Il saggio L’era dell’IA di Kissinger, Schmidt e Huttenlocher si fonda su un assunto che non possiamo che condividere: «Sebbene il numero di individui capaci di creare IA stia crescendo, le fila di coloro che riflettono sulle sue implicazioni – sociali, legali, filosofiche, spirituali e morali – per l’umanità rimangono pericolosamente esigue. [E dunque], oggi una delle sfide poste dall’IA sta proprio nel fatto che le capacità e le risorse necessarie per crearla non si accompagnano a una prospettiva filosofica che consenta di comprenderne le più vaste implicazioni.» Questo pensiero va nella direzione di confermare un fenomeno ormai sempre più diffuso: più la tecnologia sarà diffusa e accessibile, e più le materie umanistiche, tra cui la Filosofia, saranno rilevanti. Paradossalmente infatti, nell’era dell’IA, sarà più importante imparare a pensare e ragionare più che programmare ed eseguire. Tesi per altro confermata anche dalla crescita delle offerte per i philjobs, i lavori per i filosofi nelle aree tecniche e scientifiche, chiamati dalle Big Tech proprio per dare alla tecnologia quella prospettiva filosofica di cui parla Kissinger.
Questa competenza dunque non rappresenta un lusso intellettuale, ma una necessità operativa concreta. Quando interagiamo quotidianamente con gli algoritmi, non stiamo semplicemente utilizzando uno strumento neutro: stiamo entrando in relazione con sistemi che incorporano visioni del mondo, bias e assunzioni sui processi cognitivi umani. Comprendere questo livello più profondo significa sviluppare la capacità di interrogarci su questioni fondamentali: quale concezione di creatività stiamo adottando quando deleghiamo la generazione di contenuti alla macchina? Che idea di conoscenza stiamo promuovendo quando accettiamo acriticamente le risposte generate? Come stiamo ridefinendo i confini tra autentico e artificiale, tra originale e derivato?
Senza una prospettiva filosofica ci ritroveremmo nell’universo immutabile, sterile e statico di Parmenide fatto di Like, raccomandazioni in linea con quanto già pensiamo o acquistiamo, e massicce dosi di quella dopamina algoritmica da cui siamo sempre più dipendenti. Mentre quello cui dovremmo ambire ogni giorno è il mondo dinamico, dialettico e generativo di Eraclito, dove tutto è un flusso perenne di cambiamento, e dove siamo chiamati a fare la fatica, scomoda ma inevitabile, di metterci sempre in discussione, e di porre un punto di domanda a tutto quello che da troppo tempo diamo per scontato.
Avere una prospettiva filosofica ci permette di mantenere sempre attiva una dimensione critica che trasforma il nostro rapporto con la tecnologia da passivo ad attivo. Non si tratta di opporsi al progresso, ma di governarlo con consapevolezza, riconoscendo che ogni scelta tecnica è anche una scelta etica e antropologica. La riflessione filosofica ci fornisce gli strumenti per navigare le tensioni tra efficienza e significato, tra automazione e agency umana, tra scalabilità e personalizzazione. Oltre ad allenarci a ragionare e vedere la realtà da punti di vista differenti sviluppando il nostro senso critico. Uno dei concetti filosofici più interessanti per allenare questa competenza è il principio della dialettica e del confronto come atto generativo. Un pensiero che affonda le sue millenarie radici nella filosofia di Eraclito di Efeso, secondo cui la realtà emerge proprio dal conflitto e dalla tensione tra opposti. Per il filosofo greco, il logos, inteso come l’ordine nascosto del mondo, si manifesta attraverso la continua lotta tra forze contrastanti: giorno e notte, vita e morte, ordine e caos non sono nemici da evitare o combattere, ma attori necessari di una dialettica che genera il divenire. Questa visione attraversò i secoli, influenzando profondamente pensatori come Marx, Spinoza, Nietzsche, ed Hegel per il quale ogni tesi genera inevitabilmente la propria antitesi, e solo dal loro scontro può emergere una sintesi più ricca ed articolata.
Quello che rende ancora più affascinante e attuale questo principio è che le prime architetture generative, le GAN (Generative Adversarial Networks), funzionavano proprio secondo questa logica: due reti neurali si confrontano in una sorta di duello continuo, dove una crea contenuti e l’altra li giudica, spingendosi reciprocamente verso livelli di eccellenza sempre maggiori. È lo stesso principio che Eraclito aveva intuito osservando il fuoco che trasforma ogni cosa: il progresso nasce dal conflitto, la creatività emerge dalla tensione, la conoscenza si affina attraverso il confronto. Comprendere questa dinamica ci aiuta a sviluppare un approccio più maturo alla tecnologia, dove impariamo a sfruttare le contraddizioni e le tensioni non come ostacoli da eliminare, ma come forze generative da alimentare. Senza questa prospettiva filosofica infatti, la tecnologia di per sé potrebbe spingerci nella direzione opposta. Evitare il confronto, non ricercarlo. L’IA un domani, come gli algoritmi dietro i social media oggi, può limitare il nostro pensiero suggerendoci o creando solo contenuti in linea con la nostra visione, e chiudendoci in una confortevole bolla informativa fatta solo di conferme perentorie. Per riprendere il filo filosofico da cui siamo partiti, in questo modo ci ritroveremmo nell’universo immutabile, sterile e statico di Parmenide fatto di Like, raccomandazioni in linea con quanto già pensiamo o acquistiamo, e massicce dosi di quella dopamina algoritmica da cui siamo sempre più dipendenti. Mentre quello cui dovremmo ambire ogni giorno è il mondo dinamico, dialettico e generativo di Eraclito, dove tutto è un flusso perenne di cambiamento, e dove siamo chiamati a fare la fatica, scomoda ma inevitabile, di metterci sempre in discussione, e di porre un punto di domanda a tutto quello che da troppo tempo diamo per scontato.