più tenaci.

Come ho letto qualche tempo fa sull’oroscopo di Rob Brezsny, per migliaia di generazioni i nostri antenati sono stati capaci di procurarsi il cibo di cui avevano bisogno usando una tecnica chiamata caccia per sfinimento. Di solito non erano veloci come gli animali che inseguivano, ma avevano un vantaggio: potevano braccare la loro preda senza fermarsi finché quella si stancava, anche perché avevano meno pelo e quindi soffrivano meno il caldo. Molti degli imprenditori che sono riusciti a realizzare i propri progetti non erano i più bravi o i più capaci, ma i più tenaci. Erano quelli che riuscivano a sopportare più a lungo la fatica e il disagio di continuare a provare a realizzare le proprie idee senza perdere l’entusiasmo e la determinazione. Erano sicuri che prima o poi ce l’avrebbero fatta e che la direzione era quella giusta, e sono sempre andati avanti per la loro strada.

A domani, Jacopo


Se hai paura che ti rubino l’idea, vuol dire che non credi abbastanza in te stesso.

Una delle domande che mi fanno più spesso è come proteggere la propria idea. Risposta diplomatica: Puoi far firmare un NDA, puoi registrare la tua idea o quanto meno il tuo marchio oppure puoi registrare il brevetto. Ma la risposta vera è che se hai paura che ti rubino l’idea vuol dire che non credi abbastanza in te stesso. L’idea è importante, ma quello che fa veramente la differenza è come tu la realizzi. E quindi quello che fa veramente la differenza non è la tua idea, ma tu stesso. È per questo motivo che una delle parti più importanti (e più trascurate) quando si valuta un business plan è il team. È il team che determinerà il successo di un’idea. Non l’idea in sé o i soldi che può generare. Se c’è il team giusto e giustamente motivato e dedicato, l’idea funziona. Se c’è il team sbagliato o non sufficientemente dedicato, l’idea non funziona.

A domani, Jacopo


Justification Narratives.

Ieri ho ascoltato un’intervista alla psicoterapeuta forense Gwen Adshead. Uno dei concetti più interessanti del podcast è quello di “Justification narratives”, ovvero le storie che ci creiamo nella nostra mente per giustificare le nostre decisioni. È un meccanismo psicologico molto comune, ma anche molto rischioso. Perché non ci permette di vedere la realtà per quella che è, ma solo per la versione che noi vogliamo darle. Funziona così tanto nella vita privata quanto in quella professionale. Dietro a molti fallimenti o errori spesso si nasconde proprio una “Justification narrative” che ha portato manager o imprenditori a cercare di più una storia per giustificare (in primis a se stessi) quello che avevano fatto piuttosto che una soluzione ai problemi che avevano creato.

A domani, Jacopo


Capire il problema è più importante che risolverlo.

Risolvere un problema è importante, e di “problem solver” è pieno il mondo. Ma quanti sono in grado di capire il problema da risolvere? Perché capire un problema e risolvere un problema sono due cose molto diverse. Se lo vediamo in un’ottica professionale, il compito di un consulente non è tanto risolvere un problema che un’azienda pensa di avere (anche se è pagato per questo…) quanto piuttosto capire quale sia il problema da risolvere, un problema che il più delle volte un’azienda non sa neanche di avere.

A domani, Jacopo


Captain Puffa.

Uno degli ultimi film che ho visto con i miei bimbi è “I Puffi: Viaggio nella foresta segreta”. La trama è molto semplice. Quattrocchi, Tontolone e Forzuto seguono Puffetta nel suo viaggio all’interno della foresta proibita dove scoprono una popolazione di Puffe. Una realtà speculare a quella dei Puffi ma al femminile. Al posto di Grande Puffo, c’è la Grande Puffa Mirtilla, poi c’è la Quattrocchi, la Tontolona e così via. Il film si regge su due dei principali trend cinematografici degli ultimi anni: le donne e la nostalgia. La nostalgia per un tempo passato (i Puffi della nostra infanzia) ma evitando di ricordarci che era un tempo molto più al maschile che al femminile. È uno stratagemma che stanno adottando molti film, dall’ultimo Ghostbusters a Ocean’s 8. E che sta dietro al successo senza precedenti dell’ultimo film della Disney/Marvel: “Captain Marvel”. Un trionfo di nostalgia per gli anni Ottanta e Novanta (da “Top Gun” a “Independence Day”) riproposto vent’anni dopo al femminile.

A domani, Jacopo


Il super potere di un imprenditore.

“Il successo è dato da quanto in alto sei in grado di rimbalzare quando tocchi il fondo.”
– Generale Patton

Il generale Patton sosteneva che il successo fosse dato da quanto in alto siamo in grado di rimbalzare quando tocchiamo il fondo. E questa frase sintetizza bene l’approccio alla resilienza tipico della cultura americana. In psicologia, il termine “resilienza” indica la capacità di una persona di reagire in maniera propositiva a traumi, difficoltà o, più in generale, ad eventi negativi. Sebbene oggi sia molto utilizzata, “resilienza” è una parola con una lunga storia alle spalle. Già agli inizi del Novecento, il poeta e diplomatico francese Paul Claudel racconta, all’interno di una sua lettera, della resilienza degli Americani alla fine della presidenza Hoover poco dopo la Grande Depressione del 1929, descrivendola come una qualità che si esprime in concetti come elasticità, rimbalzo, essere pieno di risorse e buon umore. Ho sempre visto la “resilienza” come il super potere segreto di ogni imprenditore. Perché la vita di un imprenditore è molto più simile a una montagna russa che a un’autostrada. Ogni tanto sei al top altre volte ti senti a terra. Ma quello che conta è continuare ad andare avanti.

A domani, Jacopo


Max Tooney e l’importanza di andare dritto al punto.

In una scena del film “La leggenda del pianista sull’oceano”, Max Tooney è in coda davanti all’ufficio di reclutamento nella speranza di far parte del personale di bordo del transatlantico Virginian. Prima di lui, un signore si avvicina al reclutatore e alla domanda «Che sai fare?», risponde: «Ho fatto il cuoco, il fabbro, il sarto…», ma il reclutatore lo interrompe. Sono troppe le cose che ha fatto e così lo invita ad andarsene. Dopo di lui è il turno di Tooney che va dritto al punto: «So suonare la tromba. Nulla di più!» dice al reclutatore, che però non è interessato e lo manda via. Tooney allora apre la custodia della sua tromba e si mette a suonare tra la gente. Sentendolo, il reclutatore capisce il talento (e l’utilità) di Tooney e lo invita ad unirsi al personale di bordo. Quando ti proponi per un progetto o un lavoro, vai dritto al punto. Non confondere le idee raccontando tutto quello che hai fatto o sai fare. Capisci le persone che hai davanti e raccontagli quello che è veramente importante per loro. E se non lo capiscono, faglielo vedere (o sentire).

Leggi la mia newsletter di oggi.

A domani, Jacopo


Il ruolo dell’investitore.

Qualche giorno fa ho ascoltato un’intervista a Sir Gregory Winter, vincitore del Premio Nobel per la chimica 2018. La sua vita è piena di spunti interessanti, primo fra tutti il fatto che la scoperta che lo ha portato a vincere il premio Nobel l’ha fatta mentre era a letto convalescente dopo un grave incidente in bici. Tuttavia, ascoltando il podcast con le orecchie di un imprenditore, mi ha colpito il fatto che Winter ci abbiamo messo anni a convincere degli investitori a finanziare la sua invenzione. È incredibile perché Winter ha inventato una nuova classe di farmaci che oggi ha un mercato di 70 Miliardi. Eppure per anni nessun investitore è stato in grado di cogliere le potenzialità di mercato della sua invenzione. Questo accade perché a volte gli investitori si concentrano troppo sui numeri e troppo poco sul mercato e, così facendo, perdono contatto con la realtà. Ragionano meccanicamente e non umanamente. È per questo motivo che, spesso, il modo migliore per convincere degli investitori della potenzialità di un’idea è mostrargliela, fargliela provare e toccare con mano. Spostare l’attenzione da un foglio Excel alla realtà, che non è fatta solo di numeri a attualizzazioni di flussi di cassa.

A domani, Jacopo


Gianluca Diegoli.

Oggi su FIRED ho intervistato Gianluca Diegoli. Gianluca è un poliglotta dei media digitali. Abusa di internet dal 1995 e qualsiasi canale ci sia on line lui c’è. È su Tumblr, Twitter, Facebook, Medium, Instagram, Telegram, WhatsApp, LinkedIn e Messanger, ha un sito, un blog, un podcast, una newsletter. E in ogni canale parla un linguaggio differente. Su Instagram utilizza le fotografie per raccontare la sua Emilia con l’hashtag #emiliaisillinois, nei suoi podcast utilizza la voce e on line le parole scritte. Scrive da sempre, un po’ per scherzo, un po’ per passione e un po’ per non fare sport. Dopo 15 anni di management di marketing, decide di trasformare questa passione in una professione. Lascia il lavoro da dipendente, inizia a lavorare in proprio come independent marketing strategy advisor e nel 2004 apre uno dei blog di marketing più longevi e conosciuti in Italia: “Mini Marketing”.

Leggi l’intervista.

A domani, Jacopo


Una docuserie: Losers.

“Losers” è una docuserie che affronta il tema del successo in maniera contro intuitiva. Ovvero, parlando del fallimento e di come spesso un fallimento, anche clamoroso, possa innescare un percorso di realizzazione di se stessi. La docuserie racconta otto storie di sportivi che hanno affrontato importanti sconfitte e, dopo aver passato momenti di depressione e disperazione, sono riusciti ad uscirne e costruirsi una nuova vita, spesso migliore di quella che avevano vissuto come sportivi di successo.

A domani, Jacopo


Crescere è più importante di vincere.

Inutile nasconderlo, vincere fa bene al proprio ego, alla propria autostima e, se ci sono premi in denaro, anche al proprio portafogli. Tolto questo però, vincere non ha molto altro da offrire. Una volta che hai vinto, una volta che sei arrivato primo, cosa rimane? Niente. Se sei primo vuol dire che non hai più nulla da imparare. Personalmente ho sempre preferito crescere piuttosto che vincere. Quando si punta a crescere non importa se si arriva primi o secondi. Importa solo migliorarsi e imparare qualcosa di nuovo. Anzi, meno si vince più si impara. Si impara dagli altri e si impara dai propri errori. Crescere è molto più stimolante. Sbagli, impari, fai meglio, provi nuove strade e alla fine crei qualcosa di nuovo. Innovi o inventi qualcosa che chi è troppo concentrato ad arrivare primo neanche riesce a vedere. Nel mondo delle imprese succede spesso così. Grosse aziende ossessionate dall’essere leader di mercato vengono spazzate via da piccole realtà che non puntano ad essere prime, ma a crescere cambiando le regole del gioco.

A domani, Jacopo


L’importanza di mettersi in gioco e risolvere un problema.

Qualche giorno fa, girando per la rete ho visto il video con cui David Barnett, ai tempi professore di filosofia, aveva lanciato una campagna su Kickstarter per finanziare la produzione dei suoi PopSocket. I PopSocket sono le cover (ormai molto popolari) con i due bottoni grossi che permettono di appoggiare lo smartphone durante una videochiamata oppure arrotolare le cuffie. Il video è assurdo. Barnett balla con il cellulare in mano mentre mostra le incredibili funzioni della sua invenzione. Mentre lo guardavo ho pensato due cose: 1) Quanto sia importante, quando si lancia un proprio prodotto, mettersi in gioco, con la propria faccia. 2) Quanto sia importante lanciare un prodotto che risolva un problema (anche piccolo) ma reale a quante più persone possibile. PopSocket ha entrambe queste caratteristiche e, non a caso, David Barnett, ha venduto centinaia di milioni di copie della sua invenzioni guadagnando milioni di dollari.

A domani, Jacopo


Analfabeti.

“Gli analfabeti del XXI secolo non saranno quelli che non sanno leggere o scrivere, ma quelli che non sanno imparare, disimparare e poi re-imparare.”
– Alvin Toffler

Il 65% dei bambini che hanno iniziato le elementari affronteranno lavori di cui oggi non conosciamo le caratteristiche. Saranno lavori nuovi che ancora ci dobbiamo inventare. Il problema però non è quali lavori faranno i nostri figli, ma come potremo insegnarglieli. Oggi il mondo della formazione e il mondo del lavoro vanno sempre di più a due velocità differenti. Le università fanno fatica ad andare alla velocità dell’innovazione. C’è un gap di competenze. Le scuole spesso non hanno gli strumenti per formare i lavoratori di domani. E gli studenti rischiano di passare gran parte del loro tempo ad acquisire competenze inutili. Di fronte a questo scenario, sarà più importante valorizzare l’attitudine e le soft skills, piuttosto che le competenze e le hard skills. Ma soprattutto, sarà essenziale avere la capacità di continuare a imparare, disimparare e poi re-imparare.

A domani, Jacopo


Henry Ford e l’importanza di comprendere (non solo ascoltare) i propri clienti.

