In Trash We Trust

In Trash We Trust

Questa fiducia nel “trash” ricorda Jean Baudrillard quando parlava di una realtà sostituita dai simulacri: non consumiamo più oggetti, ma segni. Il “trash” allora non è solo spazzatura, è ciò che resta quando il valore d’uso evapora e sopravvive solo il valore simbolico, spesso degradato, ironico, svuotato. Fidarsi del trash significa abitare fino in fondo questa iperrealtà, dove l’autentico non scompare ma diventa indistinguibile dal suo scarto. E forse, come suggeriva anche Walter Benjamin, è proprio nei frammenti e nei detriti della modernità che si nasconde una verità che il “nuovo” non riesce più a dire.

“In Trash We Trust” suona anche come una versione disincantata del vecchio motto americano. Qui però la fiducia non è più riposta in Dio o nel progresso, ma nei resti. Zygmunt Bauman avrebbe parlato di “vite di scarto”: in una modernità liquida che produce continuamente eccedenze – oggetti, relazioni, persone – il trash diventa la cifra del nostro tempo. Fidarsi del trash allora non è cinismo, ma realismo: riconoscere che ciò che scartiamo definisce più di ciò che conserviamo. Come scriveva Bauman, “la produzione di rifiuti umani è una conseguenza inevitabile della modernizzazione”.