Olivetti, l’occasione perduta.

Il podcast “Olivetti, l’occasione perduta” a cura di Paolo Colombo si apre con un finto notiziario che racconta come sarebbe potuta essere l’Italia e il mondo se il nostro Paese non si fosse lasciato scappare l’opportunità di investire sulla Olivetti. È uno scenario romanzato, ma verosimile. Se la Olivetti avesse avuto la capacità e la possibilità di crescere ed evolversi seguendo le linee guide tracciate da Adriano Olivetti, oggi non solo l’Italia, ma anche tutto il mondo, sarebbe molto diverso e, probabilmente, migliore.

Già nei primi del novecento, Adriano Olivetti, era riuscito a creare un sistema imprenditoriale che applicava il socialismo all’impresa andando oltre il mero concetto capitalistico di guadagno e creando un’impresa che non fosse soltanto espressione del profitto che faceva, ma anche delle persone che la facevano. Olivetti pensava alle sue fabbriche non solo in un’ottica di ottimizzazione dei processi, ma anche nella prospettiva del miglioramento delle condizioni di vita dei suoi operai, attuando strategie che poi si riflettevano in un miglioramento dei processi produttivi.

Olivetti credeva nel diritto alla bellezza. I suoi stabilimenti a Ivrea erano costruiti in vetro e ferro, così che i suoi lavoratori potessero continuare a vedere la bellezza del sole anche se non andavano più a lavorare in campagna. Le sue armi segrete erano i libri, le opere dell’ingegno e dell’arte e la virtù rivoluzionaria della cultura che dona all’uomo il suo vero potere.

Le armi segrete di Olivetti erano i libri, le opere dell’ingegno e dell’arte e la virtù rivoluzionaria della cultura che dona all’uomo il suo vero potere.

Grazie a questa filosofia, Olivetti era riuscito a creare una realtà all’avanguardia su tutto che s’impose prima come leader di mercato a livello mondiale, con le sue macchine da scrivere, e poi come iniziatore dell’era dei personal computer con il suo Programma 101, lanciato nel 1965. Visto oggi, questo modello, che la Olivetti applicava quasi un secolo fa, è straordinario soprattutto se paragonato a contesti lavorativi contemporanei come la cinese Foxconn che produce o ha prodotto componenti elettrici ed elettronici per molte delle aziende americane che hanno preso il posto di Olivetti.

E allora perché Olivetti non è diventata la Apple di oggi? Il podcast di Paolo Colombo prova a dare qualche spiegazioni, tra queste l’importanza del contesto di riferimento, in questo caso l’Italia.

Mariana Mazzucato, nel suo libro The Entrepreneurial State, sottolinea l’importanza dello Stato nell’innovazione del Paese e delle sue imprese. Pensiamo a Keynes e alla sua idea di uno Stato innovatore che «non si limiti a fare quello che gli individui stanno già facendo e farlo un po’ meglio o un po’ peggio di loro, ma che faccia qualcosa che nessuno al momento sta facendo». Quest’idea di Stato-imprenditore, soprattutto in paesi bloccati dalla burocrazia, sembra quasi una visione irreale (un esempio è l’Italia dove, secondo un’inchiesta pubblicata sul Time nell’aprile del 2014, il 96% degli italiani considera il governo come un ostacolo nel fare business piuttosto che come un supporto), eppure non solo è la direzione verso cui ogni istituzione dovrebbe tendere, ma è anche quello che accade o è già accaduto in alcuni paesi.

Nel 1983 il governo canadese ha concesso 1,2 milioni di dollari canadesi all’allora ventitreenne Guy Laliberté, grazie ai quali l’ex mangiafuoco è riuscito a trasformare il suo Club des talons hauts nel successo mondiale Cirque Du Soleil. Molte delle tecnologie dietro al successo di prodotti come l’iPhone sono state sovvenzionate dallo Stato della California. Lo stesso SIRI è stato programmato con tecnologie finanziate dallo Stato. Sempre negli Stati Uniti, nel settore delle biotecnologie, delle nanotecnologie e di internet, le società di venture capital sono arrivate 15-20 anni più tardi rispetto agli investimenti fatti dal settore pubblico.

Il punto dunque non è solo abbassare le tasse ma iniettare nello Stato un approccio imprenditoriale, quando invece la direzione sembra essere quella di pensare solo alla stabilità e non alla crescita.

Come sostiene Mazzucato, lo Stato non si deve limitare a ridurre il rischio d’impresa, ma si deve assumere il rischio d’impresa e creare nuovi mercati dove le aziende possano crescere e quindi contribuire al bene pubblico attraverso il pagamento delle tasse. Il punto dunque non è solo abbassare le tasse ma iniettare nello Stato un approccio imprenditoriale, quando invece la direzione sembra essere quella di pensare solo alla stabilità e non alla crescita.