Per quanto oggi ci sembri impossibile pensare a un mondo senza automobili, all’inizio del Ventesimo secolo, le cose erano molto diverse. L’automobile era un bene di lusso, di fabbricazione artigianale e dal costo proibitivo. In pochi potevano permettersi una Benz o una Daimler. Anche perché in pochi ne sentivano il bisogno. L’automobile era ancora uno strumento troppo complesso e troppo costoso per sostituire il mercato dei trasporti a cavallo. Almeno fino al 1908, quando Henry Ford introdusse sul mercato il suo modello T. Un’automobile standardizzata a un prezzo accessibile, che chiunque poteva avere del colore che preferiva, purché fosse nera. Qualche anno più tardi, Ford disse che se avesse chiesto ai suoi clienti cosa volevano, gli avrebbero risposto un cavallo più veloce. E in questa frase c’è tutto il suo genio. Un buon imprenditore ascolta i propri clienti e li soddisfa dando loro quello che vogliono (ad esempio, cavalli più veloci). Un grande imprenditore invece, comprende i propri clienti e dà loro qualcosa che neanche sanno di volere (ad esempio, un’automobile ad un costo accessibile).

Leggi la mia newsletter di oggi qui.

A domani, Jacopo


Quando qualcosa di impossibile è necessario, allora diventa possibile.

Non è mai una questione di tempo, di risorse o di competenze. Se non facciamo qualcosa che vorremmo fare o pensiamo sia utile fare, è solo perché non è una priorità, non è qualcosa che dobbiamo fare. Quando invece diventa una priorità si trova sempre il modo di farla. Anche se prima ci sembrava impossibile. Trasformare in una priorità qualcosa che vogliamo fare, ma non troviamo mai il tempo per farla, è un buon modo per riuscire a farla. Possiamo darle una scadenza o fissare un appuntamento con qualcuno per presentare la nostra idea, o qualsiasi altra cosa che ci metta nelle condizioni di doverla fare. Perché quando qualcosa di impossibile è necessario, allora diventa possibile.

A domani, Jacopo


Meglio influenzare che lavorare in un posto influente.

Qualche giorno fa ho letto un articolo di Adam Grant, dove l’autore americano parlava di come scegliere il posto di lavoro: Meglio essere un pesce piccolo in una vasca grande o un pesce grande in una vasca piccola? All’interno dell’articolo Grant esprime un concetto interessante. Le opportunità di crescita più importanti non sono sempre nel posto più influente ma nel posto dove puoi essere tu più influente. Il posto dove puoi accumulare competenze e capitale sociale. Ed ha ragione. Aggiungo solo che spesso il posto migliore per avere questo tipo di influenza è il posto che ti crei, la tua azienda o il tuo contesto lavorativo. Perché quando lavori in proprio ogni giorno è un’occasione (necessaria) per crescere e migliorarsi.

A domani, Jacopo


Un documentario: Five Came Back.

“Five Came Back” è un documentario che racconta il ruolo di cinque registi – John Ford, William Wyler, John Huston, Frank Capra e George Stevens – e il loro lavoro in prima linea durante la seconda guerra mondiale, attraverso il commento di cinque registi contemporanei – Steven Spielberg (che parla di Wyler), Francis Ford Coppola (che parla di Huston), Guillermo del Toro (che parla di Capra), Paul Greengrass (che parla di Ford) e Lawrence Kasdan (che parla di Stevens). È un progetto molto ambizioso che si avvale di oltre 100 ore di filmati d’archivio tra interviste e incredibile prese dirette di momenti della Seconda Guerra Mondiale. Il documentario è una testimonianza del potere del cinema e di come l’arte, la propaganda e la comunicazione siano in grado, tanto allora quanto oggi, di cambiare il percorso della storia, ricordandoci che in tempi bui chiunque è tenuto a contribuire, attraverso il suo lavoro, a riportare la luce.

A domani, Jacopo


Quando le persone non ti comprendono, le persone non ti comprano.

Nella lingua italiana le parole “comprendere” e “comprare” non hanno la stessa etimologia. Tuttavia nel mondo del lavoro, sono tra loro molto legate. Perché qualsiasi sia il prodotto o servizio che vendiamo, quando le persone non ci comprendono, le persone non ci comprano. Pensare che siano i nostri clienti a dover far lo sforzo di comprenderci o che la forma non abbia importanza perché tanto il contenuto si “spiega da sé”, è molto rischioso. Perché se una persona non comprende subito il valore del nostro prodotto o servizio, è molto probabile che si rivolga a qualcun altro. Fare una bella presentazione, trovare lo slogan giusto, saper spiegare il proprio progetto con parole semplici, capire quale colore usare, sono tutte attività che richiedono tempo. Ma sono attività essenziali, perché mettono le persone nella condizione di capire il valore di quello che gli stiamo vendendo.

A domani, Jacopo


Social Scheletri.

Nel video “Rock DJ”, Robbie Williams balla e canta in mezzo a un gruppo di modelle che girano attorno a lui su dei pattini a rotelle. Lui è sicuro di sé, pensa di saperle intrattenere, ma nessuna delle ragazze lo considera. Così per attirare la loro attenzione, si toglie la maglietta, e poi i pantaloni. Ma nulla. Nessuna reazione. Allora Robbie ci pensa un po’ e si toglie anche le mutande. Pensa di aver fatto colpo, ma le ragazze sono indifferenti. Non sa cosa fare, ma non può fermarsi. Le guarda e poi si butta. Si strappa la pelle di dosso e poi i muscoli. Finalmente ha l’attenzione che cercava. Allora va avanti. Si toglie gli ultimi muscoli rimasti e poi tutti gli organi. Fino a restare uno scheletro esangue (ma felice). Il video è del 2001 ma tocca un tema molto attuale. Quanto siamo disposti a spingerci pur di attirare l’attenzione? Cosa siamo disposti a condividere pur di avere un Like? Le nostre foto? La nostra vita? Quella dei nostri figli? E soprattutto, qual è il limite? Ci ridurremo tutti a degli scheletri esangui senza più niente da mostrare o ci fermeremo prima?

A domani, Jacopo


Prima conosci te stesso, poi trova il contesto.

Oggi voglio scriverti una cosa tanto banale quanto essenziale: prima conosci te stesso e poi trova il contesto migliore che possa valorizzare il tuo talento. Tutto qui. Semplice da dire (o scrivere) difficilissimo da fare. Lo so, “Conosci te stesso” lo diceva Socrate più di duemila anni fa. Però era fondamentale allora e lo è ancora di più oggi. Conoscersi vuol dire sapere quale sia il proprio talento, cosa si vuole fare, cosa non si vuole fare e soprattutto perché lo si vuole o non lo si vuole fare. E questo richiede tempo, bisogna farsi domande e cercare delle risposte. Bisogna sapersi osservare e guardare da fuori. Ma una volta che lo hai capito tutto è più chiaro. A quel punto sei pronto per trovare il contesto lavorativo che ti permetta di valorizzare il talento che hai scoperto di avere. Anche il più brillante dei talenti se non è inserito nel giusto contesto non potrà mai valorizzarsi, quindi non sottovalutare l’importanza del contesto. Se pensi che l’azienda dove lavori non sia il contesto giusto cambiala. E se non trovi nessuna azienda che sia in grado di valorizzarti. Creane tu una.

A domani, Jacopo


Tarzan e l’importanza di trovare la propria identità.

Da quando sono padre, guardo molti film insieme ai miei figli e uno dei loro film preferiti è “Tarzan 2”. Quando aveva pochi mesi, Tarzan perde entrambi i genitori e viene allevato nella foresta da un gruppo di gorilla. Un giorno però, si rende conto di non essere un gorilla e comincia un percorso di scoperta di sé. Prova a stare in mezzo alle rane, ma capisce subito di non essere una rana. Prova allora con gli elefanti e poi con i pesci. Ma nessuno è come lui. Non si dà pace, fino a quando un gorilla gli dà la risposta: “Tu sei Tarzan! Tu riesci a fare cose che nessun altro riesce a fare!”. In quel momento, Tarzan capisce di essere unico e trasforma le sue paure in strumenti per valorizzare il suo talento. Anche sul lavoro a volte succede così. Molte delle persone che intervisto per FIRED non appartengono a nessuna categoria. Sono persone che hanno scoperto la propria identità professionale e si sono costruite un lavoro che potesse valorizzarla. E penso che questa sia la strada giusta, perché in futuro ci saranno sempre meno categorie, sempre meno Job Title e sempre più persone con il loro nome.

Leggi la newsletter di questa settimana.

A domani, Jacopo


Il pianeta è la nuova politica.

Un po’ di tempo fa stavo osservando una manifestazione che passava sotto casa mia. Tutto mi ricordava le manifestazioni cui partecipavo al Liceo. Stesse canzoni, stessi slogan e anche stesse persone. Solo con venti o trenta anni di più. Settimana scorsa invece ho partecipato con i miei figli al Global Climate Strike e lo scenario era diverso. Un fiume di giovani studenti che riempiva il centro di Milano. Spesso ho sentito dire che i giovani non si interessano più di politica. E può essere vero. Ma forse è solo perché la politica ha smesso di interessarsi a loro. Quando parlo con uno studente del liceo o dell’università rimango colpito da due cose. La prima è il loro timore per il futuro. La seconda è il loro senso pratico. Nelle cose pratiche la politica non è mai stata molto capace e i politici tendono sempre di più a promettere un ritorno al passato (dal “Make America Great Again” al ritorno alla Lira) piuttosto che capire come costruire un futuro. Il cambiamento climatico invece riguarda il nostro futuro ed è un problema molto pratico. Non mi stupisce quindi che a un giovane il pianeta possa interessare molto di più della politica.

A domani, Jacopo


Ahmed Barkia.

Questa settimana per FIRED ho intervistato Ahmed Barkia. Ho conosciuto Ahmed nel 2015 durante un evento per imprenditori alla libreria Open. In quel periodo Ahmed camminava con le stampelle ed era nel mezzo di una campagna di crowdfunding per raccogliere i 75.000 € che gli servivano per un’operazione che avrebbe potuto cambiargli la vita: l’istallazione di un bacino bionico. Molti sarebbero stati preoccupati, stanchi o demotivati. Ahmed invece era solare, positivo e pieno di energia. E questa è la cosa che più mi ha colpito di lui. La sua immensa forza di volontà e fiducia verso il futuro. Completata la campagna di crowdfunding, Ahmed affronta l’operazione e ne esce rafforzato, non solo fisicamente ma anche caratterialmente. Decide di fare tesoro delle competenze acquisite e lancia una startup a Tallinn, in Estonia (Elysium, piattaforma che raccoglie i dati sanitari di una persona), e una a Dubai negli Emirati, (Ahmed Barkhia Co che offre Management Consulting per le aziende), ma soprattutto non si ferma mai e continua a lavorare a nuove iniziative e nuovi progetti imprenditoriali, costruendosi il proprio futuro passo dopo passo.

Leggi l’intervista.

A domani, Jacopo


Il ruolo di un padre.

Qualche mese fa sono stato a un matrimonio e, durante la cerimonia, il prete ha raccontato una storia. Un giorno, una mamma porta il figlio che aveva appena iniziato a suonare il pianoforte, a vedere un concerto. Quando entrano nel teatro, la mamma incontra alcune amiche e si mette a parlare con loro. Il bimbo si allontana e gira per il teatro fino a quando non trova una porta con scritto: “Vietato Entrare”. Lui la apre e entra. Quando le luci in sala si abbassano, la mamma si rende conto che suo figlio si è allontanato e, presa dall’agitazione, inizia a cercarlo. Il sipario si apre e il bimbo è lì immobile davanti al pianoforte. Non sa cosa fare e così improvvisa qualche nota. Il pianista sale sul palco, si siede accanto al bimbo, mette una mano sulla spalla del bimbo e con l’altra accompagna le note del bambino trasformando una musica disordinata in una melodia. Penso sia una bella metafora del ruolo di un padre. Un padre non si deve arrabbiare perché il proprio figlio è curioso e apre porte che non dovrebbe aprire. Ma deve lavorare con lui per trasformare la sua curiosità in un talento.

A domani, Jacopo


Un film: A Futile and Stupid Gesture.

Come scrisse Paulo Coelho, il momento più buio è quello prima dell’alba. Ed è vero, ma può essere vero anche il contrario. A volte il momento più luminoso è quello prima del buio. A volte, il momento di maggior successo può segnare l’inizio del declino. E questo è quello che è successo a Douglas Kenney, co-fondatore del magazine “National Lampoon” e autore di “Animal House”, una delle commedie che hanno guadagnato di più nella storia del cinema americano. Tra il 1970 e il 1980 Douglas Kenney ha rivoluzionato il modo di fare commedia, lanciato attori come John Belushi e Bill Murray e posto le basi per la televisione e il cinema comico americano degli anni Ottanta e Novanta. Ciò nonostante, non è stato in grado di cambiare se stesso, e i suoi incubi del passato hanno trasformato il momento più luminoso della sua carriera nell’inizio di quello più buio.

A domani, Jacopo


Vale di più quanto fai o come lo fai?

