Paradisi invisibili.

Nelle sue Città invisibili, Italo Calvino immagina un dialogo tra Marco Polo e Kublai Kan in cui l’esploratore italiano dice: «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.»

Di indole, noi umani siamo bravissimi a trovare l’Inferno nel Paradiso. Lamentarci. Trovare sempre qualcosa che non va bene. Concentrarci sulle cose negative e dare per scontato quelle positive.

Di indole, noi umani siamo bravissimi a trovare l’Inferno nel Paradiso. Ma è l’opposto cui dovremmo ambire. Trovare il Paradiso nell’Inferno. Scovare quello di buono che ci circonda.

Ma è l’opposto cui dovremmo ambire. Trovare il Paradiso nell’Inferno. Scovare quello di buono che ci circonda. Trarre lezioni da tutto. Imparare. Dare spazio alla bellezza per farla crescere. Lasciare che il negativo ci renda persone migliori.