
Secondo A16Z, I “Borderless Founders” sono imprenditori che avviano la propria impresa e raccolgono capitali nella Silicon Valley mantenendo però un legame molto forte con il Paese da cui provengono.
Questo dà loro almeno tre vantaggi.
- Conoscono clienti e aziende del proprio mercato e possono ottenere più facilmente i primi contratti importanti.
- Hanno una reputazione locale che può diventare un acceleratore del brand anche a livello internazionale.
- E soprattutto conoscono talenti che il mercato americano spesso non ha ancora intercettato.
In un mondo tecnologicamente sempre più connesso, una startup può quindi avere investitori negli Stati Uniti, sviluppatori in Polonia, clienti in Germania e founder nati altrove.
Nonostante l’AI Act, la burocrazia, i minori investimenti per partire e un ritardo digitale rispetto agli Stati Uniti, l’Europa si difende bene.
Sono molti i “Borderless Founders” che vengono da paesi come la Spagna, la Francia, la Germania o l’Inghilterra.
Molti meno sono quelli che vengono dall’Italia.
Non perché nel nostro paese manchino talenti. Ne abbiamo e ne formiamo tanti.
Il problema riguarda sicuramente gli investimenti, la burocrazia e l’ecosistema tecnologico.
Ma – a mio avviso – riguarda anche il nostro ecosistema culturale.
Quanto incoraggiamo davvero qualcuno a fondare un’impresa? Quanto consideriamo l’imprenditoria una carriera desiderabile? Quanto siamo disposti ad accettare il rischio, il fallimento e l’ambizione di costruire, e non solo cercare, il proprio futuro professionale?