La strategia della tensione ai tempi dell’IA.

La prima volta che ho iniziato ad occuparmi di Intelligenza Artificiale, più come fenomeno che come tecnologia, è stato nel gennaio 2014.

A quei tempi avevo da poco finito un lungo M.B.A., stavo per diventare padre per la prima volta, e a livello professionale stavo passando un periodo di grande transizione che da lì a poco avrebbe cambiato la mia vita lavorativa. Anche se questo non potevo saperlo, perché le transizioni le riconosciamo come tali solo quando sono finite.

Nel mezzo di questa crisalide, il 18 gennaio 2014 l’Economist esce con una copertina piuttosto apocalittica in cui una distesa di scrivanie popolate da lavoratrici e lavoratori in giacca e cravatta viene spazzata via da due grandi tornado.

Il tutto accompagnato dal perentorio titolo: «Coming to an office near you… What today’s technology will do to tomorrow’s jobs», traducibile con «Sta arrivando in un ufficio vicino al tuo, come la tecnologia di oggi cambierà il lavoro di domani».

La copertina rimandava ad un articolo sull’impatto dell’IA nel mondo del lavoro. Al suo interno, il giornalista citava una ricerca fatta nel 2013, da due ricercatori della Oxford University, Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, secondo i quali il 47% dei professionisti americani svolgeva lavori ad alto rischio di automatizzazione, ovvero rischiavano di venir sostituiti da robot. Ecco dunque spiegata l’origine dei due tornado: una nascente tecnologia che avrebbe rubato il lavoro a milioni di professionisti.

Da allora sono passati dodici anni e la narrazione non è cambiata molto. A maggio di quest’anno sempre l’Economist è tornato sul tema con una copertina che sembrava quasi il sequel di quella del 2014.

Anche questa volta il titolo lasciava poco spazio all’interpretazione, «The jobs apocalypse» accompagnato dall’esplicito e propagandistico consiglio: «Hope for the best, plan for the worst». Al posto del tifone però c’erano figure umane che precipitano dentro una specie di vortice rosso.

L’immagine cambia, ma il messaggio rimane lo stesso: l’IA ci ruberà il lavoro. E non possiamo farci nulla.

Peccato che poi lo stesso Economist qualche mese più tardi abbia fatto uscire un altro articolo in cui dice esattamente l’opposto: «The jobs apocalypse is postponed. An AI jobs boom is here».

Secondo l’articolo, almeno per ora e guardando agli Stati Uniti, l’apocalisse occupazionale non compare nei dati. Ad agosto l’economia americana aveva aggiunto 162.000 posti di lavoro e la disoccupazione era al 4,1%. Tanto che lo stesso articolo descrive la nascita di centinaia di migliaia di lavori collegati direttamente o indirettamente all’IA.

E quindi, a quanto pare, l’IA sta creando più lavori di quelli che sta rendendo obsoleti.

Una narrazione sbagliata dell’IA.

C’è un problema però. Come è noto, i titoli sensazionalistici e catastrofici attirano molto di più l’attenzione di quelli rassicuranti. C’è persino un fenomeno che spiega perché le notizie negative ci catturano più di quelle positive. Si chiama “negativity bias”. In pratica, a parità di intensità, le informazioni negative attirano più attenzione, si ricordano meglio e pesano di più nelle nostre valutazioni rispetto a quelle positive. Soprattutto per quel che riguarda i titoli.

Del resto, come ci ricorda il podcast “Behind the Bastards” (che ti consiglio), c’è una ragione se History Channel ha prodotto centinaia di documentari su Hitler e solo una manciata su Dwight D. Eisenhower. E questa ragione è che i cattivi, uomini o donne che siano, ci affascinano da sempre.

E così, anche per l’IA, abbiamo scelto di dare più attenzione al suo aspetto cupo, apocalittico e distopico. Una realtà che sfugge dal nostro controllo e che un domani potrebbe ucciderci tutti. Se non fisicamente almeno professionalmente.

In questo filone si inseriscono molti pensatori e padri di questa tecnologia. Tra cui il “Padre dell’IA” Geoffrey Hinton che già nel 2023 profetizzava che, se avessimo continuato a questa velocità, nel giro di cinque anni i ChatBot sarebbero stati in grado di ragionare meglio di noi esseri umani, manipolare le persone e “prendere il sopravvento”.

Tanto da arrivare ad affermare che in poco tempo, noi esseri umani, diventeremo la seconda “specie” più intelligente sulla terra, perché la prima saranno appunto loro, i robot.

Una previsione che si sposa bene con quella del fondatore di OpenAI Sam Altman, che sempre nel 2023 prevedeva che nel giro di 3 o 4 anni sarebbero nati Unicorn (aziende private con una valorizzazione di mercato pari o superiore al miliardo) composte da una sola persona che avrebbe delegato ogni compito a delle macchine.

