
L’IA, almeno per ora, ragiona in termini statistici.
Se le chiediamo «Scegli un numero tra 1 e 10», molto probabilmente risponderà 7. Perché 7 è il numero statisticamente più probabile.
Lo stesso succede quando scriviamo: «Completa questa frase: “La penna è sul…”», dove come risposta avremo «tavolo», perché questa è la risposta statisticamente più probabile.
Quindi, quando ChatGPT ci dà una risposta banale, spesso dipende dal fatto che lo abbiamo interrogato con un prompt statisticamente probabile. Da cui l’importanza del Prompt Design.
Detto questo però, l’IA si evolve, e si evolve sempre più in fretta. A breve potremmo avere a che fare con una superintelligenza, capace di risposte sempre più originali e sempre meno statistiche.
Ma noi esseri umani?
Noi ci evolveremo? Riusciremo a riconoscere i nostri automatismi e ad andare oltre le risposte più prevedibili?
Riusciremo a pensare in maniera divergente, senza applicare sempre le stesse logiche a problemi diversi?
Riusciremo a leggere qualcosa online senza farci condizionare dal giudizio di chi lo ha letto prima di noi?
Riusciremo ad apprezzare un film che si allontana dalla trama che ci aspettavamo?
Riusciremo a valutare gli studenti per la loro unicità, senza ridurli alla distanza dalla media della classe?
L’IA è uno specchio della società che abbiamo creato in millenni di evoluzione. Riflette molti dei nostri pregiudizi, dei nostri schemi e delle nostre preferenze. Compresa la tendenza a cercare conferme in ciò che conosciamo già.
È dunque importante lavorare perché la macchina diventi più originale, capace di proporre prospettive diverse da quelle più comuni.
Però penso sia ancora più importante lavorare su di noi. Imparare a mettere in discussione le nostre abitudini, a lasciarci sorprendere, a dare spazio a ciò che non avevamo previsto. E a riconoscere quando stiamo scambiando una risposta familiare, che si limita a confermare quello che pensiamo di sapere, per una risposta giusta.