Un mio caro amico guarda i film a velocità doppia oppure, quando li guarda a velocità normale, nel frattempo fa anche qualcos’altro. Dice che in questo modo riesce a guardare più film. Io ci ho provato, ma non ce la faccio. Se guardo un film e nel frattempo faccio qualcos’altro non riesco a seguire la storia del film e faccio male quello che sto facendo nel frattempo. È una situazione lose-lose. Tuttavia è una situazione che rispecchia molto bene i tempi che stiamo vivendo, dove spesso l’obiettivo è fare quante più cose possibili. Non importa come le fai ma solo quante ne fai. Dal mio punto di vista invece, vale esattamente l’opposto. È molto meglio vedere venti film godendosi ogni inquadratura, piuttosto che vederne 50 ascoltando distratti i dialoghi. Ma per far questo bisogna scegliere cosa guardare e cosa non guardare. Bisogna arrendersi all’umana impossibilità di vedere tutti i film che oggi potremmo vedere o fare tutte le cose che oggi potremmo fare.

A domani, Jacopo


Un’infelicità tutta italiana.

Secondo il Report mondiale sulla felicità, l’Italia è al 47° posto della classifica dei Paesi più felici. Ma la cosa che preoccupa maggiormente è che l’Italia è tra i 25 Paesi con il tasso di decrescita della felicità più alto al mondo. Ovvero non solo siamo infelici ma siamo anche sempre più infelici. E questa è una cosa che non riesco a comprendere. Perché forse avremmo delle motivazioni per essere arrabbiati. Ma non certo per essere infelici. Viviamo in uno dei Paesi più belli al mondo, dove ci sono tutti gli ingredienti da manuale per rendere le persone felici (dal cibo alle relazioni sociali). Eppure siamo tristi. Ma forse siamo tristi perché non ci rendiamo conto della nostra felicità. Perché la diamo per scontata. E questo, in effetti, è molto triste.

A domani, Jacopo


Greta e l’importanza di cambiare il sistema.

Greta Thunberg è una ragazza svedese di sedici anni che da diverso tempo ha iniziato uno sciopero dello studio contro l’indifferenza internazionale sul tema dell’impatto climatico. Nel suo discorso alla conferenza internazionale sul cambiamento climatico, Greta inchioda noi adulti al muro delle nostre responsabilità e ci ricorda che se trovare soluzioni all’interno del sistema non è possibile, forse è meglio cambiare il sistema. Ovvero quel sistema politico ed economico che non è in grado di creare un’economia globale sostenibile, a livello ambientale, ed equa, a livello sociale e finanziario. Ma, oltre a questo, Greta dice un’altra cosa importante: “Non sei mai troppo piccolo per fare la differenza”. Ed ha ragione. Questo vale tanto da un dal punto di vista anagrafico (e Greta ne è un esempio), quanto da un punto di vista di singole persone. Perché anche se siamo più di sette miliardi sulla terra, ognuno di noi, nel suo piccolo, ha il diritto e il dovere, con le proprie abitudini e le proprie scelte, di contribuire a un cambiamento molto più grande.

Leggi la newsletter di questa settimana.

A domani, Jacopo


L’importanza dell’oggettività.

Prima di ricevere il Nobel, Einstein riteneva che la sua teoria sulla relatività lo facesse sembrare un ciarlatano. Quando finì il suo primo romanzo, “Carrie”, Stephen King lo ritenne talmente scarso che lo gettò nella spazzatura. Rino Gaetano considerava “Gianna” la sua peggior canzone. E quando a Francis Ford Coppola proposero “Il padrino”, il regista americano si disperò all’idea di dirigere una simile spazzatura. Inutile dirti che la teoria della relatività ha cambiato le sorti del mondo, “Carrie” è stato uno dei romanzi Horror più di successo (e più censurati) della letteratura americana, “Gianna” uno delle canzoni italiane più popolari e “Il padrino” un capolavoro del cinema. Nel bene e nel male, ognuno di noi è la persona meno indicata per giudicare la validità della propria idea. A volte abbiamo grandi idee, ma le consideriamo degne solo della spazzatura. Altre volte pensiamo di aver avuto l’idea del secolo, ma in realtà sono l’opposto. Come sempre, la soluzione sta nel mezzo. Ovvero in mezzo alle persone con cui condividiamo le nostre idee e che ci possono dare dei giudizi più oggettivi dei nostri.

A domani, Jacopo


Marco Porcaro.

Questa settimana per FIRED ho intervistato il fondatore di Cortilia Marco Porcaro. Quando a Enzo Ferrari fu chiesto quale fosse il suo modello preferito, lui rispose il prossimo modello. E in questa semplice risposta c’è l’essenza di ogni imprenditore: guardare sempre al futuro. Marco Porcaro è così, un imprenditore seriale che non smette mai di innovare e innovarsi. Ogni volta che ci vediamo per un pranzo o una testimonianza in Università, finisce sempre per raccontarmi nuove idee e nuovi progetti. Qualche anno fa un giornalista gli chiese quale fosse il tratto distintivo di un innovatore e lui rispose: «Essere serenamente ossessionato dal prossimo traguardo!». Oggi il suo traguardo si chiama Cortilia, un’azienda da lui fondata nel 2011 che unisce la tradizione e i tempi “lenti” dell’agricoltura con l’innovazione e i tempi “veloci” di Internet.

Leggi l’intervista.

A domani, Jacopo


Normalità.

“Darkness cannot drive out darkness; only light can do that.”

“The Butler” è uno di quei film che mette in luce l’ipocrisia e la violenza dell’America della segregazione razziale di metà novecento attraverso la storia (vera) di Eugene Allen, maggiordomo della Casa Bianca per più di trent’anni. Come sempre accade quando guardo film che toccano questi temi, ho un misto di vergogna e incredulità per tutto quello che un tempo veniva considerato “normale” e che oggi appare come un abominio. Nella seconda metà dell’ottocento negli Stati Uniti la schiavitù era considerata normale. Oggi appare come un abominio. Per la maggior parte del novecento sfruttare, segregare e uccidere persone di colore negli Stati Uniti era considerato accettabile. Oggi appare come un abominio. Parlare di matrimoni misti come qualcosa d’illegittimo o incostituzionale ci sembra un’assurdità eppure in America, nello Stato dell’Alabama, lo erano fino al 2000, anno in cui fu abolita l’ultima legge sulla miscegenetion relativa alla mescolanza del sangue. E non stiamo parlando del Medioevo. Stiamo parlando del Novecento. Di una storia molto vicina a noi. Il che mi fa pensare a quante delle cose che oggi consideriamo normali o quanto meno accettabili, verranno un domani considerate dai nostri figli come un abominio.

A domani, Jacopo


L’unico lavoro che puoi fare.

“Be yourself; everyone else is already taken.”
– Oscar Wilde

Oscar Wilde era molto eccentrico e teneva molto alla sua unicità. Non stupisce dunque che esortasse le persone ad essere se stesse. Anche solo per il fatto che qualsiasi altro posto era già preso. Ed effettivamente aveva ragione. Possiamo passare la vita provando ad essere qualcun altro. Oppure possiamo lavorare ogni giorno per essere la versione migliore di noi stessi. Essere quello che ognuno di noi vuole essere. E non quello che sono gli altri o che pensiamo gli altri vogliano che noi siamo. In quest’ottica, essere te stesso è l’unico lavoro che tu possa fare nella vita, perché qualsiasi altro è già preso.

A domani, Jacopo


L’importanza del gioco.

Come molti bambini, anche i miei figli ogni tanto fanno i capricci perché non vogliono mangiare. Allora mi invento una storia che trasforma il pranzo o la cena in un gioco. E, senza neanche accorgersene, i miei bimbi mangiano tutto. Noi (adulti) non siamo bambini, ma molte logiche rimangono le stesse. Qualsiasi cosa facciamo, se riusciamo a trasformarla in un gioco, diventa più interessante, coinvolgente e stimolante. Questo vale tanto nella vita quanto nel lavoro. Non conta cosa fai, ma come lo fai. Conta la storia che ci costruisci attorno. Se riesci a trasformare il tuo lavoro in un gioco, anche le attività più ripetitive, noiose e monotone diventano coinvolgenti, il tuo cervello è più propenso all’apprendimento e anche la tua produttività aumenta.

A domani, Jacopo


Supera il primo no.

Quando inizi qualcosa di nuovo è molto probabile che tu possa lasciarti bloccare dai primi no, come: “No, non ce la farò mai”, “No, non ho abbastanza tempo”, “No, non sono abbastanza bravo”, “No, non è la mia specialità”, “No, non ho abbastanza soldi”, “No, non ho i contatti” e così via. Non assecondarli, superali. Superare il primo no, è l’inizio dei successivi sì. Funziona un po’ come nello sport. Ogni volta che vinci la pigrizia o la fatica, poi hai ancora più energia e motivazione di prima e riesci a raggiungere obiettivi che un tempo ti sembravano impossibili.

A domani, Jacopo


Il futuro (è) delle Donne.

Qualche anno fa ho letto su un muro questa scritta: “I maschi al bar, sfogano a parole la loro invidia per le donne”. È una frase divertente, ma che nasconde un fondo di verità. Perché è vero che il passato e il presente del mondo sono maschili, ma sono abbastanza sicuro che il futuro sarà anche, se non soprattutto, femminile. Lo penso perché il futuro sarà multitasking, e le donne sono di natura più portate al multitasking degli uomini. Lo penso perché il futuro sarà complesso, e le donne hanno una mente più complessa di quella degli uomini. Lo penso perché il futuro sarà (spero) di pace, e la guerra è fatta, pensata e promossa dagli uomini. Lo penso perché nel futuro dovremo pensare fuori dagli schemi, e le donne lo hanno dovuto fare per secoli perché qualsiasi schema era al maschile. E infine lo penso perché nel futuro dovremo prenderci cura di quello che abbiamo (il nostro pianeta in primis), e l’uomo ha la propensione a distruggere quello che lo circonda (fin dai tempi del “Mors Tua Vita Mea”), la donna invece a prendersi cura (fin dai tempi in cui partorire voleva spesso dire “Vita Tua Mors Mea”).

A domani, Jacopo


La paura della luce.

“Dovremmo perdonare a un bambino la sua paura del buio; la vera tragedia nella vita è quando gli adulti hanno paura della luce.”
– Platone

Quando uno dei miei due figli mi dice che ha paura del buio penso a questa frase di Platone: “Dovremmo perdonare a un bambino la sua paura del buio; la vera tragedia nella vita è quando gli adulti hanno paura della luce”. Ed è vero. I miei figli impareranno a non aver paura del buio. Anzi, magari un domani ne apprezzeranno la bellezza. Quello che mi importa però, è che non abbiano paura della luce. Che non abbiano paura di vedere le cose per quelle che sono. Di affrontarle, di criticarle e, se necessario, di combatterle.

A domani, Jacopo


Giulla Buffa

Questa settimana per FIRED ho intervistato Giulla Buffa, la fondatrice di ViciniMiei.it. Sant’Agostino scriveva che il mondo è un libro e coloro che non viaggiano ne leggono solo una pagina. Ed aveva ragione. Viaggiando si conoscono nuove persone e nuovi modi di fare le cose, si ha la possibilità di vedere la propria vita quotidiana da una prospettiva differente e avere nuove idee. Nella vita di Giulia, il viaggio ha un ruolo fondamentale. Dopo la maturità lascia la sua città, Firenze, e inizia a viaggiare in giro per il mondo. Parte inizialmente alla volta di Parigi, poi Valencia e Glasgow, per poi trasferirsi prima a Jaipur in India e poi a Berlino. Nei suoi viaggi Giulia si rende conto di quanto sia importante conoscere il quartiere dove si abita e, soprattutto, le persone che lo abitano. Così, la prima cosa che fa ogni volta che arriva in una nuova città, è bussare alle porte dei vicini e diventarne amica. Con questo spirito, nel 2018 torna in Italia e fonda “vicinimiei.it”, un social network di quartiere che mette in contatto gli abitanti del vicinato e che ad oggi ha già coinvolto più di 175 quartieri a Milano.

Leggi l’intervista.

A domani, Jacopo


Un libro: Silence.

“We live in the age of noise. Silence is almost extinct.”
– Erling Kagge

Erling Kagge è un esploratore, collezionista, avvocato e autore norvegese. Nella sua vita ha avuto la fortuna (sempre più rara) di immergersi nel silenzio più assoluto della natura e coglierne la sua essenza più profonda. Nel sul libro “Silence”, racconta delle sue avventure tra i ghiacci, delle sue figlie adolescenti e di come oggi il silenzio sia in via d’estinzione. Ed è vero, viviamo nell’era del chiasso e ci stiamo dimenticando dell’importanza del silenzio. Non solo come suono, ma anche come stato mentale. Come momento per noi in cui diventare un’estensione di quello che ci circonda. Il silenzio viene spesso visto come qualcosa di inutile. Come il nulla. Ma non è così. E il libro di Kagge ci aiuta a capire che spesso l’essenziale non solo è invisibile agli occhi ma è anche impercettibile dalle orecchie.

A domani, Jacopo


Meglio un disastro che un deserto.