Il che anticipa di qualche anno quel futuro, previsto da Marc Andreessen, in cui il mondo si dividerà tra quelli che diranno ai computer cosa fare e quelli a cui i computer diranno cosa fare.

Da queste previsioni sono passati tre anni e, stando a Hinton, ne abbiamo ancora due prima che l’IA prenda il sopravvento. Vista così può sembrare una previsione esagerata. Ma ha un suo fondamento. Anche perché alcune delle cose predette da Hinton o Altman si stanno avverando.

Stanno iniziando a nascere aziende “Unicorn” con un solo fondatore. E già nel 2024, il modello di ChatGPT, o1, aveva raggiunto un Quoziente di Intelligenza di 120, maggiore del 91% degli esseri umani. Per capirci, oggi Fable e Astra superano i 150. E quindi, effettivamente, molte macchine sono più intelligenti di noi.

Personalmente penso sia sbagliato confrontare l’intelligenza artificiale e l’intelligenza umana usando gli stessi parametri (in questo caso il test d’intelligenza). Sono due concetti molto differenti, con applicazioni e funzioni differenti.

AGI, ASI e il famigerato (P)doom

Su questo tema, c’è una serie della BBC, «AI v the Mind», che esplora l’evoluzione dell’Intelligenza Artificiale mettendola a confronto con quella che è l’Intelligenza attualmente più evoluta sul pianeta, ovvero la nostra (a differenza di quello che sostiene Hinton…).

Per quanto evoluta, l’IA ad oggi non è ancora in grado di replicare il funzionamento del cervello umano anche quando si tratta di reti neurali, che sono relativamente poco sofisticate rispetto al funzionamento interno della nostra mente.

L’IA è fondamentalmente una macchina in grado di fare previsioni. Elabora gigantesche quantità di dati per identificare la risposta statisticamente più probabile a una determinata domanda.

Come sostiene Xaq Pitkow, professore associato alla Carnegie Mellon University, però anche gran parte della cognizione umana è incentrata sulla previsione, solo che la nostra mente ha una capacità di ragionamento, di flessibilità, di creatività e di pensiero astratto che l’IA non ha.

Almeno per ora.

L’IA si sta infatti evolvendo molto in fretta verso una forma di Intelligenza Artificiale, detta AGI (Artificial General Intelligence), che si pensa potrà avere la stessa flessibilità di pensiero di un essere umano.

Quanto manca? Difficile dirlo. Per l’ex ricercatore di OpenAI Leopold Aschenbrenner (più bravo come ricercatore che come imprenditore) l’AGI arriverà nel 2027 quando assisteremo a un salto qualitativo dell’IA pari a quello che c’è stato tra GPT-2 e GPT-4 (ed è stato un salto quantico!).

Il 2027 è effettivamente un numero che torna in diverse ricerche. Tra cui il sito AI-2027, che dal 2025 monitora l’andamento dell’AGI.

Da cui le molte previsioni dei guru dell’IA sul famigerato P(doom), una stima probabilistica sulla possibilità che l’AGI o l’ASI (Artificial Super Intelligence) possa portare all’estinzione dell’essere umano.

In un’intervista a Sundar Pichai, CEO di Google e Alphabet, Lex Fridman lo stima al 10%. Sundar Pichai invece è più ottimista. Non tanto sul P(doom), che considera un rischio reale e “pretty high”, quanto piuttosto sulla capacità dell’essere umano di unirsi e lavorare insieme a una soluzione per evitare questo scenario.

E poi c’è Elon Musk che si attesta su una stima che va dal 10 al 30%, Geoffrey Hinton con un 50%, il fondatore di Anthropic Dario Amodei sul 10-25% o Sam Altman che supera il 50%.

Chiunque abbia a che fare con lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale ha una sua opinione più o meno apocalittica sull’impatto che questa tecnologia avrà sul nostro futuro.

Nell’intervista a Sundar Pichai, però, Lex Fridman, prova a dare un’interpretazione opposta del tema domandandosi quale possa essere il P(doom) senza l’IA.

«L’IA potrebbe salvarci, non distruggerci. Potrebbe renderci più intelligenti, più efficienti, più gentili. Potrebbe aiutarci a risolvere problemi come la guerra, la crisi climatica, le disuguaglianze.»

Della stessa idea è il fondatore di LinkedIn, Reid Hoffman, che nel suo libro Superagency, si interroga su cosa possa andare bene, e non male, nello sviluppo dell’IA. Perché, almeno sulla carta, questo è il fine per cui è nata. Migliorare a noi esseri umani la vita. La direzione che prenderà poi dipenderà ancora molto dall’uso che ne faremo.

L’IA come sfida.

AGI a parte però, penso che l’atteggiamento migliore per affrontare questa rivoluzione tecnologica non sia né vederla, in maniera solo negativa, come una minaccia, né vederla, in maniera solo positiva, come un’opportunità, ma come una sfida.

