Negli Stati Uniti le donne dichiarano di usare meno l’Intelligenza Artificiale, ricevono meno formazione sul lavoro e compaiono molto meno spesso tra le voci chiamate a spiegarla.
È il quadro che emerge da Are Women Being Left Out of AI? , un report dello Shorenstein Center della Harvard Kennedy School. La ricerca combina un sondaggio su 5.403 adulti americani, dati sulla navigazione online e un’analisi di 78.542 articoli dedicati all’IA.

Nel sondaggio, il 29% delle donne dichiara di non averla mai utilizzata, contro il 22% degli uomini. A usarla regolarmente è il 16% delle donne e il 25% degli uomini. Il 28% delle donne l’ha provata, ma la usa raramente, contro il 21% degli uomini.
I dati sulla navigazione aggiungono una distinzione importante. Osservando l’attività sui computer, i ricercatori non trovano differenze statisticamente significative nella quota di persone che hanno provato l’IA almeno una volta. Tra chi la usa, però, gli uomini le dedicano il 4,6% del tempo di navigazione, le donne il 2,9%. È una misura parziale, che esclude le app e riflette soprattutto l’uso di computer personali, ma invita a distinguere il primo accesso dall’abitudine a utilizzare questi strumenti.
Sul lavoro, il divario riguarda anche le opportunità di imparare. Il 64% delle donne occupate dichiara che nel proprio ambiente professionale non viene offerta alcuna formazione sull’IA, contro il 49% degli uomini. Le donne riportano anche meno affiancamento e meno incoraggiamento a sperimentare. Tutte queste forme di supporto risultano associate a maggiore utilizzo, sicurezza nelle proprie capacità e utilità percepita, per entrambi i generi.
Su dodici domande, gli uomini rispondono correttamente in media a 7,1, le donne a 6,3. Le donne scelgono più spesso «non so», mentre gli uomini danno anche più risposte sbagliate. E quando vengono presentati alcuni nomi inventati di presunti protagonisti dell’IA, sono gli uomini a dichiarare più frequentemente di riconoscerli. Parte del divario potrebbe quindi riflettere anche una diversa disponibilità ad ammettere la propria incertezza.
La fiducia rimane bassa in entrambi i gruppi. Le donne esprimono più preoccupazione e ansia, ma privacy e affidabilità delle risposte sono ostacoli importanti anche per gli uomini.
Poi c’è il modo in cui raccontiamo questa tecnologia. Tra i nomi presenti in almeno cinque titoli del campione analizzato, gli uomini raccolgono 14,6 volte le menzioni delle donne. Negli articoli vengono citati come esperti 4,3 volte più spesso. La presenza di fondatori e amministratori delegati uomini spiega parte dello squilibrio. Anche escludendo le figure citate per il loro ruolo istituzionale o aziendale, però, le donne rappresentano soltanto circa un quarto degli esperti di cui è stato identificato il genere.
Una differenza emerge anche tra i servizi. I dati YipitData ripresi da a16z mostrano questa distribuzione della spesa per genere:

La spesa verso OpenAI appare meno sbilanciata rispetto a quella verso Anthropic, anche considerando il reddito. Per entrambe le aziende i nuclei familiari con oltre 150.000 dollari annui risultano sovrarappresentati rispetto alla distribuzione della spesa nel panel, con uno squilibrio maggiore per Anthropic.
Questi dati suggeriscono di guardare alle condizioni in cui le persone incontrano l’IA. Avere un account disponibile conta, così come avere tempo per sperimentare, formazione, supporto e la possibilità di partecipare alle decisioni su come questi strumenti vengono costruiti.
Come sottolineano gli stessi ricercatori, usare più IA o fidarsene maggiormente non sono obiettivi in sé. Una persona può scegliere consapevolmente di usarla poco. Il problema nasce quando quella scelta è condizionata da opportunità diseguali di comprenderla, valutarla e contribuire al suo sviluppo. Rendere una tecnologia disponibile a tutti è soltanto una parte del lavoro necessario per renderne accessibili le opportunità.