Burn your local jail

Burn your local jail

Una frase che suona come uno slogan anarchico, ma forse parla prima di tutto di interiorità. “La tua prigione locale” non è soltanto il carcere, la caserma, l’ufficio, la famiglia, la provincia, il quartiere. È quella zona minima e quotidiana in cui abbiamo imparato a obbedire senza più accorgercene. Per questo viene subito in mente Michel Foucault: non perché ogni regola sia automaticamente oppressione, ma perché il potere, per Foucault, non abita solo nei grandi palazzi dello Stato. Circola nei gesti, nelle abitudini, nelle istituzioni minute, nei corpi addestrati. La prigione più efficace è quella che smettiamo di vedere come prigione.

Ma “brucia” è un verbo pericoloso. Ha dentro la rabbia e la liberazione, il falò e il rogo. Qui allora vale la pena chiamare in causa Max Stirner, quando invita l’individuo a non farsi possedere dalle “idee fisse”: la Patria, la Morale, la Società, il Dovere, tutte quelle parole maiuscole che finiscono per vivere al posto nostro. Bruciare la prigione locale potrebbe significare proprio questo: non distruggere il mondo, ma smettere di venerare le gabbie che abbiamo arredato con gusto.

La parte più interessante, però, è “locale”. Non dice: brucia il sistema. Dice: comincia da lì, dal tuo metro quadrato di servitù volontaria. In fondo Étienne de La Boétie lo aveva capito già nel Cinquecento: il potere regge anche perché qualcuno, ogni giorno, gli presta obbedienza. Forse il muro non ci sta invitando all’incendio, ma a una domanda più scomoda: qual è la piccola prigione che difendo perché ormai la chiamo casa?