
«Arte a morte» potrebbe sembrare una minaccia, ma anche un grido estremo: o l’arte o la fine. Antonin Artaud, nelle sue visioni febbrili, vedeva l’arte come un atto necessario e crudele, capace di dissotterrare il reale. In questa frase si respira quell’urgenza: senza arte non c’è vita, ma stasi, conformismo, disfacimento. L’arte, per Artaud, non consola: lacera. Forse chi ha scritto questa frase lo sa bene.
«Arte a morte» suona anche come un urlo militante, un’eco dei futuristi, di Marinetti e della sua estetica della distruzione. Ma letta oggi, in un’epoca dove l’arte rischia di diventare intrattenimento e decorazione, questa frase cambia sapore. Diventa un anatema: l’arte addomesticata è già morta. Walter Benjamin direbbe che quando l’arte perde la sua «aura», quando diventa solo consumo, è già finita. E allora, “Arte a morte” è un’esclamazione ironica: siamo già oltre.