“Mieux vaut un désastre qu’un désêtre.”
– Alain Badiou

Una delle mie frasi preferite del filosofo francese Alain Badiou è: “Mieux vaut un désastre qu’un désêtre”. Non so esattamente cosa voglia dire (anche perché non parlo molto bene il francese…), ma l’interpretazione che le ho sempre dato io è: “Meglio un disastro che un deserto”. Meglio buttarsi con il rischio di fallire e fare un disastro piuttosto che non fare mai nulla. Perché se fai e poi sbagli ci sono alte probabilità che poi farai meglio e, con il tempo, raggiungerai i tuoi obiettivi. Non fare nulla invece è più sicuro, ma è difficile che ti porti da qualche parte. Questo è un grande classico nella storia dell’imprenditoria. Molti prodotti che ora sono un successo sono nati come dei colossali disastri. Google ne è un esempio, negli ultimi dieci anni, l’azienda americana ha lanciato e poi chiuso più di dieci prodotti all’anno, tra cui GooglePlus. E così è successo per il Viagra, il Post-it o lo Champagne. Tutti disastri diventati successi.

A domani, Jacopo


La ricerca della Felicità.

“Nessuna carovana ha mai raggiunto l’utopia, ma è l’utopia che fa andare avanti le carovane”
– Proverbio magrebino

Alla fine l’ho visto. “The Pursuit of Happyness” di Muccino. Non l’avevo mai visto perché ero prevenuto. Mi sembrava una storia scontata. E un po’ lo è. È la classica storia dell’imprenditore americano che segue il sogno di fare successo nella San Francisco degli anni ’80, dove la felicità si misura in quanti soldi hai, quanto grande è la tua casa e quanto bella è la tua auto. All’inizio del film però c’è un monologo del protagonista, Chris, che trovo interessante. Una sera mentre corre a casa, Chris pensa a Thomas Jefferson e alla Dichiarazione di Indipendenza, quando parla del diritto alla vita e alla ricerca della felicità. Perché usa la parola ricerca? Perché non usa solo felicità? Non dice che tutti hanno il diritto ad essere felici, ma solo a ricercare la felicità. Perché? Forse perché la felicità è qualcosa che possiamo solo inseguire ma che non riusciremo mai a raggiungere. C’è un vecchio proverbio magrebino che dice nessuna carovana ha mai raggiunto l’Utopia, eppure è l’Utopia che fa muovere le carovane. In questo senso la felicità è simile all’Utopia. Magari è qualcosa che non raggiungeremo mai, ma è quel qualcosa che da la direzione alla nostra vita.

A domani, Jacopo


Ipocondria mediatica.

“Se un tempo avere potere significava avere accesso all’informazione, oggi avere potere significa sapere cosa ignorare.”
– Y. Harari

Riceviamo sempre più informazioni, da sempre più fonti e sempre più spesso. A volte in tempo reale, altre volte con poche ore di distanza dall’accaduto. Se da una parte questo è positivo, perché ci permette di osservare il mondo da più punti di vista, dall’altro rischia di alimentare un’ansia costante verso il futuro. È una reazione naturale. Una propensione innata alla sopravvivenza. Leggiamo di un’emergenza e subito pensiamo al peggio. Anche se molto spesso il peggio non accade. O, quanto meno, non accade subito. E quando accade noi siamo troppo concentrati sulla prossima possibile minaccia per accorgercene. Viviamo una sorta di ipocondria mediatica per cui tutto potrebbe accadere. E l’unico modo per tenerla a bada è mettere un filtro. Avere la capacità di capire cosa è importante e cosa non lo è. Come scrive il filosofo iraniano Harari nel suo “Homo Deus” se un tempo avere potere significava avere accesso all’informazione, oggi avere potere significa sapere cosa ignorare.

A domani, Jacopo


Ed Koch e l’importanza di domandarsi come si sta andando.

Nel 1977 New York stava vivendo un periodo buio. Problemi finanziari, criminalità alle stelle, peggioramento della qualità della vita e strade invase da gang criminali in stile “Guerrieri della Notte”. Il 1977 però è anche l’anno delle elezioni per il nuovo sindaco di New York e a vincerle è un ex avvocato del Bronx di nome Ed Koch. Con lui alla guida della città le cose cambiano radicalmente e alle successive elezioni, nel 1981, Koch vince con il 75% dei voti per poi vincere ancora nel 1985 con il 78% di voti. Come ha fatto? Semplice, non ha mai perso il contatto con i cittadini. Ed Koch aveva infatti una buona abitudine, che penso dovrebbe avere anche qualsiasi amministratore o imprenditore. Ogni tanto usciva dal suo ufficio e passeggiava per le strade della Grande Mela chiedendo alle persone: «Come sto andando?». Una semplice domanda che gli permetteva di rimanere sempre in contatto con i suoi cittadini e capire i loro bisogni. Anche se non fai il politico, il tuo lavoro è comunque legato alle persone e il modo migliore per capire se stai funzionando come professionista è parlare con tutte le persone che sono coinvolte dal tuo lavoro.

Leggi la mia newsletter di questa settimana.

A domani, Jacopo


La qualità è la nuova celebrità.

Settimana scorsa ho letto un’intervista all’attore Francesco Mandelli che si concludeva così: “Oggi essere famoso non è figo. Lo si può ottenere facilmente con Internet e una buona idea. Oggi realmente figo è fare cose belle”. E ha ragione. Negli anni Sessanta Warhol prevedeva che un domani chiunque avrebbe avuto diritto a 15 minuti di celebrità. A quei tempi la celebrità era un lusso che pochi divi potevano concedersi. Oggi però non è più così. La celebrità è diventata una sorta di commodity. Nasciamo e siamo già celebri. Non facciamo in tempo ad aprire gli occhi e abbiamo già una nostra foto su Facebook. Nel 2018, la persona più celebre di YouTube è stata un bambino di 7 anni che ha incassato 22 Milioni facendo dei video amatoriali in cui recensisce giocattoli. Di fronte a questa indigestione di celebrità in stile fast food (divento celebre in breve tempo con prodotti di scarsa qualità), penso che in futuro la vera celebrità sarà la qualità. Sarà avere la possibilità (e la capacità) di fare cose belle. Fare progetti che ci rappresentino in termini di qualità non di quantità. Progetti che ci rendano orgogliosi di averci investito tempo e risorse.

A domani, Jacopo


Tv Boy.

Questa settimana per FIRED ho intervistato l’artista (nonché mio caro amico) Tv Boy. Ho conosciuto Salvatore (che ai tempi si firmava “Crasto”) il 29 Settembre 2003 in occasione della nona edizione dell’Illegal Art Show. Da allora abbiamo condiviso molti progetti e momenti di vita. Abbiamo festeggiato il nostro compleanno (siamo nati lo stesso giorno…) in giro per il mondo, abbiamo realizzato murales, curato campagne di comunicazione e pubblicato cataloghi. Negli ultimi sedici anni, Salvatore, è cresciuto e maturato molto, sia come artista sia come professionista. Oggi espone in tutto il mondo, collabora con Brand e aziende, provoca e fa parlare di sé con i suoi interventi di street art e on line è seguito da centinaia di migliaia di persone. La sua arte è una sperimentazione continua di linguaggi comunicativi. Mixa street art, neo pop, satira, illustrazione e advertising. E grazie a questo “miscuglio creativo” è riuscito a creare uno stile unico e un brand internazionale: Tv Boy.

Leggi l’intervista.

A domani, Jacopo


Un documentario: Black Sheep.

“Volevo essere amato. Volevo sentirmi amato. E così sono diventato amico dei mostri.”
– Cornelius Walker

“Black sheep”, candidato agli Oscar 2019, racconta l’adolescenza di Cornelius Walker un ragazzo di colore la cui vita cambia quando i genitori lasciano Londra per trasferirsi nell’Essex. Qui Cornelius scopre una realtà molto diversa da quella sperata dai suoi genitori e molto più simile a quella da cui i suoi genitori stavano cercando di scappare. Una realtà fatta di bianchi che odiano i neri. Che li prendono in giro, li insultano e li picchiano. Dopo l’ennesimo episodio di violenza, per farsi accettare dai suoi coetanei bianchi, Cornelius decide di diventare come loro. Si trasforma nel corpo e nel carattere. Una sera, esce con i suoi nuovi amici bianchi. Vuole essere uno di loro, e per dimostrarglielo picchia uno sconosciuto. Gli tira pugni e calci in faccia fino a lasciarlo per terra agonizzante. Quando gli chiedono se si sente in colpa, Cornelius risponde: “Sì mi sono sentito in colpa. Ma mi sono anche sentito accettato”. Il documentario mette in luce come spesso il problema della violenza non è solo la violenza in sé, quanto piuttosto la sua vitalità. La sua capacità di generare violenza. Perché in un contesto di violenza l’unico modo per essere accettati è essere violento. Essere violenti insieme.

A domani, Jacopo


Le 5 domande per capire se un’idea è quella giusta.

Qualche settimana fa sono stato a una conferenza dove un manager di Amazon ha esposto il processo interno per la proposta e la selezione di nuovi prodotti o progetti da lanciare. La premessa è molto semplice (e condivisibile): “Start with the customer and work backwards”, ovvero non partire dal prodotto o dalla tua idea, ma parti dal mercato e da un reale bisogno che puoi soddisfare. Da cui le 5 domande cui ogni prodotto deve rispondere ancor prima di essere proposto:

1) Chi è il cliente.
2) Qual è il problema o l’opportunità per il cliente.
3) Il principale beneficio per il cliente è chiaro?
4) Come fai a sapere cosa il cliente vuole o di cosa ha bisogno?
5) Come sarà l’esperienza del cliente?

Una volta risposto a queste cinque domande, ci sono altri due documenti da produrre:

A) Il comunicato stampa per il lancio del prodotto.
B) Le FAQ

Sono tutti passaggi importanti, ma in particolare, scrivere le FAQ in anticipo penso sia un’idea molto utile per mettersi nella testa del consumatore.

A domani, Jacopo


Marvel.

Nelle ultime due settimane ho visto due film basati su fumetti Marvel. “DeadPool” e “Venom”. E con questi penso di aver visto tutti i film dell’Universo Marvel. Bill Cosby disse che non sapeva quale fosse la chiave del successo, ma quella dell’insuccesso era provare a piacere a tutti. Tuttavia, il fondatore della Marvel, Stan Lee, sembra esserci riuscito creando personaggi senza tempo che incarnano i macro tratti dell’esistenza umana come il Bene contro il Male o il riscatto dei deboli, e dando la possibilità a grandi attori e grandi sceneggiatori di re-interpretarli e farli anche loro. I film basati su fumetti Marvel toccano generi e tipologie anche molto diverse tra loro e possono accontentare tutti. Se vuoi il film più introspettivo guarda “Logan”. Se cerchi l’anti-eroe dark psicologico guarda “Venom”. Se invece preferisci l’anti-eroe più ironico guarda “Deadpool”. Se vuoi il colossal guarda gli “Avengers”. Se vuoi l’americanata guarda “Captain America”. Se invece vuoi il film più impegnato con aspirazioni da Oscar guarda “Black Panther”. O se ti piace il genere Sci-Fi Vintage guarda “I Guardiani della Galassia”. Questo è il segreto della Marvel: qualsiasi siano i tuoi gusti, c’è un Super eroe adatto a te.

A domani, Jacopo


Arte e Vita.

Il mio esame di filosofia estetica si è aperto con una discussione sul rapporto tra Arte, intesa come rappresentazione, e Vita, intesa come realtà. È la rappresentazione a influenzare la realtà? O è la realtà a influenzare la rappresentazione? È una domanda che ancora oggi mi faccio. Soprattutto quando guardo film basati su storie vere. Qualche sera fa ho visto “Bohemian Rhapsody”, dedicato alla vita di Freddie Mercury. Molto bello. O almeno, molto bello per me che ascolto i Queen, ma non ne sono mai stato un fan. On line infatti ho letto di fan delusi dalle inesattezze del film. Ma del resto è un film. Non è la storia vera. Il problema è che nell’epoca dei Social Media, la linea tra rappresentazione e realtà è sempre più sottile, e così succede che l’arte finisce per influenzare la vita e può capitare di credere che quello che vediamo sia più vero della verità stessa. Quindi per rispondere (con tredici anni di ritardo…) alla mia domanda di esame, quello che importa non è tanto se la realtà influenza l’arte o l’arte influenza la realtà. Quello che importa è che ognuno di noi sappia distinguere cosa sia arte e cosa sia realtà.

A domani, Jacopo


Puccini e l’importanza di imparare dalle critiche.

La Madama Butterfly è una delle mie opere preferite. E “Un bel dì vedremo” è in assoluto la mia aria preferita. Dal 1904 ad oggi, l’opera è stata eseguita migliaia di volte in tutti i principali teatri del mondo. Ciò nonostante, la prima rappresentazione, che ebbe luogo al Teatro alla Scala di Milano, il 17 febbraio 1904 fu un fiasco colossale. Il pubblico accolse l’opera con una “ubriacatura d’odio” come scrisse in una lettera all’amico Camillo Bondi lo stesso Puccini. Fortunatamente però tanto l’autore quanto l’editore, credevano molto nel progetto e così raccolsero le critiche e decisero di sottoporre l’opera ad un’accurata revisione che la rese più agile e proporzionata. Dopo tre mesi riproposero l’opera al Teatro Grande di Brescia dove il pubblico la accolse con entusiasmo e diede inizio a un successo che dura ancora oggi. Ricevere critiche non è mai bello. Tuttavia, come abbiamo visto anche settimana scorsa con la storia di Freddie Mercury, dalle critiche si può imparare molto. Sono il modo migliore per capire come aggiustare il proprio prodotto.

