Il rischio non è l’IA creativa, ma noi meno creativi

Un po’ per pigrizia, o per spirito di emulazione, o per seguire logiche commerciali o anche solo per volontà di assecondare le logiche degli algoritmi che sui social media decidono cosa farci vedere e cosa no, negli ultimi trent’anni abbiamo lentamente accettato di omologare la nostra creatività.

  • Internet ha omologato il modo in cui le aziende comunicano.
  • YouTube ha omologato il modo in cui i divulgatori parlano.
  • La globalizzazione ha omologato i loghi con cui i brand si propongono.
  • I social media hanno omologato il modo in cui le persone comunicano.
  • Le piattaforme di streaming di film hanno omologato i film che vediamo.
  • Le piattaforme di streaming di musica hanno omologato le canzoni che ascoltiamo.
  • I TEDx hanno omologato il modo in cui si parla in pubblico.

L’IA può darci il colpo di grazia. Può appiattire definitivamente la nostra creatività. Oppure può darci la motivazione o gli strumenti per alzare l’asticella della nostra creatività.

Possiamo decidere di lasciare alle macchine una creatività media e statistica e fare noi la fatica di creare e dare valore a una creatività di qualità, originale e ricercata. Una creatività che le macchine, forse, non saranno mai in grado di raggiungere.