Un po’ di tempo fa ho visto un breve documentario (tratto dalla serie Explained) sul punto esclamativo, un piccolo elemento grafico che mi ha sempre affascinato. Come dice il narratore nel documentario, abbiamo mandato l’uomo sulla luna, ma abbiamo solo tre modi per chiudere una frase. Punto. Punto di domanda. Punto esclamativo. E proprio il punto esclamativo è quello che, a mio avviso, rappresenta di più la nostra epoca.
Oggi viviamo nell’epoca del punto esclamativo. Un’epoca in cui tendiamo a dare risposte più che a farci domande. Un’epoca in cui facciamo fatica a mettere un punto alle cose. Un’epoca dove tutto è prioritario. Un’epoca dove i titoli contano più delle notizie e vince chi parla più ad alta voce. Un’epoca ambigua in cui tutto vuol dire l’opposto di tutto.
Come il punto esclamativo che vuol dire tutto e niente. Tristezza (mi dispiace!) o felicità (sono felice per te!). Rabbia (No!) o consenso (Sì!). Entusiasmo (Fantastico!) e noia (Non ne posso più!). Il punto esclamativo non si esprime. Non prende posizione. Semplicemente amplifica tutto.