Leggi la mia newsletter di oggi.

A domani, Jacopo


Privacy Labels.

Qualche giorno fa ho visto un’intervista a Kevin Ashton, inventore britannico noto per aver (accidentalmente) coniato il termine “Internet of Things”. Nell’intervista, Ashton parla di come un domani qualsiasi oggetto potrebbe potenzialmente dialogare con Internet e quindi trasmettere dati sui nostri comportamenti e le nostre abitudini. È uno scenario tanto eccitante quanto inquietante. Perché ci sono molti fattori in gioco, dal come e perché verranno utilizzati tutti questi dati, fino al macro tema dei nostri diritti come consumatori in termini di privacy, intesa come la possibilità di determinare chi vede le nostre informazioni. Secondo Ashton è importante che le persone siano più consapevoli di come vengono trattati i propri dati e propone di mettere un’etichetta su tutti gli oggetti in modo da illustrare con chiarezza la Privacy Policy (un po’ come sui cibi da ormai molti anni è obbligatorio dichiarare gli ingredienti che si usano). Penso sia un’idea interessante, anche perché quello che farà veramente la differenza nel futuro dell’Internet of Things non saranno i fattori tecnologici quanto quelli umani. Ovvero quanto potere decideremo noi umani di concedere alle macchine.

A domani, Jacopo


L’improvvisazione (unita alla visione) è la nuova pianificazione.

Agli albori della Strategia Competitiva, i manager si chiudevano nei loro uffici, fumavano centinaia di sigarette, definivano una strategia e poi la portavano avanti per anni. Erano i tempi della strategia classica e della SWOT. Poi però arrivano gli anni Ottanta e iniziano a nascere strategie più “adattive”, arriva Mintzberg con la sua strategia a due vie: un po’ si pianifica e un po’ si colgono nuove opportunità che si incontrano lungo il cammino. Infine arriva il XXI Secolo con la sua schizofrenia dei mercati e le sue ventate di innovazione tecnologica. Tutto cambia e, di fronte a questo cambiamento, viene naturale domandarsi se oggi abbia ancora senso pianificare oppure se sia meglio improvvisare. Difficile dirlo. Quello che penso è che mai come oggi sia fondamentale avere una visione chiara nel lungo periodo, avere un obiettivo che ci guidi e, al contempo, essere disposti a cambiare completamente la propria strategia se le cose non vanno come le avevamo pianificate. Un po’ come Colombo. Era partito per conquistare una nuova terra e aveva pianificato di arrivare alle Indie. Ma non importa che abbia rispettato il piano. Quello che importa è che abbia rispettato l’obiettivo.

A domani, Jacopo


Un documentario: FYRE.

“Fyre” racconta l’inquietante storia dell’imprenditore Billy McFarland e della sua truffa da 27 milioni di dollari. Billy è il classico ragazzo che vuole fare più soldi possibili nel minor tempo possibile con un’innata capacità di vendere di tutto, anche quando non ha nulla da vendere. Nel 2017 organizza un “luxury music festival” in un’isola, un tempo proprietà di Pablo Escobar, con l’idea di dare ai propri clienti la possibilità di vivere come il celebre narcotrafficante. Il problema è che né lui né il suo socio, il rapper Ja Rule, hanno idea di come si organizzi un festival. Ma ai tempi di Instagram cosa importa della sostanza? Basta l’apparenza e così invitano delle modelle sull’isola e cominciano a postare foto su Instagram. Il progetto diventa virale, centinaia di “Influencer” lo supportano e migliaia di persone si iscrivono. Risultato: il Festival non avrà mai luogo, migliaia di persone e centinaia di lavoratori vengono truffati e Billy McFarland viene condannato a sei anni di prigione. Come dice una delle persone intervistate, “Fyre ha portato alla vita Instagram”, e ha messo in luce come ci sia una distanza sempre maggiore tra quello che si racconta sui Social Media e quella che è la realtà.

A domani, Jacopo


Amiamo avere scelte. Odiamo fare scelte.

Amiamo avere scelte. Odiamo fare scelte. Questo è uno dei grandi paradossi della nostra epoca. Abbiamo sempre più possibilità e vogliamo avere sempre più possibilità, ma dall’altra parte evitiamo in tutti i modi di scegliere. Vogliamo evitare il rischio spiacevole di fare la scelta sbagliata. Perché quando abbiamo la libertà di scegliere, se scegliamo male è tutta colpa nostra. Non abbiamo nessun altro da incolpare. E questo può essere pesante. Così può accadere che rimaniamo paralizzati dalla scelta. Di fronte a troppe scelte, scegliamo di non scegliere. Un po’ come quando la sera stanchi ci mettiamo davanti a Netflix e cerchiamo un film da vedere, ma ci sono troppi film, allora non sappiamo cosa scegliere e passiamo il tempo a scegliere fino a quando siamo troppo stanchi e non guardiamo nulla. Se succede con un film non è un grosso problema. Se invece succede con la nostra carriera o con il nostro voto, allora è un grosso problema. Perché se rinunciamo alla fatica di fare una scelta consapevole, rinunciamo ad essere liberi.

A domani, Jacopo


Pianeta e persone.

Il nostro secolo (quello tra il 2000 e il 2100) sarà il periodo con il maggior numero di persone sulla terra di tutta la storia, passata e futura, dell’uomo. Nel 2100 saremo circa 11 miliardi di persone. Non ci sono mai state e mai ci saranno così tante persone. Non ci saranno, per il semplice motivo che i tassi di natalità stanno scendendo e continueranno a scendere. Quindi gli 11 miliardi di persone che popoleranno la terra nel 2100 saranno principalmente adulti. Il che mi ha fatto pensare a due cose: 1) Dobbiamo tenere duro ancora qualche generazione, dobbiamo ridurre il nostro impatto ambientale così che il pianeta riesca ad ospitare 11 miliardi di persone almeno fino a quando non torniamo ad essere di meno. 2) L’empatia assume un ruolo chiave nelle competenze che ogni persona deve sviluppare, perché più persone vuol dire più relazioni. Vuol dire che un domani la relazione umana sarà un fattore chiave per tutti i lavori che non verranno fatti dai robot.

A domani, Jacopo


Latino, Greco antico e altre cose inutilmente utili.

Le lingue che ho studiato di più sono Latino, Greco Antico e Giapponese. Tre lingue che nella vita non mi sono mai servite a nulla (di pratico). In compenso a scuola non ho mai studiato Inglese, la lingua che, nella pratica, uso di più dopo l’Italiano. E mi sono spesso domandato il senso di questa scelta. Forse avrebbe avuto più senso studiare cinque anni Inglese piuttosto che Greco Antico. Eppure oggi, che come padre penso all’educazione dei miei figli, sono ancora più convinto di questa scelta e spero che anche i miei figli, come me, faranno il Liceo Classico. L’inglese è importante, è una commodity, bisogna saperlo parlare. Ma è solo uno strumento per comunicare. Se un domani ci sarà una tecnologia portatile in grado di tradurre in diretta quello che diciamo, potrebbe essere inutile. Il greco e il latino invece, sono un mondo. Ti aprono la mente, ti fanno fare domande e ti permettono di conoscere le origini della nostra cultura. E questo è qualcosa che una macchina non potrà mai fare. Quindi paradossalmente, qualcosa di “inutile” come lo studio di una lingua morta, sarà più utile dello studio di una lingua viva.

A domani, Jacopo


Freddie Mercury e l’importanza di circondarsi di persone diverse da sé.

Nel 1982, i Queen si prendono una pausa. Nel particolare, Mercury assume alcuni musicisti per incidere il suo album. Ma le cose non vanno come pensa perché si trova a lavorare con persone che fanno esattamente quello che dice lui. Nessuno lo contraddice, nessuno gli riscrive i testi o lo critica e questo contesto lo rende meno creativo. Capisce allora di aver bisogno della sua band e si rende conto che le loro discussioni e le loro diversità erano quello che li rendeva unici. Richiama i membri del gruppo e nel 1984 pubblicano “The Works”, l’unico album in cui tutti i componenti scrivono una canzone poi estratta come singolo. Taylor scrive “Radio GaGa”, Deacon “I Want to Break Free”, Mercury “It’s a Hard Life” e May “Hammer to Fall”. Quando lavoriamo, circondarsi di persone che acconsentono a tutto quello che diciamo è più facile, si vive meglio e si discute meno. Ma non è nell’approvazione che sta la creatività. La creatività, come l’innovazione, sta nel contrasto, nello scambio di idee e nei punti di vista differenti. Se guardi il tuo lavoro sempre dalla stessa prospettiva finisci per perdere di vista tutto quello che ti circonda.

Leggi la mia newsletter di oggi.

A domani, Jacopo


Come trovare il proprio partner (di lavoro).

È San Valentino! E, visto che trovare le persone con cui fondare un’impresa è un po’ come sposarsi, ecco cinque riflessioni per trovare il giusto partner (di lavoro):

1) Mai sposarsi troppo presto, prima meglio testare la relazione: Prima di lanciare un’azienda, lavora su un progetto per capire se funzionate bene insieme.

2) Inutile provare a sposare qualcuno che è già sposato: È uno spreco di tempo e risorse. Se qualcuno ha già un lavoro, non lascerà mai il suo lavoro per te. Ma non riuscirà a dirtelo e quindi cercherà solo di farti aspettare il più a lungo possibile.

3) La regola dell’amico: Gli amici sono amici, i partner sono partner. Professionalmente parlando, a volte l’amicizia può essere la peggior situazione in cui trovarsi.

4) Firmare sempre un accordo: Basta anche un accordo privato su carta semplice, ma prima di aprire un’azienda insieme meglio definire almeno i punti essenziali come l’equity, i ruoli, come vi dividete il lavoro e cosa fare in caso di vendita o chiusura della società.

5) Non sposarsi con se stesso: Una squadra funziona se al suo interno ci sono persone diverse che possano apportare valori e risorse differenti al progetto.


Greta.

“Se trovare soluzioni all’interno del sistema non è possibile, forse è meglio cambiare il sistema.”
– Greta Thunberg

Qualche settimana fa ho visto l’intervento che Greta Thunberg ha fatto alla conferenza internazionale sul cambiamento climatico. Greta è una ragazza svedese di quindici anni che da diverso tempo ha iniziato uno sciopero dello studio contro l’indifferenza internazionale sul tema dell’impatto climatico. Nel suo discorso, Greta inchioda noi adulti al muro delle nostre responsabilità e ci ricorda che se trovare soluzioni all’interno del sistema non è possibile, forse è meglio cambiare il sistema. Ovvero quel sistema politico ed economico che non è in grado di creare un’economia globale sostenibile, a livello ambientale, ed equa, a livello sociale e finanziario. Ma, oltre a questo, Greta dice un’altra cosa importante: “Non sei mai troppo piccolo per fare la differenza”. Ha ragione. Questo vale tanto da un dal punto di vista anagrafico (e Greta ne è un esempio), quanto da un punto di vista di singole persone. Perché anche se siamo più di sette miliardi sulla terra, ognuno di noi, nel suo piccolo, ha il diritto e il dovere, con le proprie abitudini e le proprie scelte, di contribuire a un cambiamento molto più grande.

A domani, Jacopo


Un film: Green Book.

“Il talento non basta, ci vuole coraggio per cambiare il cuore delle persone.
– Oleg (dal film “GreenBook”).

“Green Book” racconta la storia (vera) del pianista afroamericano Don Shirley e del suo autista, l’italoamericano Tony Vallelonga, che nel 1962 intraprendono un tour nel sud degli Stati Uniti dove il pianista, nonostante sia accolto trionfalmente durante i suoi concerti, subisce continue discriminazioni a causa del colore della sua pelle. Don Shirley potrebbe stare a New York e guadagnare molto di più rischiando molto di meno. Ma, non lo fa. Vuole utilizzare il suo talento per cambiare le cose. Per andare oltre gli stereotipi e dimostrare che non conta il colore della pelle o i vestiti che indossi, ma solo la persona che sei. È una scelta difficile che lo porta a perdere la sua identità e non sentirsi abbastanza nero per essere un nero e abbastanza bianco per essere un bianco. Ma è tuttavia una scelta necessaria, perché quando sia ha un grande talento si ha anche una grande responsabilità. La responsabilità di usare il proprio talento per cambiare le cose e, soprattutto, il cuore delle persone. E per farlo, come ci ricorda Oleg, uno dei musicisti del trio di Don Shirley, non basta avere talento, bisogna avere anche molto coraggio.

A domani, Jacopo


Il lavoro non è un ergastolo (non renderlo tale).

