
Spinoza avrebbe probabilmente annuito, con quella calma disarmante che attraversa tutta l’Etica. Per lui il bene e il male non sono qualità delle cose, ma modi del nostro giudicare: chiamiamo “bene” ciò che aumenta la nostra potenza di agire, “male” ciò che la diminuisce. Non c’è un tribunale morale inscritto nella realtà, ma corpi, affetti, incontri che ci trasformano. La dicotomia crolla perché è una scorciatoia: serve più a condannare che a capire. Al suo posto, Spinoza propone qualcosa di molto più faticoso e moderno: comprendere le cause, smettere di moralizzare il mondo e iniziare a leggerlo.
Ma proprio qui si apre una crepa che Max Scheler avrebbe subito notato. Se il bene e il male non sono assoluti, il rischio non è forse quello di perdere ogni orientamento? Scheler risponde introducendo una distinzione sottile: il problema non è che i valori non esistano, ma che non sappiamo più sentirli. Il bene e il male non sono etichette astratte, bensì valori colti emotivamente, attraverso una sensibilità morale che può educarsi o atrofizzarsi. Quando tutto diventa relativo, non siamo più liberi: siamo semplicemente disorientati.
Forse allora questa scritta sul muro dice qualcosa di più inquietante di quanto sembri. Non annuncia la fine dell’etica, ma la fine delle morali semplici. Tra Spinoza e Scheler resta una domanda aperta, molto attuale: siamo davvero oltre il bene e il male, o siamo solo diventati incapaci di riconoscerli?