Dire Sì alla nostra vita professionale (e al futuro dell’Italia).

“Il tuo libro ha un titolo particolare… Fai Fiorire il Cielo… Dalla copertina non si direbbe parli di imprenditoria… Come mai questa scelta?”
“Si, assolutamente, non vi nascondo che questo titolo mi ha creato qualche problema di… posizionamento. Le prime settimane quando facevo il giro delle librerie di Milano per vedere come era esposto il libro l’ho trovato sotto Psicologia, Sociologia, Filosofia e ovviamente anche sotto Marketing ed Economia… Ma è un titolo cui sono molto legato. Penso che oggi sia necessario avere tanto la visione per vedere nel cielo un terreno fertile, quanto il metodo e le competenze per farlo fiorire…”

La presentazione del mio libro alla Festa de l’Unità a Milano è cominciata pressapoco così. Ma presto il tema si è spostato sullo slogan scelto quest’anno dalla Festa: Dire Sì.
Indipendentemente dall’accezione politica, è uno slogan in cui mi ritrovo molto. Diciamo che sono un fan del dire sì alla vita. Ma lasciando alla Filosofia o alla Sociologia le giuste riflessioni sul dire sì alla vita personale, io penso che oggi sia necessario dire sì alla propria vita professionale.

Il pessimismo è un lusso che la mia generazione non può più permettersi.

Dico lusso perché essere pessimisti è comodo. Dare la colpa a qualcun altro — al sistema, alla politica, al Paese — è molto più facile. Alleggerisce la coscienza e fa scivolare via i rimorsi. Ma se i trentenni oggi si abbandonano al pessimismo il nostro Paese si ferma.
Si ferma nel senso che non va né avanti né indietro. Si ferma nel senso che noi trentenni consegnamo la nostra dote più preziosa — il nostro futuro — nelle mani di chi non solo non se lo merita ma non è neanche capace di gestirlo. E questo non possiamo permettercelo.
È per questo motivo che penso che oggi la domanda da farsi non sia quale lavoro troverò ma quale lavoro mi inventerò. In questo dovremmo lasciarci ispirare dal mondo anglosassone. In America se un giovane manda il proprio curriculum a dieci aziende e non riceve alcuna risposta, si mette in proprio. Lancia una sua attività professionale. Si inventa un lavoro.
In Italia invece dopo dieci curricula inviati ci si deprime. Si molla il colpo. E questo — forse — spiega quello che è il dato a mio avviso più allarmante del mondo del lavoro giovanile in Italia. L’inattività. Il numero spaventosamente alto di persone che non hanno lavoro e non lo stanno cercando.
Questa attitudine divora il nostro futuro. Per quanto tempo i giovani potranno vivere di rendita. Una, al massimo due generazioni. E poi? Che ne sarà dell’Italia? Il nostro è un Paese fondato sul lavoro. Un Paese che ha saputo innovare e creare come pochi al mondo. Ma questo non basta. Bisogna continuare ad innovare e creare.
Spesso quando parlo di imprenditoria, soprattutto con i giovani, mi sento dire che in Italia inventarsi un lavoro non è possibile.
È vero: inventarsi un lavoro in Italia non è possibile. È necessario!
E tutto ciò che è necessario diventa possibile. Perché l’innovazione nasce non dove essa è possibile ma dove è necessaria.
Non stupisce che i paesi con il tasso di imprenditorialità maggiore al mondo siano tutti economie emergenti. Dove non ci sono alternative. O si innova o non si crea futuro.
L’Italia è un Paese straordinario per creare innovazione e generare valore. Inutile nasconderselo. Le tasse sono tra le più alte al mondo. La burocrazia soffoca le imprese. Abbiamo una propensione al rischio bassissima e una cultura del fallimento mortale. Però abbiamo risorse, abbiamo creatività, abbiamo storia, abbiamo cultura, abbiamo la gente, abbiamo le menti, abbiamo stimoli ed esempi. Basta uscire di casa per trovare un’ispirazione nuova.
Qualche anno fa un presentatore cinese durante una trasmissione disse:

«Abbiamo il Kung Fu e abbiamo i panda, ma non siamo stati in grado di creare un film come Kung Fu Panda»

Questa frase può far sorridere ma nasconde una grande verità.
Spesso non ci rendiamo conto delle risorse che ci circondano. Non siamo in grado di coglierne il valore. Le diamo per scontate. Fino a quando qualcun altro ne coglie il valore e crea qualcosa di nuovo.
Kung Fu Panda non è stato fatto da una casa di produzione cinematografica cinese ma da una americana che unendo due asset 100% cinesi ha creato un prodotto da un miliardo di dollari di utile.
Ora pensiamo al nostro Paese. Quanti sono gli asset che abbiamo e che nessuno è in grado di connettere e trasformare in valore? Faccio un esempio su tutti:

In Italia abbiamo i migliori abiti sartoriali al mondo (in inglese, suit) e i fornitori di maggior qualità (in inglese, supply), ma non siamo stati in grado di creare SuitSupply, un’azienda olandese che vende abiti sartoriali in tutto il mondo.

Chi in Italia pensa che con la cultura non si mangia non sta facendo un gravissimo errore culturale ma economico. È come un manager che all’interno della sua azienda ha un asset che potrebbe creare tantissimo valore economico e si permette di ignorarlo.
Purtroppo in Italia siamo pieni di manager che non riescono a vedere il valore delle risorse che già esistono e corrono dietro a sogni imprenditoriali che non ci appartengono solo per il gusto di sentirsi più internazionali.
Noi non siamo la Silicon Valley. E perché mai dovremmo esserlo? Noi siamo l’Italia, un Paese che indubbiamente ha tanti difetti ma se continuiamo a concentrarci solo sui difetti e non vediamo le immense risorse che abbiamo già a disposizione, finiremo come il presentatore cinese, depressi di fronte a un pubblico di Cinesi a domandarci come possiamo essere stati così miopi.