Mi ha sempre colpito il fatto che la parola “ergastolo” venga dal greco antico “ergazomai”, ovvero lavorare. Già nell’antichità infatti, il lavoro a vita era visto come una delle pene maggiori che si potessero infliggere all’uomo (la Genesi insegna…). E, in un certo senso, avevano ragione. Fare qualcosa che non ami, qualcosa che ti rende infelice, frustrato e brutto è molto simile a passare tutta la vita in prigione. Tuttavia, il lavoro non è un ergastolo. Anzi può, e deve, essere l’opposto. Il lavoro deve essere qualcosa che ti realizza e ti renda la versione migliore di te dandoti la possibilità di valorizzare il tuo potenziale. Non sempre è facile. Ma sta molto a te. Sta a te tanto il lavoro che scegli di fare, quanto il modo in cui scegli di farlo. Max Fisher, l’eccentrico protagonista di “Rushmore”, pensa che il segreto sia trovare qualcosa che ami fare e farlo per tutta la vita. Cosa facile da dire ma difficile da fare, perché spesso il problema non è tanto fare quello che ami fare, quanto trovare quello che ami fare. Ma una volta che lo hai trovato, sei già con un piede fuori dalla prigione.

A domani, Jacopo


Rushmore.

Qualche sera fa ho visto “Rushmore”, l’unico film (insieme a “Bottle Rocket”) che mi mancava del regista Wes Anderson. E come tutti i film di Wes Anderson, non ha deluso le mie aspettative. Nel particolare mi sono annotato tre riflessioni:

1) L’importanza di dare una seconda possibilità: Il primo film di Anderson, “Bottle Rocket”, è constato 5 milioni di dollari, ma ne ha incassati poco più di 500.000. Ovvero, dal punto di vista economico è stato un disastro. Fortunatamente però il talento del regista americano è valso di più del Box Office e così gli è stata data una seconda possibilità, e da “Rushmore” in avanti i film di Anderson sono stati un successo tanto di pubblico quanto di critica.

2) L’importanza dello stile: “Rushmore” è il secondo film di Anderson, ciò nonostante fin dal primo frame si capisce che è un suo film. L’inquadratura, la musica, la tonalità della pellicola, le grafiche. Anderson è stato in grado fin da subito di fare le cose a modo suo e crearsi uno stile inconfondibile.

3) L’importanza della colonna sonora: “Rushmore” è un film molto bello, ma è ancora più bello grazie alla sua colonna sonora.

A domani, Jacopo


Meno FOMO Più JOMO.

Una delle grandi patologie della nostra epoca è la FOMO, la Fear Of Missing Out. La paura di essere tagliati fuori, soprattutto dai Social Network. Il terrore dell’ignoranza sociale. In un mondo in cui tutti sanno tutto di tutti, essere l’unico a non sapere. È una paura su cui Facebook ha costruito il suo impero. Perché usiamo Facebook o WhatsApp? Perché lo usano tutti e non possiamo non esserci. Negli ultimi anni però, oltre alla FOMO si sta diffondendo anche la JOMO, ovvero la Joy Of Missing Out, la gioia derivante dallo stare disconnessi. Come sempre più ricerche dimostrano infatti, i Social Network e gli Smartphone ci rendono sempre più tristi e stressati, e sempre meno produttivi. Passiamo le nostre giornate ad aspettare notifiche che non arrivano, guardare chi prende più Like di noi e leggere informazioni che non ci interessano. E così stiamo riscoprendo la gioia di stare disconnessi. Di prenderci il tempo per noi. Di godere delle cose che facciamo indipendentemente dalle reazioni o dagli stati delle altre persone.

A domani, Jacopo


Masaru Ibuka e l’importanza della motivazione.


Quando Masaru Ibuka fondò la Sony nel 1946 non aveva soldi, nonostante aveva prodotti, non aveva brevetti e non aveva neanche contatti. Ma aveva un’idea. E l’idea era quella di creare un luogo di lavoro dove gli ingegneri potessero provare la gioia dell’innovazione tecnologica, essere consci della loro missione nella società e lavorare finché ne avessero voglia. È un’idea molto innovativa per l’epoca, che si fonda sul principio per cui il contesto in cui si lavora e, soprattutto, la motivazione che ci spinge a fare il nostro lavoro valgono di più delle competenze, dell’esperienza o delle risorse. Ed è vero. Le competenze cambiano e le risorse si esauriscono ma la motivazione, se è condivisa, rimane e anche quando non si ha nulla, è il punto di partenza per costruire tutto.

Leggi la mia newsletter di oggi.

A domani, Jacopo


Not Everything Makes The Cut.

L’ultimo spot di Amazon – presentato qualche giorno fa al Super Bowl – si chiama “Not Everything Makes The Cut” ed è una celebrazione ironica dei fallimenti di alcune funzioni di Alexa. Fantastico. Amazon è un’azienda così di successo da potersi permettere di celebrare i propri insuccessi. Ma del resto è sempre stato così. Amazon è un’azienda con una cultura fortemente incentrata sul fallimento e sulla condivisione degli errori. È un’azienda che è stata in grado di trasformare ogni insuccesso in un test per creare prodotti di successo. Basta pensare al telefono FIRE. Le sue vendite sono state talmente basse che neanche quando lo provarono a vendere a 1 dollaro la gente lo comprava. Tuttavia, chi ha avuto l’idea di lanciare un telefono Amazon, non solo non è stato licenziato, ma ora ricopre una carica manageriale molto più elevata rispetto ai tempi del FIRE. Questo perché di fronte a un insuccesso non hanno cercato un capro espiatorio così da risolvere il problema il più velocemente possibile e quindi evitare di risolverlo. Ma, al contrario, hanno affrontato il problema, hanno cercato di capire cosa non ha funzionato e sono andati avanti utilizzando le lezioni imparate da FIRE per creare due prodotti di successo: il tablet Amazon e Echo.

A domani, Jacopo


Se continui a commettere gli stessi errori, o sei folle o non sono errori.

Einstein era solito dire che la follia è fare la stessa cosa sempre nello stesso modo e aspettarsi risultati differenti. Ed effettivamente aveva ragione. Continuare a fare sempre gli stessi errori e aspettarsi un risultato differente è da folli. Tuttavia c’è un’altra possibilità. Se continui a commettere gli stessi errori, magari non sono errori. Magari sono la scelta giusta, perché è quella che vuoi veramente. E allora al posto di darti del folle o pentirti delle tue scelte, puoi rivedere i tuoi piani e lavorare per trasformare quelli che pensavi essere degli errori in nuove opportunità.

A domani, Jacopo


Un libro: Factfullness.

Questa settimana ti consiglio “Factfulness” di Hans Rosling, un libro che ci mette di fronte tanto alla nostra ignoranza quanto alla nostra fortuna. Ignoranza perché ci fa subito capire quanto poco sappiamo del mondo. Fortuna perché ci ricorda di come siamo fortunati a vivere nella parte del mondo in cui abbiamo accesso all’acqua, mangiamo tre volte al giorno e abbiamo medici e ospedali che ci curano ogni volta che non ci sentiamo bene. Il libro si apre con un approccio maieutico-socratico, ci fa capire di non sapere con un test composto da 13 domande sui temi chiave del mondo. Dal tasso di mortalità infantile, al numero di specie in via d’estinzione. Un test cui la maggior parte delle migliaia di persone cui l’autore l’ha proposto non ha saputo rispondere correttamente. Ed effettivamente il risultato del test è molto differente dall’immagine che ci viene raccontata dai media. Spesso i fatti sono molto diversi dalle notizie sui giornali o dai post sui Social. Ed è fondamentale conoscerli perché, come giustamente dice Rosling, se si vuole veramente cambiare il mondo, bisogno prima comprenderlo.

A domani, Jacopo


Vita ordinata, lavoro disordinato.

“Sii regolare e ordinato nella vita così da poter essere irruente e disordinato nel lavoro”.
– Gustave Flaubert

Come disse lo scrittore Gustave Flaubert: “Sii regolare e ordinato nella vita così da poter essere irruente e disordinato nel lavoro”. Ed aveva ragione. L’equilibrio tra ordine e disordine regola il mondo (dai tempi dello Yin e lo Yang), ed è importante, nella vita di tutti i giorni, averli entrambi bilanciando con un piede ben piantato nella sicurezza e nell’ordine e uno nell’avventura e nelle possibilità. Troppo ordine non ti fa scoprire nulla di nuovo e finisci per avere una vita noiosa e monotona. Troppo disordine al contrario non ti permette di concretizzare nulla e, soprattutto, non è sostenibile nel lungo periodo. L’ideale è quindi seguire il consiglio di Flaubert e avere un lavoro disordinato e avventuroso da una parte e una vita privata regolare e sicura dall’altra.

A domani, Jacopo


Ciò che ti rende sicuro, non ti rende forte.

C’è un trade off cui, come padre, penso spesso. Quello tra sicurezza e forza. Cosa è meglio fare? Proteggere i propri figli da tutto così da evitargli sofferenze? Oppure lasciare che vivano esperienze, che si facciano male, ma che così facendo divengano più forti? Perché il più delle volte quello che ci rende sicuro e ci protegge, non ci rende forti. Ci dà sicurezza, ma ci toglie sicurezza in noi stessi.

A domani, Jacopo


Caos e libertà.

Questa settimana sto leggendo un libro che mi ha fatto riflettere sul rapporto tra caos e libertà. Il caos è la dimensione in cui siamo quando non sappiamo dove siamo e dove andare. E quando non sappiamo dove andare è l’unico momento in cui siamo liberi di andare ovunque.

A domani, Jacopo


Coltiva i tuoi hobby come Benjamin Franklin.


Benjamin Franklin è stato uno degli uomini più prolifici e poliedrici della storia degli Stati Uniti. Grazie a un raro miscuglio di Puritanesimo e Illuminismo riuscì a strappare lo scettro ai tiranni e il fulmine al cielo. Come politico e attivista è stato tra i protagonisti della Rivoluzione americana. Mentre come inventore e scienziato ha inventato il parafulmine, le lenti bifocali, l’armonica a bicchieri e le pinne. Nonostante la sua intensa attività professionale, riuscì sempre a ritagliarsi il tempo per coltivare i suoi molti hobby (tra cui la lettura, il nuoto, gli scacchi, la musica, la filosofia, la scienza e la politica). E furono proprio questi hobby che gli permisero di eccellere e distinguersi in tutte le sue attività. Ti ho raccontato la storia di Benjamin Franklin perché, indipendentemente da quale sia il tuo lavoro, avere degli hobby e dedicargli del tempo, ti darà la possibilità di avere nuove idee, vedere il tuo lavoro da diversi punti di vista e stimolare il tuo lato creativo.

Leggi la mia newsletter di oggi.

A domani, Jacopo


Il rischio di non rischiare.

Oggi non rischiare è, paradossalmente un grande rischio. C’è stato un tempo in cui potevamo anche non rischiare. Un tempo in cui l’economia girava di più, le cose accadevano e anche se non si faceva nulla, si andava avanti lo stesso. Oggi invece dobbiamo rischiare. Dobbiamo provare a fare le cose in maniera differente. Dobbiamo lanciarci. Sbagliare e riprovare. Perché se non rischiamo, qualcuno rischierà per noi e noi ci troveremo fuori dal mercato. Tanto come imprenditori, quanto come dipendenti. Un’azienda che non rischia è un’azienda che non innova, e oggi qualsiasi azienda deve innovarsi. Un dipendente che non rischia è un dipendente che non si evolve, e oggi qualsiasi dipendente deve evolversi. Deve imparare nuove competenze, deve metterci del suo e deve creare valore. Rischiare è sempre rischioso, ma non rischiare oggi è ancora più rischioso.

A domani, Jacopo


Il futuro sono le persone.

Per gran parte del Novecento la Finlandia è stato uno dei paesi più poveri d’Europa. Oggi invece è uno dei paesi più innovativi, dinamici e con il PIL procapite più alto del mondo. Come è stato possibile? Semplice, hanno puntato sulle persone. In un’intervista uscita sul magazine Monocle di questo mese, Juha Leppanen, direttore del thing-tank Demos a Helsinki, dice una cosa molto interessante: “L’unica soluzione per un paese come il nostro, molto lontano e con un clima terribile, era focalizzarsi sulle persone”. È ha ragione. La vita sono le persone che incontriamo, il lavoro sono le persone con cui lavoriamo e il futuro sono le persone che lo costruiranno. In un mondo che cambia sempre più in fretta, investire sulle persone è la scelta più intelligente che possiamo fare. Perché le macchine non si adattano. I soldi si svalutano. Gli immobili si rovinano. Le persone invece possono guidare il cambiamento e creare valore anche dove nessuno lo vede.

A domani, Jacopo


Minimalism: A Documentary.

“Ama le persone, usa le cose, perché l’opposto non funziona mai.”
-Joshua Fields Millburn

Uno dei documentari più interessanti che ho visto su Netflix l’anno scorso è “Minimalism” che racconta le storie di diverse persone che, in America, hanno scelto di adottare uno stile di vita minimalista (liberarsi delle cose tangibili per avere più spazio per se stessi). Oltre al tema, che trovo molto attuale, il documentario è interessante anche da un punto di vista imprenditoriale. Il racconto gira attorno ai due fondatori del blog theminimalists.com, Joshua Fields Millburn e Ryan Nicodemus, che per un anno girano gli Stati Uniti per promuovere il loro libro “Minimalism”. Affittano luoghi dove parlare, partecipano alle fiere e parlano con le persone che incontrano per strada. All’inizio non li considera nessuno, poi, miglia dopo miglia, iniziano a creare una nicchia di sostenitori, attirano l’interesse dei media e, dopo un anno, riempiono le sale e vendono migliaia di copie. È un ottimo esempio dell’iter necessario per lanciare un prodotto: si sceglie un tema chiaro, in cui si crede e in crescita (qui il Minimalismo), si costruisce un prodotto (qui il libro) e poi si gira il territorio di riferimento (qui gli USA) per promuoverlo, mettendoci il proprio tempo, i propri soldi e, soprattutto, la propria faccia.

