Soldi e saggezza.

“There is only one class in the community that thinks more about money than the rich, and that is the poor.”
– Oscar Wilde

I soldi non portano la felicità. Però portano alla serenità. E la serenità porta (tendenzialmente) a fare scelte più sagge. È una teoria che ho scoperto leggendo il saggio “Utopia for Realists: And How We Can Get There” di Rutger Bregman. Nel libro, l’autore olandese, riporta un esperimento fatto dallo psicologo Eldar Shafir che analizzò il comportamento di alcuni abitanti di un villaggio rurale in India all’interno del quale i contadini raccolsero gran parte del raccolto in pochi mesi e trascorsero dunque una parte dell’anno in ricchezza e una parte in povertà. Il risultato fu che nel periodo di povertà ebbero risultati molto peggiori nei test cognitivi rispetto al periodo di ricchezza.

Questo esperimento dimostra come la povertà ci consumi, ci renda meno capaci di focalizzarci su altre cose che sono per noi importanti e quindi, in contesti di povertà, tendiamo a prendere decisioni più “stupide”. Non perché siamo più stupidi ma perché abbiamo meno tempo per pensare ad altro se non a come guadagnare i soldi per arrivare a fine mese.

Leggendo il libro “12 Rules For Life” di J. B. Peterson, ho trovato un passaggio che rafforza questa teoria: «Two identical twins, separated at birth, will differ in IQ by fifteen points if the first twin is raised in a family that is poorer than 85 percent of families and the second is raised in a family richer than 95 percent of families. Something similar has recently been demonstrated with education, rather than wealth.»

Il nostro cervello è fatto per ricercare sempre l’efficienza. Se dobbiamo pensare a qualcosa (come ad esempio arrivare alla fine del mese) tendiamo a non pensare ad altro. I nostri neuroni e le nostre sinapsi sono indifferenti alle qualità dei nostri pensieri. Non ci sono pensieri più o meno validi ma solo pensieri più o meno urgenti. E sopravvivere è sempre il pensiero più urgente.