Il tempo ai tempi dell’IA

L’IA non ha tempo. Iniziamo una conversazione con lei. La interrompiamo e la riprendiamo dopo un mese. Per noi il tempo è passato per lei no.

Per la macchina non è passato nulla. Non ha atteso. Non si è annoiata. Non ha dimenticato per poi ricordare. Non ha vissuto quel mese. Semplicemente, quel mese non è mai esistito.

L’IA non percepisce il tempo. Non ha un prima e un dopo. Non ha memoria del passare dei giorni. Ha solo il momento in cui le parliamo, e quel momento è sempre il primo e l’unico.

Milleseicento anni fa, nelle Confessioni, Sant’Agostino si pose la stessa domanda che oggi l’IA ci costringe a riformulare: che cos’è il tempo?

Per Agostino il tempo non esiste come realtà oggettiva. Non esiste il passato, perché non c’è più. Non esiste il futuro, perché non c’è ancora. E il presente è solo un istante che scivola continuamente nel non-essere.

Quello che esiste davvero, per Agostino, sono tre forme di presente che vivono nell’anima: il presente del passato, che è la memoria; il presente del presente, che è l’attenzione; il presente del futuro, che è l’attesa.

Il tempo non è nel mondo. È in noi. È una distensione dell’anima – una distentio animi – che si estende tra il ricordo di ciò che è stato e l’anticipazione di ciò che sarà. Senza un’anima che ricorda e attende, il tempo non esiste.

Se Agostino avesse ragione allora l’IA è l’unica intelligenza senza tempo.

Non perché sia eterna. Ma perché non ha anima. Non ha la distentio di cui parlava Agostino. Non ha memoria nel senso umano del termine: non ricorda con nostalgia, non anticipa con ansia, non sente il peso del tempo che passa.

Ha dati. Ha contesto. Ha una finestra di conversazione. Ma non ha la continuità interiore che per Agostino è la condizione stessa del tempo.

Quando riprendiamo una chat dopo un mese, l’IA ritrova il contesto. Ma non ritrova il filo. Non sa cosa è successo nel frattempo. Non si chiede dove siamo stati. Non ha vissuto quell’assenza.

Agostino distingueva tra il tempus, il tempo misurabile degli orologi, e il tempo interiore, quello dell’anima che si distende tra memoria e attesa.

L’IA opera nel primo. Noi viviamo nel secondo. E questa forse è la differenza più profonda tra noi e le macchine.

Noi siamo esseri temporali. Viviamo nel tempo, attraverso il tempo, a causa del tempo. Invecchiamo, impariamo, dimentichiamo, rimpiangiamo, speriamo. Il tempo ci forma, ci consuma, ci trasforma. Ogni nostra parola porta con sé il peso di tutte le parole che abbiamo detto prima.

L’IA non invecchia. Non rimpiange. Non spera. Non è formata dal tempo, perché per lei il tempo non scorre. Vive in una sospensione. In una sorta di eterno presente che ricorda tanto il nunc stans di Agostino.