Se tra dieci anni avrò dimenticato quasi tutto il greco antico e nella vita non mi servirà mai tradurre una versione, perché dovrei studiarlo?
Molte discussioni sull’utilità delle materie scolastiche partono da domande come questa. Il tempo è limitato, le cose da imparare sono tante e sembra ragionevole scegliere quelle che useremo. Quelle praticamente più utili. Le altre finiscono nella categoria delle materie inutili, soprattutto quando richiedono fatica.
Questo ragionamento, però, considera soltanto quello che potremo fare con una conoscenza una volta acquisita. Lascia fuori quello che succede mentre la acquisiamo.
Tradurre una versione di greco significa confrontarsi con qualcosa che all’inizio non capiamo. Fare un’ipotesi, verificare se regge, accorgersi che una parola cambia il senso della frase e tornare indietro. A volte significa restare mezz’ora su poche righe, resistendo alla tentazione di accontentarsi della prima interpretazione plausibile.
Possiamo dimenticare un paradigma e conservare l’abitudine a controllare un’ipotesi. Possiamo perdere il significato di una parola e aver imparato a tollerare la frustrazione di non capire subito.
Dimenticare qualcosa che abbiamo imparato è diverso dal non averlo mai imparato. Nel frattempo abbiamo fatto un percorso, incontrato una difficoltà, cercato un modo per superarla. Anche quando il contenuto si perde, quel lavoro può lasciare qualcosa nel modo in cui affrontiamo la difficoltà successiva.
Il dubbio sull’utilità di imparare accompagna da tempo le tecnologie che ci risparmiano una fatica. Perché imparare a fare i calcoli se abbiamo una calcolatrice? Perché esercitarci a scrivere correttamente se un correttore può sistemare gli errori?
Con l’Intelligenza Artificiale la lista si allunga. Possiamo farci scrivere un testo, riassumere un libro, risolvere un problema e costruire un’argomentazione. Seguendo fino in fondo questa logica, prima o poi arriviamo a domandarci perché imparare a ragionare, se possiamo chiedere a una macchina di farlo per noi.
Se guardiamo soltanto al risultato, il tempo passato a imparare può sembrare uno spreco. Per ottenere la traduzione di una pagina bastano pochi secondi. Per imparare a tradurla possono servire anni. Ma durante quegli anni ci esercitiamo anche a leggere con attenzione, a riconoscere un’incoerenza, a rivedere una convinzione. Sono attività che ci servono anche quando qualcuno, o qualcosa, ci consegna una risposta già pronta.
Alcune conoscenze diventeranno obsolete, altre le dimenticheremo e molte le useremo meno di quanto immaginiamo. È sempre successo. Se però rinunciamo a imparare ogni volta che uno strumento sa produrre il risultato al posto nostro, riduciamo anche le occasioni in cui ci abituiamo a pensare.
Il greco antico o la filosofia possono offrirci proprio questo esercizio, fino a rendere naturale il gesto di fermarsi su una domanda, cercare le ragioni di una risposta e metterle alla prova. Ragiono, quindi sono, e finché sarò continuerò a ragionare.
Forse è così che certe materie diventano «inutilmente» essenziali. Potremo dimenticare buona parte di quello che ci hanno insegnato e continuare a servirci, ogni giorno, dell’abitudine a ragionare che abbiamo coltivato studiandole.