Usiamo l’IA quando non sappiamo nulla di quello che le stiamo chiedendo. La supervisioniamo quando ne sappiamo abbastanza da capire se la risposta è buona.
Usiamo l’IA quando accendiamo la macchina prima di accendere il cervello. La supervisioniamo quando accendiamo il cervello prima della macchina.
Usiamo l’IA quando accettiamo il primo risultato senza leggerlo. La supervisioniamo quando il primo risultato è solo l’inizio di una conversazione.
Usiamo l’IA quando le chiediamo di avere un’idea al posto nostro. La supervisioniamo quando le chiediamo di sviluppare un’idea che è nostra.
Usiamo l’IA quando le deleghiamo il pensiero. La supervisioniamo quando le deleghiamo l’esecuzione.
Usiamo l’IA quando prendiamo tutto quello che ci dice per vero. La supervisioniamo quando verifichiamo ogni risposta.
La differenza non è nello strumento. È in come lo usiamo.
Chi supervisiona l’IA parte da sé. Ha un punto di vista, un’esperienza, un criterio. Usa la macchina per amplificare qualcosa che già possiede. Il risultato è suo, anche se l’esecuzione è della macchina.
Chi usa l’IA parte dalla macchina. Non ha un punto di vista, o non si fida del proprio. Prende quello che arriva. Il risultato è della macchina, anche se la firma è sua.
Sta a noi decidere da che parte stare. Ma il rischio, se scegliamo di usarla e basta, è che alla fine sia l’IA a usare noi. A decidere come pensiamo. A modellare il nostro gusto sulla sua media. A sostituire il nostro giudizio con il suo output.