A domani, Jacopo


Perché lavoro in proprio.

“Le tre dipendenze più nocive sono l’eroina, i carboidrati e uno stipendio mensile.”
-Nassim Nicholas Taleb

Ok, forse questa citazione di Taleb è eccessiva. I carboidrati non mi hanno mai dato dipendenza. Sull’eroina e lo stipendio mensile invece non ti so dire. La prima non l’ho mai provata, il secondo non l’ho mai avuto. Da quando ho 18 anni lavoro in proprio. E, dal mio punto di vista, non potrebbe esserci modo migliore di lavorare. Perché quando lavori in proprio sei libero di scegliere. Non hai capi che ti dicono cosa fare o non fare. Sei libero di decidere quando e quanto lavorare. Hai uno stile di vita più flessibile. Sei libero di dire no, quando non sei d’accordo. Sei libero di fare errori e imparare a modo tuo. Sei libero di scegliere le persone con cui lavorare e la tipologia di progetti che vuoi sviluppare. Puoi guadagnare tanto o poco. Sta a te. Se guadagni 100 prendi 100. Non devi aspettare per un aumento. Puoi lavorare dove vuoi. Puoi andare in vacanza quando tutti lavorano e lavorare quando tutti sono in vacanza. Sei più coinvolto in quello che fai. Perché sai che dipende da te. Sai che puoi essere tu, in prima persona, il cambiamento che vorresti vedere nella tua vita e nel mondo.

A domani, Jacopo


Una causa in comune.

750 milioni di anni fa la Terra era quasi interamente ricoperta dall’acqua. Ci sono voluti centinaia di milioni di anni per far assumere alla Terra la sua attuale conformazione. Oggi tuttavia, molte coste e molte città – da Miami a Venezia – rischiano di essere sommerse dal mare. Oggi il cambiamento climatico è, dal mio punto di vista, la principale minaccia per il nostro pianeta. Una minaccia che ci riguarda tutti, non tanto perché tutti noi ne subiremo le conseguenze, ma perché tutti noi ne siamo la causa. Ogni singola persona che abita questa terra è responsabile per il futuro di miliardi di persone. E questa la considero una bella notizia. Perché salvare il nostro pianeta è la cosa più democratica che possiamo fare. Non è qualcosa che può fare solo l’1%. È qualcosa che possiamo e dobbiamo fare tutti insieme. Semplicemente modificando il nostro stile di vita. Tutto il resto segue. Se come consumatori smettiamo di usare plastica mono uso, le aziende si adegueranno e cambieranno la produzione. Se come cittadini riduciamo il nostro impatto, i politici si adegueranno e cambieranno le leggi. Qualsiasi cambiamento deve partire da noi, non da qualcun altro.

A domani, Jacopo


Dieci previsioni per il 2019.

1 / I Top Tech Trends del 2019 secondo CbInsights.

2 / Le previsioni per il giornalismo nel 2019 secondo NiemanLab.

3 / Il 2019 in Italia e all’estero secondo Good Morning Italia.

4 / Le innovazioni che nel 2019 ci daranno i brividi secondo FastCompany.

5 / I Paesi che più cresceranno e quelli che più decresceranno nel 2019 secondo l’Economist.

6 / Cosa aspettarsi per la UX nel 2019 secondo UXDesign.

7 / Il futuro del lavoro secondo il World Economic Forum.

8 / I 105 strumenti per lanciare il tuo business nel 2019 secondo The Mission.

9 / I 9 trend nel Design per il 2019 secondo FastCompany.

10 / Le previsioni per il 2019 di Monocle.

A domani, Jacopo


David Steindl-Rast e l’importanza di fermarsi, guardare e poi agire.

David Steindl-Rast è un monaco benedettino austriaco emigrato a 26 anni negli Stati Uniti. Nella sua vita si è fatto portavoce del dialogo interreligioso e dell’importanza di essere grati (come via per essere felici). Durante un Ted Talk di qualche anno fa, ha riassunto la via per la gratitudine in tre semplici passaggi: Stop, Look, Go. Un po’ come quando da piccolo ti insegnano ad attraversare la strada. Fermati, guarda e poi vai. E questo vale tanto nella vita personale quanto in quella professionale. Fermati, prenditi del tempo per conoscerti, metti di tanto in tanto dei segnali di stop nella tua vita. Poi guarda, apri gli occhi, il naso, le orecchie e osserva quello che ti circonda. E infine, vai, agisci, fai qualcosa di concreto, costruisci il cambiamento che vuoi vedere nella tua vita. Lo considero un buon consiglio che voglio condividere anche con te. Perché qualsiasi sia il tuo lavoro è importante fermarsi di tanto in tanto per capire se la direzione in cui si sta andando è quella verso cui si vuole andare.

Leggi la newsletter di oggi.

A domani, Jacopo


Il Click ritorna al Brick.

Come scrive Timothy Snyder nel suo libro “On Tyranny”, la storia non si ripete ma insegna. E generalmente chi è in grado di imparare dalla storia ha meno probabilità di ripeterne gli errori. Nel mercato multimiliardario della tecnologia, sta accadendo un fenomeno interessante. Diverse aziende che hanno fatto fortuna con la tecnologia e il digitale (“Click”), stanno investendo in uno dei settori meno digitali e innovativi di tutti: il mattone (“Brick”). A Dicembre, Joe Gebbia, uno dei due fondatori di Airbnb, ha annunciato il lancio del progetto Backyard, “an endeavor to design and prototype new ways of building and sharing homes.” Ovvero, dal 2019 Airbnb comincerà a costruire case. Settimana scorsa invece, Microsoft ha dichiarato che investirà 500 milioni di dollari per costruire “affordable houses” in un’aria di Seattle. Così come Amazon costruisce librerie, Uber progetta elicotteri e Facebook investe 300 milioni in giornali locali. Se prima era tempo di creare nuovi modelli di business, ora sembra tempo di innovare quelli vecchi.


Flow.

Qualche giorno fa ho visto un TED, piuttosto noioso ma interessante, in cui lo psicologo ungherese Mihaly Csikszentmihalyi, parla del concetto di Flow (uno stato mentale in cui la persona è completamente immersa in un’attività) come percorso per raggiungere la felicità. Il pensiero di Csikszentmihalyi parte dal presupposto che la felicità sia raggiungibile facendo attività che ci realizzano e ci portano quindi a raggiungere uno stato emotivo descrivibile in sette fattori:

1) Essere completamenti focalizzati su quello che si sta facendo.
2) Percepire un senso di estasi, come se si fosse fuori dalla routine quotidiana.
3) Avere chiaro il proprio ruolo e quello che deve essere fatto.
4) Sapere che l’attività è realizzabile e si hanno le competenze per farla.
5) Essere sereni.
6) Perdere il senso del tempo, ci si dimentica di sé e ci si sente parte di qualcosa di più grande.
7) Avere una motivazione intrinseca, si sa che quello che si sta facendo vale la pena di essere fatto anche solo per il gusto di farlo.

Per raggiungere questo stato mentale è necessario unire un alto grado di competenze (fare qualcosa in cui siamo bravi) ad un alto livello di sfida (fare qualcosa che ci coinvolga).

A domani, Jacopo


Un libro: “It doesn’t have to be crazy at work”.

Questa settimana ho letto “It doesn’t have to be crazy at work” di Jason Fried e David Hansson – i fondatori di Basecamp. Il libro non mi ha fatto impazzire (molto meglio il loro precedente “Rework”), ma si fonda sul concetto (in cui mi ci ritrovo a pieno) per cui non deve essere sempre un casino sul lavoro. Non è possibile che le riunioni non finiscano mai quando devono finire, che i brief cambino in continuazione, che tutti siano sempre incasinati, che la gente non risponda mai alle mail, che nessuno abbia mai tempo, che si arrivi sempre in ritardo, che la gente sparisca etc etc (potrei andare avanti all’infinito). Può, e deve, esserci un’alternativa. E come alternativa, i due autori propongo il metodo che da vent’anni applicano alla loro società: “The answer isn’t more hours, it’s less bullshit”. Ovvero passare dal “Crazy Working” al “Calm Working”. Non lavorare mai più di 40 ore a settimana, niente distrazioni, niente interferenze con la vita privata, niente obiettivi irraggiungibili, niente riunioni inutili e così via. Insomma il contesto lavorativo opposto a quello in cui spesso ci ritroviamo a lavorare.

A domani, Jacopo


Come avere costanza.

Qualsiasi siano i tuoi buoni propositi di quest’anno, per trasformarli in buone azioni, ti servirà molta motivazione e tanta costanza. Sulla motivazione sta a te capire cosa ti spinge a realizzare i tuoi obiettivi. Sulla costanza invece, ci sono cinque cose che puoi fare:

  1. Scrivi i tuoi obiettivi: Averli scritti (anche su un pezzo di carta), ti aiuta a visualizzare il tuo obiettivo e renderlo più tangibile.
  2. Condividi i tuoi obiettivi: Condividere i tuoi risultati con altre persone (basta anche una piccola cerchia di amici) ti aiuta a responsabilizzarti sul raggiungimento degli obiettivi che ti sei dato.
  3. Non essere troppo rigido con te stesso: Avere costanza non è facile, e se sei un perfezionista è ancora più difficile. Concediti degli errori ogni tanto. È meglio mantenere il ritmo che essere sempre al meglio.
  4. Aggiusta il tuo piano: Avere costanza non vuol dire non farsi domande. Continua a monitorare i tuoi risultati e se vedi che le cose non vanno come dovrebbero andare, aggiusta il tuo obiettivo.
  5. Datti delle scadenze intermedie: Scomponi i tuoi obiettivi in obiettivi più ridotti e più raggiungibili. Questo ti aiuta a sentirti più motivato e gratificato.

A domani, Jacopo


Elogio (inaspettato) dell’insicurezza.

La sicurezza in se stessi è la chiave del successo. Vero. Se non credi in te stesso nessuno crederà in te. Vero. Tuttavia, troppa sicurezza in sé può portare a chiudersi in se stessi e perdere contatto con gli altri e con il mondo che ci circonda. Da cui un inaspettato elogio dell’insicurezza. Perché quando sei insicuro tendi ad essere meno arrogante, più curioso, più propenso ad ammettere i tuoi errori e quindi a imparare dai tuoi errori, più aperto a nuove proposte e più propenso ad ascoltare. Tutte caratteristiche essenziali per poter cambiare. Per evolvere e avere nuove idee. Perché il rischio più grande di essere troppo sicuro di sé è che finisci per auto convincerti che tutto quello che pensi o fai sia giusto. Anche quando non lo è.

A domani, Jacopo


Per un futuro al femminile.

Qualche sera fa ho visto “The Spy Who Dumped Me” (titolo che richiama il decimo James Bond “The Spy Who Loved Me”), un film che il New Yorker ha inserito tra i film più interessanti del 2018 e che mi sento di inserire nel filone “remake al femminile”. Ovvero tutte quelle pellicole che ripropongono sceneggiature o generi tipicamente maschili, ma con interpreti femminili. In questa categoria rientrano anche l’ultimo Ghostbusters e Ocean’s 8. Ci sta, oggi il femminismo è molto pop e mi sento di appoggiare qualsiasi iniziativa che vada nella direzione di ridurre il gender gap. Tuttavia, non penso che il modo migliore per ridurre le disuguaglianze tra uomini e donne sia trasformare le donne in uomini. Non penso si possa costruire un futuro al femminile utilizzando le stesse logiche che hanno creato un passato e un presente al maschile. Perché, così facendo, si rischia di andare verso un futuro, intuito dal filosofo Žižek, in cui gli uomini saranno sempre più perpetui adolescenti in stile Trump, e le donne sempre più dure e punitive in stile Clinton.

A domani, Jacopo


Senza è il nuovo Con.

Per mezzo secolo molte aziende hanno basato il proprio vantaggio competitivo su una formula molto semplice: dare ai propri clienti il più possibile al minor costo possibile. “Puoi avere tutto incluso a soli 49,99 Dollari!”. Oggi questo paradigma si sta lentamente invertendo. Da qualche anno, molte aziende stanno avendo successo ribaltando la propria offerta, ovvero dando meno a un prezzo più alto. Pensiamo al cibo. Un tempo il valore aggiunto (come dice la parola stessa) era dato da cosa si aggiungeva. Mc Donald’s insegna: panini sempre più grandi e sempre più farciti a un prezzo sempre più basso. Oggi vale il contrario. Il valore aggiunto è dato dalla sottrazione. Meno ingredienti, più sani. E così sulle confezioni del cibo la parola “senza” ha sostituito la parola “con”. “SENZA olio di palma”. “SENZA calorie”. “SENZA grassi aggiunti”. “SENZA sfruttare animali”. “SENZA carne”. E poi ancora, sigarette senza caffeina. Caffè senza caffeina. Coca-Cola senza zuccheri. Birra senza alcol. Tutto per seguire un nuovo mercato dove il consumatore sembra aver finalmente capito che, in un mondo di abbondanza, quello che conta veramente, non è la quantità ma la qualità.

