Corrente #116: Deadbot

Deadbot

(n.) Chatbot creati tramite Intelligenza Artificiale Generativa che permettono di simulare conversazioni con persone defunte, ricreando il loro modo di parlare e pensare attraverso dati e ricordi.

Nel 1640, il filosofo Cartesio visse un’esperienza straziante: la perdita della figlia Francine, di appena cinque anni. Sopraffatto dal dolore, Cartesio costruì un automa, una bambola meccanica a grandezza naturale, che riproduceva le sembianze della sua amata figlia. Questo gesto, un tentativo di preservare la memoria di Francine e forse di colmare il vuoto lasciato dalla sua assenza, può essere visto come un precursore primitivo di ciò che oggi definiamo “Deadbot”.

I Deadbot rappresentano un fenomeno contemporaneo che fonde tecnologia e lutto, permettendo di simulare conversazioni con persone defunte attraverso l’uso dell’Intelligenza Artificiale Generativa. Questi chatbot vengono creati utilizzando i dati e i ricordi lasciati dalla persona scomparsa, ricreando il suo modo di parlare e di pensare. È come se l’essenza digitale di una persona potesse sopravvivere alla sua morte fisica, offrendo ai vivi la possibilità di continuare a interagire con i propri cari.

Questa tecnologia sta rapidamente guadagnando terreno, specialmente in paesi come la Cina. Durante il festival del “Tomb-sweeping”, dedicato alla commemorazione dei defunti, molti cinesi stanno adottando l’Intelligenza Artificiale per creare avatar digitali dei loro cari scomparsi. Questi incontri virtuali, disponibili a prezzi accessibili, variano dalla semplice riproduzione della voce a cloni digitali più sofisticati.

L’industria del Digital Afterlife sta crescendo a un ritmo vertiginoso. Aziende come HereAfter offrono “memorie interattive” con la voce del defunto, mentre altre come MyWishes permettono di inviare messaggi pre-programmati ai propri cari dopo la morte. La Hanson Robotics ha addirittura creato un busto robotico di una donna scomparsa, capace di conversare e persino di seguire un corso universitario. Questi sviluppi stanno ridefinendo i confini tra la vita e la morte nell’era digitale.

Un caso emblematico è quello di Sun Kai, cofondatore di Silicon Intelligence, un’azienda con sede a Nanjing. Dopo la morte improvvisa di sua madre nel 2019, Sun ha utilizzato foto e clip audio delle loro conversazioni su WeChat per creare un avatar digitale di lei. Ora, una volta alla settimana, Sun ha una videochiamata con questa versione digitale di sua madre, condividendo pensieri e preoccupazioni che non discute nemmeno con sua moglie. Sebbene l’avatar possa dire solo poche frasi pre-programmate, Sun trova conforto nel sentire le parole che sua madre ripeteva spesso, come «Hai già mangiato?».

Man mano che la tecnologia progredisce, stiamo assistendo all’emergere di avatar intelligenti sempre più sofisticati. Aziende come Somnium Space stanno sviluppando modalità Live Forever che permettono agli utenti di creare cloni digitali basati su dati accumulati durante la vita, inclusi stili di conversazione, andature e persino espressioni facciali. Questi sviluppi ci costringono a riconsiderare come i nostri comportamenti e le opinioni espresse oggi potrebbero influenzare le versioni digitali di noi stessi destinate a sopravviverci.

Tuttavia, i Deadbot sollevano questioni etiche complesse. Chi ha il diritto di decidere se e come una persona debba vivere digitalmente dopo la morte? Come possiamo garantire che questi avatar digitali rappresentino fedelmente la persona scomparsa? E soprattutto, è davvero salutare per il processo di elaborazione del lutto? Emergono anche preoccupazioni sulla privacy e sull’uso postumo dell’immagine dei defunti, sollevando questioni legali ancora non risolte.

Il professore Shen Yang della Tsinghua University di Pechino sottolinea come, negli ultimi tre anni, il settore cinese dello sviluppo di avatar IA sia maturato rapidamente. Siamo passati da video renderizzati di pochi minuti ad avatar 3D live in grado di interagire con le persone. Inoltre, il costo per resuscitare digitalmente qualcuno è diminuito significativamente, passando da 2.000-3.000 dollari a poche centinaia di dollari, rendendo questa tecnologia accessibile a un pubblico più ampio.

Mentre la tecnologia ci offre nuove possibilità di connessione oltre la morte, dobbiamo riflettere attentamente sulle implicazioni di questa immortalità digitale. I Deadbot ci costringono a riconsiderare i confini tra vita e morte, tra memoria e presenza, tra passato e futuro. In un mondo sempre più digitalizzato, forse il vero lusso sarà poter scegliere di essere dimenticati.

Fonte: Spectrum, Wired, Swiss Institute, The Guardian, MIT