Nel mio romanzo T.E.R.R.A. immagino un presente alternativo in cui la cosa pubblica diventa privata. Un referendum affida il governo del mondo alle cinque aziende più potenti, sciogliendo le istituzioni nella promessa di una società più efficiente, prospera e felice. È un espediente narrativo per esplorare una domanda sempre più attuale: quanto potere siamo disposti a cedere a chi promette di migliorare la nostra vita?
Il 18 ottobre Anthropic ha annunciato che, previa approvazione degli azionisti, destinerà il 5% delle proprie azioni a un Public Benefit Fund. Il consiglio di amministrazione potrà aggiungere altri due punti percentuali per ogni aumento del 50% del valore dell’azienda rispetto a una soglia prestabilita.
Il fondo sarà una società interamente controllata da Anthropic, con la possibilità di finanziare organizzazioni non profit o distribuire risorse direttamente a specifiche categorie di persone. Tra i possibili impieghi, il sostegno ai lavoratori colpiti dalle trasformazioni dell’IA. Sommando questo impegno a quelli già assunti da fondatori e dipendenti, l’azienda stima che circa il 20% delle proprie azioni sarà destinato al bene pubblico. I dettagli della governance devono ancora essere comunicati.
Il giorno successivo, Elon Musk ha promesso di regalare nel 2027 una delle proprie azioni SpaceX a ogni bambino americano. Anche in questo caso, le modalità concrete restano da chiarire.
Sono impegni che, se realizzati, potrebbero produrre benefici reali. Destinare una parte della ricchezza tecnologica a chi rischia di subirne le conseguenze è una scelta che merita attenzione. Allo stesso tempo, merita attenzione il sistema di potere che potrebbe prendere forma intorno a queste iniziative.
Sempre più aziende tecnologiche si propongono come interlocutori anche nella redistribuzione della ricchezza e nella protezione sociale. Dopo essere diventate infrastrutture del nostro lavoro, delle nostre relazioni e dell’accesso all’informazione, iniziano a candidarsi a un ruolo nella gestione delle conseguenze economiche delle tecnologie che sviluppano.
La filantropia industriale esiste da molto prima dell’IA. Oggi, però, le stesse imprese che possono trasformare interi settori del lavoro potrebbero decidere anche chi sostenere durante quella trasformazione, con quali risorse e secondo quali criteri.
Chi definisce, allora, il «bene pubblico»? Chi stabilisce quali persone abbiano bisogno di aiuto, quali problemi meritino attenzione e quali possano aspettare?
In una democrazia, queste decisioni dovrebbero passare attraverso istituzioni, confronto politico, regole e forme di controllo collettivo. Sono processi spesso lenti e imperfetti, ma permettono ai cittadini di partecipare e chiedere conto delle scelte. Un fondo aziendale risponde a una struttura diversa. La possibilità di ricevere un beneficio non comporta necessariamente quella di contribuire a definirne le condizioni.
Per questo credo che dovremmo discutere anche del potere che accompagna ogni promessa di redistribuzione. Un sostegno affidato alla volontà di un’impresa può essere prezioso, ma resta esposto alle sue priorità, ai suoi risultati e alle decisioni di chi la governa.
Due annunci filantropici non ci portano automaticamente nel mondo di T.E.R.R.A. Ci invitano però a riflettere su quanto spazio pubblico vogliamo affidare all’iniziativa privata. Possiamo accogliere la generosità di chi dispone di grandi risorse e, insieme, pretendere che il nostro futuro resti oggetto di una decisione collettiva. Anche quando qualcuno si offre di pagarlo.