Un recente articolo pubblicato da Citrini Research prova a ipotizzare uno scenario in cui l’IA renderà l’intelligenza abbondante e a basso costo, scardinando l’intero sistema economico e finanziario che per secoli si è basato su una premessa: l’intelligenza umana è il fattore scarso dell’economia. Scarsa, quindi preziosa. Preziosa, quindi remunerata.
Rendendo l’intelligenza un bene abbondante, una sorta di commodity, ci troveremo di fronte a tre cambiamenti:
1- Il premio salariale associato alle competenze cognitive si comprime. Se una macchina fa quello che facevamo noi, a un costo infinitamente più basso, il nostro stipendio non è più giustificato dal mercato.
2- I modelli di credito e tassazione basati su redditi crescenti vengono messi in discussione. Se i redditi non crescono più, o crollano, tutto ciò che è costruito sull’assunzione contraria vacilla: mutui, prestiti, previdenza.
3- I mercati finanziari devono riprezzare un mondo in cui il lavoro umano non è più il principale input produttivo.
Da qui nasce il paradosso centrale: più l’IA migliorerà portando benefici alla società, più la società potrebbe degradare, se la struttura economica alla sua base non viene totalmente ripensata.
In un primo momento, nell’articolo si ipotizza il 2026, a livello macro, tutto sembrerebbe andare bene. Il PIL nominale cresce. La produttività accelera come non accadeva dagli anni Cinquanta. I costi del lavoro crollano per molte imprese. I margini si espandono, gli utili battono le attese, le azioni salgono.
Nel frattempo però, i salari reali si comprimono. I lavoratori qualificati perdono potere contrattuale. I benefici della produttività si concentrano nei proprietari di capitale e di capacità di calcolo.
In pratica aumenta quello che viene chiamato “Ghost GDP”: un produzione che compare nelle statistiche ma non si traduce in reddito diffuso né in spesa. L’economia cresce sulla carta. Ma il denaro non circola.
Si innesca così un meccanismo autorinforzante:
- L’IA migliora.
- Le aziende tagliano personale.
- I lavoratori licenziati riducono la spesa.
- I ricavi rallentano.
- Le imprese investono ancora di più in IA per difendere i margini.
- L’IA migliora ulteriormente.
Questo ciclo non ha un freno naturale. Perché l’investimento in IA non avviene come nuova spesa netta. Avviene come sostituzione di costi operativi. Le aziende spendono meno in salari e più in IA, ma il totale dei costi scende. Ogni taglio finanzia il taglio successivo.
In sintesi: un futuro di abbondanza che però in pochi potranno permettersi.
Una previsione che ricorda l’Ottocento della Rivoluzione Industriale, quando Marx aveva già individuato la contraddizione fondamentale del capitalismo: la spinta a massimizzare la quota dei profitti è in contraddizione con la necessità di un’ampia domanda. Aumenta la produzione ma diminuisce la domanda, perché in un futuro di disoccupati nessuno avrà i soldi per comprare tutti i nuovi prodotti e servizi resi disponibili dall’aumento della produttività.
E che ricorda anche il Novecento dell’accumulo del capitale, quando l’economista francese Thomas Piketty ha riassunto l’andamento del mercato nella celebre formula: r > g. Quando il tasso di crescita dell’economia (g) ristagna, cresce il peso del rendimento (r) del capitale, guadagnato o, il più delle volte, ereditato. Con il risultato che i ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, e la società si sposta verso un modello patrimoniale, ereditiero. Una società in cui non conta quello che sappiamo fare, ma quello che possediamo.
L’IA potrebbe accelerare entrambe le dinamiche contemporaneamente. La sovrapproduzione di Marx. La concentrazione di Piketty. In un’unica ondata tecnologica.
La vera domanda quindi non è se l’IA funzionerà. Ma cosa succede quando funziona troppo bene, in un sistema che non è pronto a gestirne le conseguenze.