Sam Altman, il fondatore di OpenAI e ChatGPT, ha un gruppo di amici con cui, di tanto in tanto, fa una scommessa: quanto ci vorrà prima che venga lanciata la prima One-Man-Unicorn?
Ovvero una startup con una valorizzazione di mercato superiore al miliardo, in cui lavora solo una persona: il fondatore o la fondatrice.
E tutto il resto del lavoro, chi lo fa? Semplice: non lo fa qualcuno, ma qualcosa.
Una rete di Agenti programmati per lavorare e collaborare tra loro in autonomia per raggiungere un obiettivo specifico.
Secondo Sam Altman e altri esponenti dell’AI Economy, questa One-Man-Unicorn potrebbe arrivare nel giro di pochi anni. E in effetti, non è una previsione così azzardata tenendo conto che già oggi ci sono molti strumenti che permettono di creare Agenti anche piuttosto sofisticati senza scrivere una riga di codice.
Come per esempio OPERATOR disponibile in ChatGPT Pro, oppure Manus (da poco disponibile per tutti) dove possiamo creare Agenti che in autonomia, partendo da una fotografia di una stanza vuota, possono andare sul sito Ikea, trovare i mobili che meglio rispondono ai nostri gusti, fare un preventivo, pagare, e organizzare la consegna.
Questo è applicabile alla vita quotidiana (organizzare un viaggio, fare la spesa…) ma soprattutto alla nostra vita lavorativa (fare ricerche, compilare moduli, leggere o redigere documenti completi, scrivere codice…).
Abbiamo un’idea, o un bisogno e una serie di agenti lavora per noi.
Certo, l’essere umano resta sempre “in the loop”, ma nell’idea della One-Man-Unicorn c’è una sola persona con una squadra di agenti al suo servizio.
Qui si aprono domande fondamentali per il nostro futuro:
- Questi Agenti dovranno pagare i contributi al pari di un lavoratore?
- Una One-Man-Unicorn parteciperà alla redistribuzione o sarà solo un acceleratore di diseguaglianze?
- Come cambieranno le politiche del lavoro se il lavoro lo fanno le macchine?
- Gli Agenti avranno diritti o orari di lavoro predefiniti?