Nel suo saggio “Intelligenze creative”, lo psicologo statunitense Howard Gardner racconta la vita e il lavoro di Freud, Einstein, Picasso, Stravinskij, Eliot, Gandhi e Martha Graham con l’obiettivo di far emergere i tratti e le circostanze comuni alle varie esperienze creative e, in tal modo, di mettere a punto una sorta di fisiologia della creatività che va dall’importanza del supporto emotivo e l’effetto scatenante di quella confusa ma feconda sensazione di smarrimento e di disagio conoscitivo che Gardner chiama “asincronia”.
Sebbene le personalità scelte da Gardner siano tra loro molto differenti, sono tutte accomunate da un tratto comune: hanno condiviso un percorso di crescita personale e professionale che li ha portati a conoscere e connettere discipline trasversali che andavano fuori da quello che poi sarebbe stato il loro settore.
Einstein per esempio all’università seguì una notevole varietà di corsi: di geografia, di tecnica borsistica, di politica svizzera, di antropologia, di geologia e perfino uno sulle opere di Goethe.
Gli incontri della Società psicologica del mercoledì, in cui professionisti di ambiti differenti si incontravano per parlare e confrontarsi sui temi più disparati, segnarono una svolta importante nella vita di Freud.
E lo stesso accadde nelle vite di Picasso, Stravinskij, Eliot, Gandhi e Graham.
Ma del resto questa è l’essenza della creatività che, giustamente, Arthur Koestler definisce come «la combinazione di due forme cognitive non ancora correlate in modo tale da aggiungere un nuovo livello alla gerarchia che comprende come propri membri le strutture in precedenza separate».
E dunque in quest’ottica, la creatività si traduce nella capacità di operare contemporaneamente su differenti piani e, soprattutto, essere in grado di connetterli tra di loro.