Tempi Moderni (di lavoro).


Mi ha sempre colpito il fatto che la parola “ergastolo” venga dal greco antico “ergazomai”, ovvero lavorare. Già nell’antichità infatti, il lavoro a vita era visto come una delle pene maggiori che si potessero infliggere all’uomo (la Genesi insegna…). E, in un certo senso, avevano ragione. Fare qualcosa che non amiamo, qualcosa che ci rende infelici e frustrati è molto simile a passare tutta la vita in prigione.

Della stessa idea è anche lo storico americano Benjiamin Hunnicutt che nel suo libro Take Back Your Time non usa mezze parole quando scrive: “Neppure la maggioranza degli schiavi nel mondo antico e i servi durante il Medioevo lavorava così duramente, così regolarmente, e così a lungo quanto noi”.

Forse è eccessivo, ma la teoria di Hunnicutt ha una sua verità. Oggi è vero che lavoriamo molto di più di un tempo. Perché di fatto lavoriamo sempre. Siamo sempre connessi, anche solo mentalmente al posto lavoro. E questo, se visto con gli occhi della storia, potrebbe apparire come una forma nuova di schiavitù.

Nel meraviglioso film di Chaplin, Tempi Moderni, il comico britannico immaginava una macchina che permettesse agli operai di lavorare anche mentre mangiavano. Che abominio! avrà pensato Chaplin un secolo fa. Mangiare e lavorare contemporaneamente. Togliere al lavoratore persino il diritto di fare la pausa pranzo.

Oggi tuttavia questo “abominio” è la normalità. Spesso ci capita di mangiare un panino davanti al computer o di fare una riunione di lavoro a pranzo. Non c’è più una distinzione netta tra tempo per il lavoro e tempo per il non-lavoro. E così finiamo per lavorare sempre.

A domani, Jacopo.