
«Oggi siamo tutti imprenditori, anche quando non sappiamo di esserlo.» È una frase, piuttosto nota, del fondatore di Linkedin Reid Hoffman che riassume bene il contesto lavorativo all’interno del quale ci troviamo oggi. Uno scenario in cui, un po’ per volontà e un po’ per necessità, sempre più persone scelgono la via professionale dell’imprenditorialità. Lasciano (o sono costretti a lasciare) il proprio lavoro da dipendente e aprono una propria attività imprenditoriale che spesso rimane nell’alveo delle micro imprese composte da un unico lavoratore.
Non stupisce dunque la crescita esponenziale delle Partite Iva in Italia. Come si legge su Technicismi infatti, tra aprile e giugno 2021 si sono registrate 484mila dimissioni (292mila da parte di uomini e 191mila donne), circa una posizione lavorativa su 5 è cessata con la dimissione del dipendente (con un incremento del 37% rispetto al trimestre precedente), mentre in un solo anno (il 2021) sono nate 332.596 nuove startup con un balzo del +14% rispetto all’anno precedente, e nel secondo trimestre 2021 sono state aperte 147.153 partite IVA (di cui il 47,5% riguardano GenZ e millennials) che per la maggior parte si riferiscono a nuovi business digitali come l’e-commerce.
All’interno di questo scenario si inserisce il fenomeno dei Micropreneurs, inteso come la tendenza a lasciare un lavoro fisso per avviare una propria micro attività imprenditoriale.
Alla radice di questo fenomeno non ci sono solo ragioni economiche ma anche psico-sociali. A seguito della Pandemia infatti, sempre più persone ricercano un bilanciamento tra vita e lavoro più equilibrato, anche a costo di rinunciare a una parte del proprio stipendio o a un contratto a tempo indeterminato. Questo riguarda tanto i dipendenti quanto i dirigenti. Secondo una recente ricerca pubblicata da Deloitte infatti, l’81% dei dipendenti dichiara che in questo momento migliorare il proprio equilibrio è più importante che progredire nella carriera. Complessivamente, il 63% dei dipendenti e il 73% dell’alta dirigenza hanno dichiarato di non essere in grado di prendersi del tempo libero e di staccare la spina.
A seguito della Pandemia, sempre più persone ricercano un bilanciamento tra vita e lavoro più equilibrato, anche a costo di rinunciare a una parte del proprio stipendio o a un contratto a tempo indeterminato.
Nascono così nuove forme di imprenditoria come, appunto i “Microimprenditori”, ma anche gli “Intraprenditori” (dipendenti che sviluppano un’idea imprenditoriale all’interno dell’azienda per cui lavorano); i “Sidentrepreneur” (lavoratori che portano avanti un’attività imprenditoriale parallela al proprio lavoro); i “Solo entrepreneur” (imprenditori che gestiscono un’azienda da soli appoggiandosi a un network di fornitori esterni); “Imprenditore per acquisizione” (manager che entrano all’interno di una società come dipendenti con il fine un domani di acquisirne le quote).
Oltre ai più recenti ed eclettici “homepreneur” (freelance che lavorano da casa, detti anche “sofapreneur”), o gli “untrepreneur” (imprenditori che si spacciano per tali anche se non lo sono), o i “contrapreneur” (imprenditori che fanno affari nelle operazioni reazionarie e controrivoluzionarie), e tutte quelle figure professionali che stanno emergendo nel più ampio spettro di quel contesto socio-economico conosciuto come “imprendicariato”.