Uno degli errori più comuni è vedere l’IA come un punto d’arrivo. Fare copia/incolla del risultato pensando che questa tecnologia o fa tutto per noi, oppure è inutile.
Per ottenere i risultati migliori serve invece un approccio dialettico dove deleghiamo alla macchina solo alcune parti del lavoro. Non tutte.
Qualsiasi processo creativo o produttivo – un articolo, una presentazione, un’analisi, una campagna – può essere scomposto in tre fasi. La prima e l’ultima sono in capo a noi. Quella in mezzo invece possiamo delegarla alla macchina.
Fase 1: Human. L’idea.
Avere qualcosa da dire. Trovare le fonti, raccogliere i dati, buttare giù una bozza grezza con la struttura e i punti chiave. Non deve essere perfetta. Deve essere nostra.
Fase 2: AI. L’esecuzione.
Prendere quella bozza e passarla all’IA. Chiederle di svilupparla, completarla, arricchirla. La macchina è veloce, instancabile e non soffre il blocco dello scrittore.
Fase 3: Human. Il controllo.
Passare al setaccio quello che l’IA ha generato. Togliere quello che non convince, riscrivere quello che non torna, verificare i fatti, uniformare tutto alla propria voce.
L’IA è un esecutore straordinario. Ma non sa cosa vogliamo dire. Non conosce il nostro punto di vista, la nostra esperienza, la sfumatura che rende un contenuto nostro e non di chiunque altro.
Non sa cosa vale la pena dire. Sa solo dirlo bene. Prima il pensiero. Poi lo strumento. Poi il giudizio.