
Di questo muro colpisce quel termine: “accaniti”. Non dice semplicemente: vogliamo vivere. Dice: insistiamo. Ci ostiniamo. Continuiamo anche quando vivere sembra una pratica irragionevole, quasi una testardaggine biologica e metafisica. E allora viene in mente Spinoza, quando nell’Etica parla del conatus: ogni cosa, per quanto è in sé, si sforza di perseverare nel proprio essere. Non viviamo perché abbiamo prima trovato una ragione per farlo; spesso troviamo ragioni perché, più profondamente, siamo già dentro questo sforzo di esistere.
Ma poi c’è il volo. E il volo cambia tutto. Perché vivere potrebbe bastare alla pianta, all’animale, al corpo che resiste. Invece l’essere umano vuole anche sollevarsi, prendere distanza, disobbedire alla gravità. Qui il pensiero corre a Gaston Bachelard, che nell’immaginazione dell’aria vedeva una delle forme più potenti del desiderio umano: non solo muoversi nello spazio, ma alleggerirsi, diventare altro, abitare una verticalità interiore.
“Siamo accaniti a vivere e a volare” allora non è una frase ingenuamente ottimista. È più tragica e più bella. Dice che siamo creature ferite dalla terra ma non rassegnate al suolo. Sappiamo che si cade, e proprio per questo inventiamo ali, scale, sogni, amori, aeroplani, poesie. Vivere è il nostro istinto. Volare è la nostra protesta.