A domani, Jacopo


Social Media e Soft Skills.

Lunedì sono stato ospite di Radio Rai per parlare di lavoro e, in particolare di come promuoversi on line. Tra i temi emersi:

  1. Oggi nessun professionista può ignorare i Social Media, per il semplice fatto che chiunque li usa e, soprattutto, chiunque li può leggere. Tanto i tuoi amici quanto il tuo capo, il tuo futuro datore di lavoro o i tuoi clienti. Quindi serve una strategia e serve consapevolezza. È importante essere consapevoli che qualsiasi cosa scriviamo o postiamo è pubblica.
  2. Oggi le soft skills, valgono di più delle hard skills, perché in un mondo del lavoro sempre più dinamico, chi sei, la tua attitudine al lavoro e il tuo potenziale, vale di più di cosa hai fatto, delle tue competenze tecniche e del tuo passato. E i social media sono un ottimo strumento per raccontarti e valorizzare le tue soft skills.
  3. Su Internet non si può fingere, il tuo racconto deve rispecchiare la tua persona. È importante usare dei canali dove ci si possa esprimere senza forzature. Se non ti senti a tuo agio con i social network, esistono i blog, le newsletter (di cui sono un sostenitore…) o molti altri strumenti tra cui scegliere.

A domani, Jacopo


Il costo di fare qualcosa ad ogni costo.

Poco dopo la partenza, Edward Smith, capitano del Titanic, ordinò di fare tutto il necessario per arrivare a New York il prima possibile e battere ogni record. “Dobbiamo arrivare a New York a tutti i costi! Nulla ci potrà fermare!”. Inutile scriverti come è andata a finire. L’urgenza di fare qualcosa ad ogni costo spesso crea più danni che benefici, perché ti fa perdere di vista il contesto. Ti obbliga a guardare solo in una direzione, a non cambiare mai il tuo piano e a vedere tutto come un’inutile distrazione. Diventi come un Lemming nel celebre videogioco del 1991. Vai sempre avanti per la tua strada senza farti domande. E anche quando incontri un burrone (o un iceberg) tu vai comunque avanti perché devi raggiungere il tuo obiettivo “ad ogni costo”.

A domani, Jacopo


I bei vecchi tempi sono sempre più belli quando sono vecchi.

Insieme all’ansia, la nostalgia è uno degli stati emotivi che più caratterizzano la nostra epoca. Ansia per il futuro. Nostalgia per il passato. E in mezzo ci siamo noi, con il nostro lavoro sempre più precario e i nostri valori sempre più fragili. In Russia hanno nostalgia dell’Unione Sovietica. In Europa dell’autonomia dall’Unione Europea. E in America di quando l’America era grande. In tutto il mondo dilaga un senso di nostalgia che ci condanna ad essere turisti del nostro stesso passato (per parafrasare un nostalgico Rent in T2). Ci convinciamo che si stava meglio quando si stava peggio. E non importa se i dati dimostrano il contrario. Se la mortalità infantile continua a scendere e l’istruzione in tutto il mondo è in crescita. È il trucco della nostalgia: rende il passato più bello anche quando non lo era. “We are not thinking, we are feeling” scriveva il medico svedese Hans Rosling. E questo è un rischio perché, come ci insegna la storia, le emozioni sono molto più facili da influenzare rispetto ai nostri pensieri.

A domani, Jacopo


Le nuove idee non lavorano dove lavori tu.

L’idea per il mio primo libro l’ho avuta mentre facevo la doccia dopo aver corso. L’idea per il secondo libro l’ho avuta mentre davo da mangiare a mio figlio di fronte al mare di San Vito Lo Capo. Quella per il terzo libro mentre ero in tram e quella per il mio primo romanzo (che non ho ancora scritto, ma che prima o poi scriverò!) mentre mi stavo stirando una camicia. Te lo scrivo perché sono convinto che le nuove idee non lavorano dove lavori tu. E neanche dove lavoro io. Perché il modo migliore per avere nuove idee è uscire dal luogo dove lavori tutti i giorni. Tutti i più grandi creativi facevano così. Gustav Mahler componeva in un cottage tra le Alpi e ogni giorno camminava ore per avere l’ispirazione per scrivere nuova musica. Charles Dickens scriveva per cinque ore al giorno e poi faceva una passeggiata di tre ore per avere nuove idee. Sono buoni esempi. Scegli tu cosa fare. Puoi fare una passeggiata come Dickens o Mahler, oppure andare a correre, o a vedere una mostra, o qualsiasi altra cosa, purché sia fuori dal tuo ufficio.

A domani, Jacopo


Il misterioso naufragio della barca di Van Gogh.

“Chi sono io agli occhi della gente? Una nullità. Ebbene, anche se ciò fosse vero, vorrei un giorno che le mie opere mostrassero cosa c’è nel cuore di questa eccentrica nullità.”
– Vincent van Gogh

Parafrasando la versione cinematografica del poeta americano Rene Ricard, nel film del 1996 Basquiat: quale artista non vorrebbe salire sulla barca di Van Gogh? Dal 1890 in avanti l’intera storia dell’arte è stata un risarcimento (non tanto a lui quanto agli artisti dopo di lui) per aver ignorato l’artista olandese. Oggi sembra impensabile che un artista come Van Gogh fosse in vita un’eccentrica nullità (come lui stesso si definiva). È un mistero come il mondo non si sia accorto di lui. Van Gogh era l’uomo giusto (un pittore geniale) al posto giusto (Parigi) nel momento giusto (la Parigi di fine Ottocento) con i contatti giusti (dal fratello gallerista Theo ai molti amici pittori da Renoir a Gauguin). Eppure non è mai stato in grado di emergere e realizzarsi, e ha passato la sua vita a combattere contro i propri demoni senza mai sentirsi a casa in nessun luogo. Perché non basta essere nel posto giusto al momento giusto. Fino a quando non si trova la propria dimensione e il proprio equilibrio, qualsiasi contesto è quello sbagliato.

A domani, Jacopo


Mobilità Politica.

Qualche sera fa ho visto “Vice”, il film sulla vita del politico americano Dick Cheney. È un film coraggioso (tanto per i contenuti, quanto per lo stile narrativo) che mi ha fatto riflettere su molti temi. Tra cui la mobilità sociale. Ovvero la possibilità per un individuo di passare da uno status sociale ad un altro. Gli Stati Uniti (come anche l’Italia) sono uno dei paesi al mondo con la minore mobilità sociale, dove, per intenderci, se nasci povero è probabile che tu rimanga tale. Questo non riguarda però tutti i settori. Basta pensare all’entertainment dove, soprattutto in America, sono molti gli attori e i cantanti, nati poveri e diventati in breve tempo molto ricchi. Ma oltre all’entertainment c’è anche (e non ci avevo mai pensato), quello della politica dove, anche se nasci nessuno, se riesci a crearti i giusti appoggi puoi diventare uno degli uomini più potenti del paese. Dick Cheney o Ronald Reagan ne sono un esempio, così come in Italia lo è Di Maio. Il che mi ha fatto pensare che forse c’è una correlazione tra mobilità sociale e politica: il grado di mobilità sociale nella società è inversamente proporzionale alla mobilità politica.

A domani, Jacopo


Se lavori da solo non lavorare da casa.

Nel film “Bandernsnatch”, Stefan è un giovane programmatore che preferisce lavorare da solo chiuso in casa piuttosto che in un ufficio con altre persone. E anche quando una casa di produzione gli commissiona la creazione di un nuovo video gioco con un team a lui dedicato, Stefan preferisce chiudersi in casa e passare giorno e notte attaccato al computer. Risultato: diventa paranoico, uccide il padre e viene arrestato (perdona lo spoiler – ma tanto hai altri quattro finali a disposizione). Ok, la storia di Stefan è drammatica. Lavorare da casa non porta necessariamente alla follia. Ma uno dei rischi maggiori di lavorare in proprio è quello di isolarsi. Lavorare da solo in un piccolo ufficio o, ancora peggio, a casa, magari in pigiama. Questo non è sano. Evitalo. Se lavori da solo non lavorare da casa. Esci. Lavora su una panchina in mezzo al parco piuttosto, o in un bar. Dovunque tu voglia, purché ci siano altre persone con cui parlare e condividere idee. Lavorare in proprio non vuol dire lavorare da solo, anzi è uno stimolo per lavorare con molte altre persone e creare una rete di collaboratori.

A domani, Jacopo


Una lettera dal futuro te.

Qualsiasi attività tu voglia fare, così come qualsiasi competenza tu voglia saper fare, richiede tempo, spesso anni. Nulla (che vale) è tutto e subito. Se fra cinque anni, il futuro te dovesse scriverti una lettera per ringraziarti di un’attività che hai iniziato oggi. Quale attività sarebbe? Inizieresti un tuo side project? Impareresti una nuova lingua? Faresti un master? Sono molte le attività che puoi fare per cambiare il tuo futuro e far sì che il te del futuro te ne sia grato.

A domani, Jacopo


Bandernsnatch e il gravoso fardello della scelta.

L’altra sera ho visto “Bandernsnatch”, un film molto sperimentale, ai limiti del manierismo, che, al viscerale senso di ansia e nostalgia (tipico di Black Mirror), unisce la possibilità di interagire con la storia. Un po’ come i libro-game di un tempo, con la differenza che, quando leggevi un libro-game, non c’era un algoritmo che teneva traccia di tutte le tue scelte per venderti più libri. Il film è totalmente incentrato sul tema della scelta. Tutto è narrato in ottica algoritmica IF THEN. Se fai questo, accade questo. La trovo una buona metafora dell’epoca contemporanea dove tutto sta a noi, dove abbiamo (almeno in apparenza) la possibilità di scegliere su ogni cosa. Non so se un domani tutti i film saranno interattivi. Non penso (e in tutta onestà non lo spero). Avere troppa scelta (tanto nei film quanto nella vita) a volte è più un peso che un reale beneficio. Rischiamo di rimanere paralizzati da troppe possibilità. Un po’ come quando apriamo Netflix e, di fronte all’immensa quantità di film a disposizione, passiamo la serata a scegliere quale film vedere e alla fine non vediamo nulla.

A domani, Jacopo


Cento.

Questo è il mio centesimo post di fila. L’1 Ottobre 2018 ho iniziato a scrivere un blog quotidiano. Mi sono dato l’obiettivo di scrivere ogni giorno un nuovo post di massimo 200 parole su vita, lavoro e altre cose interessanti. E, fino ad ora, non ho mai saltato un giorno. È un buon esercizio. Mi aiuta ad essere costante e stimola la creatività e questo penso sia il motivo principale per cui continuo a farlo: perché la costanza stimola la creatività. È un po’ come meditare. Nel caos della giornata lavorativa, so che almeno dieci minuti al giorno, li dedico ad organizzare i miei pensieri e dargli forma su carta.

A domani, Jacopo


Anno nuovo, lavoro nuovo.

Anno nuovo, lavoro nuovo. Gennaio è il mese dei buoni propositi e se stai cercando (o ti stai inventando…) un nuovo lavoro, queste sono tre caratteristiche da tenere in considerazione:

  • Motivazione: fai qualcosa in cui credi, qualcosa che per te è importante. Qualcosa che ti permetta di sentirti parte di un movimento più grande e ti dia la possibilità di avere un impatto (anche piccolo, ma positivo) sul mondo.
  • Realizzazione: fai qualcosa in cui sei bravo o puoi diventare bravo. Qualcosa che ti permetta di valorizzare quelle che gli psicologi chiamano le Signature Strengths (i tuoi tratti distintivi) e che ti dia la possibilità di migliorarti ogni giorno.
  • Remunerazione: fai qualcosa per cui sei pagato il giusto. Dove “giusto” vuol dire né troppo poco ma neanche troppo, perché se sei pagato troppo, la remunerazione assume un’importanza maggiore rispetto alle altre due caratteristiche e l’equilibrio si rompe.

Buon anno (e buon lavoro)!

A domani, Jacopo


Libri che ci leggono.

“Presto i libri ti leggeranno mentre tu leggi loro.”
-Yuval Noah Harari

Un tempo leggevo i libri su carta. Oggi invece li leggo principalmente su Kindle. È stata una scelta sofferta. Sono molto legato ai libri cartacei, mi piace toccarli, mi piace tenerli in casa e mi piace sottolineare le parti che preferisco e appuntarmi alcune note a matita. Però leggendo molto e ovunque, gli e-book sono molto più pratici e, alla fine, la praticità ha vinto. C’è però una cosa che potrebbe farmi ritornare al libro cartaceo. Ovvero il rischio che un domani, come scrive il filosofo Harari, i libri mi leggeranno mentre io li leggo. Strumenti come il Kindle di Amazon, tengono traccia di cosa sottolinei, di quali libri leggi e di come li leggi. E se un domani dovessero avere sensori biometrici o rilevatori delle espressioni facciali (cosa che alcuni iPhone già hanno), saranno in grado di decodificare le emozioni che un libro ci suscita. E quindi influenzare la nostra lettura e, di conseguenza, i nostri pensieri.

A domani, Jacopo