Breve elogio dell'inquietudine

Parafrasando Lev Šestov e la sua Bilancia di Giobbe, l’inquietudine è l’origine e il fine della filosofia, e quindi della vita. L’essere inquieto è la chiave della bellezza delle cose perché non ci fa dare nulla per scontato. Tutto ci appare nella sua meraviglia. L’arte nasce dall’inquietudine. La creatività nasce dall’inquietudine e anche molte delle nostre idee più originali sono nate dall’inquietudine. Se tutto fosse sempre quieto che bisogno ci sarebbe d’inventarsi qualcosa di nuovo?


Se si percorre sempre la stessa strada si rischia di perdere la meta. Di perdere il bello di sorprendersi di una meta nuova e inaspettata. L’inquietudine è quella cosa, nella vita di tutti i giorni, che ci permette di farci delle domande su quello che ci sta attorno. E, come diceva Bertrand Russell, in ogni cosa è salutare, di tanto in tanto, mettere un punto interrogativo a ciò che a lungo si era dato per scontato. L’inquietudine ha al suo interno il concetto stesso di movimento, di dinamicità e di ricerca. Una continua ricerca della verità che nasce dalla necessità di sviluppare un senso critico nostro.


Nel 1644, agli albori della guerra civile inglese, lo scrittore britannico John Milton, ispirato dalle parole di Isocrate e dalla libertà di stampa, scriveva che la verità è una fonte che scorre e se le sue acque non fluiscono in perpetua continuità imputridiscono in uno stagno melmoso di conformismo e tradizione. E solo l’essere inquieto permette di andare oltre il conformismo verso una ricerca continua della propria verità.