L’IA corre troppo veloce per essere regolamentata

Nel 2021 l’Unione Europea ha iniziato a lavorare all’AI Act, la prima grande legge europea sull’Intelligenza Artificiale.

ChatGPT sarebbe arrivato soltanto un anno dopo.

La legge è stata approvata nel 2024. Oggi, nel 2026, alcune delle sue disposizioni più importanti devono ancora entrare pienamente in vigore, mentre la tecnologia che dovrebbe regolamentare è già cambiata radicalmente.

Siamo passati dai chatbot agli agenti autonomi. Da modelli capaci di scrivere testi a sistemi che possono programmare, eseguire operazioni e prendere decisioni con un intervento umano sempre più limitato.

Un recente articolo del New York Times racconta proprio questa crescente distanza tra la velocità dell’IA e quella delle istituzioni.

Negli Stati Uniti decine di proposte legislative sulla sicurezza dell’IA sono ferme da mesi. In Europa, l’applicazione dell’AI Act incontra ritardi e difficoltà. A livello internazionale, i governi continuano a discutere di accordi comuni mentre la competizione tecnologica rende sempre più difficile trovare un’intesa.

Il problema è che questa distanza rischia di aumentare. Perché l’IA va sempre più veloce, mentre le istituzioni rischiano di andare sempre più lente.

Non necessariamente per incapacità.

Un governo deve occuparsi di economia, lavoro, sanità, istruzione, sicurezza, energia, relazioni internazionali.

Problemi sempre più complessi, sempre più interconnessi e spesso impossibili da affrontare senza trovare un compromesso tra interessi diversi.

Una legge richiede tempo per essere discussa, approvata, applicata e fatta rispettare.

Un nuovo modello di IA può essere sviluppato e distribuito in poche settimane.

Stiamo cercando di governare una tecnologia che cambia continuamente attraverso istituzioni progettate per garantire stabilità.

E forse dovremmo iniziare a chiederci se questo modello possa funzionare.

Ovviamente abbiamo bisogno di regole. Servono responsabilità chiare, controlli indipendenti e limiti agli utilizzi più pericolosi.

Ma pensare che la regolamentazione possa risolvere da sola i problemi legati all’IA rischia di essere un’illusione.

Perché, anche con le migliori leggi possibili, rimarrà il problema di come milioni di persone utilizzeranno quotidianamente questa tecnologia.

Uno studente che delega all’IA ogni ragionamento. Un manager che prende decisioni basandosi su risposte che non ha verificato. Un professionista che condivide informazioni riservate senza conoscerne le conseguenze. Un cittadino che scambia un contenuto generato artificialmente per una notizia vera.

Possiamo vietare alcuni comportamenti. Possiamo imporre obblighi alle aziende che sviluppano i modelli. Ma difficilmente potremo regolamentare ogni singola interazione tra un essere umano e un’Intelligenza Artificiale.

E allora forse dovremmo investire molto di più in una forma di prevenzione che oggi continuiamo a sottovalutare: la formazione.

Formare le persone a comprendere come funziona l’IA, riconoscerne i limiti, verificarne le risposte, proteggere i propri dati e soprattutto capire quando delegare una decisione e quando continuare a prenderla autonomamente.

A scuola, nelle aziende, nelle istituzioni.

Una formazione che, per sua natura, dovrà essere continua. Perché anche le competenze necessarie a utilizzare l’IA cambieranno insieme alla tecnologia.

Le leggi possono stabilire ciò che una macchina è autorizzata a fare. La formazione può aiutarci a decidere ciò che vogliamo farle fare.

E mentre le prime avranno inevitabilmente bisogno di tempo per adattarsi, la seconda potrebbe diventare il nostro principale strumento per stare al passo con il cambiamento.