  • Di fronte all’avvento dell’IA come possiamo innalzare il nostro livello di creatività?
  • Cosa possiamo fare che un tempo non potevamo fare?
  • Se deleghiamo una parte del nostro lavoro all’IA come investiamo il tempo che abbiamo guadagnato?
  • Come possiamo, grazie all’IA, innovare la nostra attività?
  • Su quali competenze possiamo investire per crearci un nostro vantaggio competitivo che nessuna macchina potrà intaccare?

Queste sono le sfide che abbiamo oggi di fronte. Sfide che, se le affrontiamo, ci permetteranno di evolverci e progredire, sviluppando il nostro pensiero e la nostra capacità di ragionare, senza rischiare di delegarla a una macchina.

Di tutte le possibili minacce dell’IA infatti quella che più mi preoccupa non è che le macchine possano un domani pensare come l’uomo ma che l’uomo possa un domani pensare come una macchina, e quindi, di fatto smetta di pensare.

C’è però una minaccia reale. Una minaccia racchiusa nel nome stesso di questa tecnologia che non si chiama solo “Intelligenza Artificiale” ma “Intelligenza Artificiale Generativa”, e quindi è la prima tecnologia in grado di generare qualcosa.

E non solo. È la prima tecnologia in grado di pensare e poi generare qualcosa. Ovvero, può fare assunzioni proprie e agire poi di conseguenza. Da cui la decisione di Anthropic di negare al pentagono l’utilizzo dei propri modelli per la creazione di armi autonome. Proprio perché essendo una tecnologia generativa, non possiamo mai sapere al 100% quello che queste macchine faranno.

Lo stesso Amodei, fondatore di Anthropic, in un’intervista per ’60 Minutes’, ha previsto che l’intelligenza artificiale diventerà presto più intelligente della maggior parte o di tutti gli esseri umani, in quasi tutti i modi e gli ambiti.

Aggiungendo che sarà sempre più difficile prevedere quali sviluppi avrà questa tecnologia: «Mi preoccupo molto degli unknowns», ha dichiarato Amodei. «Non possiamo prevedere tutto con certezza, ma proprio per questo stiamo cercando di prevedere tutto ciò che possiamo: l’impatto economico dell’AI, il suo uso improprio, la possibilità di perdere il controllo dei modelli.»

La strategia della tensione ai tempi dell’IA

Non stupisce quindi la richiesta, che Amodei ha fatto qualche settimana fa, di rallentare lo sviluppo dell’IA per evitare che questa tecnologia possa, nel giro di pochi mesi, sfuggire dal nostro controllo.

Richiesta seguita da un raro impeto di solidarietà da parte di tutti i principali attori del settore IA, da Sam Altman a Elon Musk, che hanno appoggiato Amodei, dimostrando come il rischio di uno sviluppo troppo veloce e incontrollato dell’IA sia reale.

Anche se poi, nei fatti, nessun leader delle aziende AI ha dato seguito a questa richiesta. Dieci giorni dopo la proposta di Amodei, Anthropic stessa ha presentato Claude Opus 5.5. Google ha lanciato Gemini 3.8 Live e Gemini 3.8 Live Extended Thinking, xAI ha lanciato Grok 4.7 per coding, agenti e knowledge work e OpenAI ha reso disponibili GPT-6 Sol e GPT-6 Luna.

E poi c’è Donald Trump che in un post sul suo social ha respinto gli appelli a regolamentare il settore, proponendo la sua soluzione: il settore dell’IA ha già l’unico paletto necessario, «un presidente forte e intelligente (con un alto IQ)!».

Una risposta che evidenzia come l’IA sia ormai uno strumento politico ed economico, più che tecnologico. Secondo Trump, infatti, «chi vince sull’IA, vince su tutto», con un chiaro riferimento alla corsa con la Cina nello sviluppo dell’IA.

È una concezione molto diversa da quella che normalmente adottiamo quando una tecnologia diventa sistemica. Per l’aviazione abbiamo procedure, certificazioni e autorità indipendenti. Per i farmaci abbiamo test e controlli. Per la finanza abbiamo regolatori e standard condivisi.

Con l’IA, invece, una parte del dibattito sembra oscillare tra due estremi. Da un lato scenari apocalittici. Dall’altro l’idea che basti continuare a correre, confidando nella capacità di chi governa o di chi costruisce i modelli di intervenire se qualcosa dovesse andare storto.

Tutto questo ricorda molto la tattica del FUD, Fear, Uncertainty and Doubt. O anche: Fear, Uncertainty and Disinformation.

Una sorta di versione edulcorata e più mediatica della strategia della tensione: si semina il panico e poi ci si propone come l’unica persona, o in questo caso l’unica azienda, in grado di tenerlo a bada.