Matthew McConaughey l’ha fatto.
L’attore ha ottenuto otto marchi registrati presso l’USPTO, che proteggono la sua voce, la sua immagine e persino brevi clip video. Compreso il celebre “Alright, alright, alright”.
Può sembrare una mossa da film di fantascienza, ma è puro pragmatismo.
Con strumenti come Kling 2.6 motion control e i nuovi modelli video di OpenAI, oggi chiunque può clonare il volto di una persona in pochi minuti. Non servono più studi di Hollywood: bastano un laptop e qualche euro.
La motivazione di McConaughey è «creare un perimetro netto attorno alla proprietà della propria identità, dove consenso e attribuzione siano la norma nell’era dell’AI.»
E qui emerge il vero problema. Le leggi attuali sono un mosaico frammentato, diverse da stato a stato, da paese a paese. Un trademark federale offre almeno una strada legale percorribile.
Ma la domanda resta aperta per tutti noi.
Deepfake, fake news, cyberbullismo: gli impatti non riguardano solo le celebrity. Riguardano chiunque abbia un volto.
In un futuro che è già presente, dovremo chiederci sempre più spesso: quello che vedo è vero, o solo verosimile? E soprattutto: chi possiede davvero la nostra identità digitale?