
Questa frase sembra il piccolo manifesto che uno studente avrebbe potuto scrivere nella pausa tra una verifica di fisica e un’interrogazione di matematica. In fondo, Nietzsche ricordava che educare significa anche imparare a diventare ciò che si è, non solo ciò che ci chiedono di essere. E l’adolescenza — con il suo disordine vitale — sfugge per natura alle griglie, alle formule, alle programmazioni settimanali.
«Fate l’amore non lo scientifico» non è quindi una fuga dalla conoscenza, ma una protesta contro la riduzione della vita a prestazione. È il desiderio di un sapere che non soffochi il mondo, ma lo apra: un invito a ricordare che, accanto alle leggi della fisica, ci sono quelle più fragili e decisive che regolano lo stare insieme.
Il contrasto diventa così quasi frommiano: l’amore come capacità di incontro contro l’apprendimento ridotto ad accumulo di informazioni. In adolescenza, dove tutto è ancora possibile, il muro sembra suggerire che ciò che davvero ci forma non sono le equazioni o le tavole periodiche, ma gli sguardi, le timidezze, le prime passioni, quelle che lasciano un’impronta più profonda di qualsiasi programma ministeriale.