
Nel film, del 1987, “Wall Street” il protagonista, Gordon Gekko, è un famoso e potente squalo della finanza. La sua scrivania, come su quella di molti altri professionisti degli anni Ottanta, è un trionfo di caos iper-produttivo. Ci sono pile di documenti stampati su carta bianca, penne per scrivere, taccuini pieni di note, telefoni per fare e ricevere telefonate, buste contenenti lettere e raccomandate, un orologio per veder l’ora e un calendario per sapere il giorno. E poi monitor per seguire l’andamento della borsa, lampade per fare luce, computer per fare analisi, e una calcolatrice per fare i conti.
Oggi quel caos iper-produttivo non esisterebbe più. O meglio, tutti gli strumenti di Gekko, sarebbero contenuti in un unico strumento: il suo smartphone. Una sorta di super strumento. Uno strumento che contiene centinaia di strumenti. Come un coltellino svizzero sotto steroidi.
Ancora oltre si spingono le super app, ovvero app che aggregano più servizi in un’unica soluzione così da offrire un’esperienza “seamless” che va dalla messaggistica ai servizi finanziari, volta a fidelizzarci e raccogliere quanti più dati su di noi. In Sud America c’è Rappi, a Singapore c’è Grab e in Cina c’è la Superapp più famosa di tutte: WeChat. In Europa non ce ne sono ancora (o non sono ancora così diffuse), e in tutta onestà, spero mai ce ne saranno.
Così come è sano e giusto diversificare la nostra alimentazione o i nostri investimenti, così è sano diversificare la tecnologia che utilizziamo ogni giorno.
Certo sarebbe comodo avere tutti i servizi in un’unica app con un unico linguaggio e un’unica User Experience. Ma così come è sano e giusto diversificare la nostra alimentazione o i nostri investimenti, così è sano diversificare la tecnologia che utilizziamo ogni giorno. Anche solo per due validi motivi: 1) per stimolare il nostro cervello e la nostra creatività, 2) per evitare di dare tutti i nostri dati a un’unica azienda.